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lunedì 3 agosto 2020

Nel Maine, che è come il mio mondo

Arrivato all'ultima pagina mi sono voltato indietro: e ho capito che c'ero stato anch'io a Crosby, in questo pugno di case nello Stato del Maine, piccolo dimenticato angolo di America bagnato dall'Atlantico. 

C'ero stato anch'io e avevo camminato per le sue strade, passeggiato lungo il fiume, fatto la spesa al supermercato, conosciuto il farmacista e tutti gli altri.

C'ero stato anch'io in questo territorio dell'anima, in questa scacchiera di esistenze, in questa radura di sentimenti ed emozioni illuminati dallo straordinario sguardo di Elizabeth Strout, scrittrice che con Olive Kitteridge  (Fazi) mi ha incantanto e commosso.

Uno dice l'America, i gialli e i noir, il pulp e il fantasy, i libri buoni per diventare film, intanto sicuri best seller. Ma l'America sempre di più per me sono scrittori come Raymond Carver, Jonathan Franzen, e da un po' di tempo, necessariamente, Elizabeth Strout.

Scrittori che da un microcosmo raccontano un mondo più ampio. Che entrano dentro di noi senza forzature, senza eccessi, senza vendere passioni di carta un tanto a rigo. Scrittori straordinari nell'illuminarci dall'interno quell'universo che è la famiglia, misurando i distacchi, i silenzi, le possibilità che segnano il cammino di ognuno; straordinari anche nel rianimare quella scrittura per racconti che fino a non troppo tempo fa pareva morta e sepolta, magari proponendoli come tasselli di un mosaico. 

Le correzioni, di Jonathan Franzen, ma ora anche Olive Kitteridge: lo stesso respiro, lo stesso pulsare del sangue.

Questo ci regala Elizabeth Strout. Crosby, Maine, ovvero il mondo che è anche nostro. Olive Kitteridge, professoressa di matematica in pensione, ovvero ognuno di noi: con le sue reticenze, le sue idiosincrasie, le sue occasioni perse, la sua voglia di dare un senso alle cose ricercato con ostinazione, malgrado tutto.

venerdì 3 marzo 2017

Kent Haruf, lo scrittore del non è mai troppo tardi

Ecco, è andata così: da parecchio tempo tengo in bella vista il cofanetto di Kent Haruf con la trilogia ambientata nella cittadina immaginaria (ma così vera) di Holt. E' in cima alla mia pila di letture da fare, prima o poi, solo che non l'ho mai iniziata. Sarà che aspetto un momento speciale per pagine speciali, da cui mi aspetto emozioni pari a quelle che mi hanno riservato altri grandi americani in questi anni, che so, Raymond Carver oppure Elizabeth Strout, oppure John Williams, tanto per dire.

Eppure due giorni fa di Kent Haruf ho preso Le nostre anime di notte (stessa casa editrice, NN), che è l'ultimo suo romanzo, scritto quando era già molto malato. Ieri l'ho cominciato e non l'ho mollato più fino all'ultima pagina.

Mi ci sono tuffato e sono rimasto nell'acqua di queste parole fino all'ultimo. Chi l'avrebbe detto, la storia di due anziani vicini di casa che hanno perso entrambi i loro coniugi. Due solitudini fino al giorno in cui lei bussa alla porta e domanda come se fosse la più naturale delle cose: vuoi dormire con me? Solo per parlare.

Ecco, comincia così, questo racconto lungo o questo romanzo breve, fate voi. Non vi dirò come va a finire - o vi dirò solo che persino nel finale resiste una commovente fiducia nella capacità della parola - ma c'è un'idea che vi entrerà dentro e forse non vi mollerà più, grazie a queste pagine.

Può essere sintetizzata in una frase fatta, ma prima... prima penso a Kent Haruf che combatte contro il tempo che la malattia gli sta lasciando per arrivare in fondo a questo romanzo che probabilmente non farà in tempo a vedere pubblicato. E poi penso a Louis e Addie, i due vedovi, al tramonto di vite che non lasciano andare rassegnati, ma che provano a riacciuffare. Benché tutto congiuri contro di loro, il buon senso come le convinzioni dei rispettabili cittadini di Holt.

Mi immagino l'urgenza che ha presidiato gli ultimi mesi di Kent, la sua lotta per arrivare a raccontare questa storia. E mi immagino che la storia non potesse che essere questa, una storia per urlare contro tutti e tutti questa frase fatta: non è mai troppo tardi.

Perché è alla fine che Louis e Addie cercano di rimettersi in gioco. E' alla fine che Kent trova l'ispirazione per questa storia. E' dalla fine che io ho cominciato a conoscere Kent.



mercoledì 21 ottobre 2015

Nel Main con la grande Elizabeth Strout

Arrivato all'ultima pagina mi sono voltato indietro: e ho capito che c'ero stato anch'io a Crosby, in questo pugno di case nello Stato del Maine, piccolo dimenticato angolo di America bagnato dall'Atlantico. C'ero stato anch'io e avevo camminato per le sue strade, passeggiato lungo il fiume, fatto la spesa al supermercato, conosciuto il farmacista e tutti gli altri.

C'ero stato anch'io in questo territorio dell'anima, in questa scacchiera di esistenze, in questa radura di sentimenti ed emozioni illuminati dallo straordinario sguardo di Elizabeth Strout, scrittrice che con Olive Kitteridge  (Fazi) mi ha incantanto e commosso.

Uno dice l'America, i gialli e i noir, il pulp e il fantasy, i libri buoni per diventare film, grande saper fare al servizio di sicuri best seller. Ma l'America sempre di più per me sono scrittori come Raymond Carver, Jonathan Franzen, e ora, necessariamente, Elizabeth Strout.

Scrittori che da un microcosmo raccontano un mondo più ampio. Che entrano dentro di noi senza forzature, senza eccessi, senza vendere passioni di carta un tanto a rigo. Scrittori straordinari nell'illuminarci dall'interno quell'universo che è la famiglia, misurando i distacchi, i silenzi, le possibilità che segnano il cammino di ognuno (Le correzioni, di Jonathan Franzen, ma ora anche Olive Kitteridge); scrittori straordinari anche nel rianimare quella scrittura per racconti che fino a non troppo tempo fa pareva morta e sepolta, magari proponendoli come tasselli di un mosaico. Dall'uno all'altro, lo stesso respiro, lo stesso pulsare del sangue.

Ed è questo che ci regala qui Elizabeth Strout. Crosby, Maine, ovvero il mondo. Olive Kitteridge, professoressa di matematica in pensione, ovvero ognuno di noi: con le sue reticenze, le sue idiosincrasie, le sue occasioni perse, la sua voglia di dare un senso alle cose ricercato con ostinazione, malgrado tutto.

venerdì 11 luglio 2014

Il grande Raymond e le forbici dell'editor

"Tu credi di raccontare una cosa. In realtà, ne racconti dieci nello stesso tempo. Deve essere l'alcool".
"E se fosse quello che descrivo? Gli effetti dell'alcool?"
"Tu hai qualcosa da dire, ma troppe parole per dirlo. E a quel punto arrivo io".

Dedicato a tutti coloro che nella propria libreria hanno riservato un posto particolare a Raymond Carver - come del resto il sottoscritto. Ma non sono a loro, perchè in realtà Forbici di Stéphane Michaka (Edizioni Clichy) non può non catturare tutti coloro che nei libri cercano i segreti degli stessi libri.

Gli strani percorsi della creatività, la scrittura come inferno e paradiso, i meccanismi del successo editoriale, le inesauribili complicazioni del rapporto tra le opere e la vita... tutto questo e anche altro ho ritrovato in questo libro sorprendente che gira intorno al grande Raymond e delle persone che molto hanno contato nei suoi pochi anni.

Sono uno scrittore. Cioè, spero di diventarlo. 

E' questo il demone che agita la vita di Raymond, unica certezza tra molti incubi e fiumi di alcool. Lo ha deciso a soli 15 anni: sarà Hemingway, o nient'altro. E sarà nient'altro, sembra. Chi potrà mai scommettere su di lui? Il sogno americano e i suoi cocci, quasi una sentenza senza appello.

Poi c'è quell'editor che decide di pubblicarlo. Ma sono davvero suoi i suoi racconti? Suoi o dell'editor che a forza di tagli lo imporrà per quello che è e non è mai stato, il maestro del minimalismo?

E ci sono anche le due donne della vita, c'è la maledizione del bere, c'è la maledizione della malattia quando il peggio sembra ormai alle spalle, quando una nuova vita si spalanca...

Da leggere, questo libro singolare, spiazzante. Che raccomando anche per i quattro racconti che intervallano la narrazione, o piuttosto si intrecciano alla narrazione, in un vertiginoso gioco di corrispondenze tra la vita e la scrittura. Racconti così squisitamente carveriani, del resto....

mercoledì 9 aprile 2014

Scrivere è una specie di impresa fraterna

Anche quando insegnava scrittura creativa, il tocco di Carver era leggero.

Non prendeva neanche in considerazione l'idea che il suo compito fosse quello di scoraggiare la gente. Diceva sempre che c'erano già tante cose scoraggianti nel mondo, per chi voleva diventare uno scrittore contro ogni pronostico, ed era chiaro che parlava per esperienza diretta.

La critica, come del resto la narrativa, era per Ray un atto di empatia, un mettersi nei panni dell'altro. Non riusciva a capire gli scrittori che fanno stroncature e una volta mi ha anche rimproverato per aver pubblicato una recensione negativa.

Era convinto che scrivere prosa e poesia sia una specie di impresa fraterna.

(Jay McInerney, da Raymond Carver, Il mestiere di scrivere, Einaudi)

lunedì 7 aprile 2014

Se un punto è messo al punto giusto

In una poesia o in un racconto si possono descrivere delle cose, degli oggetti comuni usando un linguaggio comune ma preciso e dotare questi oggetti - una sedia, le tendine di una finestra, una forchetta, un sasso, un orecchino - di un potere immenso, addirittura sbalorditivo.

Si può scrivere una riga di dialogo apparentemente innocuo e far sì che provochi un brivido lungo la schiena del lettore  - l'origine del piacere artistico, secondo Nabokov - Questo è il tipo di scrittura che mi interessa di più.

Non sopporto cose scritte in maniera sciatta e confusa, sia che si presentino sotto pretese sperimentali sia che si tratti semplicemente di realismo reso in maniera goffa. 

Il narratore del meraviglioso racconto di Isaac Babel intitotlato "Guy de Maupassant", parlando della tecnica narrativa, a un certo punto dice:

"Non c'è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al posto giusto".

(Raymond Carver, Il mestiere di scrivere, Einaudi)

lunedì 31 marzo 2014

Se Raymond Carver temeva di non saper insegnare

Se Carver nutriva dubbi sulla possibilità di insegnare a scrivere, non ha però mai dubitato che si potesse "imparare" a scrivere. Dopotutto, aveva imparato anche lui: lo studente mediocre che veniva dal cuore rurale dello Stato di Washington ha imparato a scrivere la raffinata prosa che ha indotto i critici del Daily Telegraph di Londra a definirlo "il maestro del racconto americano moderno".

Così scrivono i curatori de Il mestiere di scrivere di Raymond Carver (Einaudi), un libro prezioso che raccoglie interventi, saggi, lezioni di scrittura creativa, istruzioni per l'uso del grande Raymond, dalla prima all'ultima riga una decisa smentita al dubbio di cui sopra: timido com'era, impacciato nel ruolo di docente, con la sensazione di trovarsi quasi sempre fuori posto, Carver non era solo uno che aveva imparato a scrivere. Era anche una persona che sapeva insegnare - per quanto ovviamente si possa insegnare a scrivere - e questo faceva generosamente, senza risparmiarsi.

E allora c'è tutto Raymond, in queste pagine. Da leggere per raccogliere qualche buon consiglio, ma ancora di più per avvicinarsi ancora di più a questo grande della letteratura americana. E per approfondire il rapporto tra scrittura, linguaggio e vita quotidiana, in un autore di cui Jay McInerney affermava:

Un aspetto di quello che Carver sembrava dirci - anche a chi di noi non era mai entrato in una segheria o un un parcheggio per case mobili - era che la letteratura può essere ricavata da una rigorosa osservazione della vita reale, dovunque e comunque vissuta, anche se con una bottiglia di ketchup Heinz sul tavolo e il continuo ronzio di fondo del televisore.


lunedì 3 marzo 2014

Carver, per cui scrivere era un'impresa fraterna

Anche quando insegnava scrittura creativa, il tocco di Carver era leggero.

Non prendeva neanche in considerazione l'idea che il suo compito fosse quello di scoraggiare la gente. Diceva sempre che c'erano già tante cose scoraggianti nel mondo, per chi voleva diventare uno scrittore contro ogni pronostico, ed era chiaro che parlava per esperienza diretta.

La critica, come del resto la narrativa, era per Ray un atto di empatia, un mettersi nei panni dell'altro.

Non riusciva a capire gli scrittori che fanno stroncature e una volta mi ha anche rimproverato per aver pubblicato una recensione negativa.

Era convinto che scrivere prosa e poesia sia una specie di impresa fraterna.

(Jay McInerney, da Raymond Carver, Il mestiere di scrivere, Einaudi)

lunedì 10 febbraio 2014

Il grande Cechov che morì brindando con lo champagne

Un orario dei treni da consultare anche quando è evidente che la malattia ha vinto sul tuo corpo - e lo sai, perché non sei solo un grande scrittore, sei un medico bravo e competente. Destinazioni, coincidenze, possibilità che vale comunque la pena studiare, perché non si sa mai.

Anche questo c'è ne L'incarico, gli ultimi giorni di vita di Anton Cechov come li racconta un altro grande scrittore, Raymond Carver. L'ho riletto ieri notte, sull'onda emotiva di qualche reminiscenza, non so più se relativa a Cechov o Carver, due scrittori comunque per me fondamentali. E ancora una volta mi sono meravigliato e commosso, di fronte allo spettacolo di una morte che sa di quiete e di bellezza.

Con il medico curante che capisce che non c'è più nulla da fare e allora telefona alla reception dell'albergo dove tutto si sta consumando, per ordinare una bottiglia del migliore champagne: e in fretta, capito?

E insieme allo champagne, tre coppe: per Anton, per la moglie Olga e per il medico stesso. Ed è questo che succede.

A cosa mai avrebbero potuto brindare? Alla morte? Cechov chiamò a raccolta le ultime forze e disse: "E' un sacco di tempo che non bevo più champagne". Si portò il bicchiere alle labbra e bevve.

Dopo Anton si voltò di lato, chiuse gli occhi, fece un grande sospiro. E per il suo corpo martoriato dalla tubercolosi fu tutto finito. C'era stato tempo per l'ultimo brindisi.

Fu uno di quei rari momenti di ispirazione cui si rischia in seguito di cui non far più caso, perché l'iniziativa sembra così appropriata da apparire inevitabile.

Sono convinto che a scrivere queste pagine non poteva che essere Carver, un grande che come Cechov ha legato il suo nome soprattutto ai racconti e che dal grande russo è stato fortemente ispirato. Quasi un destino comune, visto che anche lui è andato incontro a una morte prematura.

Ma che racconto che è questo. A un certo punto non c'è più Anton, né Olga, nè il medico che fino alla fine è stato al loro fianco, rimane piuttosto il giovane cameriere che, ignaro di tutto, serve in camera lo champagne.

 E tutto svanisce, placidamente, ordinatamente, parole ed emozioni come le foglie che cadono in autunno. E a noi viene di guardare solo un oggetto, fuori posto, unica testimonianza di ciò che è successo e prima di tutto di un gesto come un raro momento di ispirazione, appunto: il tappo della bottiglia, rimasto per terra, nella stanza dove aveva smesso di respirare Anton Cechov.

sabato 5 ottobre 2013

Per un romanzo ci vuole fiducia nel mondo

Per scrivere un romanzo, mi sembrava, uno scrittore dovrebbe vivere in un mondo dotato di senso, un mondo in cui poter credere, da poter mettere a fuoco per bene e su cui poi scrivere accuratamente. 

Un mondo che, almeno per un certo tempo, rimanga fisso in un posto. Inoltre, dovrebbe esserci una specie di fiducia nella correttezza di quel mondo. 

Fiducia nel fatto che il mondo conosciuto abbia una ragion d’essere, e che valga la pena di scriverne, che non vada tutto in fumo mentre lo fai.

(Raymond Carver, Il mestiere di scrivere, Einaudi)

mercoledì 18 settembre 2013

Il dolce far nulla di Raymond Carver


Un attimo fa ho dato un'occhiata nella stanza
ed ecco quel che ho visto:
la mia sedia al suo posto, accanto alla finestra,
il libro appoggiato faccia in giù sul tavolo.
E sul davanzale, la sigaretta
lasciata accesa nel posacenere.
Lavativo!, mi urlava sempre dietro mio zio,
tanto tempo fa. Aveva proprio ragione.
Anche oggi, come ogni giorno,
ho messo da parte un po' di tempo
per fare un bel niente.

(Raymond Carver, Dolce far nulla)

sabato 13 aprile 2013

Il dolce far nulla di Raymond Carver


Un attimo fa ho dato un'occhiata nella stanza 
ed ecco quel che ho visto:
la mia sedia al suo posto, accanto alla finestra,
il libro appoggiato faccia in giù sul tavolo.
E sul davanzale, la sigaretta
lasciata accesa nel posacenere.
Lavativo!, mi urlava sempre dietro mio zio,
tanto tempo fa. Aveva proprio ragione. 
Anche oggi, come ogni giorno, ho messo da parte un po' di tempo 
per fare un bel niente.  

(Raymond Carver, Il dolce far nulla)

venerdì 29 marzo 2013

Se siamo fortunati, finito l'ultimo paio di righe

Se siamo fortunati, non importa se scrittori o lettori, finiremo l'ultimo paio di righe di un racconto e ce ne resteremo seduti un momento o due in silenzio. 

Idealmente, ci metteremo a riflettere su quello che abbiamo appena scritto o letto; magari il nostro cuore e la nostra mente avranno fatto un piccolo passo in avanti rispetto a dove erano prima.

La temperatura del corpo sarà salita, o scesa, di un grado. Poi, dopo aver ripreso a respirare regolarmente, ci ricomporremo, non importa se scrittori o lettori, ci alzeremo e, "creature di sangue caldo e nervi", come dice un personaggio di Cechov, passeremo alla nostra prossima occupazione: la vita. 

Sempre la vita.

(da Raymond Carver, Da Dove sto chiamando, Minimum Fax)

giovedì 28 febbraio 2013

Una mattina vorrei alzarmi presto

Una mattina vorrei alzarmi presto,
prima dell'alba. Perfino prima degli uccelli.
Voglio lavarmi il viso con l'acqua fredda
e mettermi al tavolo da lavoro
appena il cielo schiarisce e il fumo
comincia a salire dai comignoli
delle altre case.
Voglio vedere le onde infrangersi
su questa costa rocciosa, non solo sentirle
come ho fatto tutta la notte nel sonno.
Voglio rivedere le navi
che attraversano lo Stretto, provenienti
da tutte le nazioni marinare del mondo...
vecchi, sporchi bastimenti che appena si muovono
oppure navi da carico nuove e veloci
dipinte di tutti i colori dell'arcobaleno
che tagliano l'acqua quando passano.
Voglio tenerle d'occhio.
Anche la barchetta che fa la spola
tra le navi
e la stazione di piloti vicino al faro.
Voglio vedere quando sbarcano un uomo
e ne prendono un altro a bordo.
Voglio passare la giornata a osservare questi eventi
e arrivare alle mie conclusioni.
Detesto sembrare troppo avido - ho già tanto
per cui essere grato.
Ma vorrei alzarmi presto un'altra mattina, almeno.
E andare al mio posto con un po' di caffé, per mettermi in attesa.
In attesa di vedere quel che accadrà.

(da Raymond Carver,  Orientarsi con le stelle, Minimum Fax)

venerdì 14 dicembre 2012

Quei racconti che colgono il momento della svolta

Di Kevin Canty non avevo mai sentito nemmeno il nome, prima di acquistare questo libro per un impulso inspiegabile, o forse per la copertina che mi aveva colpito. E per questo titolo: Tenersi la mano nel sonno (Minimum Fax).

Ho scoperto un grande autore di racconti, dalla penna affilata, capace di scavare dietro le situazioni più ordinarie e a volte scontate, per riportare a galla emozioni, solitudini, angosce, speranze, cittadino a pieno titolo del grande racconto americano di questi anni, che non è solo Raymond Carver.

Con una diversa intensità e crudezza, probabilmente, ma con la stessa capacità di portarci dentro il momento, quel momento che è una sospensione, un indugio, un possibile punto di svolta prima di qualcosa che deve accadere.

Per non dire dell'ambientazione, in un'America diversa da quella di tanta narrativa.

E tra tutti i racconti, un'emozione particolare per Flipper, per Il vestito rosso ma soprattutto, per quanto mi riguarda, per Carolina Beach, il toccante inizio di una storia tra una malata terminale e un uomo che pare non appartenere più a niente. Davvero bello.

martedì 10 luglio 2012

L'onda lunga della scrittura breve

E dunque la notizia è questa, gli scrittori di classifica non solo si sono messi a scrivere racconti, ma con i racconti scalano le classifiche. La lista è lunga, Alessandro Baricco, Sandro Veronesi, Niccolò Ammaniti, per non dire di Nathan Englander e Don DeLillo, ma con gli autori di oltre oceano la cosa spicca meno, in fondo da là sono arrivati anche Raymond Carver e Alice Munro in anni in cui gli editori italiani giuravano e spergiuravano che i racconti non vendevano, assolutamente no.

 A dirci che qualcosa è cambiato è Stefano Bartezzaghi, su Repubblica:

La notizia, allora, non è tanto di ordine letterario quanto di ordine editoriale; commerciale, se vogliamo proprio spoetizzarci. Per la prima volta le raccolte di racconti vanno in classifica, e non sono più considerate le cenerentole dell'editore.

Su come andrà la cosa per gli editori, non so. Però mi piace questa onda lunga della scrittura corta. Mi piace che i libri non siamo più selezionati e giudicati a peso. E che semmai, contenuti in una manciata di pagine, senza l'imperativo di sommergerci sotto una valanga di parole, possano aiutarci a riscoprire il piacere raro della lettura lenta, riflessiva, magnificamente pigra.

domenica 8 aprile 2012

Raymond Carver, alzarsi presto almeno una mattina

Una mattina vorrei alzarmi presto,
prima dell'alba. Perfino prima degli uccelli.
Voglio lavarmi il viso con l'acqua fredda
e mettermi al tavolo da lavoro
appena il cielo schiarisce e il fumo
comincia a salire dai comignoli
delle altre case.
Voglio vedere le onde infrangersi
su questa costa rocciosa, non solo sentirle
come ho fatto tutta la notte nel sonno.
Voglio rivedere le navi
che attraversano lo Stretto, provenienti da tutte
le nazioni marinare del mondo...
vecchi, sporchi bastimenti che appena si muovono
oppure navi da carico nuove e veloci
dipinte di tutti i colori dell'arcobaleno
che tagliano l'acqua quando passano.
Voglio tenerle d'occhio.
Anche la barchetta che fa la spola
tra le navi
e la stazione dei piloti vicino al faro.
Voglio vedere quando sbarcano un uomo
e ne prendono un altro a bordo.
Voglio passare la mia giornata a osservare questi eventi
e arrivare alle mie conclusioni.
Detesto essere troppo avido - ho già tanto
per cui essere grato.
Ma vorrei alzarmi presto un'altra mattina, almeno.
E andare al mio posto con un po' di caffè, per mettermi in attesa.
In attesa di vedere quel che accadrà.

(Raymond Carver, Almeno, tratto da Orientarsi con le stelle. Tutte le poesie, Minimum Fax)

martedì 17 gennaio 2012

Hopper, Carver e l'incontro che è bello immaginare

Se potessi tornare indietro non so se rifarei tutte quelle cose. Ma probabilmente sì. E' dalla vita reale che si raccolgono le storie. E le storie più incredibili sono quelle quotidiane.

Sono d'accordo con te. E' quasi scandaloso, per chi è in grado di accorgersene: quanta fantasia c'è nel reale, nella vita di tutti i giorni. Si tratta di ritrarla nel modo giusto, di darle forma o parola, ombra o silenzio, luce che immobilizza o buio che sospende.


Ecco qui, in poche parole si schiude il senso del lavoro di due dei grandi artisti del Novecento americano, il pittore Edward Hopper e lo scrittore Raymond Carver. Parole di un dialogo che non c'è mai stato, perchè non è mai esistito un loro incontro. Però poi è arrivato un altro scrittore, Aldo Nove, di un'altra età e di un altro paese, e questo incontro se lo è immaginato ed è arrivato a raccontarlo in Si parla troppo di silenzio (Skira edizioni): come consegnare un passaporto per la realtà.

Hopper e Carver: due artisti che hanno un posto particolare nel mio cuore, nel mio immaginario americano.

Non saprei vedere l'America senza la luce di Hopper, senza le sue strade e le sue case, senza i suoi sguardi che invadono le stanze spogliate dal sogno americano e catturano istanti in bilico, su qualcosa che non si saprà mai. Senza questi quadri che da tempo si sono impastati con le parole di Carver, con le sue storie che quasi sempre non portano lontano, e non lo devono, con questi altri istanti sospesi quasi sempre tra un disastro e una nuova possibilità. E vi confesso, mi dice poco e mi serve ancora meno la polemica sul Carver "autentico", al netto dei tagli del suo editor.

venerdì 2 settembre 2011

Quell'angolo del Maine, il mio mondo

Arrivato all'ultima pagina mi sono voltato indietro: e ho capito che c'ero stato anch'io a Crosby, in questo pugno di case nello Stato del Maine, piccolo dimenticato angolo di America bagnato dall'Atlantico. C'ero stato anch'io e avevo camminato per le sue strade, passeggiato lungo il fiume, fatto la spesa al supermercato, conosciuto il farmacista e tutti gli altri.

C'ero stato anch'io in questo territorio dell'anima, in questa scacchiera di esistenze, in questa radura di sentimenti ed emozioni illuminati dallo straordinario sguardo di Elizabeth Strout, scrittrice che con Olive Kitteridge  (Fazi) mi ha incantanto e commosso.

Uno dice l'America, i gialli e i noir, il pulp e il fantasy, i libri buoni per diventare film, grande saper fare al servizio di sicuri best seller. Ma l'America sempre di più per me sono scrittori come Raymond Carver, Jonathan Franzen, e ora, necessariamente, Elizabeth Strout.

Scrittori che da un microcosmo raccontano un mondo più ampio. Che entrano dentro di noi senza forzature, senza eccessi, senza vendere passioni di carta un tanto a rigo. Scrittori straordinari nell'illuminarci dall'interno quell'universo che è la famiglia, misurando i distacchi, i silenzi, le possibilità che segnano il cammino di ognuno (Le correzioni, di Jonathan Franzen, ma ora anche Olive Kitteridge); scrittori straordinari anche nel rianimare quella scrittura per racconti che fino a non troppo tempo fa pareva morta e sepolta, magari proponendoli come tasselli di un mosaico. Dall'uno all'altro, lo stesso respiro, lo stesso pulsare del sangue.

Ed è questo che ci regala qui Elizabeth Strout. Crosby, Maine, ovvero il mondo. Olive Kitteridge, professoressa di matematica in pensione, ovvero ognuno di noi: con le sue reticenze, le sue idiosincrasie, le sue occasioni perse, la sua voglia di dare un senso alle cose ricercato con ostinazione, malgrado tutto.

venerdì 27 maggio 2011

King, Carver, e quello che si farebbe per pubblicare

Il talento dello scrittore spesso gira su se stesso in modo innocente, ma gli scrittori le cui opere rilucono di introspezione e mistero nel loro privato spesso sono dei mostri ordinari

Fa effetto leggere su un giornale Stephen King che scrive di Raymond Carver, perchè Stephen King pare che su un giornale possa essere solo un argomento. Ma poi come si fa a non leggerlo? Come si fa a non inseguire la storia di Carver, questo mostro ordinario che sembrava vivere solo per perdere ogni occasione e bere fino alla morte?

Parlare di Raymond Carver oggi significa parlare anche del suo editor, Gordon Lish, che pare abbia imposto ai manoscritti cambiamenti tali da cambiare anche la sua pelle di scrittore, da proporre al mondo dell'editoria un altro scrittore (e non che l'altro, quello vero, non fosse bravo, ci mancherebbe). Fu un passaggio obbligato, accettare quei cambiamenti tramite i quali Carver divenne il grande minimalista della letteratura americana. Obbligato, perché Lish deteneva il potere di accedere alla pubblicazione.

Si chiede Stephen King:

Qualsiasi scrittore si sarà chiesto che cosa avrebbe fatto o farebbe in analoghe circostanze. Di certo, a me è capitato: nel 1973, prima che il mio romanzo fosse accettato per la pubblicazione, mi trovavo in difficoltà simili. Ero giovane, perennemente ubriaco, cercavo di mantenere moglie e due figli, scrivevo di notte, speravo in un'occasione.

Speravo in un'occasione. In fondo sta tutto in questa frase. E prima di tranciare giudizi: noi cosa faremmo, per aggrapparci a quell'occasione?


La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...