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lunedì 5 febbraio 2018

Il viaggio che cambia ciò che noi siamo

Convinti che si è già detto tutto sul viaggio? Sì, forse è vero, il mondo è già stato tutto raccontato, non c'è più angolo del pianeta, ma il viaggio no, perché il viaggio mentre ci cambia cambia con noi. E ci sono libri che ci aiutano in questa consapevolezza.

Ecco, proprio così. Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita (Einaudi) di Federico Pace non è solo libro di splendida scrittura, capace di calamitare attenzione e sentimenti in ogni pagina. E' libro capace di rammentarmi, se mai me ne fossi dimenticato, che viaggiare non significa solo attraversare continenti, macinare chilometri, raggiungere dstinazioni, comunque prendere e partire. Un viaggio è anche ciò che succede dentro.

Federico Pace questo ce lo dice attraverso le ombre di alcuni grandi, da Niemeyer a Einstein, da Van Gogh a  Camus, da Gauguin a García Marquez, fino a David Bowie e Joni Mitchell: tutti fermati - o meglio, accompagnati - in un movimento in cui è la vita stessa che accade.

Le storie raccolte in questo volume - spiega all'inizio - inseguono alcuni protagonisti in quegli attimi e in quei luoghi, in quei viaggi, in quei gesti e in quelle fughe, alle curve del tempo, in cui si sono trovati a desiderare, e ad accettare, che la vita cominciasse ad accadere. O tornasse a farlo di nuovo, dopo un tempo troppo lungo in cui nulla sembrava più possibile.

Il viaggio allora è strappo da ciò che ci appartiene, è sfida che ci chiama alla prova, è disvelamento di una parte di noi che forse prima nemmeno sospettavamo esistesse. E' quel momento, appunto, in cui le cose si rimettono in moto. In cui siamo e diventiamo altro.

giovedì 20 marzo 2014

Se Tolstoj è come McEnroe e Carl Lewis

E' sempre necessario ricordare che McEnroe e Carl Lewis, e persino Maradona, sono una combinazione di talento e allenamento.

In fondo, se ci pensate, l'istinto sarebbe di dire: se io avessi le gambe di Carl Lewis, non perderei tempo ad allenarmi.

Ma se Carl Lewis avesse deciso di svegliarsi ogni quattro anni e andare alle Olimpiadi a correre e saltare, avrebbe fatto fare una magra figura al suo talento. E infatti basta indagare un po' per scoprire che Car Lewis si allenava più di ogni altro, più di quelli che non erano Carl Lewis.

Quindi, non può essere difficile credere che lo stesso concetto (metodo, appunto) sia applicabile anche a Tolstoj e Flaubert, a Gabriel Garcìa Marquez e a Italo Calvino.

(Francesco Piccolo, Scrivere è un tic, Minimum Fax)

venerdì 25 maggio 2012

Gabo e Kapu, quanto si inventa nei reportage?

Reportage o romanzo? Quante volte ce lo siamo chiesto, per Gomorra di Roberto Saviano, così come per i libri di Bruce Chatwin o di Tiziano Terzani. Come se poi contasse davvero, come se dovesse per forza porre un aut-aut.

Che poi semmai è domandarsi: quanta invenzione è lecita e ammissibile nell'inchiesta giornalistica, nel reportage, nel libro di viaggi?

Quanto a questo è davvero bello l'episodio che ci riporta Enrico Deaglio sul Venerdì di Repubblica, a proposito di due grandi del Novecento, Garcia Marquez e Kapuscinski:

Gabriel Garcìa Màrquez che trasformò il giornalismo in realismo magico, chiese una volta proprio a Kapuscinski: "Riccardo, ma se c'è una triste vecchietta in un tuo reportage, è un delitto se le aggiungi una lacrima, che in realtà non ha versato?". Kapuscinski si limitò a sorridere, ma non rispose. Gabo pensava a come era stato fantastico, fare diventare veri dei personaggi da fiaba come gli incredibili membri della famiglia Buendia; Kapuscinski pensava a Erodoto, il suoi maestro. Il primo reporter della nostra storia, un greco che raccoglieva nei porti le storie delle guerre, ma qualche volta abbelliva, quando le raccontava nelle taverne. Che era rispettoso dei costumi degli altri; che sapeva raccontare i movimenti dei grandi eserciti, gli scontri tra la Grecia e la Persia, e dava al racconto il respiro profondo, come quello di una balena, delle vicende dei piccoli uomini.

sabato 23 luglio 2011

Senza Internet, il fantasma di una vita intera

Chissà perchè ho acquistato Quando Internet non c'era.

So solo che l'ho fatto praticamente a scatola chiusa, senza essermi mai imbattuto prima in Angelo Morino (consapevolmente intendo, volete che non mi sia mai capitata tra le mani una sua traduzione?), chissà perché, forse perché con le copertine blu della Sellerio vado sul sicuro o quasi, o forse perché il titolo mi ha fatto scattare qualcosa.

Sì, sarà per il titolo, anche se il titolo c'entra fino a un certo punto, vale per contrasto o meglio ancora per contesto, giusto per capire che oggi è tutto così semplice con Internet, hai un dubbio, una curiosità, un nome che ti suona in un certo modo, e non devi impazzire tra enciclopedie e bibliografie, te ne stai comodo a casa e vai dove ti pare, altro che tonnellate di carta in polverosi archivi...

Eh sì, c'è anche questo, nella storia che Angelo Morvino ci racconta, la sua storia di grande ispanista, di docente universitario, di traduttore dei grandi sudamericani (da Gabriel Garcìa Marquez a Osvaldo Soriano, da Mario Vargas Llosa all'amico Manuel Puig), raffinato intellettuale che ci aspetteremmo in cattedra e che invece ci sorprende al nostro fianco, lettore per il piacere di leggere, lettore che semmai, a differenza di tanti di noi, ha avuto la fortuna di vivere del suo piacere.

Ma c'è di più in queste pagine, un di più che va oltre l'autobiografia di un intellettuale e ci regala uno di quei libri strani e curiosi, curiosi perché vivono di curiosità, perché si alimentano consapevolmente di quel bisogno di porsi domande e andare avanti così.

Il giovane Morino inizia la sua carriera di studioso con molte certezze e la voglia di tradurre la letteratura nei ragionamenti della scienza - non voleva questo lo strutturalismo? Finisce per inseguire per tutta la vita il fantasma di una scrittrice cilena minore, che in Italia non si era ancora conquistata nemmeno una nota a fondo pagina.


Marìa Luisa Bombal: chi era costei?

Fantasma da inseguire, ma anche fantasma che per una vita insegue Morino, rispuntando fuori nei modi più singolari e inattesi.

Ma perchè volerne sapere di più? Non c'è risposta a questa domanda, non ci deve essere, finché entrare in una libreria sarà un'operazione diversa dal rifornimento di benzina a un distributore.


E meno male che non c'era Internet. Una ricerca su Google e Marìa Luisa Bombal sarebbe stata abbandonata nel giro di pochi minuti.

Altro che il fantasma di una vita.

mercoledì 22 giugno 2011

Quando gli scrittori si prendono a pesci in faccia

Narrano le cronache letterarie che qualche giorno fa un'incontro pubblico a Hay-on-Wye - il paesino del Galles che da qualche anno si accredita come una meravigliosa capitale del libro - abbia sancito la pace tra due autori del pari di Paul Theroux e V. S. Naipaul, dopo 15 anni di aperta ostilità.

No so se i presenti, accorsi in gran numero, siano tornati a casa con la coda tra le gambe, perché si erano attesi ben altro spettacolo - gli insulti, si sa, sono sempre più memorabili. Non so se di pace vera si tratti o se solo di una tregua, magari dettata da qualche strategia editorale, visto che a pensare male a volte ci si dà.

A dire il vero non so nemmeno quale sia stato il casus belli. Se l'indiscutibile caratteraccio di Naipaul, o il fatto che Theroux una volta abbia scoperto in vendita alcuni libri che aveva dedicato personalmente al primo, o se, ancora, non sia stato piuttosto un ritrattino al vetriolo che Theroux riservò all'ex amico, catalogato, pare, come sadico e puttaniere.

Non so e mi interessa anche poco. Irene Bignardi sul paginone centrale di Repubblica ne prende spunto per passare in rassegna alcune storiche rivalità tra scrittori. Nel C'eravamo tanto odiati spiccano relazioni burrascose quali quelle tra Salman Rushdie e John Le Carré, tra Gabriel Garcìa Marquez e Mario Vargas Llosa e, andando più indietro, tra Gore Vidal e Truman Capote.

Mi fermo qui, ma l'elenco potrebbe essere sterminato, senza disdegnare altri secoli. Irene Bignardi ricorda per esempio anche Byron e Keats, Shakespeare e Marlowe. Quasi sempre amici che per qualche ragione, non propriamente nobile, hanno finito per prendersi a pesci in faccia.

Siamo poco più su del gossip. Ma tutto questo mi convince di una vecchia idea: che degli scrittori è meglio accogliere l'opera e stendere un pietoso velo sulla vita. Perché l'opera può essere grande, ma l'uomo è quasi sempre come noi, comuni mortali. Se non peggio.

giovedì 5 maggio 2011

Con i libri la seconda volta è un delitto

Attenzione a rileggere i libri che anni fa ci hanno fatto sognare....

In una bella intervista su Tuttolibri Massimo Carlotto racconta delle molte letture che lo hanno accompagnato nel periodo in cui, ingiustamente accusato, è stato in carcere. Libri che davvero hanno dato sostanza a quanto affermava, tra gli altri, anche Cesare Pavese:

La letteratura è in grado di rappresentare una difesa contro le offese della vita

E parla di uno dei libri che hanno segnato anche i miei giorni da ragazzo, Massimo Carlotto, e dice:

Mi aveva poi conquistato  "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcìa Marquez che ho ripreso in mano di recente e ho trovato di una noia mortale

Noia mortale? Possibile?

Possibilissimo. Ed è per lo stesso motivo che quel libro non lo più nemmeno avvicinato, semmai insistendo a ripetere tra me e me frammenti di frasi ed emozioni, accarezzando magari l'idea di pagine come quella del colonnello (era colonnello?) Aureliano Buendia, con i suoi pesciolini e le sue trentadue (trentadue?) rivoluzioni fallite. Per lo stesso motivo nemmeno ai miei amatissimi libri di Emilio Salgari sono più voluto tornare, eh sì che sono ancora con me.

Con i libri che ci hanno fatto sognare, con i libri in cui siamo precipitati dentro, ne sono sicuro, non dobbiamo essere il postino che suona due volte. Non dobbiamo mai tornare sul luogo del delitto, per scoprirci colpevoli almeno almeno di un tradimento.

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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...