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lunedì 22 settembre 2014

Come Charlot diventò Charlot

Per diventare l'attore che volevo essere dovevo imparare a stare nella testa della gente, a cavarmela da solo, a guardare. A far nascere ogni movimento dall'osservazione della vita...

Notte di Natale del 1971: la Morte, quella da leggenda e da film di serie B, con la veste nera e la falce, bussa alla porta di un uomo di 82 anni, arrivato alla sua ora dopo una vita che nemmeno in un romanzo. Però non se lo porta via. I due stringono un patto: ogni vigilia di Natale la Morte tornerà e se ne andrà a mani vuote se quell'uomo riuscirà a farla ridere. Andranno avanti per molti anni.

Si chiama Charlie Chaplin, quell'uomo. Meglio conosciuto da generazioni di ragazzi e ragazze di tutto il mondo come Charlot.

Parte con questo espediente, L'ultimo ballo di Charlot di Fabio Stassi (Sellerio), per raccontare e romanzare abbondantemente la vita impossibile di uno dei grandissimi del Novecento: la disastrata infanzia in Inghilterra, il circo e il vaudeville, i primi passi sul palcoscenico e i mille umili lavori per tirare avanti, accarezzando un sogno e una possibilità. Mentre intanto nel mondo sta succedendo qualcosa, con fasci di luce che cominciano a proiettare immagini in movimento su schermi bianchi, innescando la magia del cinema... 

E non importa quanto ci sia di vero o di inventato. Questo è un libro che sa parlare al cuore e alla fantasia, così come sapeva fare quel vagabondo con i baffetti e i calzoni larghi tenuti su dalle bretelle.


mercoledì 5 febbraio 2014

Cosa succede se si parla di Eric Ambler

Doveva essere uno scrittore di successo per chi alla lettura chiede soprattutto la possibilità di evasione. Intrigo, mistero, esotismo in buone dosi. Istanbul, per esempio. O qualche altro angolo di un Mediterraneo che allora non era solcato dalla flotta Costa. Spie e treni a vapore. Avventurieri e fumerie d'oppio. Io lo rammento soprattutto per il film tratto dal suo Topkapi, storia di un rocambolesco furto.

Per intendersi: questi gli ingredienti vincenti di Eric Ambler. Grosso modo titoli piuttosto adatti a collane quali I gialli o i Segretissimi Mondadori. Eppure l'altro giorno proprio su un libro di Eric Ambler, La maschera di Dimitrios (Adelphi), abbiamo discusso al circolo di lettura che da qualche tempo si riunisce all'Sms di Peretola. Nessuno ha ricordato il film, protagonista Peter Lorre, che anche da questo libro è stato tratto - Ambler era evidentemente un autore congeniale al cinema anglosassone. Non mi pare nemmeno che ci siano stati commenti sulla qualità della trama e sulla forza dei dialoghi.

Ma se ora provo a mettere ordine alla discussione, non ci riesco. Senz'altro abbiamo parlato della capacità di Ambler di giocare con la finzione narrativa, uscendo ed entrando dentro la storia e in qualche modo sfidando le regole del genere. Per un po' abbiamo indugiato sulla sua capacità di rendere vivi e credibili i personaggi. Poi però è come se le dighe si fossero aperte: e seguendo una traccia dietro l'altra, eccoci a riflettere su Istanbul all'inizio del Novecento, sui massacri tra greci e turchi che oggi abbiamo dimenticato e che pure ancora oggi spiegano un bel po' di cose, di genocidi dimenticati e di meccanismi della memoria, che non è ben chiaro com'è che salvino alcuni fatti per lasciarne indietro altri. E anche di persecuzioni subiti da popoli, di ferite ancora aperte, di letteratura che a volte è l'unica risorsa che abbiamo per ricordare. E di Balcani, naturalmente anche di Balcani, com'erano e come forse sono ancora.

Mica male. E tutto questo, figurarsi, proprio grazie a Eric Ambler. 

martedì 13 novembre 2012

Il bisturi della parola per dissezionare la vita

Perché ti racconto tutto questo? Non ho una risposta da darti. Una delle mie risposte precise, brevi, "chirurgiche", come le chiami tu. E' l'emorragia della vita che bussa alle tempie. Come l'ematoma della tua scatola cranica. Adesso lo so, Angela, sei tu che stai operando me.

Pensare che mi sono deciso a leggere questo romanzo solo 10 anni dopo che si è imposto all'attenzione generale con la vittoria dello Strega e comunque molto tempo dopo che ho visto il film che ne è stato tratto. Sarà che con me funziona così, mi riesce difficile leggere un libro dopo che ho visto il film, spero che non sia solo "perché la storia la conosco già".

Ma che meraviglia Non ti muovere di Margaret Mazzantini. Un libro che ti strappa il cuore fin dalla prima pagina. Quella giornata di pioggia, il motorino che scivola sull'asfalto bagnato, la corsa in ambulanza della ragazza di 15 anni, verso l'ospedale dove lavora il padre, verso una speranza di salvezza esile come un filo di luce attraverso una porta socchiusa. 

E il padre che non entra in sala operatoria, il padre che attende fuori e cominca a raccontarsi, a raccontare se stesso alla figlia che è di là, a dissezionare la sua stessa vita come se fosse lui su un tavolo operatorio e il bisturi tagliasse l'epidermide delle certezze, delle cose che altri possono sapere di un professionista rispettabile, di un uomo di successo.

E segreti che il tempo ha seppellito ma non cancellato, ricordi che ritornano e sono lame che penetrano nella carne, sentimenti di colpa che sono il fardello della vita.

E la storia, va bene, la storia. Ma questo libro è in primo luogo la potenza del linguaggio, è la parola precisa, insostituibile, necessaria, la parola che coglie con precisione ogni emozione, come un bisturi che non sbaglia.
 

domenica 21 ottobre 2012

La Corsica a un passo dalla sua verità

Un pugno di pagine, quattro capitoli che non sono nemmeno capitoli. Schegge di prosa, in questo modo ha preferito presentarle l'editore, forse a ragione. Quanto rimane di un grande libro che poteva essere e non è stato.

Le Alpi nel mare (Adelphi) raccoglie ciò che W.G. Sebald ha fatto in tempo a scrivere del suo ultimo vagabondaggio, in Corsica, prima che un incidente lo portasse prematuramente via. Ed è quanto basta per provare un enorme rimpianto.

Quante cose che ci sono qui dentro. La grandezza di Napoleone vista con l'occhio dei genitori, la solitudine di un cimitero solitario, il mare e le ruvide montagne dell'interno, lampi di genio sulla Storia e sui destini di tutti noi, frasi che ti si conficcano comunque dentro, come: Mi piace moltissimo andare al cinema in città straniere - cosa che mi ha fatto rincorrere ricordi per una sera.

Quattro schegge per disegnare un'isola di luci e ombre, di corpi pulsanti e di fantasmi, di un Mediterraneo che è Mediterraneo e che allo stesso tempo è qualcosa d'altro.

La Corsica che per me, toscano, è a poche ore di traghetto, l'isola dall'altra parte. E che pure, mi accorgo ora, è uno dei posti più indefiniti e sfuggenti su cui mi sia mai capitato di riflettere.

Sebald, forse, aveva cominciato a sbozzare il suo mistero. Ci sono rimasti solo i suoi primi colpi.

martedì 15 maggio 2012

Le cose perdute di Francesco Guccini

C'era un tempo senza play-station, in cui una confezione di chewing-gum era un gran regalo e i ragazzini passavano ore a masticare e fare palloncini con quella che chiamavano cingomma o cicca, non chewing-gum, perchè in quello stesso tempo non è che si smaniava per le parole inglesi.

C'era un tempo in cui il lattaio passava sotto casa e i maglioni erano di lana che pizzicava e si giocava con la fionda e la cerbottana e in casa si vedevano strane etichette di liquori e spray che si diceva facessero miracoli.

C'era un tempo in cui i cinema erano una cosa diversa, c'erano le maschere, il fumo di sigarette, il tifo da curva, la gente che entrava per il secondo tempo, tanto era normale vedere il primo tempo dopo, ma volete mettere, il cinema era il cinema.

C'era un tempo ed è questo il tempo che racconta Francesco Guccini nel suo Dizionario delle cose perdute (Mondadori), proponendo la sua playlist (maledizione, un'altra parola inglese) di oggetti, situazioni, abitudini che oggi non ci sono più.

Gioca facile, sul filo della nostalgia, il grande Francesco. Gioca facile, e anche noi potremmo giocare facile, rimpolpando il dizionario con molte altre cose che se ne sono andate, riagguantandole con i crampi del rimpianto per i tempi in cui eravamo più giovani e inevitabilmente più spensierati.

Però chi altri poteva regalarci un libro così, se non questo cantautore del tempo che passa, anzi, è già passato, con tutti i suoi eskimo messi in soffitto, Bologna e Venezia ammantate di passato, le osterie che non ci sono più, nemmeno in via Paolo Fabbri, e con le tante Silvie che chissà dove sono finite?

sabato 13 agosto 2011

L'uomo solo e la bellezza che non ha convinto

Capita anche questo, che dobbiate inchinarvi alla bellezza di un libro che pure non è riuscito a catturarvi. Tranne poi interrogarvi sulle ragioni di tutto questo e tradire qualche piccolo senso di colpa nel momento stesso in cui lo riponete via.

E dunque, non so se ho letto Un uomo solo con lo spirito giusto. Non so se sono stato distratto e frettoloso, se mi sono fatto condizionare da altri libri di Cristopher Isherwood che portandomi magari dalle parti di Berlino (Addio a Berlino) mi hanno lasciato senza molti punti di riferimento questa volta, benché la costa della California letterariamente l'ho frequentata come la Versilia, come no.

Non so se semplicemente è stato un libro arrivato nel momento sbagliato.

In ogni caso di esso mi rimane poco, se non il senso di una straordinaria capacità di scrittura,peraltro molto inglese. Oppure lo sguardo attento, davvero cinematografico, se non anatomico, di Isherwood.

Però che strepitosa esplosione di bellezza nelle ultime pagine di un libro che sta tutto nella giornata di un anziano professore omosessuale, bellezza che gioca con la morte, che si mescola con la morte per diventare ancora più bella.

Non mi aveva preso, quel libro. Eppure me lo porterò a lungo con me.

E a proposito, chissà cosa mi sarebbe successo, se negli scorsi mesi Un uomo solo lo avessi visto anche al cinema, con il film diretto da Tom Ford... Esperimento mancato.

venerdì 29 aprile 2011

L'enigma di Piero per arrivare a ciò che noi siamo

Partire da un quadro e abbracciare tutta un'epoca, una storia straordinaria, una folla di personaggi, un mistero su cui da sempre si scervellano gli studiosi, affermando tutto e il contrario di tutto.

A Urbino nella Galleria nazionale c'è un dipinto di Piero della Francesca, la Flagellazione, di cui ignoriamo la committenza, la data precisa, il significato.

E' da questo enigma che parte Silvia Ronchey, per regalarci  con L'enigma di Piero, un affresco grandioso, o meglio, un mosaico in cui ogni tessera potrebbe essere un libro a parte, una storia nella Storia, una possibilità, una divagazione necessaria.

Come un film, che scivola via con il suo montaggio secco, con i suoi salti di tempo e di luogo, i suoi flash-back e i suoi colpi di scena.

Un racconto corale, ma anche la cultura più raffinata che si fa avvincente come una detective story: grande abbuffata per nobilitare la curiosità intellettuale e offrirci l'impressione che sia (quasi) indispensabile.

Perché poi tutto ruota intorno all'evento degli eventi, quello che piombò sulla nostra civiltà e la cambiò una volta per tutte, 11 settembre infinitamente più devastante e irreparabile: la caduta di Costantinopoli quel giorno del 1453 di cui troppo facilmente oggi ci scordiamo le conseguenze.

venerdì 13 agosto 2010

L'uomo di cinema e l'unico viaggio possibile



C'è un solo viaggio possibile: quello che facciamo nel nostro mondo interiore.
Non credo che si possa viaggiare di più nel nostro pianeta.
Così come non credo che si viaggi per tornare.
L'uomo non può tornare mai allo stesso punto da cui è partito,perchè, nel frattempo, lui stesso è cambiato.
Da sè stessi non si può fuggire.
Tutto quello che siamo lo portiamo con noi nel viaggio.
Portiamo con noi la casa della nostra anima, come fa una tartaruga con la sua corazza.
In verità, il viaggio attraverso i paesi del mondo è per l'uomo un viaggio simbolico.
Ovunque vada è la propria anima che sta cercando.
Per questo l'uomo deve poter viaggiare. 

 Mi piacerebbe che tutti coloro che in questi giorni sono in viaggio potessero farsi accompagnare da queste parole.  Ce le ha lasciate un grande uomo di cinema che sapeva scavare nell'anima, Andrej Tarkovskij.

martedì 3 agosto 2010

Pietro Grossi e quell'impercettibile gesto del barman

- Ho sempre sognato di fare una cosa come quella.
- Di che parli, Franck?
- Quella cosa lì, quell'impercettibile cenno al barman, come se lo conoscessi da sempre e vi intendeste all'istante 


E dunque, premesso che dei libri che ho letto di Pietro Grossi quello che mi è piaciuto di più è ancora il primo, i tre racconti di Pugni, tanto di cappello alla sua capacità di scrittura, al modo con cui sa sbozzare personaggi, raccontare storie, affrontare temi complessi con pochi tratti e un'economia di parole che rimanda ad alcune grandi lezioni della letteratura americana.

A volte, lo ammetto, sembra anche una scrittura furba, smaliziata, compiacente (più che compiaciuta), ma questo, mi sa, è il pregiudizio di chi è in animo di spaccare il capello in quattro e non vuole ammettere con se stesso che si può anche giocare con le situazioni e i generi senza riuscire affatto banali.

E' questo il caso di Martini, ultimo lavoro pubblicato per Sellerio. Poche pagine - più un racconto che un romanzo - la sensazione di cose già viste - penso proprio in qualche film americano, magari in bianco e nero - una trama esile e diluita nel tempo, scandita da gesti inchiodati dalle parole (vedi l'impercettibile gesto del barman).

E in tutto questo una riflessione non banale sui temi della vocazione letteraria, sul difficile rapporto tra autenticità e successo, sul significato che la scrittura o l'affermazione tramite la scrittura possono avere per riscattare o meno un'intera vita. E quanto ci sarebbe da scrivere, in realtà, su tutto questo...

Una lettura rapida, ideale per chi sotto l'ombrellone poi potrà chiudere gli occhi per andare lontano con i pensieri...

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...