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sabato 17 gennaio 2015

Il dilemma: quale ordine alle nostre librerie


Avete un pomeriggio libero e avete deciso di mettere a posto i vostri libri. Non avete un pomeriggio libero, ma se non mettete a posto la libreria saranno i libri a mettere a posto voi... In ognuna delle due possibilità, mettetevi all'opera con animo sereno...

Così ragionava Stefano Bartezzaghi in un vecchio articolo pubblicato da Repubblica, sollevando la vecchia e mai troppo dibattuta questione dell'ordine da dare ai nostri libri.

E voi, come li sistemate nella vostra libreria? Pura casualità - non ci credo - o un qualche criterio più o meno logico, più o meno applicato con coerenza?

Per esempio, il colore. C'è anche chi ha deciso di ordinarli così i suoi libri. Lo scaffale rosso, quelle verde, quello blu....

Esteticamente può valere la pena, anche se, con Bartezzaghi, è evidente che sia pratica che gli intellettuali considerano in genere troppo frivola, degna di coloro che comprano i libri a metro perché facciano bella figura in salotto.

Si potrebbe provare per collana, forse un giusto compromesso con le esigenze del libro oggetto, anche se perfino Georges Perec aveva da ridire con questo criterio troppo editore-centrico.

Oppure per anno di uscita, o per nazionalità dell'autore, o per genere, o anche per argomento - ma si può davvero classificare per argomento? O forse assai più banalmente per ordine alfabetico.

Chissà come ve la siete cavata, ma in ogni caso non è male il consiglio che ci offreìiva Bartezzaghi.

Qualsiasi criterio si sia adottato, sarebbe importante cambiarlo, dopo un po'. Così si ritrovano libri che non si ricordava di possedere.

E ben venga il dilemma. Vuol dire che non abbiamo rinunciato ai libri. Che la cara vecchia carta resiste e difende il suo spazio.

mercoledì 10 settembre 2014

L'Italia dell'altrove, ripresa dai margini

Ma sì, ci sarebbe un'idea quanto mai vaga di tornare a raccontare l'Italia meno italiana. Meno ovvia e meno vista. 

Un esperimento che già feci negli anni Ottanta, quando giravo con le corriere e andavo in posti minuscoli, sconosciuti, dove non va mai nessuno. 

Un'Italia dell'altrove, ripresa dai margini, dai confini. Raccontata in modo quanto più possibile semplice, elementare. Rasoterra.

 Ma ammesso e non concesso che io sia ancora in grado di accollarmi un compito del genere, capisco sempre meno per chi poi si scrivono quelle eventuali pagine. 

Gli editori, sa, si lamentano perché i miei libri non vendono abbastanza. Vorrebbero da me un romanzo ben strutturato, ordinato e pulito, mentre al contrario a me piace sparpagliare le parole, accettare il loro disordine creativo. 

Mi piace partire da una certa vaghezza, o da barbagli di luce, dal sentito dire, per poi concentrami e ascoltare le più diverse voci: interne ed esterne. E recuperare così l'idea della letteratura come pensiero anonimo e collettivo. 

Ma gli editori non vogliono queste cose, per loro sono all'antica. Loro vogliono l'ebook! Si, buonanotte!

(Gianni Celati, da un'intervista a Franco Marcoaldi su Repubblica)

lunedì 21 ottobre 2013

Quante domande pone, la storia di Goliarda Sapienza

Goliarda era addoloratissima, perché sapeva di aver scritto qualcosa di grande, ma per anni tutte le case editrici l'una dopo l'altra rifiutarono il romanzo, in una sequenza impressionante. Le motivazioni erano di vario genere, tutte compresenti: di tipo politico, moralistico, e infine editoriale poiché il testo era lunghissimo. Lei rispondeva che anche La storia della Morante era lunga. Inutilmente. I motivi più gravi erano quelli moralistici, ma era evidente che nessuno comprendeva il testo; e d'altronde Goliarda era diversa dagli altri autori. Poi vennero altre urgenze, di scrittura e di vita, e Goliarda accantonò L'arte per scrivere altro.

Così il marito di Goliarda Sapienza racconta l'incredibile e deprimente storia dei rifiuti che l'editoria italiana oppose alla pubblicazione de L'arte della gioia (ricavo questa citazione dal supplemento domenicale del Corriere della Sera di qualche tempo fa). Lui, il marito, con le lettere di rifiuto ci ha fatto persino un libro. E fa riflettere questa storia di 20 anni senza pubblicazione di un libro che oggi è raccomandato agli studenti e salutato come un capolavoro persino in Gran Bretagna e Stati Uniti. Pensare che ci furono critici che al tempo lo bollarono come un cumulo di iniquità.

E non sono poche le domande, al di là della dolorosa parabola, artistica ed esistenziale, di Goliarda Sapienza. Per esempio, abbiamo rischiato di perdere una volta per tutte un libro di questo valore? E quanti altri capolavori sono rimasti tra i non letti e i rifiutati, dimenticati magari in un cassetto o forse addirittura distrutti?

E ancora: fu una piccola casa editrice - Stampa Alternativa - a dare un primo sbocco editoriale a L'arte della gioia che poi - come a volte è capitato anche per la grande musica italiana - fu davvero scoperta in Francia per ritornare in Italia sulle ali del successo. Potrebbe ripetersi oggi questa strana traiettoria, con la crisi che attanaglia tutta l'editoria, ma soprattutto le piccole case che vorrebbero scommettere ancora sulla ricerca e sulla qualità?

giovedì 26 settembre 2013

Se anche il grande Thoreau non vendeva un libro

Consoliamoci: nemmeno il grande Henry David Thoreau, l'autore del Walden, classico della letteratura americana, in vita riuscì a godere di meritata fortuna.

Qualche tempo fa l'ha ricordato Gianni Riotta, su Tuttolibri, nell'ottimo articolo La ruvida America e il suo profeta, con cui ci ha presentato l'edizione italiana di un intrigante reportage di Thoreau, Cape Cod, uscito per Donzelli.

Intendiamoci, a complicare le cose ci si mise anche un carattere che proprio mite non doveva essere, se è vero, per esempio, che una volta Thoreau troncò brutalmente e irrevocabilmente i rappori con la rivista Atlantic per una riga, una riga sola, tagliata in un intero lavoro.

Fatto sta che in vita riuscì a pubblicare appena due titoli. E per uno di essi - Una settimana sui fiumi Concord e Merrimack - l'insuccesso fu tale che l'editore costrinse Thoreau a ricomprarsi le 706 copie invendute delle mille stampate.

Che l'amarezza del commento di Thoreau aiuti almeno a non deprimersi troppo per i tempi correnti, tanto non è che altri tempi fossero assai meglio:

Ho adesso in soffitta una biblioteca di 900 volumi: 700 scritti da me

domenica 4 agosto 2013

De profundis per l'editore che amava la letteratura

Appartiene alla stirpe ormai sempre più rara degli editori colti, letterati. E assiste tutti i giorni commosso allo spettacolo di come il ramo nobile del suo lavoro - editori che ancora leggono e che sono sempre stati attratti dalla letteratura - in questo inizio di secolo vada estinguendosi silenziosamente.

Due anni fa ha avuto problemi, ma ha saputo chiudere in tempo la casa editrice che, pur avendo raggiunto un notevole prestigio, procedeva tuttavia con sorprendente ostinazione verso il fallimento.

In più di trent'anni di parabola indipendente c'è stato di tutto, successi ma anche pesanti sconfitte. La deriva della tappa finale la attribuisce alla sua resistenza a pubblicare libri di storie gotiche alla moda e altre inezie, e in questo modo trascura parte della verità: che non ha mai brillato per il suo talento nella gestione economica e che, inoltre, probabilmente è stato danneggiato dal suo fanatismo smisurato per la letteratura.

(da Enrique Vila-Matas, Dublinesque, Feltrinelli)

giovedì 15 novembre 2012

Se un bel libro rimane senza editore

Ma una voce, una credibile e mia, sapevo di non averla ancora trovata. Afferrai quel libro, come un peso insostenibile di scoperte, passioni, emozioni. Sapevo che me ne sarei dovuto liberare.

Ci metterà molto, il protagonista de La voce del muto di Fabio Mazzoni, per trovare la sua voce e poi per tradurla in parola scritta e quindi in un libro: e anche così le cose non andranno lisce, niente affatto.

Chi invece la sua voce credo che l'abbia proprio trovata - e lo dimostra proprio con questo romanzo - è lo stesso Fabio Mazzoni: che con passione, generosità, direi anche caparbietà ci propone un bel libro, forte, originale.

Un libro che si fa leggere, ma anche un libro denso di temi su cui è bene riflettere. Un libro sui tempi grami malgrado i luccicchii della new economy, sulla memoria che si trasmette o si perde di generazione in generazione, sulla potenza destabilizzante dei ricordi, sulla capacità dei libri di mettere in moto storie e cambiare persone, e anche, perché no, sulle storture del mercato editoriale.

Questo libro, tuttavia, non lo troverete in libreria. Non è proposto da un editore. Dopo, immagino, diversi rifiuti, l'autore ha scelto la strada del self-publishing, che è cosa ben diversa dal cedere alle sirene dell'editoria a pagamento. E ora si è caricato sulle spalle il faticoso lavoro dell'autopromozione.

Se ho avuto modo di conoscerlo - e di conoscere La voce del muto - è solo per una presentazione organizzata nell'ambito delle iniziative culturali del comune di Campi Bisenzio.

Fa pensare: quante opere che bene o male trovano la strada di un editore - troppe e troppo spesso con una qualità discutibile - e quante opere che invece libri non lo saranno mai, a prescindere dalla qualità.

Discorso maledettamente lungo. A me intanto non mi rimane che consigliarvi La voce del muto. Che almeno in rete si può trovare e acquistare.

venerdì 31 agosto 2012

Già nel 1953, le disgrazie del libro in Italia

Quando un italiano, spinto da una inconsueta e incoercibile voglia, desidera leggere un libro, ricorre a uno dei modi seguenti:

1. Lo chiede in omaggio, con un pretesto qualunque, all'editore.
2. Lo chiede in grazioso dono all'autore.
3. Cerca di farselo regalare da qualcuno che l'abbia ottenuto gratis dall'editore o dall'autore.
4. Lo chiede in prestito a un amico, col segreto proposito di non restituirlo mai più.
6. Lo cerca in una biblioteca circolante.
7. Lo ruba, se gli riesce, in casa d'un conoscente o nella bottega di un libraio.

Sol quando tutti questi modi falliscono o si dimostrano impraticabili e impossibili, sol quando ogni tentativo di ottenere il libro senza spendere un centesimo è frustrato, soltanto allora il nostro italiano, se il desiderio o la necessità l'assillano, prende uan decisione eroica e sceglie l'ultimo disperato mezzo: compra il libro con i suoi denari.

(Giovanni Papini, Le disgrazie del libro in Italia, 1953)
 

mercoledì 25 gennaio 2012

La scrittrice da bambina e il brutto anatroccolo

Non sono giovane e penso anche di non essere una scrittrice.

Così dice di sé Milena Agus, all'inizio di questo piccolo intelligente libriccino, Perché scrivere (senza punto interrogativo), pubblicato da una piccola intelligente casa editrice come Nottetempo.

E non è vero, quello che Milena Agus afferma, anzi, nega di sè. Siamo di fronte a una delle migliori voci della narrativa italiana, anche se il successo è arrivato a sorpresa, in una storia che sa quasi di fiaba.

Però non è questo che conta. Milena Agus ci prende per per mano e ci accompagna nel suo laboratorio di scrittura, spiegandoci come ha cominciato a scrivere e che cosa questo significa per lei. Senza che questo abbia a che vedere con i soliti consigli per aspiranti scrittori.

Piuttosto è bello inseguire le sue parole di scrittrice - e di donna che si intuisce incline alla ritrosia sui fatti personali - e con lei ritrovare la Milena bambina, quando i libri erano il rifugio e il sogno di un'età difficile.

Scrivere aveva il sapore di libertà di un'adolescente che non sapeva fare niente di quello che sapevano fare gli altri e perciò provava a rifarsi in questo modo, scrivendo e vergognandosi di scrivere, equilibrista in una prova che era facile presumere che non sarebbe riuscita a portare a termine.

E oggi, oggi la scrittura, così dice, è ancora la tana che si porta dentro. Però questa storia è anche una bella versione della metamorfosi del brutto anatroccolo.

Che dopo tanto penare ora può concedersi uno scatto di orgoglio:

Scrivo come mangio: mi abbuffo e poi mi pento che nel piatto non sia rimasto nulla.

mercoledì 16 novembre 2011

Se i microeditori (forse) crescono

Sei nuove case editrici che nascono ogni mese, una ogni 5 giorni. Sessantamila libri pubblicati ogni anno, di cui però la maggior parte non supera le 500 copie vendute: anzi, il 35 per cento dei titoli che non vende nemmeno una copia in libreria....

Fanno impressione le cifre sulla piccola e media editoria sulle quali in questi giorni ha ragionato Repubblica, in occasione della Rassegna della Microeditoria di Chiari, in provincia di Brescia.


Il paese dove tutti fanno libri, così titolava il giornale, ribadendo ciò che da sempre si sa, che questo è un paese dove lo scrivere e il pubblicare sembrano riscuotere più favore dell'acquistare e del leggere.

Uno non finisce di stupirsi e interrogarsi su cosa davvero permetta a tutto questo di andare avanti. E certo,  gratta gratta, sotto la superficie dei titoli, delle copertine, dei comunicati stampa, si incontrerebbero chissà quante realtà che non sono quelle che sembrano e dicono di essere.

Però poi leggi anche della piccolissima Keller, che è quella che in Italia ha scoperto il premio Nobel Herta Muller (prima del Nobel, ovviamente), leggi de Il Margine che ha venduto  3 mila copie con con l'autobiografia di don Dante Clauser, il "prete dei barboni", leggi di..... leggi e tiri un respiro... Microeditori (forse) crescono e, insieme, fanno crescere anche noi.

Crescono e fanno crescere, guarda un po', se scommettono sulla qualità, mica su altro.

mercoledì 12 ottobre 2011

Tra utopia e incubo, l'epoca degli eBook

Sarà più libera la società letteraria che si costruirà intorno agli eBook? Certo che lo sarà, senza le mediazioni e i condizionamenti di editori, librai e critici. Con la possibilità di pubblicare quello che si vuole, di metterlo a disposizione in rete, gratis o a pagamento, di pescare dalla stessa rete tutto quello che ci alletta o semplicemente ci incuriosisce. Più liberi, certo. 

Però mi sembra importante ciò che Sandro Ferri, fondatore delle edizioni E/O, scrive in I ferri dell'editore (c'è anche il gioco di parole...). Il supplemento domenicale de Il Sole 24 Ore  ne ha anticipato un brano:

Ma l'editore sa che la stragrande maggioranza delle opere che vengono scritte non valgono molto e che non sono in grado di soddisfare neppure l'esigenza di un singolo lettore. L'editore sa che la letteratura non è il terreno della democrazia, se non in un'accezione meritocratica: è giusto che tutti abbiano l'opportunità di creare.


E' questo il vero motivo per cui l'utopia dell'eBook che cancella gli ostacoli, il sogno della società senza editori, non potranno avverarsi se non nella forma dell'incubo della moltiplicazione della mediocrità, della confusione, della rinuncia a leggere

Un pugno di righe e un bel po' su cui riflettere. Compreso il fatto che per ora e perlomeno fino a fine ottobre I ferri dell'editore sarà disponibile, guarda un po', solo come eBook....


sabato 11 giugno 2011

Se il titolo del libro è tutto o quasi

"Sinceramente - mi disse un editor - non credo che molti americani vorrebbero farsi vedere in giro con un libro con su scritto PERDENTI"
Agli editori europei, invece, il titolo piace. E da questo siete liberi di dedurre ciò che volete sugli europei

E in effetti questa è una bella cartina tornasole delle differenze tra le due culture, americana ed europea. Però con queste righe Paul Collins - autore di Al paese dei libri - intende parlarci dei titoli. Che sembrano niente e possono essere tutto. Che decretano il successo di un'opera o la condannano all'anonimato. Che sono sempre e comunque uno dei compiti più improbi e delicati per chi è chiamato a pubblicare qualcosa.

Il giornalista lo sa bene, tanto che quasi sempre prima si spreme le meningi per il titolo e solo dopo, in genere, scrive il relativo articolo. Figurarsi un editore o un direttore di collana.

Scrive Paul Collins:

Ogni titolo è un compromesso. Non può essere troppo astruso, altrimenti in libreria nessuno capirà cos'è. Ma non può neanche essere troppo ovvio, perché se no ci sarà di sicuro un precedente, specialmente se si è gli ultimi arrivati nella storia della letteratura

Sostiene Collins che a forza di citazioni hanno spolpato perfino Shakespeare, lasciando solo congiunzioni e articoli. Sostiene Collins che il campione mondiale dei titoli è Tibor Fisher - autore tra l'altro di Non leggete questo libro se siete stupidi - e che lui se lo immagina come uno che sbraita alle conferenze urlando "E ringraziate che è il mio romanzo!". Sostiene Collins che si inizia con il titolo, ma bisogna preoccuparsi anche di quello che c'è dopo:

Certi libri vivono il loro momento di gloria nel frontespizio: dopo si va a scendere

E io concordo.

lunedì 25 aprile 2011

100 anni fa, quando Emilio ammainò le vele

Aprile è davvero il più crudele dei mesi, e questo non è solo un verso di un grande poeta, se può succedere che una bella mattina si esca di casa per farla finita. Perché è così che va.

E pensare che c’è stato un tempo in cui ha scritto lettere come queste:

Il mio passato ha lasciato nell’esser mio delle tracce incancellabili e dei ricordi profondi che quando si svegliano risvegliano anche tutti gli impeti della mia natura violenta colle sue tempeste e le sue furie

Ma oggi Emilio scrive altre lettere.

Scrive:  Miei cari figli, sono ormai un vinto

Scrive: Fatemi seppellire per carità essendo completamente rovinato

Scrive: Vi saluto spezzando la penna

Scrive: Col mio nome dovevo attendermi altra fortuna ed altra sorte



È il 25 aprile 1911. Tre lettere, ai figli, agli editori, ai direttori dei giornali torinesi. Poi saluta i suoi ragazzi. Non tornerà per pranzo, ha impegni d’affari. Li bacia. Loro lo guardano allontanarsi.

Prende il tram verso le colline. Pochi chilometri ma è un vero viaggio, questa volta.

(dal mio I due viaggiatori, Mauro Pagliai edizioni)

mercoledì 5 gennaio 2011

La regina Zabo e gli scrittori inventati

I corridoi delle Edizioni del Taglione pullulano di prime persone singolari che scrivono soltanto per diventare terze persone pubbliche

Eccola qui, una delle pagine più crudeli nei confronti dell'editoria dei nostri tempi, condanna senza scampo sia per le logiche di mercato che per le presunzioni autoriali dei tanti.

Ricordate? E' La prosivendola di Daniel Pennac, con la figura dell'editrice senza scrupoli - la regina Zabo - che vuol fare del povero Benjamin Malaussène, già capro espiatorio riconosciuto per tutto e per tutti, l'immagine pubblica di un autore di best-sellers che vuole restare ignoto.

E' un libro che è un gran piacere leggere e ve lo consiglio. Ma al di là della storia, su quante cose sarebbe bene riflettere. Che ne dite di una frase come questa?

Non scrivono per scivere, ma per "aver scritto" - e che si sappia in giro

sabato 16 ottobre 2010

Se anche le biblioteche restano senza libri

Cosa bisognerà fare? Smettere di acquistare libri o rinunciare a qualche apertura? E in ogni caso, basterà?

Questo è certo, non vorrei ritrovarmi nei panni di chi prima o poi (più prima che poi) sarà costretto a scegliere. Però questa domanda è anche mia, visto che considero le biblioteche pubbliche una buona cartina tornasole di un paese: e allora, domando, come è che ci siamo ridotti in questo modo?

Era ovvio, con le scuole, con le librerie, con i teatri che vivono come vivono, anche per le biblioteche sono tempi bui.

Nei giorni scorsi la situazione è stata dipinta con grande efficacia da Michele Smargiassi, in un'inchiesta - Se le biblioteche restano senza libri - pubblicata su Repubblica. Ed è così che va: mentre gli utenti delle biblioteche crescono - mentre, insomma, c'è più bisogno di biblioteche - si va sempre più pesanti con i tagli (l'Aib, Associazione Italiana Biblioteche stima una riduzione dei bilanci tra il 15 e il 35% solo per il 2011).

E tra le prime conseguenze c'è propria questa: alle biblioteche non arriveranno più le novità. Che è come chiudere un rubinetto. All'inizio magari nessuno se ne accorge, ma poi l'acqua manca e la siccità comincia a farsi sentire.

Brutta notizia per gli editori, ma in realtà per tutti noi. Brutta per questo paese, che con troppa facilità è pronto a considerare la cultura un'optional.

E dunque, sottoscrivo quanto ha dichiarato Mauro Guerrini, presidente dell'Aib:

Stiamo rischiando grosso, non è solo un problema di aggiornamento culturale, ma di democrazia. Le biblioteche sono i luoghi della socialità, dell'integrazione, della redistribuzione del sapere

Sottoscrivo e confido in buone nuove. C'è chi propone sponsor e donazioni private. C'è chi si spinge a immaginari libri che potranno essere dati in prestito con un segnalibro con su scritto "stai leggendo questo libro grazie a..."

Un'idea, certo. Però la domanda è sempre quella: perché ci siamo ridotti così?

Ci vorrebbe un sussulto. Un coro di no. Una convinzione gridata:  le biblioteche - soprattutto le biblioteche di quartiere, le biblioteche di periferia, le biblioteche di paese - sono carne viva. Sono presidio di civiltà. Non valgono più di qualche spot sulla bellezza della lettura?

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