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mercoledì 27 dicembre 2017

Rigoni Stern e gli alberi che sono saggezza

Chi conosce la scienza, diceva Anton Cechov, sente che un pezzo di musica e un albero hanno qualcosa in comune. Non credo di conoscere la scienza, così come in effetti non sono un grande esperto né di musica né di alberi. Però anch'io ho questa convinzione, o forse sarebbe meglio dire questo sentimento: che abbiano davvero qualcosa in comune, qualcosa che ha a che vedere con la forza della vita e con la sua segreta armonia.

Questa citazione la usa nell'introduzione di Arboreto Salvatico (Einaudi) uno scrittore che andrebbe letto da capo a fondo e non solo per Il sergente della neve. Mario Rigoni Stern - chi ancora non lo coosce provi con queste pagine - è anche l'uomo legato alla sua terra, ai lavori e alle stagioni, alla bellezza della natura che a volte le parole riescono a esprimere. La sua apparente semplicità è come il secchio che tira su acqua da un pozzo profondo. Le sue storie di vita e morte offrono una sorprendente saggezza, di cui abbiamo bisogno come l'aria.

Come in questo libriccino di poche pagine e forti emozioni, dove proprio bellezza, semplicità e saggezza  si intrecciano.  Pensare che è soltanto un arboreto su carta, la descrizione dei caratteri di venti alberi a cui Rigoni Stern è particolarmente legato. Quasi tutti sono alberi che ha intorno a casa, sul suo altipiano di Asiago. Molti li ha piantati lui stesso, magari insieme al figlio.

E vorrei soffermarmi proprio su questo, su quanto esprime un gesto come questo, piantare un albero: sembra un fatto banale, eppure quale concentrato di bellezza, semplicità e saggezza - appunto - sa custodire. Arboreto salvatico non è da meno de L'uomo che paintava gli alberi nel rivelarcelo.

Li metti a terra, gli alberi, che sono solo fragili piantine, più basse di te, di incerta sopravvivenza. Poi crescono di anno in anno, allungano le radic ie  le fronde, cominciano a fare ombra e a porgere i loro frutti. Tu intanto invecchi, diventi meno agile e più facile a stancarti. Ogni giorno sei più vicino alla morte ma intanto i tuoi sguardi, ogn mattino, accarezzano gli alberi: rimarranno anche dopo di te, sono il tuo regalo ai figli, ai nipoti, alla vita.

Voler bene agli alberi, ci dice Rigoni Stern, è voler bene a ciò che è più grande, che dura di più. Fino a riscoprire un qualcosa che ha che vedere con il sacro - e che davvero è inesprimibile.

Con il popolo degli alberi i nostri antenati avevano un rapporto più diretto ma anche più conoscitivo e rispettoso in forza di religione e per sensibilità. Quando gli uomini vivevano dentro la natura, gli alberi erano un tramite di comunicazione della terra con il cielo e del cielo con la terra.

 Queste pagine aiutano a ristabile questa comunicazione. E attenzione anche al titolo: salvatico, non è sono aggettivo che in altri secoli si adoperava per selvatico. Con la a al posto della e tutto cambia. Il salvatico diventa salvifico. Si fa saggezza l'albero, per condurci alla salvezza.



lunedì 10 febbraio 2014

Il grande Cechov che morì brindando con lo champagne

Un orario dei treni da consultare anche quando è evidente che la malattia ha vinto sul tuo corpo - e lo sai, perché non sei solo un grande scrittore, sei un medico bravo e competente. Destinazioni, coincidenze, possibilità che vale comunque la pena studiare, perché non si sa mai.

Anche questo c'è ne L'incarico, gli ultimi giorni di vita di Anton Cechov come li racconta un altro grande scrittore, Raymond Carver. L'ho riletto ieri notte, sull'onda emotiva di qualche reminiscenza, non so più se relativa a Cechov o Carver, due scrittori comunque per me fondamentali. E ancora una volta mi sono meravigliato e commosso, di fronte allo spettacolo di una morte che sa di quiete e di bellezza.

Con il medico curante che capisce che non c'è più nulla da fare e allora telefona alla reception dell'albergo dove tutto si sta consumando, per ordinare una bottiglia del migliore champagne: e in fretta, capito?

E insieme allo champagne, tre coppe: per Anton, per la moglie Olga e per il medico stesso. Ed è questo che succede.

A cosa mai avrebbero potuto brindare? Alla morte? Cechov chiamò a raccolta le ultime forze e disse: "E' un sacco di tempo che non bevo più champagne". Si portò il bicchiere alle labbra e bevve.

Dopo Anton si voltò di lato, chiuse gli occhi, fece un grande sospiro. E per il suo corpo martoriato dalla tubercolosi fu tutto finito. C'era stato tempo per l'ultimo brindisi.

Fu uno di quei rari momenti di ispirazione cui si rischia in seguito di cui non far più caso, perché l'iniziativa sembra così appropriata da apparire inevitabile.

Sono convinto che a scrivere queste pagine non poteva che essere Carver, un grande che come Cechov ha legato il suo nome soprattutto ai racconti e che dal grande russo è stato fortemente ispirato. Quasi un destino comune, visto che anche lui è andato incontro a una morte prematura.

Ma che racconto che è questo. A un certo punto non c'è più Anton, né Olga, nè il medico che fino alla fine è stato al loro fianco, rimane piuttosto il giovane cameriere che, ignaro di tutto, serve in camera lo champagne.

 E tutto svanisce, placidamente, ordinatamente, parole ed emozioni come le foglie che cadono in autunno. E a noi viene di guardare solo un oggetto, fuori posto, unica testimonianza di ciò che è successo e prima di tutto di un gesto come un raro momento di ispirazione, appunto: il tappo della bottiglia, rimasto per terra, nella stanza dove aveva smesso di respirare Anton Cechov.

venerdì 3 gennaio 2014

La parola che restituisce vita a Katherine

Pensava a Cechov. Aveva identificato il proprio destino con quello di lui, che ebbe la sua stessa malattia, errò come lei tra le camere d'albergo, scrisse racconti che invidiava, e giunse, anch'egli, ad amare la vita dopo essere uscito dall'incubo della morte. Avrebbe voluto parlargli: in una stanza un po' oscura, tardi nella serata.

Ecco, solo un piccolo assaggio di un libro che è un gioiello, un goiello ancora più bello perché scovato per caso su una bancarella su cui avevo posato uno sguardo distratto. Vita breve di Katherine Mansfield, opera di Pietro Citati di parecchi anni fa, oggi sostanzialmente dimenticata.

Titolo umile, che induce alla sottovalutazione. Cosa sarà se non una biografia di questa scrittrice neozelandese che all'inizio del Novecento ci ha regalato alcuni dei racconti più belli dell'intero secolo?

E no, questa non è una biografia, così come non è un saggio critico, non è nemmeno un romanzo. Forse è solo l'ennesima conferma della potenza della parola, così incredibilmente capace di evocare la vita. Fosse anche il volto di questa giovane donna dai capelli bruni e dagli immensi occhi neri. Fosse anche il suo enigma e perfino la meraviglia di una possibile felicità conquistata nel quartier generale di un corpo presidiato dalla malattia.

E si legge, questo libro di poche pagine e molte suggestioni, si legge così come promette la quarta di copertina di una vecchia edizione della Rizzoli:

Nessuno che abbia cominciato questo libro potrà più abbandonarlo; e passerà insonne la notte chiedendosi chi sia mai stata Katherine Mansfield.

martedì 22 ottobre 2013

Come andò l'ultimo incontro tra Stalin e Gorkij

Pare che ci fosse un buon rapporto tra Maksim Gorkij, il grande scrittore della rivoluzione, e Josif Stalin, il quale ci teneva a passare per un amante dei libri (apprezzava particolarmente Zola e Cechov, a parziale dimostrazione che non sempre la buona letteratura rende l'uomo migliore).

In vita non mancarono certo omaggi e riconoscimenti, ma Stalin lo andò a trovare anche negli ultimi giorni della sua malattia, nel giugno 1936. Come andò, lo apprendo in One on One di Craig Brown (Edizioni Clichy), raccomandabilissima raccolta di incontri sorprendenti. I dottori non fecero avvicinare al capezzale del moribondo nemmeno il grande Padre del socialismo. Che si dovette accontentare, obtorto collo, di far pervenire un biglietto.

I dottori non ci hanno permesso di entrare. Ci siamo arresi. Ciao da tutti noi, un abbraccio.

Possibile che uno come Stalin possa scrivere una riga così?

A ogni modo tornò nei suoi panni dopo la morte di Gorkij. I dottori vennero accusati di omicidio, uno fu giustiziato, l'altro condannato a 25 anni di carcere. Molto molto tempo più tardi quest'ultimo accusò Stalin di avere ucciso Gorkij, nel timore che lo scrittore raccontasse al mondo qualcosa delle purghe e dei processi farsa.

Dieci anni dopo la morte di Stalin fu proprio questo che raccontò anche la vedova del grande scrittore della rivoluzione che, evidentemente, non aveva smesso di divorare i suoi uomini di lettere.

venerdì 29 marzo 2013

Se siamo fortunati, finito l'ultimo paio di righe

Se siamo fortunati, non importa se scrittori o lettori, finiremo l'ultimo paio di righe di un racconto e ce ne resteremo seduti un momento o due in silenzio. 

Idealmente, ci metteremo a riflettere su quello che abbiamo appena scritto o letto; magari il nostro cuore e la nostra mente avranno fatto un piccolo passo in avanti rispetto a dove erano prima.

La temperatura del corpo sarà salita, o scesa, di un grado. Poi, dopo aver ripreso a respirare regolarmente, ci ricomporremo, non importa se scrittori o lettori, ci alzeremo e, "creature di sangue caldo e nervi", come dice un personaggio di Cechov, passeremo alla nostra prossima occupazione: la vita. 

Sempre la vita.

(da Raymond Carver, Da Dove sto chiamando, Minimum Fax)

sabato 24 novembre 2012

Se i ragazzi non si fidano più della nostra cultura

Il mondo cambia di continuo, a volte lentamente, per passaggi quasi impercettibili, a volte in modo brusco, in una sola stagione, in un minuto. 

I ragazzi leggo altri libri, ascoltano altra musica, amano e odiano in un altro modo, ragionano seguendo strade invisibili, e noi adulti non dobbiamo solo rimproverarli perché non conoscono Cechov o Debussy, Pasolini O Bob Dylan.

Dobbiamo invece assolutamente capire dove stanno andando, perché ci salutano senza nemmeno voltarsi, perché non si fidano più della nostra cultura.

Oggi loro sentono che la vita è altrove e la memoria non basta a reggere l'urto con le onde fragorose del mondo che sarà, che è già qui: serve energia, e quella non la trovi più nei cataloghi e nei musei.

(Marco Lodoli, La fine dell'Umanesimo, da Repubblica)

giovedì 25 ottobre 2012

Venezia che è il baccalà, Venezia che è un sogno

Potrei raccontare come Venezia rubi ai suoi abitanti ogni giorno un poco di anima mentre è accarezzata con lo sguardo. Sonnecchia ma sta in agguato e io che ho mille domande e mille risposte diverse, cerco di farla mia.

Si può davvero dire qualcosa di nuovo e di diverso su Venezia, la città senza uguali, la città che milioni e milioni di turisti visitano ogni anno rubandole un pizzico di anima in cambio di qualche conto salato? Si può davvero lasciarci alle spalle ciò che è noto, che è visto e stravisto, ciò che è calca, confusione, ritmo incalzante di guide, scatti fotografici, acquisti di souvenir, per cogliere qualcosa che non sia un'inquadratura da cartolina?

Se c'era una possibilità Claudio Nobbio è riuscita a coglierla con Sopra l'acqua e sugli alberi, ultima in ordine di apparizione delle Non guide pubblicate dall'editore fiorentino Mauro Pagliai. E davvero, non si tratta di una guida, nemmeno di una guida insolita, a dispetto del sottotitolo di questo prezioso ed elegante libriccino.

Piuttosto una collezione di emozioni e camminate errabonde. E squarci di silenzio, sguardi curiosi. La meraviglia in una calle dove risuonano solo i propri passi. La quieta laguna della memoria dalla quale affiorano altri passi che si sono consumati a Venezia. E nomi, nomi che risuonano dentro: Anton Cechov, Igor Strawinski, Thomas Mann, soprattutto Thomas Mann, che splendidamente ci introdusse al legame indissolubile tra la città sull'acqua e la morte.

Quante cose che è Venezia, nelle pagine di Bobbio.

O Dio - scriveva Ezra Pound, che a Venezia è sepolto - quale grande bontà abbiamo compiuta e scordata da donare a noi questa meraviglia, o Dio delle acque, o Dio della notte quale grande dolore ci attende da compensarci così innanzi tempo?

E Venezia che è un piatto di baccalà mantecato, che è una distesa di scaglie d'argento disegnate da un Pierrot lunare, che è un museo sull'acqua, o forse no, perchè è la città che muore e che rinasce, la città che per questo forse è solo un sogno...

martedì 8 febbraio 2011

Il paese che vorrebbe liquidare Tolstoi e Cechov

E dunque, dalla Russia di Putin arrivano notizie così.

Pare che anche da quelle parti si stia preparando una bella riforma della scuola. Il governo avrebbe già idee piuttosto chiare.

Delle svariate materie che un tempo erano croce e delizia degli studenti di Mosca o Vladivostock non ce n'è più nemmeno una obbligatoria. Solo a tre - nuove e, diciamocelo, francamente curiose - non si potrà assolutamente rinunciare: l'educazione fisica, la "sicurezza nella vita pratica" e la "Russia nel mondo".

Non chiedetemi dettagli - ho appreso tutto questo da un illuminante articolo di Nicola Lombardozzi sul Venerdì. Ma la cosa che più salta agli occhi è che la letteratura diventa in toto materia opzionale. Capite? Il paese di Tolstoi, Cechov, Gogol....

Pare insomma che su quei banchi di scuola sarà più facile apprendere nozioni sulla cura del corpo, sulle norme antiterrorismo o sulle operazioni di Borsa che annusare qualcosa di Guerra e Pace o dei Fratelli Karamazov.

E sapete? Non è sempre vero che l'erba del vicino è sempre più verde. Questa volta l'italica scuola, per quanto maltrattata, riesce a farci un figurone.

Questo mi sono detto. Prima di pensare che uno come Putin non manca di amici anche in Italia....

venerdì 27 agosto 2010

Le ultime parole famose degli scrittori famosi

In Italia ancora non è stato tradotto, però mi sa che lo sarà presto e che magari finirà anche per riscuotere una certa attenzione. Opera di Terry Breverton, si chiama Last Words e raccoglie le parole pronunciate in punto di morte da centinaia di personaggi famosi, in gran parte scrittori e artisti. Insomma si tratta davvero delle ultime parole famose, quelle con cui si esce di scena.

Spizzicando in qua e là, dall'ultimo Venerdì:

Anton Cechov: E' passato tanto tempo da quando ho bevuto l'ultima volta champagne

Robert Louis Stevenson: Che cosa vi succede? Vi sembro strano?

James Joyce (più o meno sulla falsariga di Stevenson): Qualcuno capisce quanto  mi accade?

Salvador Dalì: Non credo alla mia morte

Che poi quasi sicuramente è la migliore. Sta tutta nel personaggio, l'assenza di domanda.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...