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domenica 16 agosto 2020

Francisco Coloane e la vita alla fine del mondo

Ho vissuto più di quanto abbia potuto scrivere e ricordare.

Comincia così, con parole che sono una prova di umiltà, il libro di memorie del grande Francisco Coloane, scrittore per nostalgia, cantore di terre e mari australi che davvero costituiscono un altrove, il suo altrove.

Una vita alla fine del mondo (Guanda) non è la solita autobiografia che ci lascia un autore affermato. Le parti che contano meno sono quelle che raccontano gli esordi letterari, i lavori e le conoscenze a Buenos Aires, i primi riconoscimenti. Qui c'è soprattutto la storia di un uomo che nel mondo alla fine del mondo, giù, in fondo alle Americhe, ha trovato se stesso. 

I sogni di un ragazzo che per cercare se stesso scelse l'estremo sud, anzichè il nord che pare essere la meta di ogni migrante. Le tempeste di una natura che giganteggia e da cui non puoi mai prescindere. I silenzi e le storie rac
contate sulla tolda di una nave o al fuoco di un caminetto. Le tragedie consumate anche in queste terre rarefatte, dove pare ci possa essere posto per tutti. E il continuo ritorno, per quante volte la vita abbia provato a portarlo lontano.

E' in questa terra sempre spazzata dal vento che si può comprendere quanto possono essere profonde e tenaci le radici dell'uomo. E quanto possa essere irresistibile - e misteriosa - una vocazione che si fa scrittura.

sabato 6 giugno 2020

I mirtilli di Thoreau per capire il mio mondo

Perché la Natura fa ogni giorno del suo meglio per farci stare bene. Esiste per questo. Non cercate di resisterle. 

Forse il succo - intendo di questo straordinario libretto, non dei mirtilli del titolo - è tutto qui: e si capisce subito che è un succo salutare, che è bene tenere sempre a portata di mano. Provare per credere. E se non sapete quanto sia bello andare a raccogliere i frutti di boschi, intanto sperimentate queste pagine. 

Da anni torno a Henry David Thoreau, in lui cerco consiglio e ispirazione, comunque un occhio diverso e migliore per considerare la mia vita di città, la velocità e gli ingorghi dei miei giorni, gli eccessi e le presunzioni della società cui appartengo. Tante volte ho provato a immaginarmi suo compagno di cammino, nell'immensità di un bosco o sulle sponde di un lago. Però un'opera come questa - Mirtilli o l'importanza delle piccole cose (Lindau editore) - non l'avevo ancora scovata. Ancora più sorprendente, perché da essa non è che mi aspettassi molto. 

Invece in questa ottantina di pagine o poco più Thoreau è riuscito a spiazzarmi, non con le sue idee, ma con il suo modo di consegnarmele. Partendo da ciò che è piccolo - apparentemente trascurabile - per poi spalancarmi una straordinaria visione del mondo che è anche il mio - diciamo discretamente peggiorato in diverse delle tendenze che Thoreau già individua e denuncia. 

All'inizio anche questo libretto sembra trascurabile: una dissertazione sui mirtilli che negli Stati Uniti crescono ovunque, con tanto di osservazioni sulle varie specie. Come parlare di funghi a una società micologica. Ma poi lo scenario muta nel giro di poco, Thoreau è l'atleta che all'inizio risparmia le forze per allungare alla prima distrazione altrui. 

Ecco, comincia: e già acquista un altro passo quando parla dell'amore per i mirtilli dei popoli indiani, di come li usano per alimentarsi, di come sono entrati nel loro immaginario - pare che alcuni di loro pensino a un paradiso pieno di questi frutti - e anche di come spesso siano stati sorpresi e massacrati dai civilizzatori  proprio mentre li raccoglievano. 

E già qui, ce ne sarebbero di considerazioni da fare. Ma poi non si ferma più, Thoreau. E pizzicando in qua e là, ecco i ragionamenti sui nomi che si danno alle specie in natura; sugli interessi economici cui vorremmo assoggettare ciò che la natura ci offre spontaneamente - che cosa accadrà del vero valore della vita rurale quando sarete costretti ad andare a comprare al mercato?; sul dilagare della proprietà privata che si prende i boschi che dovrebbero essere di tutti; sulla gioia e la libertà dell'andare a mirtilli che stiamo per perdere, perdendo il controllo del nostro tempo; sull'importanza di garantire nelle nostre città spazi naturali aperti a un uso pubblico, soprattutto se dentro di esse c'è una collina oppure un fiume - perché un fiume non serve soltanto per galleggiarci sopra; sull'importanza di incoraggiare una diversa divisione del lavoro, non tra uomo e uomo, ma nel tempo di ognuno di noi, da dividere tra la biblioteca e il campo di mirtilli; e ancora, sulla necessità di vivere le stagioni, anzi, di assecondarle.  

Lasciatevi portare dal vento - dice il grande di Concord - rinverdite a primavera, fatevi gialli e maturi in autunno. Dissetatevi dell'influsso di ogni stagione.....

E io sottolineo, annoto, non ho voglia di mettere via questo libro. Lo tengo a vista, sicuro che ogni tanto potrò raccogliervi qualcosa, come spero di poter fare in un campo di mirtilli. Piccole cose che fanno la differenza. 

venerdì 10 aprile 2020

L'austro-ungarico a zonzo nell'America di Lolita

Prendete un autore come Gregor Von Rezzori, nato nella Bucovina quando faceva ancora parte dell'impero austro-ungarico, uno che sembra incardinato in un'epoca al tramonto, dove i confini e i regni si disfano, le certezze si sbriciolano, il tempo pare declinato solo al passato. Prendetelo e speditelo nell'America del sogno - il sogno americano, ovvio - non nel primo ma nel secondo dopoguerra, quando l'impero austro-ungarico è un ricordo sbiadito e il presente è l'impero stelle e strisce. 

Non  più passeggiate in carrozza per Vienna, concerti di musica classica nei gazebo, balli in società, ora si fa avanti il mondo rappresentato nei libri di Dos Passos e Steinbeck o nei quadri di Hopper: diners, motel, distributori di benzina, coca cola e hamburger. 

Ecco, questa è l'esperienza di Gregor Von Rezzori, che a un certo punto della vita si trova a collaborare alla traduzione di Lolita di Vladimir Nabokov: un uomo, quest'ultimo, che ha lasciato San Pietroburgo e la sua lingua per l'America. 

Da quando ero diventato consapevole dell'esistenza dell'America - scriverà Von Rezzori, col suo cognome che di per sè rimanda a un'altra geografia  - ero stato invaso dal  desiderio di andarci e vagare per i suoi spazi sconfinati, che nella mia immaginazione erano popolati da bufali e grattacieli, pellerossa su mustang, gangster con le loro pupe, sassofonisti neri che suonavano musica nera, e Buster Keaton.

Mai avrebbe immaginato di fare questo viaggio sulle tracce di Humbert Humbert, l'annoiato professore scandalosamente sedotto. Mai  di arrivarci in un tempo in cui - come dirà - ciò che rimanevca dell'Europa non era più europeo. Per lo più si era trasformato in un'America di seconda mano

Ciò ne seguirà - tra scoperte, rivelazioni e delusioni - è raccontato in questo delizioso libretto, Uno straniero nella terra di Lolita (Guanda editore, con prefazione di Zadie Smith). 

Disneyland, Las Vegas, qualche indizio di beat generation - l'anno in cui il professore e Lolita si aggirano per l'America è lo stesso dei vagabondaggi dei protagonisti di On the road - un'irresistibile seduzione per un paese che è un continente e  si sta avviando a diventare mondo. Malgrado tutto, verrebbe da aggiungere.

La mia Lolita, in realtà, era l'America. Incredibile, lo scrittore austro-ungarico: l'America come una farfalla dei sogni che finalmente riesce a catturare. Allo stesso modo di Nabokov, grande entomologo, con le farfalle vere. 



venerdì 11 ottobre 2019

Con quella voglia di toccare di nuovo l'America

Così scoprii che non conoscevo il mio paese. Io, scrittore americano, che scrive sull'America, lavoravo a memoria, e la memoria è, al meglio, una cisterna fallosa e contorta. 

Ecco, questo non te lo aspetti dallo scrittore che ha raggiunto il successo proprio grazie alle sue storie americane, di più, grazie alla capacità riconosciuta di raccontare l'America vera. Proprio lui, John Steinbeck, l'autore di Furore, l'uomo capace di dare voce e dignità ai contadini messicani della California. 

Lui che ha vinto il Nobel per la letteratura poi ha riacciuffato il sogno che accarezzava sin da bambino, col primo libro che lo aveva conquistato: è andato in Europa, ha regalato la sua penna alle vicende di Re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda. Ma ora, dove è finita l'America?

L'America non è New York, come la Francia non è Parigi. Più facile che si possa trovare nelle parole che si ascoltano al banco di un bar o negli odori sul ciglio della strada. Da venticinque anni non toccavo il paese. Così dice e venticinque anni sono tanti, sono ancora di più se si misurano col calendario della nostalgia. Quando era più giovane, quando il lusso era viggiare su un furgone scassato e fermarsi dove si fermava la gente. 

Ecco, di tutto questo ha bisogno John Steinbeck, premio Nobel. Rimettersi per strada e toccare il suo paese. Così attrezza un  furgoncino che pare restituirgli l'ebbrezza della gioventù - ma che ribattezza Ronzinante. Per compagno sceglie Charley, un barboncino che saprà contendergli il ruolo di protagonista. Poi una bella mattina si lascia dietro la casa, la moglie e un bel po' di altre certezze.

Viaggi con Charley alla ricerca dell'America (Bompiani edizioni) racconterà tutto ciò che è successo nelle settimane successive, con un'intensità che rammento in pochi altri libri americani, senz'altro Strade blu di William Least-Heat Moon, senz'altro Mille miglia in cammino fino al Golfo del Messico di John Muir, molto altro non mi viene in mente.

Dentro c'è l'America profonda, c'è l'America che non è New York, l'America anni Sessanta che fa parte del mio, del vostro immaginario. Ma c'è soprattutto l'esperienza del viaggio, la considerazione di ciò che il viaggio può produrre a chi viaggia. 

Fin dalle prime pagine: 

Un viaggio è come un matrimonio. La maniera sicura per sbagliare è credere di tenerlo sotto controllo. 

E perché mai, se così si è più giovani davvero.











 

lunedì 15 luglio 2019

Viaggio sentimentale nelle strade perdute del mondo

Proviamo a mettere la geografia al servizio della storia, e non viceversa; e magari riusciremo a ritrovare qualcosa di noi che forse era perduto.

Ecco, a questo ci esorta Alessandro Vanoli, all'inizio del suo nuovo, ottimo libro, Strade perdute, uscito in queste settimane per Feltrinelli. Come se fosse il consiglio di un amico o meglio ancora di un compagno di viaggio, che sa bene che ciò che del viaggio conta non sono i chilometri macinati ma le storie raccolte e poi condivise.

Poi è lui stesso che si mette in viaggio, insieme nel tempo e nello spazio, e quasi non gli si sta dietro, è un viaggio da vertigine, un viaggio che parte prima ancora che cominci la nostra storia, nelle grotte dell'uomo di Neanderthal, per arrivare all'altro ieri, in quella Route 66 che, prima di cedere il posto alle grandi autostrade, è stato il simbolo delll'America sulle quattro ruote e insieme del viaggio verso Ovest, del commesso viaggiatore come del poeta beat. 

Viaggio sentimentale sulle vie che hanno fatto la storia, è questo il sottotitolo del libro, che oltre a evocare il capolavoro della letteratura di viaggio di Laurence Sterne ci restituisce la consapevolezza del viaggio quale esperienza che coinvolge la testa e il cuore. 

Pagine dove c'è lo storico, che sa bene che la storia discende anche da scelte e che non è mai male cambiare il punto di vista, passando per esempio dalle città alle strade che le città uniscono, dai confini di stato alle frontiere mobili che i mercanti e i pellegrini hanno sempre attraversato.

Pagine dove c'è il narratore che sollecita l'intelligenza e riscalda il cuore del lettore, si parli della discesa del Nilo - magari riandando persino al terrore adolescenziale per La Mummia di Boris Karloff - come degli antichi romani che si sono spinti fino in India, oppure sulle ferrove quali la Transiberiana che nell'Ottocento hanno reso meno lontani tanti luoghi del pianeta. 

Non siamo esseri in movimento? 

Così si domanda a un certo punto Alessandro e ovviamente la risposta, dovuta e doverosa, si vorrebbe scontata - sì, da sempre siamo esseri in movimento - benché oggi muri e amnesie la rimettano in discussione. Meno male che ci sono libri come questo, che sono già zaino leggero per una nuova partenza.

 

lunedì 14 gennaio 2019

Il consiglio di Saroyan allo scrittore: respira profondamente

L'inizio è sempre difficile, non è facile scegliere tra le tante la parola giusta, destinata a durare; dentro di sé non ci si esprime con un'unica parola.

William Saroyan, il figlio di poveri immigrati armeni in America che riuscì ad arrivare al Pulitzer (tranne poi rifiutarlo), di parole dentro ne possedeva  un'infinità, in grado di esprimere e declinare in un romanzo ogni singola parola. 

A distanza di tanti anni per molti la sua Commedia umana è ancora un libro di culto, tra gli irrinunciabili della letteratura americana del Novecento, allo stesso modo del Giovane Holden di Salinger. E anch'io, che la Commedia l'ho letta una prima volta che non ero molto più grande del protagonista, Ulysses, ancora mi sembra di vedere davanti a me quel ragazzino che corre in bicicletta per le stradd di Ithaca.

Non avevo ancora letto i racconti riuniti in Ragazzo coraggioso e riediti di recente da Marcos y Marcos. Meno male, dico ora, perché il piacere ce l'ho avuto ora, non è solo un ricordo del passato. 

Ti immergi nelle pagine di Saroyan e senti di immergerti nella vita, con i suoi alti e i suoi bassi, le sue gioie e i suoi dolori. Semplicemente la vita, che pulsa a ogni istante.

E vale davvero ciò che lui stesso spiega all'inizio di questa raccolta, prefazione che vale una scuola di scrittura:

Il suggerimento più importante per uno scrittore, tuttavia, è questo: impara a respirare profondamente, a gustare davvero il cibo quando mangi, e quando dormi, dormi davvero. Cerca di vivere più che puoi, con tutte le tue forze, e quando ridi, ridi con tutto il cuore, e quando ti arrabbi, arrabbiati fino in fondo. Cerca di vivere. Ben presto morirai. 

Ci proverò anch'io, a respirare profondamente. 

 


lunedì 17 dicembre 2018

Sorpresa, la felicità è un viaggio in corriera

Insomma, io prendo gli autobus come se andassi al cinema. Compro il biglietto, mi metto comodo e mi gusto il film.

Come saggiamente dice Claudio Visentin nella sua prefazione, nessuno più di Paolo Merlini aveva  credenziali migliori per un libro quale La felicità viaggia in corriera, ultimo gioiellino di Ediciclo. Nessuno, perché trovatela voi un'altra persona innamorata così dei viaggi sui pullman a lunga percorrenza e capace di spremere da essi gioia fino all'ultima goccia. 

Paolo è uno così, una persona che ama studiare orari, incastrare coincidenze, osservare il via vai delle autostazioni, scegliere destinazioni e ancor più spesso farsi scegliere. Mi piacerebbe sapere quanti chilometri ha macinato in questo modo e se in casa custodisce una carta dell'Italia e dell'Europa aggiornata con le puntine da disegno dei vari colori.

Pensare che la corriera fino a non troppo tempo fa sembrava il mezzo dei pendolari e degli sfigati, di coloro insomma che non potevano permettersi altro. Al massimo c'erano i ricordi di qualche gita scolastica o della parrocchia. E poc'altro, se non una certa mitologia che però, per permettersi di essere tale, riguardava un altro continente: l'America solcata dai Greyhound, i pullman del levriero. Roba da Jack Kerouac e compagni.

A Jack, a dire il vero, si rivolge anche Paolo, proprio all'inizio del suo libro. Ma lui non è in Oklahoma, è sulla linea per Cosenza. E il dialogo affiora dal dormiveglia: 

Vedi Jack, io quando viaggio di notte sugli autobus di linea sogno molto perché mi sento libero come un pensiero fugace, come  la fantasia di un adolescente, come un dejà vu.

Questi viaggi appartengono al presente, sono possibilità che ognuno di noi può cogliere, basta consultare un orario, basta affidarsi a quella lentezza che al viaggiatore è essenziale.

E così ecco un altro modo di viaggiare, ecco un'altra Italia, di posti che nemmeno sapremmo collocare su una mappa. Ecco un'altra geografia e con essa anche una possibilità di poesia: nelle infinite strade solcate, anche di notte, dal popolo delle corriere. Chi per necessità, chi per quella strana felicità che, grazie a questo libro, mi sforzerò anch'io di ricercare un po' di più.


sabato 30 giugno 2018

Il mio Jack: c'è ancora strada?

Eppure funziona sempre così con Jack. Non lo trovi mai dove lo cerchi. Non ti risponde mai come ti aspetteresti. 

Forse è anche per questo che uno scrittore così intrinsecamente americano, inimmaginabile in un altro paese, ha saputo conquistare generazioni di giovani europei -  soprattutto italiani, francesi e tedeschi – con una presa ininterrotta anche quando negli Stati Uniti la sua parabola era in declino. 


Forse anche per questo ha saputo parlare alla generazione che nella politica ha coltivato le sue speranze di cambiamento, malgrado le sue stesse convinzioni. Parlando anche alla generazione successiva, quella che sulle macerie di quelle speranze se n’è andata per il mondo, poco importa se in Tibet, in Patagonia o in Nicaragua. 


 E oggi? Ora che è considerato uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, i ragazzi di vent’anni possono ancora riconoscersi in Jack Kerouac? 


Che poi è una domanda assai meno scomoda rispetto all’altra: ovvero quanto possa riconoscermi ancora io, alla mia età. 


(da Jack Kerouac. The man on the road, Edizioni Clichy)

venerdì 16 febbraio 2018

Nelle mappe la storia e il sogno del mondo

L'impulso a disegnare mappe e carte geografiche è un istinto umano fondamentale e immortale. Dove saremmo senza?

Ecco questa è una buona domanda, anche se non è facile darle risposta. Ma le buone domande, si sa, sono quelle che in genere mettono in movimento il cuore e la testa, senza in realtà assicurarti un punto di arrivo. Vale anche per questo straordinario libro, in cui è meraviglioso immergersi, con la sensazione di abbracciare l'intera storia del mondo attraverso la visione che del mondo l'uomo ha avuto.

Da Tolomeo a Google Earth, dalla carta tedesca che per prima volta chiamò America il Nuovo Mondo alla proiezione di Peters che negli anni Settanta del secolo scorso provò a ripristinare un giusto rapporto tra i continenti, quando si cercò di scrollarsi dalla visione eurocentrica e di tutto ciò che essa aveva comportato. La mappamundi di Hereford, le opere di arte di Mercatore e Joan Blau, e molto molto altro.

Tutto questo potrete trovare ne La storia del mondo in dodici mappe di Jerry Brotton (Feltrinelli), libro bello anche da vedere e da sfogliare, ma soprattutto libro appassionante come un romanzo della conoscenza, capace tra l'altro di rimettere in discussione quel poco di certo che ci portiamo dietro. Figurarsi, anche il nord non è sempre stato dove siamo convinti sia sempre stato e non esiste in effetti nessuna ragione puramente geografica per orientare le mappe come facciamo.

A non venire mai meno è proprio quell'istinto fondamentale, quel bisogno essenziale cui le mappe provano a rispondere: imporre un ordine e una struttura allo spazio smisurato, apparentemente illimitato, del mondo conosciuto.

Così essenziale questo bisogno che un tempo a chi realizzava le mappe o a chi semplicemente le possedeva era conferito una sorta di potere arcano, magico. E che di fronte a esse, ancora oggi, si compie il miracolo di tornare bambini, pronti alla meraviglia, pronti a saltare sul tappeto volante destinazione altrove.

Ps: neanche a dire,  per me è stato un libro necessario e insostituibile per scrivere le pagine de Il sogno delle mappe,  il mio titolo nella Piccola filosofia di viaggio di Ediciclo.

martedì 8 agosto 2017

L'America di Bull Mountain, così nera, così tentatrice

L'estate ha anche questo di bello, che vi sentite più liberi nelle letture e più disposti a inseguire l'istinto o l'intuito piuttosto che le recensioni. In queste giornate indolenti e calde si dissodano meglio i terreni dell'immaginario. Per me vien più facile anche cedere alla nostalgia non dico di libri, ma di atmosfere di quando ero ragazzo:  quei pomeriggi di agosto su una sedia a sdraio, un romanzo cappa e spada o un giallo davanti agli occhi, la caraffa di tè freddo a portata di mano.

Ecco l'estate è il tempo in cui è bello abbandonarsi ai libri di genere: e figurarsi quando il libro di genere non solo funziona e fa di tutto per non mollarti più, ma dimostra di essere molto di più di un libro di genere.

Ecco, è questo che è mi è successo con Bull Mountain di Brian Panowich, vincitore di premi nella categoria dei thriller. Beh, lo so bene che c'è thriller e thriller e che è ampio il numero di titoli da classificare semplicemente come ottima letteratura. In questo caso valga come indizio chi lo pubblica in Italia - NNE, la stessa di Kent Haruf e Tom Drury, piccola grande casa editrice che difficilmente sbaglia un colpo. E occhio anche alla biografia dell'autore, che per quanto possa significare non manca di suggestioni. Brian Panowich: musicista e pompiere stelle strisce dai molti talenti, uno di quei tipi che vi aspettate vada in giro con la camicia a quadri e il cappello da cow boy.

Come lui anche Bull Mountain è un libro che richiama l'America profonda, quella di Fargo ma anche di  molte pagine di Cormac McCarthy. Qui ci sono meno nevicate e più piantagioni di marijuana, meno orsi e più passioni nere. E' la saga di una famiglia attraverso tre generazioni, all'ombra di una montagna che sembra una Tortuga americana, territorio senza ordine nè legge, repubblica indipente del crimine. Ma è anche un romanzo sulle ragioni e i torti del sangue, sulla voglia di riscattare il passato e sul passato che ostinatamente ritorna, su un presente che non è mai davvero ciò che che si presume sia.

Armi, droga, tradimenti, come in tanti altri libri. Però Bull Mountain non è come tanti altri libri. Da leggere, in questa estate rovente.  Per tuffarsi nell'America che anche quando è così nera non smette di tentarci.
 


lunedì 23 gennaio 2017

America 1927: l'estate in cui accade tutto

Qualsiasi altra cosa se ne possa dire, fu veramente una grande estate.

Così ci assicura Bill Bryson e per l'ultimo suo libro il titolo dell'edizione italiana (Guanda) va persino oltre: L'estate in cui accadde tutto. Ovvero promette assai di più di quanto faccia il titolo originario - semplicemente One summer. America 1927 - e anzi promette decisamente troppo: però che estate incredibile, entusiasmante e sconvolgente...

Bryson ce la racconta come sa far lui: con competenza e leggerezza, sbrogliando la matassa degli eventi e allo stesso tempo portandoci molto lontano.

E dunque, l'estate del 1927. Che, per quanto se ne sa, non ci suona come un anno particolarmente memorabile, figurarsi se poi ci si limita solo ai mesi dell'estate. Volete mettere con il 1914, o il 1945, o il 1968?

Eppure, eppure.... in quei mesi un manipolo di piloti spericolati e incoscienti si disputano il primato del primo volo transoceanico tra l'America e l'Europa. Fino a che l'incredibile impresa di Charles Lindbergh non regala un momento di gioia al mondo intero, rendendo peraltro evidente allo stesso mondo che ormai il futuro appartiene all'America, non più alla vecchia Europa.

Hollywood mette in circolazione i primi film sonori. I giornali si gettano sulla cronaca nera e raggiungono tirature da vertigine con delitti efferati che ci sono sempre stati ma che ora sono sotto i riflettori. Lo sport diventa fenomeno di massa, fatto culturale, dimensione per i nuovi miti e i nuovi eroi, si tratti di Babe Ruth nel baseball oppure di Jack Dempsey, il massacratore della boxe.

E ancora, la scellerata epoca del proibizionismo segna il punto più basso, seminando morti a valanga per alcol e per piombo. Immenso regalo fatto alla mafia, però intanto, tra i magistrati, qualcuno comincia a pensare che proprio negli affari si nasconda il suo tallone d'Achille: Al Capone presto finirà dentro, ma non per la strage di San Valentino, piuttosto per evasione fiscale.

Nel carcere di Charlestown la sedia elettrica è pronta per Sacco e Vanzetti, due anarchici italiani condannati perché anarchici, prima che per le prove a loro carico, tanto si sa, ci sono sempre teoremi già dimostrati, colpevoli in quanto tali.

Le auto di Henry Ford si apprestano a conquistare i mercati e a imporre una nuova civiltà. Nelle università alcuni scienziati ragionano su principi e pratiche di eugenetica che strapperanno l'applauso ai nazisti. Intanto il presidente Calvin Coolidge, il più pigro dei presidenti americani, decide di non ricandidarsi. Il paese può guardare al futuro con ottimismo, assicurerà nel suo ultimo discorso, mentre già si prepara il Black Friday di Wall Street....

E ancora, ancora.... basta per dire che l'estate del 1927 è l'estate in cui successo tutto? Decidete voi, ma vi raccomando:  prima leggetelo, il buon vecchio Bill.


venerdì 2 dicembre 2016

Storia dell'ereditiera sparita dalle sue ville

Ma chi è la persona che possiede  Le Beau Chateau, che è la villa più costosa di tutto il Connecticut, insieme a quell'altra residenza a Santa Barbara, a picco sul Pacifico, più diversi appartamenti sulla Quinta Strada di New York, l'indirizzo più esclusivo nella città più cara d'America? Come mai in quelle case dove non mancano quadri di Renoir appesi al salotto, autentici Stradivari e inestimabili collezioni di bambole antiche pare che non ci sia traccia di vita? E chi può permettersi di possederle senza abitarle e tanto meno affittarle?

Sembrano interrogativi degni di un ispettore delle tasse o di un esperto di mercato immobiliare, invece alimentano uno dei libri più curiosi e intriganti che mi siano capitati negli ultimi tempi. Dimore vuote di Bill Dedman e Paul Clark Newell (Neri Pozza) sa essere insieme inchiesta, romanzo, spaccato sociale, storia di vita raccolta pezzo a pezzo, come le tessere di un mosaico.

E come tutte le vicende che meglio si prestano a essere raccontate tutto comincia per caso, se non addirittura per sbaglio. Ovvero quando uno degli autori - Bill Dedman - si mette a cercare casa e si lascia tentare da annunci di abitazioni che non si sarebbe mai potuto permettere (esercizio di ambizione tipicamente americano). E' questo il modo con cui arriva a Le Beau Chateau, rimane a bocca aperta e fiuta la storia: quella magnifica proprietà è disabitata da più di mezzo secolo.

Emerge un nome: Huguette Clark, ereditiera dalla leggendaria ricchezza. Ma emerge anche la storia di un'assenza. La storia di una donna che al mondo poteva permettersi tutto e che dal mondo invece si è chiamata fuori. Che poteva frequentare la società più esclusiva e invece ha deciso di sparire, fino a trascorrere l'ultimo ventennio della sua lunga vita - lei che è morta a quasi 105 anni - in ospedale. Per scelta, non per ragioni di salute.

Potrebbe essere l'americano più famoso di cui gli americani nostri contemporanei non hanno mai sentito parlare, dicono gli autori. E c'è davvero una storia da raccontare, poco importa che anche mettendo insieme titoli di proprietà e album fotografici sui misteri del cuore non si potrà mai davvero fare piena luce: sono le domande che contano, le domande e la sensazione di essere un po' più vicini alla risposta.



 

mercoledì 1 giugno 2016

L'America in Greyhound, come una colonna sonora rock

Ero a metà strada fra una costa e l'altra dell'America, al confine tra l'Est della mia gioventù e l'Ovest del mio futuro.

Così scriveva il grande Jack Kerouac in Sulla strada, uno dei libri che più hanno accompagnato i miei anni più giovani. E vale per la storia dell'America, per la gran parte dei libri degli scrittori di quel continente, per i viaggi di chi può e vuole: è la direzione giusta, da est a ovest, dall'Atlantico al Pacifico.

Questa è anche la direzione del viaggio che racconta Mauro Buffa in Usa coast to coast (Ediciclo). Con una particolarità che mi ha intrigato fin dalla bella copertina. Nel paese che è quasi un monumento all'auto privata - sostanza e immaginario dell'America della Ford e della Chevrolet - Buffa sceglie il Greyhound, la mitica compagnia dei pullman con lo stemma del levriero.

Che è un modo diverso di viaggiare di conoscere un paese. Linee, orari, fermate alle stazioni di servizio, attese, cambi. Ma anche una diversa umanità nelle lunghe ore a bordo.

Chi sceglie di spostarsi in pullman, afferma Bill Bryson, è chi non può permettersi l'aereo e nemmeno la macchina: e questo in America vuol dire aver toccato il fondo. Tra le categorie di persone che potremo incontrare su un Greyhound ci sono i pazzi furiosi, coloro che sono appena usciti di prigione, oppure le suore. Tanto per dire.

Usa coast to coast, in effetti, è anche un libro di incontri, lo è assai di più che un libro di luoghi. E' anzi questo il suo fascino: attraversi le piane del Mid West oppure i deserti che precedono la California e sei in compagnia di un'America sbilenca, marginale, meticcia, spesso generosa.

E' l'America di chi si mette in strada e va verso l'Ovest. L'America che ha poco a che vedere con Wall Street, con le università del New England e con le imprese della Silicon Valley. L'America da colonna sonora rock: e quanto rock che viene a galla in queste pagine. Libro da leggere, libro a suo modo da ascoltare.

lunedì 30 maggio 2016

L'America non esiste, io lo so perché ci sono stato

Saga famigliare, indagine storica, storia di emigrazione, romanzo di sentimenti e persone che si cercano e si perdono per tutto il tempo di una vita, senza mai trovarsi se non per alcuni sfolgoranti, impagabili momenti.....

Quante cose che sa essere insieme Vita di Melania Mazzucco, libro che ho comprato diverso tempo fa - avevo scoperto, piuttosto genericamente, che parlava degli italiani in America e questo mi aveva incuriosito - e lasciato in attesa di lettura per diverso tempo, certo intimorito anche dalla sua mole non indifferente. Quante cose - e io che non ero affatto preparato, nemmeno avevo capito che Vita non si riferisce al cammino di tutti noi su questa terra, ma è il nome della protagonista...

Storia di una famiglia tra il Sud di Italia e l'America, che si annuncia con la Statua della Libertà e poi diventa troppe cose: fatica, miseria, possibilità, lavoro da schiavi e avvenire che si può inventare, ghetti che alimentano violenza e tubercololosi e spazi sconfinati, verso l'ovest, verso l'oceano, verso un'altra vita.

Storia di due bambini, Vita e Diamante, insieme sulla nave che li porta a New York, uniti da una promessa che più e più volte dovrà infrangersi contro gli scogli appuntiti delle circostanze.

Storia di un popolo condannato all'emigrazione  e di tutto quello che c'è stato dopo - il lavoro per innalzare grattacieli, scavare miniere, stendere ferrovie dall'Atlantico al Pacifico, ma anche i morti ammazzati per strada, la mafia che si dice che non c'è, eppure c'è, come no, anche se si chiama Mano Nera, nome buono per i giornaletti d'avventura.

Storia di partenze e addii, di radici tagliate e di legami ritrovati, di ritorni, anche, magari come figli e nipoti che ritrovano l'Italia come soldati impegnati sulla Linea Gotica...

E dunque, che dirvi, se non che è un libro da leggere, da portare in fondo anche a dispetto di  pagine a volte prolisse e di una storia che a volta si perde - e non è che importi, perché in effetti è proprio bello perdersi.

Riflettendo magari sulla splendida frase in epigrafe di Alain Resnais, da Mon oncle d'Amèrique:

L'America non esiste. Io lo so perché ci sono stato.

Mi sa che vale per chiunque abbia abitato quel sogno.

sabato 23 aprile 2016

L'ultimo inverno del riparatore di orologi

Bello, non bellissimo. O forse quasi bello, in realtà così e così. O forse un capolavoro. Un capolavoro
che non incanta e non cattura. O forse sì, solo bisogna prenderlo per il verso giusto, a trovarlo il verso...

Non è facile fare i conti con L'ultimo inverno di Paul Harding (Neri Pozza), con il suo fascino scontroso, con la sua raffinatezza da circolo esclusivo, con la sua bellezza che è la bellezza delle montagne più ripide, di cui fino all'ultimo non sai mai se arriverai fino alla cima.

La storia è bella, intrigante, commovente. C'è George, il riparatore di orologi (riparare orologi significa anche riparare il tempo?), inchiodato dalla malattia a letto, per l'ultimo inverno di una vita da ripercorrere all'indietro. C'è Howard, che di George è il padre, con la sua vita di venditore ambulante malato di epilessia, uomo di abbandoni e fughe e incontri straordinari. C'è l'America che non è l'America di New York e di Los Angeles, ma è l'America del New England, foreste e villaggi. C'è il silenzio che è anche il silenzio maestoso della natura, solo che quel silenzio si impasta con il ticchettio degli orologi. C'è un padre e c'è un figlio e sono due persone che sembrano destinate a non incontrarsi mai, solo che non si può dire, solo che in definitiva c'è sempre tempo....

Un capolavoro? Forse o forse no. Meritava il Pulitzer? Forse o forse no. Un libro importante, sicuramente, per quanto voglia dire. Un libro di emozioni a cui forse manca proprio l'emozione della scrittura, soffocata da eccessi stilistici e forse da qualche lezione di troppo di scuola creativa.

martedì 15 marzo 2016

Siamo stati via: storia giapponese nell'America dopo Pearl Harbour

Ogni tanto si fermavano per chiedere a nostra madre dove eravamo stati. "E' da un pezzo che non si vi si vede", potevano dire, oppure: "Sono passati secoli" - e lei alzava la testa e rispondeva solo "Oh, siamo stati via".

Siamo stati via: forse è proprio questo il vero titolo di un romanzo breve per pagine, straordinario per intensità quale Quando l'imperatore era un dio di Julie Otsuka (Bollati Boringhieri). Per me non una sorpresa solo perché di questa autrice avevo già letto lo splendido Venivamo tutte per mare, di cui ora questo libro rappresenta il seguito ideale.

Insomma avevo già incontrato le giovani donne giapponesi che avevano lasciato le loro case e attraversato il Pacifico per sposare uomini che nemmeno conoscevano - matrimoni per procura e per interesse - in un'America che non era solo un altro continente, era un altro mondo. La loro voce collettiva, forte e vibrante, è ora sostituita da una prima persona dalla parola dolce, sommessa, segnata dal ricordo. Ed è attraverso questa parola che si racconta cosa successe a una di quelle donne - e a tutti i giapponesi di America - dopo Pearl Harbour.

Con la guerra quegli immigrati e quei figli di immigrati divennero anche i nemici sotto casa. Ogni certezza andò giù come un castello di carta. Il loro destino fu la deportazione. Anni senza lavoro, lontani da casa e dagli affetti. Anni in cui furono a tutti gli effetti cancellati dalla vita del loro paese.

Una pagine triste della storia americana. Eppure raccontata con una singolare delicatezza, con una sensibilità orientale mescolata alla lezione della narrativa americana.

Sobrietà e dolcezza. E la forza dei legami familiari, la tenacia delle madri, la capacità di meraviglia dei bambini, oltre tutto, anche oltre l'indifferenza di chi sapeva, doveva sapere. 

venerdì 4 marzo 2016

Complicazioni e maldicenze in una piccola cittadina del Maine

Aveva sposato una ragazza dell'estate. E, come vi direbbero, in molti, non era quasi mai una buona idea. Aveva sposato una ragazza dell'estate che veniva dal Massachusetts, e già solo questo presentava complicazioni.

West Annett, cittadina del Maine, terra di antichi pionieri e protestanti particolarmente rigidi. America rurale, un altro pianeta rispetto a New York e San Francisco, ma stesso pianeta rispetto alla Guerra Fredda e alla paura dell'atomica. Tyler Caskey è un giovane pastore di anime, brillante nei suoi sermoni, forte nei sentimenti per la comunità che è chiamato a guidare. Solo che ha una moglie che non ti aspetti per un uomo di religione e che certo non si aspettano i suoi fedeli: una donna bella, giovane, sensuale, annoiata.

Cosa può succedere con una moglie così in un piccolo mondo antico come quello? E soprattutto cosa può succedere dopo che la morte piomba sulla famiglia di Tyler e  Tyler sembra aver smarrito le parole giuste per rivolgersi ai suoi fedeli?

 Grande romanzo Resta con me di Elizabeth Strout (Fazi editore), scrittrice che come poche altre sa disegnare con tratti essenziali e precisi  movimenti dell'animo, relazioni complesse, storie di vita ordinaria. 

Romanzo di solitudini e incomprensioni, Resta con me. Ma anche romanzo corale, del pregiudizio che fa presto a mettere radici, della maldicenza che è l'altro verso di una vita insoddisfatta e insicura.

Difficile trovare un varco quando tutto questo assedia una vita già colpita duro. A meno che non si spazzi via il tavolo delle carte, con il più clamoroso dei gesti. Il più autentico, quello di un cuore che non si preoccupa delle conseguenze. Quale sia, spetta a voi scoprirlo. 

lunedì 11 gennaio 2016

John Muir, l'uomo che si mise in cammino attraverso l'America

John Muir, pianeta terra, universo.

Così si firmava, sul retro di copertina del taccuino, il giovane studioso di botanica che nel 1867 si apprestava a lasciare casa sua, per attraversare il primo di molti confini, quello dell'Ohio. Molti altri ne avrebbe attraversati nei mesi successivi, fino a raggiungere il Golfo del Messico. La mia  idea - scriveva - era quella di spingermi avanti, tenendo il Sud come direzione, attraverso i sentieri più selvaggi e verdeggianti ma meno battuti che potessi trovare...

Facile riconoscere oggi in John Muir, naturalista di origine scozzese, uno dei padri nobili del nostro ambientalismo. Provate a immaginarvelo mentre decide una cosa del genere, mentre saluta e se ne va, decidendo di muoversi libero come il vento nelle gloriose foreste e nelle paludi. Con sè solo poche cose e per il resto vedrà: ci sarà sempre un posto per addormentarsi con cielo stellato per soffitto, ci sarà sempre qualche buona persona in grado di sfamarlo. Poco importa se ci sono posti infestati dagli alligatori o - peggio ancora - di bande di criminali che non hanno smesso di tagliar gole dalla fine della Guerra Civile.

Un bel pezzo del diari di questo straordinario cammino è stato ora raccolto in Mille miglia in cammino fino al Golfo del Messico, pubblicato dalle Edizioni dei Cammini. Non cercateci lo scrittore viaggiatore, compiaciuto della sua scrittura non meno che della sua impresa. Cercateci la verità di un viaggio, che è anche la sorprendente verità di uno uomo che ha saputo nutrirsi della bellezza del creato. Cercateci la bellezza di un'America che è ancora continente misterioso e selvaggio.

Quell'America che, se è diventata grande, la deve anche a personaggi come John Muir, capaci di mettersi in cammino per i suoi vasti orizzonti.




domenica 10 gennaio 2016

Philip K. Dick e la guerra vinta dai nazisti

Mettete che il presidente Roosevelt sia uscito di scena assai prima di Pearl Harbour e che a succedergli siano stati presidenti incapaci di tenere testa Hitler. Mettete che Rommel non abbia perso la campagna di Africa, che a Stalingrado non sia andata come è andata e che nella guerra del Pacifico si siano imposti i giapponesi. Mettete tutto questo e tuffatevi nelle pagine de La svastica sul sole di Philip K. Dick (Fanucci editore), libro che ho colpevolmente ignorato per tanti anni, forse catalogandolo come letteratura di genere, roba da consumatori voraci di fantascienza.

Perché poi fantascienza? Anche se i tedeschi, nuovi signori del mondo, oltre a risolvere il "problema slavo", oltre a cancellare i popoli dell'Africa, hanno già trovato il modo di organizzare spedizioni per la colonizzazione di altri pianeti, questa non è fantascienza, casomai fantastoria, meglio ancora ucronia: un'altra possibilità della storia, tra le tante.

Ma no, non è nemmeno questo. Forse temevo di trovarmi dentro un film americano di serie B. Tipo gli ultimi patrioti americani che lottano contro il gigante del male e tengono accesa la fiamma della speranza, rendendo possibile l'impossibile. Libro tutto d'azione, potenza di fuoco e morti a grappoli.

In queste pagine, invece, morti non ce ne sono. Ce ne sono stati fin troppo prima. Ma sono ormai passati diversi anni dalla fine della guerra, i tedeschi hanno in pugno il mondo, il controllo dell'America semmai è conteso con i giapponesi, ma non c'è niente di simile a una resistenza. Piuttosto si tratta di adeguarsi a ciò che di pretende da un popolo sottomesso.

C'è solo una verità alternativa, che non è una verità, ma un sogno contenuto in un libro proibito, che racconta ciò che non è successo: dice che alla fine i nazisti hanno perso la guerra con gli americani.... E' possibile sognare? E' possibile che la narrazione possa riscrivere la realtà?

E così questo libro - che avevo preso così sottogamba - diventa anche una formidabile occasione di riflessione sul potere dei libri. 

mercoledì 21 ottobre 2015

Nel Main con la grande Elizabeth Strout

Arrivato all'ultima pagina mi sono voltato indietro: e ho capito che c'ero stato anch'io a Crosby, in questo pugno di case nello Stato del Maine, piccolo dimenticato angolo di America bagnato dall'Atlantico. C'ero stato anch'io e avevo camminato per le sue strade, passeggiato lungo il fiume, fatto la spesa al supermercato, conosciuto il farmacista e tutti gli altri.

C'ero stato anch'io in questo territorio dell'anima, in questa scacchiera di esistenze, in questa radura di sentimenti ed emozioni illuminati dallo straordinario sguardo di Elizabeth Strout, scrittrice che con Olive Kitteridge  (Fazi) mi ha incantanto e commosso.

Uno dice l'America, i gialli e i noir, il pulp e il fantasy, i libri buoni per diventare film, grande saper fare al servizio di sicuri best seller. Ma l'America sempre di più per me sono scrittori come Raymond Carver, Jonathan Franzen, e ora, necessariamente, Elizabeth Strout.

Scrittori che da un microcosmo raccontano un mondo più ampio. Che entrano dentro di noi senza forzature, senza eccessi, senza vendere passioni di carta un tanto a rigo. Scrittori straordinari nell'illuminarci dall'interno quell'universo che è la famiglia, misurando i distacchi, i silenzi, le possibilità che segnano il cammino di ognuno (Le correzioni, di Jonathan Franzen, ma ora anche Olive Kitteridge); scrittori straordinari anche nel rianimare quella scrittura per racconti che fino a non troppo tempo fa pareva morta e sepolta, magari proponendoli come tasselli di un mosaico. Dall'uno all'altro, lo stesso respiro, lo stesso pulsare del sangue.

Ed è questo che ci regala qui Elizabeth Strout. Crosby, Maine, ovvero il mondo. Olive Kitteridge, professoressa di matematica in pensione, ovvero ognuno di noi: con le sue reticenze, le sue idiosincrasie, le sue occasioni perse, la sua voglia di dare un senso alle cose ricercato con ostinazione, malgrado tutto.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...