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venerdì 22 agosto 2014

Dimenticare Augusto, nell'"epoca della rozzezza"

Stendiamo un pietoso velo sul Mausoleo di Augusto, da molto tempo chiuso per restauri e allagato nell'unico giorno in cui era stato riaperto per celebrare il bimillenario (dicesi bimillenario). Questa è evidentemente l'Italia che non si smentisce nel modo in cui maltratta i suoi beni culturali. Ma la domanda è: come mai un personaggio come Augusto, così decisivo nella storia di Roma e diciamo pure dell'umanità, non è riuscito a entrare se non nel nostro immaginario almeno nel cono di luce della nostra attenzione?

Perché questo è fuor di dubbio, altri imperatori - per rimanere agli imperatori - ci sono riusciti assai meglio: Adriano, per esempio, e non solo per lo splendido libro della Yourcenar; e perfino Nerone, con tutto quello che ha combinato. E allora?

Una bella risposta l'ha data qualche giorno Maurizio Bettini sulla cultura di Repubblica, in un intervento in cui, appunto, si interroga sui motivi per cui abbiamo dimenticato l'imperatore che inventò la pace globale (non senza fare le sue guerre, in ogni caso). Scrive Bettini:

Augusto rappresenta la classicità della classicità, una sorta di classicità esponenziale, quella propria del signore di un'epoca che amò la perfezione della forma, l'eleganza, l'ironia, la cultura, perfino l'erudizione: tutti valori che la nostra società, incline alle sensazioni forti e dedita talora alla poetica delle rozzezza, rispetta e ammira, almeno a parole, ma certo non sente proprie.

Ecco, ora mi torna più. Non è per Augusto. E' la nostra "epoca della rozzezza" che ha i suoi problemi. Ora che ci penso, non ne dubito.


sabato 23 novembre 2013

John Williams, strana cosa la gloria letteraria

Di lui, anzi della sua scrittura, Ian McEwan ha scritto parole così:

Sembra aver toccato la verità umana come succede nella grande letteratura. È quel tipo di prosa che non vuole mostrarsi. È quel tipo di scrittura simile a una superficie di vetro, riesci a vedere immediatamente le cose di cui parla. E credo che questo sia entusiasmante di per sé. 

 Parla di John Williams,  autore credo assai poco conosciuto in Italia, benché il suo Stoner venga considerato uno dei capolavori del Novecento e benché a proposito di un altro titolo, Butcher's crossing, qualcuno abbia scomodato persino Moby Dick.

Alla frase di McEwan sono arrivato leggendo una riflessione di Matteo Nucci sul Venerdì di Repubblica, in relazione a un altro libro di Williams, il suo Augustus, la storia dell'ascesa al potere di Ottaviano raccontata col piglio del grande narratore. Allora ho cercato su Internet e questo è quanto ho trovato.

Williams non ha scritto molto di più. Un altro titolo - Nothing but the night - può essere classificato come il suo primo insuccesso. A cui gli altri fecero seguito. Prima di morire stava lavorando a un altro manoscritto - The sleep of reason - titolo che ci sta più che bene visto l'argomento, la guerra.

Non ebbe fortuna in vita, questo figlio di contadini che arrivò a insegnare scrittura creativa nelle università americane. Per quanto mi riguarda mi sono ricordato solo ora di avere a casa un suo libro - mi ricordavo il titolo, Stoner, non l'autore. Augustus intendo comprarlo a breve. Dieci anni dopo la sua morte si comincia a parlare molto di John Williams. Strana cosa la gloria letteraria.

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