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giovedì 9 aprile 2015

Chi era Adriano, l'imperatore che mi ha tenuto compagnia?

Chi era Adriano? Chi era davvero, sotto le sue vesti colorare di porpora e senza il suo scettro Non credo di essermi mai posto questa domanda. Sicuramente non ho mai avvertito il bisogno di una risposta.

È che io ho preso per buono l'imperatore che ho incontrato e me lo sono fatto bastare. Non ho cercato altro, non ho ceduto a una smania di verità a tutti i costi. Adriano era l'Adriano del libro. Di quel libro letto la prima volta da liceale arrabbiato che voleva cambiare il mondo, poi da universitario assalito dai dubbi, quindi da giornalista inerme di fronte alla complessità di quello stesso mondo, infine da uomo di mezza età che ogni giorno smaltisce una delusione e ritrova una ragione, o almeno ci prova. 

Il libro di Marguerite Yourcenar, insomma. Memorie di Adriano. Quello con l'imperatore che parla in prima persona e racconta la sua vita al giovane Marco Aurelio, il filosofo che un giorno sarà imperatore. Le parole di chi ha  in serbo solo gli ultimi spiccioli di vita:

la meditazione scritta d’un malato che dà udienza ai ricordi.

Adriano è ancora l'uomo più potente del mondo. Solo che persino l'impero perde consistenza, forse anche verità, al cospetto di un corpo stremato. 

È difficile rimanere imperatori in presenza di un medico; difficile anche conservare la propria essenza umana

E la malattia è un osservatorio scomodo, ma regala vantaggi a chi  intende davvero vedere e capire. Adriano non si tira indietro. La sua storia è un magnifico palazzo descritto dalle cucine, non dalle sale del trono.

(da Paolo Ciampi, La strada delle legioni, Mursia)

venerdì 3 gennaio 2014

La parola che restituisce vita a Katherine

Pensava a Cechov. Aveva identificato il proprio destino con quello di lui, che ebbe la sua stessa malattia, errò come lei tra le camere d'albergo, scrisse racconti che invidiava, e giunse, anch'egli, ad amare la vita dopo essere uscito dall'incubo della morte. Avrebbe voluto parlargli: in una stanza un po' oscura, tardi nella serata.

Ecco, solo un piccolo assaggio di un libro che è un gioiello, un goiello ancora più bello perché scovato per caso su una bancarella su cui avevo posato uno sguardo distratto. Vita breve di Katherine Mansfield, opera di Pietro Citati di parecchi anni fa, oggi sostanzialmente dimenticata.

Titolo umile, che induce alla sottovalutazione. Cosa sarà se non una biografia di questa scrittrice neozelandese che all'inizio del Novecento ci ha regalato alcuni dei racconti più belli dell'intero secolo?

E no, questa non è una biografia, così come non è un saggio critico, non è nemmeno un romanzo. Forse è solo l'ennesima conferma della potenza della parola, così incredibilmente capace di evocare la vita. Fosse anche il volto di questa giovane donna dai capelli bruni e dagli immensi occhi neri. Fosse anche il suo enigma e perfino la meraviglia di una possibile felicità conquistata nel quartier generale di un corpo presidiato dalla malattia.

E si legge, questo libro di poche pagine e molte suggestioni, si legge così come promette la quarta di copertina di una vecchia edizione della Rizzoli:

Nessuno che abbia cominciato questo libro potrà più abbandonarlo; e passerà insonne la notte chiedendosi chi sia mai stata Katherine Mansfield.

mercoledì 21 dicembre 2011

La famiglia come le altre di Alan Bennett

Che smacco, passare il confine della ragione e scoprirsi tanto banali nella follia quanto nella normalità

E dunque, la prima cosa che viene in mente a chi di Alan Bennett ha già letto e amato altre cose - per esempio Nudi e crudi, Signore e signori, oppure l'incantevole La sovrana lettrice - è che non è possibile, non è possibile che Una vita come le altre sia uscita dalla stessa penna, non è possibile che ci siano dietro la stessa vita e la stessa intenzione di scrittura.

Pensare che è inconfondibile lo stile raffinato e garbato, impastato di tante buone letture e del distacco dell'ironia. Solo che per me Bennett era scrittore tipicamente inglese anche per la capacità di sottrarre se stesso al racconto. Come se parlare di se stessi, confessare le proprie emozioni, mettersi insomma a nudo, fosse non solo imbarazzante, ma addirittura disdicevole.

Magari questo libro è stata una scelta sofferta. Oppure uno di quegli stacchi improvvisi che l'età e i fatti della vita a volte impongono. In ogni caso qui c'è tutto ciò che Bennett non ha mai raccontato: la storia della sua famiglia, che poi non è una storia straordinaria, è una storia "come le altre" appunto, eppure unica, irrepetibile. Storia dolce e dolorosa, storia di una famiglia normale in un'Inghilterra normale, il lavoro fatto con scrupolo, i sogni su misura, le aspettative mai troppo azzardate.

La storia di un padre e di una madre, di una coppia che non ha mai alzato la testa e nemmeno la voce, timida e discreta,  defilata anzi confinata in un mondo chiuso di gesti ripetuti, abitudini, diversivi nessuno.Forse oggi si direbbe che non ha mai vissuto, tanto poco si è concessa.

("Io e tuo padre inizieremo a far conoscenze" mi scrisse mamma. " Pensa: abbiamo lo sherry, e anche delle noccioline salate")

domenica 19 giugno 2011

Se la malattia dona il vizio della scrittura

Dici business e sembra che concetti come etica e speranza siano clandestini appena sbarcati. C'è bisogno di sguardi diversi, più penetranti, per capire che ci può essere un altro modo per vivere le aziende e le istituzioni - e a questo servono i libri di Pier Luigi Celli.

Nel suo Le virtù deboli (Apogeo edizioni), però, ho trovato quello che non mi aspettavo. Un'ultima pagina che a suo modo dà un senso a tutte le precedenti e vale l'intera lettura.

Pier Luigi Celli - il manager umanista - confessa la sua malattia: e già questo è sorprendente, l'uomo di potere che si mette a nudo raccontando ciò per cui il potere non serve. Il tumore gli arriva così:


Mi sono ammalato senza accorgermene. Pensavo ad altro. Avevo molte cose da fare...

Poi fa riferimento a due dolorose operazioni e spiega l'alternativa che si è trovato di fronte:

Quando succede, c'è solo da decidere se cedere alla sventura o ribellarsi. A scegliere mi ha aiutato, oltre alla famiglia com'era naturale, il vecchio vizio della scrittura

Quel vizio è un dono. E' la possibilità che troppe volte si era negato quando pensava ad altro. Diventa terapia, diventa vita oltre la preoccupazione per la sopravvivenza:


Nel corpo a corpo con la malattia, prendere la penna e dettare le condizioni per il mondo che vorrai è come fare con se stessi il patto di non arrendersi: c'è sempre qualcosa in più da pensare; qualcosa che merita di essere scritto. E tu hai bisogno di tempo

Parole da incidere nella vita. Abbiamo bisogno di tempo. Abbiamo bisogno di scrittura.


La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...