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martedì 3 gennaio 2012

E ora ci si sono anche i furbetti della narrativa

Diciamo che va di moda, diciamo che a volte va così, con certe espressioni, diciamo che la novità a volte non sta in ciò di cui si parla, ma nel fatto di parlarne: perchè, in effetti, non credo che le cose siano molto diverse che in passato.

E dunque, oggi va di moda parlare di autori bravi, ma furbetti. Di romanzi riusciti o quasi riusciti, non fosse per un eccesso di furbizia, equivalente, pare di una smodata voglia di compiacere il lettore. E di quindi di un uso e abuso di trucchi vari, quali quelli citati da Alessandro Beretta in I furbetti della narrativa, pubblicato sulle pagine del Corriere della Sera: e dunque, temi troppo di moda inseriti a forza e vari escamotage stilistici.

Svariati i commenti a proposito, come quello di Goffredo Fofi: I veri furbi sono gli editori. O come quello di Massimo Onofri: Lo scrittore surroga l'ispirazione con il tema o con la moda del momento. Peccato che la cosa non funzioni come per l'evasore fiscale che fa il furbo e ci guadagna: lo scrittore che fa il furbo si depaupera e umilia se stesso.

Tutto vero, penso, eppure non riesco a cogliere bene il senso della cosa: come se fosse un eccesso di furbizia sforzarsi di scrivere cose che possono piacere; come se a fare la differenza, alla resa dei conti, non fosse il gusto del lettore; come se stringi stringi a contare non sia solo questo: furbo che sia, questo romanzo, è bello o brutto?

giovedì 8 settembre 2011

Ma che tipo di lavoro è quello di poeta?

Come osservano i ligi e perfettamente socializzati burocrati sovietici: che tipo di lavoro può essere quello di un poeta?

Ecco, il problema mi sa che è proprio questo, che è per questo che il grande poeta e premio Nobel Josip Brodskij finì sotto processo nella plumbea Unione Sovietica degli anni Sessanta del secolo scorso. Per l'incapacità dei grigi burocrati del socialismo di immaginare che la poesia può essere un autentico lavoro, più che per consapevole volontà di piegare il poeta dissidente.

Tutto questo ora ce lo racconta un libro, Brodskij 1964. Un processo (Medusa edizioni).. Un'occasione per ricordare il processo per "parassitismo sociale" al grande poeta ebreo russo.

Un'accusa che fu così articolata da un membro dell'Unione degli scrittori sovietici:

Brodskij sviluppa tre temi: primo, il distacco dal mondo; secondo, la pornografia; terzo, l'assenza di amore per la patria e per il  suo popolo. La patria gli è straniera

Leggo dalla prefazione di Massimo Onofri:

E certo, Brodskij non s'aiuta difensivamente, ma aggrava la sua posizione, quando, di fronte all'accusa che quello di poeta non è un lavoro, continua a ripetere che il suo lavoro appunto, è stato quello di comporre o tradurre versi

Evidentemente poteva essere un lavoro mettere le proprie parole al servizio di quegli stessi burocrati, ma la poesia, la poesia vera, genuina, forte del suo stesso coraggio, assolutamente no, quella poesia non cortigiana doveva essere solo l'esibizione di un parassita o di un pornografo.

E così non faccio fatica a pensare ad altri tempi, altre storie.
      

domenica 7 novembre 2010

Quando Josip Brodskij era il poeta parassita

Come osservano i ligi e perfettamente socializzati burocrati sovietici: che tipo di lavoro può essere quello di un poeta?

Ecco, il problema mi sa che è proprio questo, che è per questo che il grande poeta e premio Nobel Josip Brodskij finì sotto processo nella plumbea Unione Sovietica degli anni Sessanta del secolo scorso. Per l'incapacità dei grigi burocrati del socialismo di immaginare che la poesia può essere un autentico lavoro, più che per consapevole volontà di piegare il poeta dissidente.

Tutto questo ora ce lo racconta un libro, Brodskij 1964. Un processo (Medusa edizioni). L'ultimo Tuttolibri ha pubblicato un brano della prefazione di Massimo Onofri. Un'occasione per ricordare il processo per "parassitismo sociale" al grande poeta ebreo russo.

Un'accusa che fu così articolata da un membro dell'Unione degli scrittori sovietici:


Brodskij sviluppa tre temi: primo, il distacco dal mondo; secondo, la pornografia; terzo, l'assenza di amore per la patria e per il  suo popolo. La patria gli è straniera

Spiega Onofri:

E certo, Brodskij non s'aiuta difensivamente, ma aggrava la sua posizione, quando, di fronte all'accusa che quello di poeta non è un lavoro, continua a ripetere che il suo lavoro appunto, è stato quello di comporre o tradurre versi

Evidentemente poteva essere un lavoro mettere le proprie parole al servizio di quegli stessi burocrati, ma la poesia, la poesia vera, genuina, forte del suo stesso coraggio, assolutamente no, quella poesia non cortigiana doveva essere solo l'esibizione di un parassita o di un pornografo.

E così non faccio fatica a pensare ad altri tempi, altre storie.
       

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