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venerdì 17 maggio 2013

Sorpresa, le Maldive non sono solo quel mare

Succede con le mete più frequentate dal turismo internazionale, succede soprattutto con un posto come le Maldive, che per tutti o quasi tutti è soltanto il suo mare da favola, la barriera corallina, il sogno di un bungalow sotto le palme o di un resort di lusso per un viaggio di nozze.

E' successo anche per me, che anni fa trascorsi una settimana in un isolotto dell'arcipelago che in 20 minuti si girava per intero a piedi, oziando da mattina a sera. In camera c'era anche la tv con la Rai. L'idea che le Maldive fosse anche un paese con una sua storia e una sua cultura mi sa che non mi sfiorò nemmeno. O forse riuscii ad accantonarla alla svelta.

Succede con tutti o quasi tutti, ma per fortuna non è successo con Marco Carnovale, viaggiatore scrittore, che le Maldive non solo le ha girate in lungo e in largo e a più riprese, ma a provato a cercarle anche sugli scaffali delle librerie. E sorpresa, un posto che può più o meno contare su un milione di presenze turistiche all'anno è pressoché assente dagli scaffali. Davvero, come se le Maldive fossero solo quel sogno, quella cartolina da invidia.

Un vuoto a cui ora Carnovale pone rimedio, con il suo Viaggio alle Maldive. Libro intrigante, libro da autentico scrittore di viaggi, come già esplicita il sottotitolo, Arcipelago in bilico: una non guida per svelare le isole

Una non guida, appunto, cioé un vero libro di viaggi, capace di accompagnarci nelle storie e nei luoghi delle Maldive, tra una suggestione del grande Ibn Battuta e un'esplorazione della vita complessa e trascurata della capitale Malé.

Consigliatissima per tutti coloro che vogliono saperne di più, perché c'è ozio e ozio.

venerdì 25 gennaio 2013

Incontrando i turisti in quello che fu il mio lager

Sarò strambo ma mi pare che i visitatori, mentre tornano alle loro automobili, mi osservino come se di colpo fosse riapparsa sulle mie spalle la giubba a strisce e io stessi camminando sulla ghiaia con gli zoccoli. 

Si tratta certo di un'idea bislacca: però è vero che a volte, in momenti particolari, si è capaci di emettere un fluido invisibile ma potente, che gli altri percepiscono come la vicinanza di un'atmosfera insolita, eccezionale, e ne vengono colpiti come un'imbarcazione da un'onda anomala.

E chissà, forse sulla mia persona è rimasto davvero un qualcosa di com'ero in quel tempo.

Perciò tento di camminare tutto raccolto in me stesso, e quasi mi disturbano i sandali leggeri che ho ai piedi, che mi consentono un passo molto più elastico di quello che potrei permettermi se le mie calzature fossero ancora di tela e le suole di legno spesso.

(da Boris Pahor, Necropoli, Fazi editore)

domenica 29 gennaio 2012

Viaggiare leggeri per prepararsi all'ultimo viaggio

Ciò che rende unico il tuo andare non è l'aver visto quelle montagne, quei monasteri, quei palazzi, o solcato quei sentieri, o attraversato quei mari, bensì su quella strada l'aver incontrato certe persone.


Purtroppo il turismo fa di tutto per impedirti gli incontri e ti fa viaggiare in gruppo; ma quando ti muovi da solo, con i mezzi lenti a basso consumo di energia, fatalmente ti trovi in queste situazioni.


E questo è un insegnamento enorme, soprattutto per l'ultimo viaggio della nostra vita, che è forse il più vero di tutti poiché sei rassegnato ad attraversare un mondo di cui non hai la minima idea, senza conoscere la lingua, senza nessun bagaglio, completamente nudo.


Credo che un uomo possa affrontare questo viaggio con più leggerezza se ha tanto viaggiato, poiché si è abituato a rinunciare al superfluo e alle fine capisce che deve lasciare in un angolino anche il proprio corpo, l'ultimo superfluo.


(Paolo Rumiz, intervista a Irene Ameglio, L'Indice)

martedì 6 dicembre 2011

Quando andare in treno non era viaggiare

Non considero viaggiare l'andare in treno, affermava perentoriamente John Ruskin, uno dei più raffinati intellettuali dell'Ottocento inglese, grande viaggiatore.

C'è stato un tempo, insomma, in cui il treno era un prodigio di velocità che sembrava sottrarre qualcosa, o molto, all'esperienza del viaggio. Così come è successo per l'automobile, il cui uso alcuni hanno osteggiato nemmeno si trattasse di vendere l'anima al diavolo, mentre per altri è stato come riscoprire il piacere della lentezza.

Treno sì, treno no. O treno come, forse è più giusto. Alta Velocità per presentarsi per tempo in un ufficio di Milano o Roma, oppure le infinite tappe della Transiberiana?

 Ciò che rimane indiscutibile è quanto ci ricorda Luigi Marfè in in suo saggio - Lo spazio raccontato nell'epoca del turismo - che, al di là del titolo decisamente ostico, è un'appassionante galoppata attraverso tanta letteratura di viaggio:


Resta però indiscutibile il fatto che i mezzi di trasporto trasformano la percezione del lontano

Del lontano e del vicino, aggiungo. Anche se poi la cosa più importante è attraversarli i posti. Non saltarli di slancio, con la forza dei mezzi e senza nemmeno uno straccio di fantasia.

martedì 18 gennaio 2011

Il turista nudo e il suo ovunque

E dunque, bisognerà arrivare fino in Papua Nuova Guinea per trovare un posto davvero lontano, che non abbiamo ancora reso uguale a tutto il resto e anche a noi? Bisognerà fare così per smettere i panni del turista universale - che è sempre lo stesso come sono sempre gli stessi gli hamburger di McDonald's - e sentirsi un po' più viaggiatore?

E comunque, quanto durerà anche in Papua Nuova Guinea?

Sono queste le domande che accompagnano Lawrence Osborne in Il turista nudo (Adelphi), storia di un viaggio che approda a un fazzoletto di giungla e di mondo primitivo al termine di una sorta di cammino di espiazione attraverso un Oriente che non è più Oriente, semmai simulacro di Oriente a uso e consumo dei tour-operator.

Ed ecco dunque Dubai che è un grande shopping-centre dove anche la sabbia sembra finta; ecco Calcutta giungla di asfalto e traffico; ecco Bangkok con il suo straripante mercato del sesso; ecco Bali che prima di tutto è invenzione riuscita di tanta buona cultura europea....

Può piacere o non piacere, ma niente sembra salvarsi. Un tempo c'erano i continenti, c'erano terre diverse ed estranee. Oggi c'è l'Ovunque. E in questo ovunque troviamo gli stessi resort, le stesse merci, le stesse attrazioni per orde di vacanzieri....

Oppure no... Chi può dire, in effetti? Questo è un gran bel libro, ma non sarà che c'è anche un po' di puzza sotto il naso?

Certo, si può perdonare tutto a uno come Lawrence Osborne, che se la prende con gli scrittori di viaggio ma poi è un grandissimo scrittore di viaggio... Uno straordinario scrittore che sa narrare alla grande il suo viaggo... e in questo modo smonta proprio la sua tesi.

Perché l'ovunque sarà ovunque, ma poi quello che conta è il nostro modo di guardare e raccontare i posti. Di viverseli.

E per questo nemmeno importa arrivare in Papua Nuova Guinea. Una valle dell'Abruzzo, un canale di Olanda, può essere già molto, molto lontano.

lunedì 10 gennaio 2011

Cercare Shangi-Là e trovare noi stessi

Da Atlantide a Shangri-Là, cosa vorrà dire questa costante ricerca di un luogo dell'utopia, di una valle incantata, di un'isola fuori dal tempo e dalla storia?

Non è che finora ci abbia pensato molto, però l'altro giorno mi sono imbattuto in una frase de Il turista nudo di Lawrence Osborne (Adelphi), che è stata come un raggio di luce:

Per secoli, occidentali e affini hanno cercato valli nascoste, regni perduti e isole scomparse: e civiltà estinte. Non so se indiani e giapponesi soffrano delle stesse ossessioni, e se per esorcizzarle viaggino. Ma se così non è, se questa patologia si deve considerare unica, allora ritengo dica qualcosa su di noi che ne siamo affetti

E non so se è vero, come lui sostiene, che tutto questo riguarda noi europei, noi occidentali, quasi in esclusiva - Comunque, la smania di vedere coi propri occhi un frutto dell'immaginazione credo sia una forma di pazza tipicamente occidentale. O no? - ma so che dietro questa smania, che è insieme voglia di redenzione e di fuga, c'è  qualcosa che aiuta a capire meglio noi stessi. E non è poco.

giovedì 16 dicembre 2010

Ma c'è bisogno degli "scrittori di viaggi"?

Fino a ieri leggevo gli "scrittori di viaggi" - e anche sugli "scrittori di viaggi" - e l'unica cosa che non mettevo in discussione era proprio questa espressione: "scrittori di viaggi". Qualcosa a metà tra una seria classificazione nel mare magnum della letteratura e un titolo onorifico da invidiare. Una sorta di segnalibro per tracciare una distesa di parole a me congeniale.

Poi ho cominciato a leggere Il turista nudo di Lawrence Osborne (Adelphi), un libro che, lo dico subito, fin dalle prime pagine mi sembra promettere molto. Ed ecco il dubbio come un macigno:

Il turismo ha generato un rispettabilissimo numero di attività subordinate. Tour operator, albergatori, guide, direttori di resort, naturalmente, ma anche quegli esseri che è uso definire, con un'etichetta a dir poco lugubre, "scrittori di viaggi". La cultura tecnocratica preferisce infatti far seguire la qualifica di "scrittore" da un aggettivo, a garanzia del fatto che l'individuo in questione non è un ciarlatano, cioé un povero disgraziato con una sua voce, e soprattutto non è, orrore degli orrori, uno scrittore e basta. Il bello è che "scrittore di viaggi" lo si diventa d'ufficio, appena pubblicato un rigo avente per oggetto una città straniera

Dubbio, allora: abbiamo davvero bisogno degli "scrittori di viaggio"? Voi che ne pensate?

martedì 2 novembre 2010

L'India del signore delle lacrime

Le strade che abbiamo percorso, anche non tante volte ma avendo la piena consapevolezza piena di quel che facevano, si impregnano di noi. Il nostro fantasma continua a batterle, anche se non siamo morti, anche si siamo vivi altrove

Da un grandissimo editor - un punto di riferimento per l'editoria italiana - un libro che non mi attendevo, che è molte cose insieme.
 
Proprio così: Signore delle lacrime di Antonio Franchini (Marsilio) è un libro di viaggio che non è solo di viaggio, è riflessione alta, dialogo con se stessi, tuffo nella spiritualità. Reportage narrativo dall'India che non dimentica la vita quotidiana a casa propria. Abitudini e vizi del turista, ma anche autobiografia. Pantheon induista e materialismo nostrano, con diverse sorprese però. Occidente e oriente e tanto altro ancora.

Un libro che è ricchezza e contaminazione e allergia a ogni schema precostituito. Un libro che non fa sconti e che per questo è ancora di più da leggere.

giovedì 8 luglio 2010

Le vacanze nel Baltico della signora Elizabeth

Su una splendida isola del Baltico un giorno arriva Elizabeth, per un viaggio lento a piedi e in carrozza, in compagnia solo del cocchiere e della cameriera. Un viaggio che ai tempi - siamo all'inizio del Novecento - solo poche donne, e notevolmente emancipate, avrebbero messo in programma.

Non mancano davvero i motivi di fascino, in questo Elizabeth a Rugen, pubblicato da Bollati Boringheri: le attrazioni di terre e mari del Nord che aiutano a ritrovare una dimensione più genuina, le descrizioni di un turismo di altri tempi ma già decisamente petulante e aggressivo, lo spaccato di un certo tipo di società colta, mondana, elegante...

Comincia come un diario di viaggio, ma poi il libro diventa ben altro, dopo il colpo di scena dell'incontro con una cugina persa da diversi anni e poi con il marito di quest'ultima. Crisi coniugali, passioni intellettuali, disavventure varie segnano un itinerario dove non manca mai l'arguzia tipica di certe signore di cultura britannica di altri tempi.

La Von Arnim, ricordiamolo, è la stessa che ha scritto Un incantevole aprile, libro da cui anni fa venne tratto un film gioiellino.Le sue qualità emergono anche da queste pagine: una lettura non imprescindibile, ma piacevole, curiosa.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...