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lunedì 14 gennaio 2019

Il consiglio di Saroyan allo scrittore: respira profondamente

L'inizio è sempre difficile, non è facile scegliere tra le tante la parola giusta, destinata a durare; dentro di sé non ci si esprime con un'unica parola.

William Saroyan, il figlio di poveri immigrati armeni in America che riuscì ad arrivare al Pulitzer (tranne poi rifiutarlo), di parole dentro ne possedeva  un'infinità, in grado di esprimere e declinare in un romanzo ogni singola parola. 

A distanza di tanti anni per molti la sua Commedia umana è ancora un libro di culto, tra gli irrinunciabili della letteratura americana del Novecento, allo stesso modo del Giovane Holden di Salinger. E anch'io, che la Commedia l'ho letta una prima volta che non ero molto più grande del protagonista, Ulysses, ancora mi sembra di vedere davanti a me quel ragazzino che corre in bicicletta per le stradd di Ithaca.

Non avevo ancora letto i racconti riuniti in Ragazzo coraggioso e riediti di recente da Marcos y Marcos. Meno male, dico ora, perché il piacere ce l'ho avuto ora, non è solo un ricordo del passato. 

Ti immergi nelle pagine di Saroyan e senti di immergerti nella vita, con i suoi alti e i suoi bassi, le sue gioie e i suoi dolori. Semplicemente la vita, che pulsa a ogni istante.

E vale davvero ciò che lui stesso spiega all'inizio di questa raccolta, prefazione che vale una scuola di scrittura:

Il suggerimento più importante per uno scrittore, tuttavia, è questo: impara a respirare profondamente, a gustare davvero il cibo quando mangi, e quando dormi, dormi davvero. Cerca di vivere più che puoi, con tutte le tue forze, e quando ridi, ridi con tutto il cuore, e quando ti arrabbi, arrabbiati fino in fondo. Cerca di vivere. Ben presto morirai. 

Ci proverò anch'io, a respirare profondamente. 

 


lunedì 22 ottobre 2018

Pane, miele e un abbraccio prima dell'alba

Ci sono notti che non dovrebbero trascorrere mai, perché solo nel buio c'è salvezza. Notti che consentono una possibilità di tregua, benché fragile e destinata a interrompersi con la prima luce. Sono segnate dall'attesa di quello che accadrà eppure, per qualche ora almeno, immobilizzano il destino in un limbo dove tutto sembra più vero.

E' una notte così, vigilia di due diverse condanne, che ci racconta Albrecht Goes in un libro che ho scoperto solo ora,  grazie al consiglio di un amico.Viva il catalogo delle buone case editrici, insomma, viva il passaparola che ci fa  resistere ai venti incostanti della novità.

Notte inquieta (Marcos y Marcos)  ci riporta all'ottobre 1942, dopo l'invasione tedesca dell'Unione Sovietica. Il contesto è questo, ma la guerra è sullo sfondo. Il nemico è solo un pensiero, gli eventi si consumano lontano dal fronte. 

C'è un giovane soldato, reo di diserzione, che all'alba sarà giustiziato. C'è un ufficiale che dovrà pagare la sua colpa con una missione suicidia a Stalingrado: questa notte abbraccerà per l'ultima volta la sua amata. E c'è un cappellano militare, cui i regolamenti consentono di portare conforto in questa notte. 

Il libro è tutto qui, in questi personaggi e in queste ore, quasi un'opera teatrale. Con una forza che sta nei fatti, forse nella stessa esperienza dell'autore, che davvero è stato pastore protestante e cappellano militare in guerra. Con una lingua che non ha bisogno di artitici ed effetti speciali, con la stessa densa semplicità delle pagine di un Heinrich Böll. 

Tempesta, immensa tempesta della notte, col tuo fragore furioso, scuoti pure le persiane, infuria contro di me, ma lascia che dormano ora coloro che vanno a morire!

Fuori infuria la bufera, fuori c'è la criminale follia degli uomini. Ma c'è ancora tempo per essere umani. Sia pure per concedersi a un abbraccio nel sonno, per spartire pane e miele, parole vere, addirittura un sorso di caffé vero.

lunedì 19 ottobre 2015

Attraverso l'America, un padre e un figlio senza paura

Per certi viaggi non si parte mai quando si parte. Si parte prima. A volte molto prima.

E per ritrovare la vera partenza del viaggio che Fulvio Ervas racconta in Se ti abbraccio non aver paura (Marcos y Marcos) bisogna davvero tornare molto indietro. A parecchi anni prima, quando un medico, con una manciata di parole, ha scaraventato una diagnosi come una condanna: "Suo figlio probabilmente è autistico". In mezzo, il poco tempo per dissolvere la speranza elargita con quel probabilmente e il molto tempo impiegato - a volte dissipato - per tentare ogni cura.

Finché arriva il giorno in cui c'è solo la strada davanti o piuttosto un aereo che decollerà anche per noi. Finché non c'è altro che un viaggio: non come una terapia o forse sì, anche come una terapia. Ma soprattutto un viaggio per sancire una volta per tutte il patto tra un padre e suo figlio. Per sottrarsi a quella condanna - o presunta tale - e sfidare le angustie di ciò che si ritiene bon senso e normalità.

I medici hanno scosso la testa: Andrea ha bisogno del suo ambiente, della sua casa, degli spazi e dei tempi di vita che conosce e a cui è abituato. E invece eccolo in questa straordinaria avventura on the road, in moto col padre da una costa all'altra degli States. E poi anche oltre, per non farsi mancare niente, il Messico, il Costa Rica, Panama... l'uno e l'altro Oceano come se non ci fosse nient'altro a poter contenere una vita che era facile catalogare come irrimediabilmente prigioniera.

Storia che, nel racconto di Ervas, forse in qualche pagina sa troppo di diario di viaggio scritto per interposta persona. Ma comunque storia vera e ancora più vera, perché non solo è ciò che successo, ma mette a nudo ciò che quasi sempre si nasconde come polvere sotto il tappeto.

Storia vera, storia che commuove anche i meno disposti al sentimentalismo. Perché sfido chiunque a lasciarsi alle spalle un ragazzo come Andrea, capace di sorprendere cameriere, sciamani e poliziotti con abbracci come agguati.

Lui e la sua maglietta con su scritto: se ti abbraccio non avere paura. Come a dire che a essere prigionieri siamo in realtà proprio noi. 

mercoledì 4 giugno 2014

Sorpresa, viaggio nelle librerie che funzionano

Vorremmo dire che sono sempre le persone a fare la differenza, che una vera libreria non è mai frutto del caso, che occorrono doti da alchimisti per fare della libreria un faro, un luogo di meraviglia, non un semplice negozio di libri.

Dedicato a chi è convinto che oggi delle librerie si possa fare a meno, tanto c'è Amazon, tanto ci sono le altre librerie on line, e poi a cosa mai serviranno nell'epoca degli ebook? E' così facile andare in rete e scaricare la prima cosa che ci passa per la testa...

Dedicato anche a chi non ci crede più, a chi pensa che sul ponte ormai sventola bandiera bianca, che è solo questione di tempo, che è finita l'epoca degli editori, tanto i libri si autopubblicano o si pubblicano a pagamento, che è finita anche l'epoca delle librerie, al massimo ne rimarrà qualcuna di catena, più brava a vendere delikatessen che titoli....

Dedicato e consigliato, perché è una ventata di ottimismo La voce dei libri. Undici strade per fare libreria oggi, a cura di Matteo Eremo, uscito per Marcos y Marcos.

Mica l'ottimismo della volontà, quello buono per i Donchisciotte lancia in resta contro i mulini a vento. Certo ci vogliono dosi enormi di ostinazione e di spirito di sacrificio, una bella miscela di entusiasmo e crudo realismo, passione ma anche molte competenze. Libri sugli scaffali, ma anche libri contabili. Buone letture, ma anche programmi informatici.

Però ecco qui, storie ed esperienze di undici librerie indipendenti che funzionano, dal Canton Ticino alla Sicilia. Undici librerie che hanno consentito una possibilità di lavoro, che hanno contaminato la proposta di libri con le birre artigianali o con i tessuti orientali, che soprattutto sono diventate centri di cultura, presenze vive nelle scuole e nei quartieri, cuore pulsante di un paese che sarà al naufragio, ma che è anche diverso da quello con cui ci troviamo sempre a fare i conti.

Leggo nell'introduzione del libro che questo è solo l'inizio. Che altre dieci, venti, trenta librerie saranno presto raccontate. E vien voglia, vien voglia di provarci, come no.

lunedì 21 gennaio 2013

Se la prevalenza del cretino diventa grande narrativa

Ne avevano parlato Fruttero e Lucentini nel loro La prevalenza del cretino e il tema non era stato estraneo anche a un altro raffinato intellettuale come Carlo Cipolla, col suo Le leggi fondamentali della stupidità umana, però forse su questo terreno mancava ancora la grande prova di narrativa e ora sembra che sia arrivata. Sembra perché ancora non ho avuto modo di leggere Mille cretini di Quim Monzò, uscito in questi giorni per Marcos y Marcos.

Non lo perderò - anche perché mi affascina la figura retorica del cretino - ma intanto mi sono goduto quello che del libro (e della cretineria diffusa e dilagante) ha scritto su Repubblica Gabriele Romagnoli, sotto il titolo La fiera della stupidità (titolo che mi viene da confondere con La fiera della vanità: spesso trattasi della stessa cosa).

Afferma Romagnoli:

Nel catalogo di Monzò cretineria é: barattare l'amore con la pietà (tanto la passione brucia), avere nostalgia di un immaginifico ieri (quando non c'era la televisione, quando c'era la televisione e non il computer), non fermare una spirale quando inizia il suo corso (finché i maestri saranno irrisi da discepoli ignoranti). Così come lo è credere alla più trita delle proemsse elettorali, riempire un vuoto con una bolla di vanità, assuefarsi a tutto questo, dipingendosi sul volto il riso degli sciocchi che assistono al talk show più cretino del secolo.... 

E via di seguito per un elenco ovviamente opinabile, parziale, ampliabile pressoché all'infinito (regola quasi matematica), ma per cui vale senz'altro la conclusione di Romagnoli:

Da sempre uno degli scopi della letteratura è segnalare in modo scientifico il danno che si verifica nelle menti. Quim Monzò rileva con soavità, a tratti con qualche indebita tenerezza, che stiamo rincretinendo.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...