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giovedì 18 agosto 2011

Il dubbio del giornalista fa bene alla verità

E' molte cose insieme Lui non dette l'ordine (Edizioni Ets) di Giovanni Parlato, bravo giornalista del quotidiano Il Tirreno capace di coniugare rigore professionale e valori umani.

Molte cose davvero, e allora è meglio partire da ciò che non è, tanto per sgombrare subito il campo. Non è la ricostruzione di uno dei più grandi e controversi misteri del nostro Novecento, l'omicidio del commissario Calabresi. Non è la storia delle vicende giudiziari di Adriano Sofri (e con lui di Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani), accusato e poi condannato per quell'omicidio. E non è nemmeno un libro a tesi, semmai un libro che le tesi intende rimetterle in discussione.

Parlato parte da una sentenza, dalle porte di una prigione che si aprono, da un incontro in carcere con l'uomo che la giustizia ha appena giudicato colpevole. E' un cronista, inviato dal suo giornale. Ed è la verità quello che gli si chiede, ma proprio la verità è il suo problema.

Un'aula di tribunale, con tutte le sue carte e le sue procedure, ha affermato la sua verità. Però a volte basta uno sguardo, perchè le prime crepe si aprano.

Non li avevo mai visti prima. E la sensazione, a pelle, fu che queste tre persone fossero state condannate ingiustamente

Ecco, comincia così. Col dubbio che aiuta a rimettere in discussione e con la memoria che ci spinge a non chiudere le cose una volta per tutte.

E allora, prima ancora che su un caso - il caso Sofri - questo è un libro sulle grandi questioni che sono di tutti noi. Sulle verità troppo comode, sulla possibilità (e l'impossibilità) di giudicare, sui silenzi della storia, sulle parole che possono sottrarre la libertà e a volte anche restituirla.

Libro bello, quello di Giovanni Parlato. Libro che va abbondantemente oltre ogni aspettativa, che pagina dopo pagina sa appassionare come un romanzo, perché è così che succede, se ci si mette al servizio della verità (anzi, del dubbio che fa bene alla verità)  non solo per fame di titolo, per smania di scoop, ma piuttosto per quel fare bene le cose che è in primo luogo un impegno con noi stessi.

Perchè con noi, grazie a noi, domani il mondo sia un poco migliore di quanto lo sia stato fino a ieri.
 

martedì 15 febbraio 2011

La Spoon River del ferroviere anarchico

E' un bel libro Una storia quasi soltanto mia, un libro genuino, pulito, capace di toni sommessi e di parole che fanno bene. Bello fin dal titolo, capace di indirizzare subito sulla strada giusta e di evitare il possibile equivoco con un lampo di poesia. Perché in queste pagine è raccolta la lunga intervista che qualche anno fa Piero Scaramucci - giornalista esperto e di impegno civile - ha fatto a Licia Pinelli, la vedova del ferroviere che dopo la strage di Piazza Fontana volò da una finestra del commissariato di polizia di Milano.

Non è un libro politico, questo, non è l'ennesima ricostruzione di una storia che ha segnato l'Italia. Al centro di queste pagine c'è proprio Licia, la vedova, la donna che quel giorno del 1969  ha dovuto voltare le spalle a una vita e cominciare a impararne un'altra. Donna schiva, refrattaria a ogni palcoscenico illuminato, ma inflessibile nella richiesta di giustizia. Donna che malgrado tutto ha saputo essere porto sicuro per le sue figlie. Donna che in questa intervista è come se ritrovasse la possibilità della parola e dello sguardo interiore.

Sapete, c'è una cosa che mi ha commosso particolarmente in questa storia, che è anche la storia di una famiglia e di una Milano popolare, quella delle case a ringhiera. E' l'amore tenace di Licia e di suo marito Pino per un libro, l'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters.

Dice Licia:

Pensa, la prima volta me lo hanno regalato che avevo quindici anni, e man mano che me regalavano una copia io regalavo quella vecchia

Dice Licia di Pino:

Rileggeva qualche poesia e ci faceva i suoi commenti su dei bigliettini, ormai per ogni pagina c'erano bigliettini, segnetti... In definitiva anche se lo leggi tutto non è che lo esaurisci, c'è dentro la storia di un paese e ogni volta può rispondere a una tua domanda: un libro di poesie serve a questo

Licia conserva ancora la copia dell'Antologia di Pino. E c'è tutta una poesia di Spoon River, incisa nella lapide della sua tomba, al cimitero di Carrara.

Non so spiegarlo, ma mi commuove. Come se la poesia fosse più tenace delle follie della storia.

domenica 28 febbraio 2010

Le due donne di Riccardo Cardellicchio


Ci sono libri che rischiano di essere portati via dalla corrente incessante e tumultuosa della produzione editoriale italiana e che invece bisognerebbe riuscire a pescare e tirare sulla riva della nostra attenzione. Ci sono autori che anche se non hanno raggiunto la ribalta del bestseller nazionale - cosa importa del resto? - vanno tenuti di conto, per il tesoro di emozioni che ci regalano, per la forza delle loro parole, per le storie che riportano alla luce e restituiscono alla nostra memoria, direi anche alla nostra responsabilità.

Sarà banale, lo so, ma è questo che mi è venuto in mente leggendo La strega e il vicario di Riccardo Cardellicchio, giornalista e scrittore toscano che già conosco per aver pubblicato in passato un po' di tutto - racconti, monologhi, perfino haiku - ma che mi ha toccato soprattutto con queste pagine.

Due tragiche storie toscane, è il sottotitolo di questo libro, con cui la casa editrice Sarnus riunisce due storie di donne toscane che sono anche due testi teatrali già rappresentati con successo. La storia di Gostanza da Libbiano, donna processata per stregoneria alla fine del Cinquecento e la storia di Elvira Orlandini, la "bella Elvira", uccisa nel 1947 da una mano rimasta ignota nonostante un processo che fece scalpore.

Due storie di violenza su donne, certo. Ma anche molto di più. Perché Gostanza ed Elvira sono separate da cinque secoli ma unite da un ponte di pregiudizio. Dalla levatrice accusata di stregoneria alla donna troppo bella, in fondo, per non essere almeno in parte responsabile della sua morte.

Questa è la prima cosa che mi è venuto in mente leggendo queste pagine, che si leggono di un fiato, risucchiati da un ritmo incalzante, da una scrittura secca e nervosa. Poi quando ho chiuso il libro mi è venuto in mente che il comune denominatore potrebbe essere anche un altro.

La vita di queste due donne smette di essere vita vissuta per diventare oggetto di processo. Diventa fatto pubblico, accusa, esame delle prove, legge che si fa giudizio. Ai tempi di Gostanza si adopera la tortura, ai tempi di Elvira ci si affida alle procedure dettate dal codice. Ma nell'uno e nell'altro caso c'è la pretesa di un tribunale di farsi verità.

E allora, davvero, questo piccolo libro potete leggerlo solo per il piacere di leggerlo, perché sono storie raccontate bene. Oppure potete cedere alla tentazione di una riflessione sul potere e la giustizia.

Così regalerà qualche inquietudine, sempre salutare però.

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