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lunedì 21 settembre 2015

Dove si nascondeva il tempo migliore della nostra vita

Allora io avevo fede in avvenire facile e lieto, ricco di desideri appagati, di esperienze e di comuni imprese. Ma era quello il tempo migliore della mia vita e solo adesso che m'è sfuggito per sempre, solo adesso lo so.

Ecco, la chiave del libro, perfino la spiegazione del suo titolo, è tutta qui, in queste due righe. Parole che non sono di Antonio Scurati e non sono nemmeno dell'uomo la cui breve vita Scurati prova a restituirci. Ma della moglie - Natalia Ginzburg, scrittrice che in molti abbiamo conosciuto e amato con Lessico famigliare - della moglie, appunto: con queste parole che grondano di malinconia e dolcezza. Quando tutto è ormai finito, quando quel futuro che per qualche tempo sembava schiudersi è ormai morto e sepolto.

Come è importante, come è carico perfino di orgoglio, perfino di una singolare ombra di felicità, il titolo di questo libro: Il tempo migliore della nostra vita (Bompiani).

Io non l'ho comprato per il titolo, ma solo quando ho saputo che parlava di Leone Ginzburg - il marito, per troppo poco tempo, di Natalia, appunto. Leone: ebreo di Odessa, trapiantato in Italia per le varie circostanze della storia, straordinaria figura di intellettuale già da giovanissimo, tra i fondatori dell'Einaudi. Una possibilità in gran parte mancata per la nostra cultura. E chissà cosa avrebbe potuto fare, se la sua strada non si fosse incrociata con quella del fascismo.

Tra i pochissimi a rifiutare il giuramento al fascismo e a perdere così la cattedra conquistata a soli 25 anni - L'onore è un motivato rifiuto. L'onore è obbedire senza abbassarsi. L'onore è sentire la bellezza della vita. E poi l'antifascismo già negli anni in cui tutti si dicevano fascisti. La resistenza con la forza delle parole e delle idee, senza mai sparare un colpo. L'arresto e il confino. La morte in carcere.

Una vita breve, con poca libertà, sempre che non si tenga conto della libertà che è del cuore e della testa e che non si lascia soffocare nemmeno in una cella. Ma soprattutto una vita che è stata una promessa di felicità. Quella di un giorno in cui si potrà non essere eroi. In cui la storia non ci chiamerà alle nostre responsabilità.

Il sogno di un futuro. Nella normalità. Tranne scoprire - magari quando è troppo tardi, magari nei pensieri amari di chi è sopravvissuto - che proprio allora abbiamo giocato le nostre migliori carte. Che lì si annidava il tempo migliore.

domenica 22 dicembre 2013

Le storie raccontate in famiglia

Mia madre invece si rallegrava raccontando storie, perché amava il piacere di raccontare. 

Cominciava a raccontare a tavola, rivolgendosi a uno di noi: e sia che raccontasse della famiglia di mio padre, sia che raccontasse della sua, s'animava di gioia ed era sempre come se raccontasse quella storia per la prima volta, a orecchie che non ne sapevano nulla.

"Avevo uno zio - cominciava - che lo chiamavano il Barbison".

E se uno allora diceva: - Questa storia la so! l'ho già sentita tante volte! - lei allora si rivolgeva a un altro e sottovoce continuava a raccontare.

- Quante volte l'ho sentita questa storia! - tuonava mio padre, cogliendone al passaggio qualche parola.

Mia madre, sottovoce, raccontava.

(Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, Einaudi)

martedì 26 novembre 2013

Ci basta sentire una frase, per riconoscerci

Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all'estero: e non ci scriviamo spesso. Quando c'incontriamo, possiamo essere, l'uno con l'altro, indifferenti o distratti. Ma basta, fra noi, una parola.

Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia. Ci basta dire: "Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna" o "De cosa spussa l'acido solfidrico", per ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole.

Una di quelle frasi o parole, ci farebbe riconoscere l'uno con l'altro, noi fratelli, nel buio d'una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza d'un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo...

(Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, Einaudi)

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...