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lunedì 21 settembre 2020

Tutto il piacere di una capanna in Siberia


Quindici tipi di ketchup. Sono proprio queste cose che mi hanno fatto venire voglia di allontanarmi dal mondo....


Qualche anno prima Sylvain Tesson, scrittore e giornalista parigino, grande viaggiatore, era capitato dalle parti del lago Bajkal, un posto difficile da trovare anche su un atlante. Era incappato in alcune singolari figure di eremiti dall'aria sorprendentemente felice. Aveva deciso: prima o poi anche lui avrebbe sperimentato una vita così.

Detto fatto. Nelle foreste siberiane (Sellerio editore) racconta i suoi sei mesi in una capanna tra i boschi e la sponda di un lago a 120 chilometri dal primo centro abitato, dove i vicini si raggiungono con ore e ore di spostamenti in slitta, dove un passo falso fuori dell'uscio può comportare la morte per assideramento in pochi minuti, dove ogni cosa si riduce per forza all'essenziale e per questo si fa forte di una straordinaria bellezza.

Non è un asceta, Sylvain Tesson, anzi, si capisce lontano un miglio che detesta coloro che si ritirano da questo mondo per consegnarsi a un altro che non è di questo pianeta. Se ha fatto questa scelta, è perché questa capanna nel nulla della Siberia gli piace, perché questo nulla in realtà é pieno di cose, perchè il piacere della vita si può raggiungere per sottrazione: e a volte è la via più diritta.

E c'è vodka, in questa storia, ci sono libri, ci sono anche numerosi incontri con quella pazza umanità che riesce a popolare questi posti. 

Ci sono tante cose che alla fine si prova qualcosa di molto simile all'invidia per Sylvain Tesson. E per dire, gli si riesce perfino a perdonare qualche giudizio tipico di un parigino con aria molto intellettuale, e che magari non sopporteremmo in un bistrot sotto l'Eiffel, ma qui, però....

giovedì 2 aprile 2020

In sidecar con Napoleone per sfidare il Generale Inverno

«Bisogna fare un vero viaggio, amico mio» dissi. «Ne ho piene le tasche di questa crociera di mormoni». 
 «Che cosa è un vero viaggio?» chiese lui.
  «Una follia che ci ossessioni, che ci porti nel mito; insomma una deriva, un delirio traversato dalla Storia, dalla geografia, innaffiato di vodka, una sbandata alla maniera di Kerouac, qualcosa che a sera ci lasci senza fiato, in lacrime, in riva a un fosso…».

Beh, queste poche battute sono un bel condensato della personalità di Sylvain Tesson e della sua filosofia di viaggio. L'allergia al buon senso, la fame di emozioni, la riluttanza a programmare, l'attenzione al passato dei luoghi non meno che al presente, la propensione per la bevuta omerica, il sentimento di amicizia.... 

Beresina. In sidecar con Napoleone, pubblicato da Sellerio, certamente non tradisce queste premesse. E non potrebbe essere altrimenti per un progetto - progetto? - di viaggio che di per sè non è privo di follia. Ripercorrere la ritirata di ciò che rimaneva della Grande Armata di Napoleone a 200 anni dal disastro di Russia - e fin qui ci si può stare. Farlo di inverno, per provare il morso del gelo che fu di quei poveretti è già un'altra cosa. Farlo con un sidecar di fabbricazione sovietica, poi, è proprio cosa da Sylvain Tesson.

Però dentro questo viaggio c'è soprattutto la sua capacità di far parlare i luoghi di ciò che è successo, anche quando di ciò che è successo non rimane testimonianza. Il massacro di Borodino, il tempo sprecato a Mosca, i morti assiderati, le incursioni dei cosacchi, la scia di cadaveri, gli eroismi e le bassezze, la beffa del passaggio della Beresina, colpo di genio in extremis di Napoleone per salvare ciò che poteva ormai essere salvato....c'è tutto in queste pagine, compreso il nonsense di una catastrofe militare subita dopo aver conquistato la capitale del nemico e non aver perso neanche una battaglia. 

Ps: quanto alla crociera da mormoni di cui all'inizio, si trattava di una spedizione in veliero tra i fiordi nel mare di Baffin. A ognuno il suo metro di giudizio, ma l'incipit resta sacrosanto: L'idea di fare un viaggio nasce sempre durante il viaggio precedente. L'immaginazione trasporta il viaggatore lontano dal ginepraio in cui è andato a cacciarsi.




domenica 23 aprile 2017

Nel noir di Manzini anche le lacrime sono vere

 «Facciamo come quando si legge un libro. Io racconto il 70 per cento, il resto lo mettete voi con un po’ di fantasia. Ne avete da vendere, no

Bene, buon ultimo sono arrivato anch'io, a leggere un romanzo di Antonio Manzini. Un po' prevenuto, lo ammetto. I soliti morti ammazzati, il solito investigatore preso a pugni dalla vita, scorbutico ma in fondo con un cuore buono e capace di perseguire il suo ideale di giustizia. Quante volte l'ho incontrato? Da Montalbàn a Camilleri, non posso più stupirmi.

Poi sarà che tra i vari titoli proposti da Sellerio sono capitato proprio su questo. Un titolo che non sembra nemmeno un titolo, perché è solo una data: 7-7-2007. E che per l'appunto è solo una data, perché è un romanzo che gira intorno al tempo, che si fa lungo flash-back,  che guarda indietro per raccontare tutto ciò che è successo per determinare un momento fatale, una data dopo di che niente è stato più come prima.

Il solito investigatore? Ma no che non lo è, così come è difficile imbrigliare dentro i confini del noir un libro come questo. Non lo può essere se va così a fondo, se ridesti fantasmi del passato, se anatomizzi rimorsi e rimpianti.

E i cadaveri ci sono, certo, e sono di giovani brutalmente ammazzati. Eppure non sono solo contabilità del crimine e attività da squadra investigativa. La scrittura di Manzini va a scavare per riportare alla luce ciò che la trama di genere trascura, nel ritmo degli ammazzamenti e degli altri colpi di scena. Il dolore delle famiglie, le lacrime vere, i molti compromessi con la propria coscienza, l'incapacità di arrendersi alla crudeltà di un destino già consumato...

Beh, che dire, ora dovrò rifarmi, con gli altri libri di Antonio Manzini. 

martedì 7 febbraio 2017

La copertina è il vestito dei libri

La copertina giusta è un come un bel cappotto, elegante e caldo, che avvolge le mie parole mentre camminano per il mondo, mentre vanno a un appuntamento con i miei lettori.

Cosa sarebbero i libri senza le loro copertine? E quante volte abbiano comprato un libro solo perché sedotti da una copertina, senza sapere niente di un autore o di cosa ci sia dentro le sue pagine?

Così importanti le copertine, possono decidere un destino di un libro, anzi, fanno di un libro ciò che un libro è. Non solo perché un libro è anche un magnifico oggetto da toccare, da accarezzare con lo sguardo, da accudire sugli scaffali di casa. Una copertina, in realtà, è anche un modo di raccontare un libro. E' la sua prima traduzione in un'altra lingua, senza alfabeto.

Così importanti le copertine, eppure non è che ci si rifletta tanto. A me almeno è capitato molto poco, fino a che, in questi giorni, non mi sono imbattuto in Il vestito dei libri di Jhumpa Lahiri, libretto uscito per Guanda e prima ancora lectio magistralis tenuta in occasione del Festival degli Scrittori di Firenze.

La scrittrice giusta, Jhumpa Lahiri, donna che attraversa diverse culture e diverse lingue, per raccontare di come le copertine attraversano la scrittura e ne sono attraversate.

Per un autore la copertina è come un saluto. Il libro è terminato, sta per salpare verso le librerie, comincia una vita propria. L'illustratore è tra i primi che lo ha letto, valutato, interpretato. E da questo passaggio dipenderanno molte cose.

Non sempre a dire il vero scrittore e illustratore sembrano parlare la stessa lingua. E come mai lo stesso libro in paesi diversi esce con copertine tanto diverse? Come mai negli Stati Uniti conta più l'individualità della singola opera  - e quindi della singola copertina - mentre da noi pesano più le copertine di collana, che permettono di conoscere più un percorso e una famiglia di autori?

Pesano e funzionano di più, almeno per persone come me, che magari hanno dimenticato da un pezzo un nome e un titolo, ma non le copertine blu di Sellerio o le bianche di Einaudi...

Quante cose che ci dicono le copertine. A quante cose servono. A volte sbagliate, a volte così e così, a volte riuscite. Talvolta addirittura perfette, come un abito che ci sta a pennello....

 Come se lo scrittore e l'illustratore fossero salpati insieme, per quel viaggio che è un libro. 

lunedì 12 dicembre 2016

L'uomo che ha letto troppo e la lettrice scomparsa

Mi ero ammalato di letteratura.

Così ammette, ma solo dopo duecento pagine di narrazione in prima persona, Vince Corso, lettore accanito e professore precario che si inventa la professione di biblioterapeuta, con esiti incerti.

Io ci avrei scommesso fin dall'inizio, su questa malattia, anche senza riuscire a mettere in fila i sintomi: Si comincia analizzando ogni circostanza come se fosse la trama di un romanzo: se ne indagano i significati taciuti, i rimandi interni, le eventuali incongruenze, poi si  prende a ballare con l'improbabilità.... Ci avrei scommesso, perché solo a uno come Vince Corso, uomo malato perché ha letto troppo, poteva venire in mente di curare gli altri con i libri.

E' lui il protagonista de La lettrice scomparsa, l'ultimo libro di Fabio Stassi (Sellerio), romanzo che è molte cose, persino un giallo, ma che soprattutto ha la forza di riproporre la questione mai risolta del rapporto tra vita e letteratura.

Su tutto questo gioca, Stassi, anche quando il gioco si fa maledettamente serio. Anche quando saltando di questione in questione si inizia a provare una certa vertigine.

La parola scritta può davvero dare un senso alla vita? E quanto vale la pretesa di dare un ordine?

A creare l'universo non può che essere stato uno scrittore fallito, afferma a un certo punto il protagonista del libro. Vai a sapere come è andata davvero e se anche queste non sono altre parole con cui proviamo a darci una giustificazione.

Meglio abbandonarsi a questa storia, dove le terapie e persino gli indizi che la lettrice scomparsa ha lasciato dietro di sé sono titoli, letture amate, suggestioni di frasi e pagine. Tanto si capisce che pure l'autore, Stassi, è uno che si ammalato della stessa malattia - incurabile - di Vince Corso (e sarà un caso che per Sellerio abbia seguito l'edizione italiana di uno splendido libro per malati di libri come Curarsi con i libri?). Tanto si capisce che pure noi, che questo libro lo abbiamo preso e letto, vaccinati proprio non siamo.

giovedì 6 ottobre 2016

In Polonia, per vedere se di là è meglio

Due sono i modi di stare al mondo: da pellegrini o da viandanti. I primi hanno un traguardo sicuro. I viandanti invece perdono quasi subito la strada maestra.

Francesco M. Cataluccio certamente appartiene alla seconda categoria. E' viandante che smarrisce la strada maestra ma proprio per questo può percorrere le molteplici strade che solcano una terra. Si perde, ma proprio per questo scopre ciò che non era in programma, incontra e accoglie, spinge lo sguardo sempre oltre, dietro l'angolo, all'incrocio. Non si sa dove finirà per arrivare, ma intanto è in cammino.

I fratelli si ricevono in sorte, gli amici invece si scelgono. Questo vale anche per le città, afferma all'inizio di Vado a vedere se di là è meglio, libro meraviglioso pubblicato per Sellerio, in cui racconta la vita trascorsa tra la Polonia e l'Europa Centrale.

Lo afferma all'inizio, quasi a voler riassumere il senso di un viaggio che è scoperta, rivelazione. Lui che nasce e studia a Firenze ma che in un gelido febbraio del 1977 approda a Varsavia, sentendosi subito come un topo nel formaggio. Ma come, Varsavia? Quella città distrutta dalla guerra e intristita dal socialismo reale, dove solo la vodka pare possa strapparti al freddo e alla noia?

Si, proprio Varsavia. Come un trampolino da cui tuffarsi per immergersi in un mondo, che certo non è il mondo a cui guarda la quasi totalità dei suoi coetanei.

Ma c'è letteratura - tanta - c'è arte, c'è storia. Ci sono incontri con personaggi straordinari, alcuni presenti in carne ossa, altri da incontrare nelle loro pagine, da amare, magari da tradurre in italiano, come Witold Gombrowicz e Bruno Schulz. Ci sono poeti, giornalisti, sognatori, viaggiatori sempre pronti alla scommessa, che è la scommessa che dà il titolo al libro.

Ed eccolo questo libro, che mette insieme luoghi abitati e geografie letterarie, architetture e aneddoti, vicino e lontano. Non ci crederete, ma a me ha trasmesso le stesse emozioni di lontane letture di Claudio Magris e Angelo Maria Ripellino. E come con loro ho viaggiato nei luoghi, nel tempo, attraverso le parole.

martedì 30 agosto 2016

Il mare che bagna i pensieri, attraverso l'Europa

Senza la differenza fra prossimo ed estraneo, fra appartenenza e non appartenenza, non sarei mai diventata una scrittrice.

Si racconta così, Ilma Rakusa, donna nata in Slovacchia da padre sloveno e madre ungherese, una famiglia con le valigie sempre pronte per assecondare le onde dei destini collettivi e le opportunità - più spesso le necessità - della vita. Senza questo continuo spostarsi, senza questo incessante sradicarsi che in realtà significa mettere radici in un mondo più vasto, oggi non avremmo il suo sguardo, la sua parola capace di imbrigliarci in una rete di emozioni e pensieri.

Il mare che bagna i pensieri, uscito per Sellerio, è un libro potente, un'autentica rivelazione: il libro che non mi aspettavo. Non un saggio, piuttosto un memoir, piuttosto un mosaico di storie, ricordi, scene di vari tempi della vita, cui corrispondono le tessere di una geografia che è anche emotiva.

Dalla Slovacchia alla Svizzera, da Budapest a Trieste, quante frontiere varcate, quante case abitate, quanti cambiamenti. Passaggi della memoria, una bambina che si fa adulta, la storia che si incrocia con il lessico e le abitudini di una famiglia. Un filo narrativo per sbrogliare tutta la matassa, quello della nostalgia. Nostalgia che prova a recuperare ciò che si era, ma anche nostalgia dell'Europa, nostalgia delle tante patrie, dei luoghi diversi e uniti da una storia individuale e collettiva.

Bambole di pezza, primi baci, zii lontani, da una parte. Dall'altra il grande fiume della storia. E a tenere tutto il miracolo della scrittura.

lunedì 22 febbraio 2016

La battaglia di Waterloo e la verità degli scrittori

La battaglia di Waterloo? Un enigma, per quanto se ne sia scritto e riscritto. Un enigma che resiste alle ricostruzioni più o meno attendibili e alle interpretazioni degli storici. Un enigma che prima ancora che la verità dei fatti chiama in causa il senso stesso delle vicende umane, lungo quei crinali che decidono un'epoca. Come sono cambiate le traiettorie della vita, anzi, delle tante vite che ebbero qualcosa a che vedere con quel fatidico 18 giugno?  Fu destino o concomitanza di cause? E poteva andare diversamente?

Domande così, non da poco, che forse più che il mestiere dello storico chiamano in causa qualcos'altro. E in questo libretto pubblicato da Sellerio qualcos'altro troviamo davvero. E' il racconto della battaglia fatto da due dei più grandi autori di romanzi dell'Ottocento europeo, Walter Scott e Victor Hugo. Due  scrittori, due paesi diversi e contrapposti a Waterloo, due modi di vedere gli eventi, di descriverli, di trarne un senso.

E già questo dice molto, della verità della storia. Del resto vietato stupirsi, se anche Waterloo in effetti non è stata Waterloo, in una battaglia decisa in località che portano ben altri nomi: ma si sa, anche i nomi delle vittorie sono appannagio dei vincitori e Waterloo suonava ben più inglese di tutti gli altri.

Quante domande salgono da queste pagine. E se quel giorno non fosse piovuto? Se Napoleone si fosse circondato di migliori generali? E cosa sarebbe successo se Napoleone avesse sbaragliato l'esercito di Wellington arrivando a Bruxelles?

Ma forse, nella verità del romanzo (che non è quella della storia), è solo così che poteva andare a finire. Con l'ultimo atto della gloriosa avventura di Napoleone, dalle stelle alla polvere. Con l'eroe sconfitto dal fato. Con tutti gli altri uomini inghiottiti nelle fosse comuni. Con il silenzio di un luogo che anni più tardi sembra non rivelare più nulla, non fosse per lo sguardo di uno scrittore che non si rassegna all'evidenza.

lunedì 20 aprile 2015

Morte di un uomo felice, nella Milano di piombo

E' anche questa la parola scritta, una chiave per spalancare la porta di un tempo che non si è mai vissuto e che solo così, appunto, ci può essere restituito. Spalancarla non per restare sulla soglia, accontentandosi di un'occhiata. Ma per entrare dentro e sentirla tutto intorno.
Giorgio Fontana è nato nel 1981 ed è in quell'anno che colloca la storia che racconta in Morte di un uomo felice (Sellerio). Milano, estate che appartiene ancora ai cosiddetti anni di piombo, con la sua scia di sangue. Giorgio Fontana posa il suo sguardo attento, schivo, partecipe su un magistrato sulla linea del fronte. Giacomo Colnaghi, così si chiama, che sta indagando sull'organizzazione terroristica che ha ammazzato un noto esponente politico.

Detta così, gli ingredienti sono quelli del noir italiano, forse del romanzo di azione. E invece siamo completamente fuori dalle regole del genere. Perché è molto altro a catturare la nostra lettura. E in primo luogo proprio la figura complessa di questo magistrato, col suo senso del dovere e con le molte domande, con la sua religiosità che è dubbio, solidarietà, distanza dalle forme. Con la sua intima battaglia tra distacco e partecipazione. 

C'è tanto passato che pesa, nella sua vita, a partire dall'uccisione del padre, uomo della Resistenza le cui idee non sono mai state assimilate in famiglia e che per il figlio è un'assenza che non è mai davvero riuscito a superare. Tanto passato che si proietta nel presente per farsi responsabilità e abbandono, possibilità di condividere la sofferenza e ripiegamento.

Verso una fine che non sarò anch'io a raccontare, ma che appartiene tutta alla nostra storia. 


venerdì 31 ottobre 2014

Che sorpresa, gli Americani di Sullivan

 Io lo adopero ancora il vecchio detto: un buon cronista si vede dalle scarpe. E quelle scarpe devono essere consumate, anzi, logore, a dimostrazione di tutta la strada che si è fatta per vedere, ascoltare, registrare.

E' questa la prima cosa che mi è venuta in mente leggendo Americani di John Jeremiah Sullivan (Sellerio), libro di straordinari reportage attraverso un 'America insolita. Un'America che è, in gran parte, quella del dopo 11 settembre, ma che soprattutto è quale raramente ho trovato nelle pagine dei libri e dei giornali.

Perché questa è la seconda cosa che mi è venuta in mente: c'è bisogno di buone gambe, ma anche di uno sguardo che vaghi irrequieto e si posi su ciò che non è scontato. Di tanta voglia di setacciare la realtà alla ricerca di risposte non date.

Scrittore errante, reporter inquieto, Sullivan dalla curiosità è come divorato. E' fame che non si sazia e che per ogni pasto restituisce una storia.

E quante storie racconta Sullivan. Un grande raduno di "rock cristiano" e i primi passi sul palcoscenico di Michael Jackson. L'uragano Katrina e un week end a Disney World. I protagonisti di un reality show in tour tra discoteche e localini più o meno sordidi e uno scrittore del profondo Sud colto nell'ora del suo inarrestabile declino.

Per la New York Times Book Review è la più importante raccolta di saggi e reportage dall'uscita di Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster Wallace. Non sono in grado di giudicare, però vale la pena. 

lunedì 29 settembre 2014

La semplicità con cui venne alla luce il nome di Charlot


Il mio nome, solo a pronunciarlo, suscita ammirazione in ogni angolo del pianeta, in Birmania come nella Terra del Fuoco. 

Forse sarebbe meglio dire il nome del personaggio che ho creato, un pomeriggio di pioggia del 1914, durante la lavorazione di un cortometraggio, scegliendo degli abiti fuori misura in uno spogliatoio maschile.

Ma questi aneddoti li ho raccontati in ogni maniera, anche se mi sorprende sempre ricordare la misteriosa semplicità con la quale Charlot oi The Tramp, il vagabondo, come lo chiamo gli americani, venne alla luce.

(Fabio Stassi, L'ultimo ballo di Charlot, Sellerio)

lunedì 22 settembre 2014

Come Charlot diventò Charlot

Per diventare l'attore che volevo essere dovevo imparare a stare nella testa della gente, a cavarmela da solo, a guardare. A far nascere ogni movimento dall'osservazione della vita...

Notte di Natale del 1971: la Morte, quella da leggenda e da film di serie B, con la veste nera e la falce, bussa alla porta di un uomo di 82 anni, arrivato alla sua ora dopo una vita che nemmeno in un romanzo. Però non se lo porta via. I due stringono un patto: ogni vigilia di Natale la Morte tornerà e se ne andrà a mani vuote se quell'uomo riuscirà a farla ridere. Andranno avanti per molti anni.

Si chiama Charlie Chaplin, quell'uomo. Meglio conosciuto da generazioni di ragazzi e ragazze di tutto il mondo come Charlot.

Parte con questo espediente, L'ultimo ballo di Charlot di Fabio Stassi (Sellerio), per raccontare e romanzare abbondantemente la vita impossibile di uno dei grandissimi del Novecento: la disastrata infanzia in Inghilterra, il circo e il vaudeville, i primi passi sul palcoscenico e i mille umili lavori per tirare avanti, accarezzando un sogno e una possibilità. Mentre intanto nel mondo sta succedendo qualcosa, con fasci di luce che cominciano a proiettare immagini in movimento su schermi bianchi, innescando la magia del cinema... 

E non importa quanto ci sia di vero o di inventato. Questo è un libro che sa parlare al cuore e alla fantasia, così come sapeva fare quel vagabondo con i baffetti e i calzoni larghi tenuti su dalle bretelle.


lunedì 28 aprile 2014

Camilleri e quel "ma" che spiega tutto

Ma c'era la mafia.

Già, perchè cercare spiegazioni più complicate? Ci sono storie così aggrovigliate che pare di non poterne mai venire a capo, tante sono le forze in gioco, le questioni irrisolte, le evenienze e gli imprevisti. E ci sono storie così semplici, che per dipanarle basta un'avversativa. Per dipanarle e prima ancora per darle un verso una volta per tutte. Un "ma" che anche i bambini: una sillaba e poi quella parola che spiega anche troppo. C'era la mafia, come no. Eccome, se c'era.

Ruota intorno a questa sillaba, La banda Sacco, piccolo grande libro con cui Andrea Camilleri lascia a riposo il suo commissario per addentrarsi in una pagina di storia della sua Sicilia. Per raccontarci di come l'impossibile possa diventare possibile, in terra di mafia. Perfino che una famiglia di onesti lavoratori, capaci di costruire una bella impresa con la forza della fatica e dell'ingegno,finisca per diventare una banda da far fuori a ogni costo, da seppellire col piombo e gli anni di galera.

Storia di mafia, certo. Però intorno a quel "ma" girano un bel po' di altre cose. Mica solo che la mafia vive di vendette, questo è risaputo. Ma che i nemici di mafia diventino nemici dello Stato, questo è un po' meno scontato. Eppure quale rete di complicità, connivenze, silenzi interessati in questa storia...

Storia vera, storia desolante. Storia raccontata in un impasto di italiano e di dialetto che arriva dritto al cuore. Storia che basta a se stessa, non ha bisogni di ricami sopra, come nei libri di Leonardo Sciascia. Storia che riguarda tutti, come no. Sicilia metafora dell'Italia, diceva Sciascia, appunto....




mercoledì 15 gennaio 2014

Libri che valgano proprio perché di carta

E' così bello da sfogliare e ancora di più da tenere in bella vista sul comodino. Ha il formato di un piccolo mattone, però è inconfondibile il blu Sellerio della copertina. Sì, è proprio da tenere in bella vista, con quell'immagine sotto il titolo che anche questa volta, come quasi sempre, la casa editrice ha azzeccato: un olio di Norman Rockwell con un signore decisamente trasandato - occhio alle scarpe spaiate ai piedi - e che però sembra decisamente in pace con se stesso e il mondo, ora che ha tuffato il naso in un volume.

Non l'ho ancora letto, Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno di Ella Berthoud e Susan Elderkin però mi piace già di per stesso. Con le sue pagine abbondanti che mi rassicurano sulla varietà dei rimedi e persino con il bordo azzurrino della carta che fa pendant con il blu Sellerio e mi ammicca come le vecchie confezioni di pastiglie per la gola che si trovavano in farmacia.

Non ho ancora letto - solo qualche pagina dell'introduzione - nemmeno Atlante delle isole remote di Judith Schalansky che la Bompiani propone in un formato piuttosto grande, che ricorda quello di alcuni manuali di altri tempi. Anche in questo caso è già un piacere immenso sfogliare, sentire la carta spessa sotto i polpastrelli (e che a distanza di qualche settimana dall'acquisto odora ancora di carta). Aprire a caso, cogliere in alto a destra il nome di una delle cinquanta isole in cui l'autrice non è mai stata e mai andrà, solo che si sa, gli atlanti, anche gli atlanti fantastici, servono proprio per viaggiare, poco importa se si rimanga seduti in poltrona. Quindi puntare l'indice sulla pagina e lasciarlo scorrere fino alla cartina sulla destra, seguire la linea di costa, sfiorare magari il celestino che la circonda, l'immensità del mare. Più o meno lo stesso colore scelto dalla Sellerio per il bordo dell'altro libro.

Questo, penso, è un libro non da comodino, ma da salotto. Da tenere a portata di mano appena mi pionberà addosso la tentazione di un viaggio.

Due libri che mi sono entrati in casa con le ultime feste. Due libri che sono già una festa in quanto oggetti. Per quello che sono, nella loro fisicità. Mi sa che finché ci saranno libri così i cultori dell'ebook e del tablet a ogni costo non l'avranno vinta.

sabato 13 luglio 2013

Sono qui perché avevo letture arretrate

L'ultima cassa è piena di libri. Se qualcuno mi chiede perché sono venuto a rinchiudermi qui, risponderò: "Perché avevo delle letture arretrate".

Monto una mensola di pino sopra la spalliera del letto e vi sistemo i libri. Ne ho una sessantina. A Parigi mi sono impegnato a fondo per stilare una lista ideale. Chi non ha troppa fiducia nella ricchezza della propria vita interiore deve portarsi dietro dei buoni autori: potrà sempre riempire quel vuoto. 

Lo sbaglio sarebbe scegliere solo testi difficili, nella convinzione che la vita nei boschi permetta di tenere sempre alta la tensione spirituale. Il tempo non passa mai quando si ha a disposizione solo Hegel per affrontare un pomeriggio di neve. 

(Sylvain Tesson, Nelle foreste siberiane, Sellerio)

mercoledì 10 luglio 2013

La semplicità in una capanna della Siberia


La capanna è il regno della semplificazione. 

Sotto i pini, la vita si riduce a pochi gesti vitali. Il tempo sottratto alle fatiche quotidiane è dedicato al riposo, alla contemplazione, ai piccoli piaceri.

Il numero delle cose da fare è limitato.

Leggere, attingere acqua, spaccare legna, scrivere e versare il té si trasformano in liturgie.

In città ogni gesto si compie a danno di mille altri. La foresta raccoglie e riunisce quello che la città disperde. 

(Sylvain Tesson, Nelle foreste siberiane, Sellerio)

mercoledì 6 marzo 2013

Quando il re chiese tutti i libri sulla terra

Quando il re ne fu informato, disse a Demetrio: "Credi che ci siano altri libri sulla terra che noi non abbiamo ancora?"


E Demetrio: "Sì, ce n'è una grande quantità in India, in Persia, in Georgia, in Armenia, Babilonia e ancora altrove"


Il re si meravigliò nell'udirlo e rispose: "Continua dunque a cercarli".


Non è solo la storia di uno scempio, La biblioteca scomparsa di Luciano Canfora (Sellerio), intellettuale che con la sua sapienza dei tempi antichi sa appassionarci come un giallista scandinavo. E' prima di tutto la storia di un sogno. Il sogno di possedere tutti i libri del mondo. L'idea di riunirli tutti insieme in un solo posto, cisterna e ombelico di ogni sapere, di ogni sapienza.

Scrive Canfora:

Quei dotti furono gli unici che godettero, in un certo periodo della storia della biblioteca, della visione abbagliante, poi sogno di scrittori fantastici, dei libri di tutto il mondo. Ansia di totalità e volontà di dominio non dissimili dall'impulso che spingeva Alessandro, secondo le parole di un antico retore, a cercare di "varcare i confini del mondo"

Ansia di totalità e volontà di dominio, certo. Ma prima di tutta la consapevolezza che dominare è capire. E che per capire servono i libri. I libri da tradurre, leggere, conservare.

martedì 15 gennaio 2013

Lo strano caso di Mr. Stevenson nelle Hawaii

Dunque, da dove tirare il primo filo?

Forse dalla scoperta fortuita che un giorno Athos Bigongiali, bravo scrittore toscano, fa spulciando un indice bibliografico: quello di un libro, Dr. Hyde and Mr. Stevenson, che non conosceva e che pare sia stato edito nientemeno che a Tokio.

In che senso, Dr Hyde e Mr. Stevenson? Come si possono accostare lo scrittore e il personaggio nato dalla penna e dalla fantasia del primo? E se fosse un altro caso di sdoppiamento, come ben sappiamo proprio per Hyde, anzi per mister Hyde, così inseparabile dal dottor Jeckill?

Sorpresa, sorpresa di Athos Bigongiali e quindi anche nostra: c'è stato davvero un dottor Hyde nella vita di Stevenson, un dottor Hyde in carne e ossa con cui ebbe a che fare. Lontano dall'Europa, nella breve vita felice che Stevenson riuscì a cogliere nei mari del Sud.

Senza Athos Bigongiali probabilmente oggi non avremmo modo di leggere la Lettera al dottor Hyde pubblicata da Sellerio. E che Stevenson scrisse davvero, a un reverendo protestante delle Hawaii. Lettera vibrante di sdegno, lettera durissima contro questo Hyde che non ha niente a che vedere con i delitti nelle nebbie della Londra vittoriana, ma che si è reso colpevole di un misfatto reale: denigrare la figura di un missionario che era morto nella cura degli indigeni ricoverati in un lazzareto.

Lettera inattesa da parte di un uomo che in realtà ambiva a questo:

Nessuna parte del mondo ha un fascino altrettanto potente per chi la visiti: ora il mio compito è di dare un'idea di quel fascino a coloro che viaggiano seduti accanto al fuoco.

E che pure non girava la testa di fronte alle storture del mondo, quasi sempre peggiori di quelle raccontate sulla carta.

giovedì 3 gennaio 2013

Walter Raleigh, una vita dalla gloria al patibolo

Più che vera letteratura è uno scritto di propaganda, o se volete un tentativo riuscito di apologia. Però La vita e le imprese di Sir Walter Raleigh è un altro di quei libriccini che, pubblicati da Sellerio nella sua inconfondibile collana blu, riesce a regalarci due ore di piacere e riflessione.

Propaganda piuttosto che letteratura, però attenzione all'autore: Daniel Defoe, il padre letterario di Robinson Crusoe c'è tutto.

C'è in questa manciata di pagine che raccontano la vita straordinaria, dalla gloria al patibolo, di colui che è stato definito l'ultimo elisabettiano.

C'è nelle imprese di questo uomo che, prima di finire giustiziato a casa sua, riuscì ad abbracciare terre pressoché ignote e orizzonti che si schiudevano ai più intraprendenti degli europei: dall'America - e fu proprio Walter Raleigh a fondare la prima colonia inglese, la Virginia - all'Africa.

C'è nella fame di mondo che fu anche di Defoe: una fame da placare non con gli eserciti, ma con le scoperte, i commerci, gli affari (più o meno decenti, questo è vero).


E dunque non sarà un capolavoro, questo libriccino: ma qui dentro c'è tutta un'epoca, c'è tutto un sogno che, con questa intensità e anche con questa coerenza, non è più toccato in dono all'uomo.

lunedì 26 novembre 2012

I fantasmi delle biblioteche e l'amore per i libri

Vorrei che vi stupiste non solo per le cose che leggete: è anche per il fatto miracoloso di poterle leggere.

Parole da Fuoco pallido di Nabokov, una delle tante citazioni che si spalancano come una finestra in un prezioso libriccino - I fantasmi delle biblioteche di Jacques Bonnet - che è un atto di amore per le biblioteche, per i libri che si affollano sui loro scaffali, per tutte le storie che essi riescono a porgere, per il dono della lettura che poi è possibilità di consolazione e redenzione, speranza e piacere.

Pagine, trame, personaggi che non si dileguano una volta che un libro è stato messo via, rimangono, aleggiano come fantasmi di un incantesimo che è bello non spezzare. Croce e delizia non dei collezionisti di volumi, ma di chi semplicemente ama popolare il suo tempo con i mondi della lettura. Le biblioteche di cui non si parla non sono riservate alle edizioni rare, hanno piena cittadinanza solo i libri che è bello leggere.

Questo libriccino non si racconta. Mi limito a qualche spigolatura, in qua e là.

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