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giovedì 1 febbraio 2018

Come i cinesi divennero gialli, un libro per scoprire l'invenzione del colore (di Massimiliano Scudeletti)

 Andrea Corsali, italiano al servizio dei portoghesi, riferendo a Giuliano de' Medici delle sue esplorazioni, definisce la pelle dei Cinesi come «di nostra qualità». Era l'anno 1515, ma per quasi tre secoli la descrizione degli abitanti del Regno di Mezzo non cambierà: «gente di pelle bianchissima al Nord... bruni invece i cantonesi», riferiscono viaggiatori, naturalisti e missionari. Infatti, alle soglie del XIX secolo, i Cinesi sono ancora «un popolo di pelle bianca» (Dizionario universale, 1772, Parigi).
Parte da questo assunto, che ci lascia un po' stupiti, il breve ma dirompente libro di Walter Demel - Come i cinesi divennero gialli. Alle origini delle teorie razziali (edizioni Vita e Pensiero) - a metà tra il saggio e il viaggio nella storia, che stravolge le spire della teoria velenosa della razza.
Nel 1756 compare per la prima volta il termine luridus, che può essere tradotto come "giallastro", riferito al popolo cinese. Lo usa Linneo nella nona edizione del suo Systema naturae. Cosa abbia fatto cambiare idea al naturalista svedese che nelle precedenti edizioni lo aveva definito fuscus "scuro" - per colpa dei soliti cantonesi, meridionali dell'Impero -  lo possiamo solamente presumere. Forse si era fidato della descrizioni del naturalista Buffon che aveva definito luridus il popolo cinese (nel senso di infidi e poco affidabili). E Immanuel Kant, sì proprio il filosofo, si trova davanti luridus e lo traduce come "giallastro" in tedesco. 
Da lì in avanti i Cinesi, e molti altri popoli dell'Asia, rimarranno gialli anche se non lo sono. Un errore di traduzione, per quanto fatto da un filosofo eccelso, non sarebbe stato sufficiente, ma si stanno imponendo con forza sempre maggiore strambe teorie che dividono il mondo non più in continenti, ma in razze.
E cosa c'è meglio di un colore della pelle per giustificare l'esistenza e la riconoscibilità delle razze, visto che altri criteri non si riescono a trovare? Si chiede il Demel citando l'entusiastica adesione del mondo occidentale alla nuova definizione "cromatica" dei cinesi. Il colore giallo era perfetto: intermedio tra il bianco e il marrone, perfetto per sancire la gerarchica delle razze: al punto più basso gli Africani (neri), nel mezzo i Cinesi (gialli) e alla sommità... Beh, quello ce lo sentiamo ripetere tutt'ora.
A nulla è valso che l'antropologia moderna, usando i criteri delle scienze naturali, abbia stabilito che «mediamente le curve di riflessione della luce nel colore della pelle dei Cinesi sono di poco inferiori rispetto a quelle degli Europei (tradotto, sono leggermente più scuri della media europea). A nulla: rimangono i "gialli" con annesso "pericolo giallo" e tutta la vulgata razzista correlata.
Demel conclude il suo libro dicendo che: «La razza gialla non è certamente nata nelle plaghe sconfinate dell'Asia, ma nel cervello degli studiosi europei.» Noi assentiamo, per una volta antirazzisti a capo chino, visto che non siamo riusciti a discernere questa realtà passeggiando per una qualsiasi Chinatown - Prato o New York, non importa -. Abbiamo la sola scusa che le idee più velenose velano anche lo sguardo.
                                                                                        Massimimiliano Scudeletti

lunedì 14 novembre 2016

Riscoprire il Mediterraneo con le stelle di una volta

Questo è il racconto di un viaggio. Parla di barche, di mare e di coste; di città antiche e di metropoli moderne, di porti ormai scomparsi e soprattutto di un tempo lontano quando le stelle orientavano il cammino.

Ecco il libro che non ti aspetti da uno storico: e lo dico con tutta la considerazione possibile per chi la storia la esercita. Non te l'aspetti, perché ci sono dentro molte cose che in un libro di storia, soprattutto se italiano, raramente ci sono. C'è buona, anzi ottima narrazione. C'è capacità di prendere per mano il lettore e di accompagnarlo dentro un tempo. C'è bisogno di immedesimazione, che non fa mai male. C'è persino immaginazione, che sembra che non c'entri niente con il mestiere dello storico,  e invece no, credo che per lo storico ci voglia anche l'immaginazione, purché onesta e ben alimentata dagli studi.

C'è tutto questo in Quando guidavano le stelle di Alessandro Vanoli, pubblicato dal Mulino. Libro di uno storico, appunto, ma soprattutto libro di viaggio, gran libro di viaggio. Anzi, di viaggio sentimentale, come recita il sottotitolo: anche se poi ogni viaggio, se è importante, evoca i sentimenti e con essi si misura.

Un viaggio, anzi quattro viaggi, attraverso il Mediterraneo, il mare ormai lontano, come si ricorda nell'introduzione. E' il nostro mondo, ma anche un mondo che ormai non c'è più.  E' la nostra storia, ma anche una storia divisa, lacerata, oggi perfino più complicata.

Sino a non molto tempo fa - spiega Vanoli - Il Mediterraneo era, a suo modo, anche una scelta di civiltà, l'idea di un'antica matrice comune. Signori della guerra e crociati, pirati e mercanti di schiavi, certo, erano all'opera. Eppure a quel mare appartenevamo tutti, grazie a quel mare ci si mescolava. Solo che tutto questo oggi sta scomparendo: il Mediterraneo è diventato confine liquido, steppa da cui prima o poi arriveranno i barbari.

Bene dunque riprendere il mare, magari scendendo un giorno al Pireo per cercare l'antico porto di Atene con le parole della Repubblica di Platone. Per trovarlo davvero,  nelle fonti della storia e della letteratura, come nelle suggestioni di un viaggiatore moderno. Bene respirare la stessa aria che gonfia le vele, fremere per l'ormeggio che si scioglie. Salutare il molo e scrutare orizzonti più ampi.

Questo libro l'ho divorato negli stessi in cui per lavoro partecipavo al lancio di Mediterraneo Downtown, a Prato, e cominciavo le presentazioni del mio Fibonacci, cioè di un grande toscano che seppe attraversare il Mediterraneo. Non mi paragono a questo libro in cui piuttosto ho ritrovato le sensazioni di altre letture - dalle parti di Braudel e Matvejevic - però ritrovo in queste pagine gli stessi sentimenti: curiosità come minimo. La voglia di andare sull'altra sponda per capire cosa c'è davvero.

E' una bella giornata si sole e le correnti sembrano favorevoli. I libri bisogna avere il coraggio di chiuderli ogni tanto e accettare la sfida e la fatica: i remi fendono l'acqua con lentezza e l'aria ha l'odore del sale. C'è un grande viaggio che ci aspetta e un mare infinito davanti a noi. 

sabato 18 giugno 2016

Metti una domenica mattina, bici e cantine in Toscana

Allora prendo la bici ed esco.

Ecco, fa proprio così e lo fa molte volte Emiliano Gucci, scrittore e libraio che è nato a Firenze, lavora a Prato e che tra Firenze e Prato abita. Ci sono viaggi che portano lontano per chilometri e chilometri, ci sono viaggi che non ti allontanano troppo da casa - anche se pedalando si fanno sentire, come no, sulle gambe - e che pure consentono di scoprire mondi.

E' quanto Emiliano ci dimostra con le pagine di Sui pedali tra i filari. Da Prato al Chianti e ritorno, pubblicato nella collana Contromano di Laterza. Quante cose ci ha infilato dentro, a partire dalle due passioni che lo accompagnano e che tra loro si accompagnano anche piuttosto bene, soprattutto se sei nato in Toscana: le scorribande su due ruote e le visite alle cantine del buon vino.

Ma, soprattutto se vivi in Toscana, appunto, bici e vino sono la chiave per entrare dentro i territori, per incontrare le persone e le loro storie, per fare i conti con miti e leggende varie.

E allora ecco le colline del Montalbano e del Chianti, le strade e i vigneti di Carmignano o di Radda, ma anche i capolavori di Leonardo da Vinci e  del Pontormo, le memorie dei grandi toscani del ciclismo come Bartali, Nencini o Bitossi. Ecco una bicchierata ma ecco anche la polvere e il sapore di impresa nella giornata dell'Eroica. Ecco le parole che affiorano dalle letture dei grandi toscani della penna, da Curzio Malaparte a Indro Montanelli.

Passato e presente, muscoli e parole, fiaschi e pedali. Quante cose, davvero, anche solo saltando sulla bici la domenica mattina perché ci si vuole bene davvero e allora si parte e si tiene gli occhi bene aperti e vai a sapere cosa si riporta a casa.

venerdì 6 dicembre 2013

Acquistare libri, almeno sotto Natale

Non sono un fanatico dei regali a Natale, soprattutto dei regali perché si deve, ma se i regali si vogliono e si possono fare allora quasi sempre sono preceduti da una scelta di acquisto. E mi piace pensare che questa scelta possa essere meditata e consapevole. Vale per il commercio equo e solidale, vale per le griffe dell'abbigliamento che hanno firmato accordi di tracciabilità (che non si servono cioé di ditte a basso prezzo e a diritti zero, come quella del rogo di domenica a Prato). Vale a mio parere anche per la cultura.

E se dico: a Natale provate a regalare libri, credo che anche questa possa essere una scelta consapevole.

Azzardo qualcosa di più, magari esagerando: può essere persino un atto di resistenza, in un paese dove si legge sempre meno, dove se si legge spesso non si compra (l'altro giorno un mio amico armeggiava per la prima volta con un'Ipad e la prima domanda è stata su come scaricare libri senza pagare), dove l'idea che la cultura non sia impresa e lavoro, che può essere sopportata solo se gratis, sta facendo chiudere librerie ed editori a ripetizione.

Proviamo ad acquistare libri per Natale e dico di più: aggiungiamo scellta a scelta. Non l'acquisto al supermercato, ma piuttosto alla piccola libreria indipendente, che è presenza viva in un quartiere o in una cittadina; non il bestseller, ma il libro proposto con coraggio e intelligenza da un editore che, con pochi mezzi, porta avanti un suo cammino di qualità (e senza confondersi con altri sedicenti editori).

A Firenze e in Toscana, vedo che si stanno moltiplicando le proposte. Ecco le prime (di queste e di altre parlerò anche nei prossimi giorni).

Toscanalibri.it - realtà importante per la promozione dell'editoria toscana, che porta anche al Salone di Torino - propone tutto il suo catalogo di editori toscani al 30 per cento di sconto (per questa offerta bisogna inviare  una mail a amministrazione@sienalibri.it oppure andare sul sito


Edizioni Clichy festeggia il suo primo compleanno sabato 7 dicembre (dalle ore 18), nella sua sede di via Pietrapiana,  proponendo i suoi libri al chilo (stesso prezzo di un chilo di castagne).

Anche Romano editore propone il 30% di scontro da qui a Natale e libri a peso - in fondo è anche una provocazione - per domenica 15, tutta la giornata presso la sua sede di via Dosio 79, nel quartiere 4.

Magari è un buon modo per augurarsi un buon 2014, dopo un 2013 annus horribilis. 

martedì 18 maggio 2010

Con Nesi l'industria che sparì all'improvviso




Mentre lavoravo nel lanificio avevo sempre desiderato - ardentemente desiderato - di poter fare solo lo scrittore nella vita: e scrittore mi sono sempre sentito mentre parlavo con clienti e fornitori, con le banche e con gli agenti, con il commercialista e i dipendenti...


Che singolare parabola di vita, quella di Edoardo Nesi, imprenditore (ex imprenditore) sui generis, scrittore contro un destino (e un senso comune) che lo avrebbe voluto a inseguire solo conti in banca e fuoriserie, piuttosto che parole.

Lui che quando dirigeva l'azienda di famiglia teneva Sotto il vulcano di Malcom Lowry nel cassetto e fremeva per tornare alle pagine di Fitzgerald, però poi a San Francisco - "quella" San Francisco - si stupiva perché quella città pareva vivere senza fabbriche.

Lui che ha vissuto una bella fetta degli anni in cui Prato era Prato, il più florido, il più sorprendente dei distretti industriali italiani, tempi in cui fare l'imprenditore non era solo facile, era addirittura entusiasmante, per tutte le porte che si aprivano, per tutte le tessere del mosaico che andavano sempre subito a infilarsi nel posto giusto.

Lui che un giorno si è trovato senza la sua azienda e magari avrebbe dovuto persino fregarsi le mani, perchè ha colto il momento giusto, quello in cui aveva appena cominciato a scivolare dalla cresta dell'onda, solo che poi oltre a qualche risparmio gli è rimasto un terribile peso sullo stomaco:
Quando vendi un'azienda, vendi anche la sua storia. E noi una storia l'avevamo.

Lui che a quel punto ha potuto fare davvero lo scrittore a tempo pieno, solo che a quel punto aveva le parole, ma non aveva più il mondo che aveva abitato da sempre, un mondo spazzato via, con i suoi capannoni, le sue macchine, i suoi denari, i suoi operai. Spazzati via a una velocità da rimanere come un pugile suonato.

Lui che ora racconta tutto questo in Storia della mia gente, un libro che non sarà un capolavoro, che non si sa nemmeno bene cosa sia, che comunque a me è piaciuto molto, anche se più per la sua storia di vita che per la sua analisi della crisi - globalizzazione, globalizzazione, ma sarà che oltre ai cinesi di Cina anche gli imprenditori pratesi ci hanno messo del loro?

Lui che mette il dito nella piaga, che sa raccontare con straordinaria intensità il "risentimento" che segue l'età dell'abbondanza. Che racconta la sua storia e quella della sua gente. Così come il nostro presente e temo anche il nostro futuro.

E io chiudo questo libro e rimugino su tante cose. Anche sul fatto che da sempre vivo a meno di 20 chilometri da Prato. E sarà per la puzza sotto il naso del fiorentino, eppure non sono mai riuscito ad accorgermi di questo mondo accanto al mio, della sua fortuna di un tempo come del suo disastro di oggi, del suo dolore e del suo orgoglio.

O forse ho fatto sempre finta di non accorgermene. Da oggi, con questo libro, mi sarà più difficile.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...