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mercoledì 13 maggio 2015

Il cammino è fatto di buoni libri

 Il sole, affermava il grande Jean Giono, non è mai così bello quanto nel giorno che ci si mette in cammino.

E' vero, c'è sempre qualcosa che richiama un profondo senso di bellezza, nella decisione di mettersi in cammino. Anche a prescindere dalla nostra meta. Svegliarsi presto, caricarsi lo zaino sulla spalla, lasciarsi dietro una casa: gesti semplici che, idealmente, per me sono possibilità, promessa, nuovo inizio. Il cammino ha sempre a che vedere con una primavera, anche se i nostri passi lasciano impronte sulla neve.

Per quanto mi riguarda ho sempre pensato che in cammino non ci siano solo pensieri da sistemare - facendoli propri o più spesso liberandosene - ma anche parole. Soprattutto parole scritte, da incontrare e accogliere.

Per questo sono contento di aver scoperto, proprio in queste settimane in cui è più forte la tentazione della partenza, una nuova casa editrice, dedicata proprio al cammino.

Si chiama Edizioni dei Cammini, nasce dalla collaborazione tra il gruppo Lit e Luca Gianotti fondatore della Compagnia dei Cammini. Non so se abbia in mente di pubblicare anche guide e mappe - forse non ce n'è bisogno - piuttosto mi pare attenta alle tante cose che possono incrociare il cammino, una delle azioni più antiche, umili e profonde dell'uomo.

Tra i primi titoli vedo autori che non possono mancare sullo scaffale - o meglio ancora, nello zaino - di chi cammina (fosse solo con la fantasia). David Le Breton e Jonh Muir, per dirne due.

Il camminare presuppone che a ogni passo il mondo cambi in qualche suo aspetto e pure che qualcosa cambi in noi.

Così diceva Italo Calvino. Faccio il tifo per ogni nuova avventura editoriale, figurarsi per questa. Mi piace salutarla proprio con le parole di uno scrittore che oltre alle città invisibili seppe scorgere i fili che ci legano al mondo.




domenica 8 gennaio 2012

In una terra desolata, quasi senza più vita, solo un pastore solitario e taciturno costruisce una possibilità di futuro. Ogni giorno pianta centinaia, migliaia di alberi. Da molti di essi non nascerà niente. Ma dagli altri, da quelli che ce la faranno, verranno fuori boschi e boschi. Alberi che restituiranno la vita alla montagna e alla comunità che la abita.

Tutto qui? Sì, tutto qui, perchè ci sono imprese che non hanno bisogno di eserciti e di voti popolari, ci sono imprese che si alimentano di silenzio, di gesti umili, di fatica che può essere ripagata solo dallo stare bene con se stessi e a volte da uno sguardo di sorpresa e gratitudine.

Conosco poco Jean Giono, scrittore provenzale a cui probabilmente solo il cinema ha donato la notorietà con l'Ussaro sul tetto. Chissà perché lo facevo anche scrittori di altri tempi, ben insediato in un Ottocento velato di nostalgie, piuttosto che in un Novecento che ha dispensato tutte le tragedie.

Ignoravo che la sua penna ci avesse regalato un libro come L'uomo che piantava gli alberi, pagine potenti che vanno oltre il semplice rapporto tra l'uomo e la natura e diventano piuttosto un trampolino per indagare sul senso del nostro passaggio della terra.

sabato 16 luglio 2011

L'uomo che piantava gli alberi e il nostro futuro

In una terra desolata, quasi senza più vita, solo un pastore solitario e taciturno costruisce una possibilità di futuro. Ogni giorno pianta centinaia, migliaia di alberi. Da molti di essi non nascerà niente. Ma dagli altri, da quelli che ce la faranno, verranno fuori boschi e boschi. Alberi che restituiranno la vita alla montagna e alla comunità che la abita.

Tutto qui? Sì, tutto qui, perchè ci sono imprese che non hanno bisogno di eserciti e di voti popolari, ci sono imprese che si alimentano di silenzio, di gesti umili, di fatica che può essere ripagata solo dallo stare bene con se stessi e a volte da uno sguardo di sorpresa e gratitudine.

Conosco poco Jean Giono, scrittore provenzale a cui probabilmente solo il cinema ha donato la notorietà con l'Ussaro sul tetto. Chissà perché lo facevo anche scrittori di altri tempi, ben insediato in un Ottocento velato di nostalgie, piuttosto che un Novecento che ha dispensato tutte le tragedie.

Ignoravo che la sua penna ci avesse regalato pagine come quelle de L'uomo che piantava gli alberi, che vanno oltre il semplice rapporto tra l'uomo e la natura e diventano piuttosto un trampolino per indagare sul senso del nostro passaggio della terra.

Poche pagine, queste, che si leggono di un soffio, lasciandoti il rimpianto di non avere occhi di bambino con cui continuare a fantasticare. Poche pagine, però, che ci aiutano davvero a capire come gli uomini potrebbero essre altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre la distruzione.

E non bisogna essere santi, eroi, statisti. Ce la può fare anche un uomo che è poco più di un nome, un uomo che non sa nemmeno spiegare perché fa quello che fa. Nè è in realtà necessario: perché per lui parlano gli alberi, opera che vale i più grandi monumenti.

Mi piace chi pianta gli alberi. E' un offrire qualcosa che non chiede davvero niente, nemmeno la possibilità di guardare con soddisfazione l'opera compiuta, che in realtà potrà essere osservata e misurata solo anni e anni più tardi.

Piantare alberi è il gesto che più di tutti contiene il senso del futuro. Anche per questo serve farlo, non solo per l'anidride carbonica. Serve perché ci permette di stringere un patto con le generazioni che verranno e di scoprire il piacere del dono.

Questo libriccino ci aiuta a esserne consapevoli

martedì 27 ottobre 2009

Jean Giono e l'uomo che piantava gli alberi

More about L'uomo che piantava gli alberiIn una terra desolata, quasi senza più vita, solo un pastore solitario e taciturno costruisce una possibilità di futuro. Ogni giorno pianta centinaia, migliaia di alberi. Da molti di essi non nascerà niente. Ma dagli altri, da quelli che ce la faranno, verranno fuori boschi e boschi. Alberi che restituiranno la vita alla montagna e alla comunità che la abita.

Tutto qui? Sì, tutto qui, perchè ci sono imprese che non hanno bisogno di eserciti e di voti popolari, ci sono imprese che si alimentano di silenzio, di gesti umili, di fatica che può essere ripagata solo dallo stare bene con se stessi e a volte da uno sguardo di sorpresa e gratitudine.

Conosco poco Jean Giono, scrittore provenzale a cui probabilmente solo il cinema ha donato la notorietà con l'"Ussaro sul tetto". Chissà perché lo facevo anche scrittori di altri tempi, ben insediato in un Ottocento velato di nostalgie, piuttosto che un Novecento che ha dispensato tutte le tragedie.

Ignoravo che la sua penna ci avesse regalato pagine così potenti, che vanno oltre il semplice rapporto tra l'uomo e la natura e diventano piuttosto un trampolino per indagare sul senso del nostro passaggio della terra.

Poche pagine, queste, che si leggono di un soffio, lasciandoti il rimpianto di non avere occhi di bambino con cui continuare a fantasticare. Poche pagine, però, che ci aiutano davvero a capire "come gli uomini potrebbero essre altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre la distruzione".

E non bisogna essere santi, eroi, statisti. Ce la può fare anche un uomo che è poco più di un nome, un uomo che non sa nemmeno spiegare perché fa quello che fa. Nè è in realtà necessario: perché per lui parlano gli alberi, opera che vale i più grandi monumenti.

Mi piace chi pianta gli alberi. E' un offrire qualcosa che non chiede davvero niente, nemmeno la possibilità di guardare con soddisfazione l'opera compiuta, che in realtà potrà essere osservata e misurata solo anni e anni più tardi.

Piantare alberi è il gesto che più di tutti contiene il senso del futuro. Anche per questo serve farlo, non solo per l'anidride carbonica. Serve perché ci permette di stringere un patto con le generazioni che verranno e di scoprire il piacere del dono.

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