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lunedì 9 marzo 2020

Riflettori accesi sui perdenti di talento

Vi hanno detto che è bene vincere le battaglie?
Io vi assicuro che è anche bene soccombere, 
che le battaglie sono perdute nello stesso spirito in cui vengono vinte....

Sono versi di Walt Whitman, tratti da Il canto di me stesso, e sono perfetti come epigrafe di questo libro affascinante e strampalato, buono per tutti i curiosi e gli affamati di storie. Paul Collins lo avevo già incontrato in un altro libro, in cui raccontava la sua esperienza da Hay-on-Wye, la città dei libri del Galles: e avevo capito già da quelle pagine che era un collezionista di singolari traiettorie umane oltre che un ottimo affabulatore.

Lo ritrovo ora con La follia di Banvard (uscito sempre per Adelphi), libro di qualche anno fa ma che aveva destato la mia diffidenza di lettore, per un titolo che un po' ostico è senz'altro. 

Non avevo capito che era un libro sulla sconfitta, anzi sugli sconfitti. Meglio sugli sconfitti di genio e talento: gente che meritava, gente che a volte ce l'ha anche fatta, o quasi fatta, solo che è mancato quell'istante, quel dettaglio, quell'ultima tessera del mosaico. Gente che per un momento ha assaporato il successo prima di una caduta ancora più rovinosa. Gente, a volte, che è arrivata troppo presto all'appuntamento con gli eventi e le circostanze.

Non l'avevo capito ma appena ci sono arrivato in queste pagine mi nsono immerso. E fino alla fine non l'ho mollato più.

venerdì 30 agosto 2019

Re Artù si ritrova nei pub e nelle miniere

«Mi interessa Re Artù prima che diventi verso di poeti, personaggio di romanzi, ispirazione per il cinema. Anche se è per tutto questo, in effetti, che Re Artù è Re Artù. Almeno per me: l’uomo – o l’ombra – per cui mi sono messo in viaggio». 

Un viaggio tra Galles e Cornovaglia inseguendo l’ombra di Re Artù, mito tra i più grandi e affascinanti della nostra civiltà, lungo sentieri a picco sul mare, castelli di fantasmi, antiche battaglie, isole smarrite nelle nebbie, montagne abitate da giganti. Tra i cavalieri della Tavola Rotonda e l’eterna ricerca del Santo Graal, si riannodano i fili di vicende che parlano ai nostri giorni: perché Artù, in fondo, non è altro che l’idea di un sovrano capace di garantire pace e giustizia. Anche per questo è un mito che non muore. 

Lo si ritrova nelle miniere abbandonate, nei pub di campagna, nei campi da rugby, in abbazie che ricordano San Galgano nella sua Toscana. E soprattutto nelle parole dei grandi della letteratura, da Thomas Malory a Mark Twain, da Chrétien de Troyes a Dylan Thomas.

 Fino a una città dei libri – Hay-on-Wye – che alimenta le leggende e di per se stessa è già una leggenda.

lunedì 10 ottobre 2016

Tra Merlino e il Santo Graal, il romanzo all'inizio dei romanzi

Pensare che è il primo romanzo in prosa nella storia della lingua francese: roba, pare, a uso e consumo di appassionati di filologia, comunque di studiosi seri. Pensare che il titolo basta a destare un ovvio timore reverenziale. Il Libro del Graal: roba, è evidente, da malati di strani esoterismi.

Diciamolo pure, se non fosse stato per il mio viaggio di quest'estate in Galles e Cornovaglia, sulle orme di Re Artù e dei suoi cavalieri, da questo libro mi sarei tenuto ben alla larga. Diffidandone con tutto il cuore.

Però è così: sono tornato e ho deciso di dedicare questo autunno, forse anche l'inverno alle storie del Re dei Britanni, con tutto quello che ne discende: compresa l'estenuante ricerca del Santo Graal. Per questo mi sono imbattuto anche in questa opera di Robert de Boron, scrittore di Francia, anzi, di Borgogna, dell'epoca della cavalleria e delle crociate.

E alle sue pagine mi sono avvicinato come chi se ne sta al bordo della piscina e sfiora l'acqua con le dita del piede, perché non sia mai, magari è troppo fredda. Per poi trovarmi di colpo in acqua e nuotare,  a nuotare con il freddo che se c'è stato ora se n'è andato via.

E ho letto di Giuseppe di Arimatea, primo custode del calice che raccolse il sangue di Cristo. Ho letto di Merlino, nato dall'unione di una donna e del diavolo, dotato del dono della profezia e della metamorfosi, profeta del Graal e guida di Artù. Ho letto dei cavalieri della Tavola Rotonda, delle loro peripezie, dei loro duelli, dei loro viaggi per mare e per terra. Ho letto infine di Perceval, il più indomito ma soprattutto il più puro di tutti, che arrivato al Graal una prima volta se ne dovrà tornare indietro perché non ha posto la domanda che doveva porre. Ma che in seguito - dopo aver ancora tanto cercato e penato - del Graal potrà diventare l'ultimo custode.

Sorprendente, coinvolgente, enigmatico, anche a prescindere dal misticismo che lo pervade: un romanzo, un vero romanzo. Alla fine da quella piscina non avrei voluto uscire.

lunedì 29 agosto 2016

Se un libro mi aiuta a credere a Re Artù e ai suoi cavalieri

La lettura di questo libro vi farà trascorrere piacevolmente il tempo, ma regolatevi a vostro talento quanto al prestarvi fede e al credere tutto ciò che esso contiene.

Così scriveva nel 1485 William Caxton, primo tipografo di Inghilterra, all'atto di dare le stampe La storia di Re Artù e dei suoi cavalieri, opera di ser Malory che avrebbe definitivamente consacrato il nome e il mito del sovrano dei britanni, di cui tanto si era già parlato nei versi dei bardi, nelle cronache dei monaci e nelle storie dei trovatori francesi.  

Diceva già tutto, William Caxton. Ovvero: vai a sapere se erano vere le imprese di Re Artù, ma in fondo si trattava di cosa meno rilevante rispetto alla possibilità di trascorrere piacevolmente il tempo sprofondandosi nella lettura; ciascuno poi era libero di crederci o non crederci, però in fondo, a pensarci bene, perché non crederci? Le parole non hanno forse il potere di creare mondi?

Quanti studiosi nei secoli si sono affannati a cercare la verità dietro o sotto il mito, provando a individuare quel personaggio storico, quel luogo, quella circostanza. E di tanto in tanto ecco la scoperta, la rivelazione, l'inevitabile bufala.

Io questo libro me lo sono portato in Galles, uno dei luoghi in cui la storia - incerta - più si intreccia con il mito - potente - del sovrano giusto e coraggioso e dei suoi cavalieri. Mi sono lasciato accompagnare dai saggi consigli di Merlino, dai sortilegi di Fata Morgana, dalle giostre dei cavalieri e dall'amore infelice di Lancillotto e Ginevra. E guardandomi intorno, respirando l'aria del Galles, ho sentito che quelli erano i posti, che quelle storie in qualche modo avevano lasciato un segno su quei boschi, quei laghi, quelle scogliere a picco sul mare.

Vero, falso? Che importa. L'immaginazione di Ser Malory - avventuriero che scrisse gran parte della sua opera in galera e non si sa se sia scampato al patibolo - è la magia della letteratura: creare e ricreare il mondo. Fare in modo che tutti noi, almeno per qualche tempo, ci si possa credere.

sabato 27 agosto 2016

Dylan Thomas, il clown della luna che ancora ci parla

Che dire di lui? Che era pretenzioso, dissoluto, bugiardo, infedele, inaffidabile. Che si perdeva in fondo ai troppi bicchieri. Che per quanto riuscì a vivere fu sempre lacerato tra la tentazione di una vita normale e una vocazione a distruggersi che quasi sempre ebbe la meglio. Che assegnava un'eccessiva fiducia alle parole e alla loro capacità di giustificare più o meno tutto.


Certo, fu tutto questo, Dylan Thomas. In qualche modo lo diceva lui stesso: Dentro di me albergano una bestia, un angelo e un pazzo. Ma soprattutto fu un poeta. E fin da bambino, tra i vicoli di Swansea o i pascoli della campagna gallese, coltivò il sogno della poesia.

E si apra pure il dibattito sul potere salvifico della poesia, sulla sua possibilità di riscattare davvero una vita. Il fatto indiscutibile è che Dylan per noi sarà sempre il poeta capace di illuminarci con i suoi versi come lampi nell'oscurità e di restituirci l'intima e divina felicità vitale nascosta nel cuore di tutte le cose.

A distanza di tanti anni è ancora amato, letto, ricercato, citato, con una fedeltà che di solito non appartiene alla letteratura: e ci sarà pure un motivo. O forse più di un motivo, perché certo non può essere solo il fascino del poeta bohemièn, pronto a mandare in frantumi la sua vita.

La sua vita, appunto. Quella che ci racconta splendidamente il suo biografo Paul Ferris in Dylan Thomas. Essere un poeta e vivere di astuzia e birra (Mattioli 1885), libro che appassiona come un romanzo e va al cuore del mondo che Dylan popolò con le sue emozioni.

Il vero Thomas - spiega Ferris – si nasconde più in profondità: dietro alle capriole che improvvisava in pubblico. Mi sa che un libro così poteva scriverlo solo uno come Ferris, nato e vissuto a Swansea come Dylan, che ha camminato per le sue strade, bevuto nei suoi pub, consumato il suo tempo a guardare barche in partenza e basse maree. 

Mi è piaciuto leggerlo negli stessi giorni in cui girellavo per il Galles, in qualche modo inseguendo anch'io l'ombra di Dylan, nella sua Boat House a Laugharne, come nel museo che gli è stato dedicato a Swansea.

Clown della luna, lo definì Charlie Chaplin. Poeta, poeta comunque, come lui volle sempre essere, come confessò anche in quella riga che poi è divenuto lo splendido sottotitolo di questo libro:

Preferirei in qualunque momento essere un poeta e vivere di astuzia e birra.

A Swansea mi sono imbattutto in una parete con una scritta in lettere bianche su campo nero: More poetry is needed, c'è bisogno di più poesia. E' ancora Dylan, che qualunque cosa sia stata non smette di parlarci.



domenica 12 giugno 2011

Un libro è almeno un rigo del tuo necrologio

Detto nel modo più banale: le persone se ne vanno, i libri rimangono. Anche se di loro pare persa ogni traccia. Anche se sono condannati ad ammuffire nel fondo di un magazzino o a impolverarsi nel più dimenticato degli scaffali di una biblioteca.

Questo è almeno quello che in genere ci piace credere.

Paul Collins scrive così, nel libro in cui racconta del suo soggiorno a Hay-on-Wye, il paesino del Galles che da qualche anno ha costruito la sua fortuna sui libri usati che gli arrivano dagli Stati Uniti (Nel paese dei libri, Adelphi)


Il fatto curioso, se si ha scritto un libro, anche se caduto nel dimenticatoio, è che ci sopravviverà

Anche contro la volontà dello stesso autore, naturalmente, perché ci deve essere una qualche legge di Murphy che regola anche questa materia. Per tanti scrittori che cercano di consegnarsi all'eternità, senza riuscirci, non sono mancati coloro che hanno provato - inutilmente - a fare sparire una loro opera.

Nathalien Hawthorne, per esempio, che tentò in tutti i modi di cancellare dalla faccia della terra il suo primo romanzo, facendosi restituire anche le copie regalate agli amici per poi bruciarle. Missione fallita.

Conclude Collins - e chissà se può essere di qualche conforto:

Quando pubblichi un libro, sai in anticipo almeno una riga del tuo necrologio

lunedì 26 luglio 2010

Chi era Gafyn Llawgoch? La parola a chi sa

Chi era davvero? Come erano i suoi libri e dove sono finiti? Quali altre cose ha scritto senza pubblicare, o perchè non ha trovato un editore o perché non lo ha nemmeno cercato? E poi, è davvero esistito? Che ne so, io? Come potrò saperlo?

Quante domande che mi sono posto l'altro giorno, recuperando un vecchio ritaglio di D di Repubblica in cui Giacomo Papi tratteggia la biografia di tredici ghost-writers. Parola, quest'ultima, riferita non tanto a persone che hanno prestato ad altri la loro penna e la loro testa (anche se in fondo sì, anche loro hanno prestato le loro parole, a tutti noi), ma a scrittori che sono spariti come spettri, inghiottiti dalla vita e dalla fatica di vivere, dal tempo e dalle sue offese.

Ecco, leggete la prima "vita", una ventina di righe che mi hanno spalancato una voragine di curiosità.
Gafyn Llawgoch. Il più grande pensatore anarchico del Galles di tutti i tempi nacque a Cardiff il 30 novembre 1900, lo stesso giorno in cui a Londra moriva Oscar Wilde. Era l'unico figlio di Gareth, minatore, e Fynn, cameriera. Per tutta la vita si rifiutò di lavorare, guadagnandosi da vivere scommettendo con intelligenza e misura alle corse dei cani. Si racconta che abbia scritto i suoi unici due libri - Manifesto per un mondo che non c'è (1926) e Beauty is beauty (1931) - sul retro dei tagliandi delle puntate non andate a buon fine. Le scommesse incassate e il conseguente ritiro dei tagliandi da parte dei bookmaker sarebbero, invece, all'origine delle frequenti lacune e salti logici tipici della sua prosa. Lasciò Cardiff soltanto due volte. Nel 1927 per un doppio soggiorno in Urss e negli Usa che consolidò i suoi istinti anarchici. E nel 1953 per il Giappone, dove frequentò il poeta e teorico dei media Junichiro Kawasaki con cui compì un memorabile viaggio a Kyoto in motocicletta e sidecar che ispirò quello di Alberto Granado e Ernesto Che Guevara in Sudamerica. Morì di polmonite nell'autunno del 1967 in una Cardiff che non riconosceva più. Le sue ultime parole furono: "Vivere sarebbe bellissimo, se solo riuscissimo a essere vivi".

Ecco, proprio lui: chi era Gafyn Llawgoch? Ho provato a cercare sulla grande Rete dove si trova tutto e il contrario di tutto, ma nel caso l'ho trovata sorprendentemente avara di notizie.

Quanti scrittori si sono persi così? Quanti libri sono spariti dalle nostre librerie, dalla nostra memoria?
Ma soprattutto come ha vissuto uno scrittore che alla fine ha saputo dire solo questo: Vivere sarebbe bellissimo, se solo riuscissimo a essere vivi?


Coraggio, chi sa qualcosa?

sabato 17 aprile 2010

Nel Galles, in quel villaggio dei libri


Qualcuno di voi ha mai sentito parlare di Hay-on-Wye?

Io finora no, però mi sono bastate poche righe per aprire il rubinetto dell'invidia. Ovvero: perché mi si destasse il sogno, più o meno destinato a rimanere tale, che anche da noi possa spuntare da qualche parte una Hay-on-Wye nostrana. Di più: non solo una, svariate Hay-on-Wye.

E dunque, Hay-on-Wye è un villaggio gallese di quelli che l'anonimato sembra un destino, la monotonia una condizione pressochè permantente. Uno di quei posti, immagino, dove non ci si dovrebbe fermare, se non per una pinta al pub e il pieno di benzina, per poi tirare subito dritto.

Però guardate questi due numeri: 1.500 abitanti, 40 librerie, quasi tutte con scaffali pieni zeppi di libri di seconda mano o fuori catalogo. Grosso modo una libreria ogni 40 abitanti. In Italia ci sono cittadine di 50 o 60 mila abitanti che di librerie fanno fatica ad averne una.

Da qualche parte ho letto che non è una tradizione antica, di quelle che fanno sì che un posto possa qualificarsi come la città del cuoio oppure dei coltelli. Pare che tutto sia cominciato nel 1961, quando un tale Richard Booth decise di aprire una libreria nella vecchia stazione dei vigili del fuoco. La cosa funzionò e piacque. Già agli inizi degli anni Settanta questa era diventata la "città dei libri".

Così è riuscita a innescare un turismo dei libri dai numeri impressionanti. Perché c'è anche questa cifra da considerare: mezzo milione di "biblioturisti" che ogni anno, soprattutto nei fine settimana, prendono di assalto le librerie di Hay. Molto di più di un festival o di una rassegna con cui per una settimana si prova ad accendere i riflettori sul mondo del libro. Non c'è nemmeno bisogno di autori, presentazioni, eventi vari. Questi gallesi riescono a mandare avanti il loro villaggio con i libri usati... Volumi venduti a 50 penny, anche.

C'è uno scrittore americano, Paul Collins (l'autore di La follia di Banvard), che in questo paese ha deciso di viverci. Su D di Repubblica ho letto che ci ha scritto anche un libro - Al paese dei libri, appunto - che Adelphi farà uscire tra qualche settimana.

Io ad Hay-on-Wye spero di andarci, una volta all'altra. Intanto proverò ad accontentarmi del libro di Paul Collins.

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