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martedì 9 giugno 2015

Quando la poesia del cuore si fa politica

Per tutti ma soprattutto per coloro che in questi anni, anche con qualche ragione, si sono persuasi che la politica è solo uno schifo, carriera e ladrocinio; che niente si può davvero cambiare; che rimane solo da rassegnarsi e mandare tutti a quel paese.

Per tutti, ma soprattutto per coloro che se ne fregano e tirano avanti, perché che me ne può fregare di un detenuto, di un immigrato e magari anche di un malato terminale? Se ne fregano e tirano avanti,   finché potranno.

Per tutti, con la speranza che queste pagine vi facciano lo stesso regalo che a me: magari senza vergognarvi per una lacrimuccia di commozione e per un sorriso pulito.

In questi anni ho avuto modo più volte di incrociare Enzo Brogi  e le sue battaglie testarde e controcorrente, accese nelle periferie della nostra società, nei luoghi dove i diritti non hanno diritto, tra un'umanità dolente che non porta voti, anzi, se possibile li sottrae. Ed ecco, ora la sua storia  - la storia delle sue battaglie - la ritrovo in questo libro, pubblicato per Clichy, con un titolo che già dice tutto: Altre direzioni.

Altre direzioni rispetto alla politica mainstream, altre direzioni anche rispetto alla consapevolezza che noi stessi abbiamo di ciò che deve essere fatto. Si tratti di combattere per la dignità e il futuro dei detenuti, per la sessualità dei disabili o per la cannabis per i malati. Battaglie di civiltà, diritti in ballo che sono di chiunque, perché come sostiene Concita De Gregorio in una delle introduzioni: Se avete in mano il libro e lo leggete invece di esserci dentro, è stato il vento.

Ci sono altri buoni amici che Enzo ha chiamato a raccolta in questo libro e che mi piace citare, perché dicono cose meglio di quanto farebbe il sottoscritto.

Lorenzo Cherubini Jovanotti: Se il mondo è un minestrone sul fuoco è importante chi ci aggiunge gli ingredienti ma un ruolo decisivo ce l'ha chi lo tiene in movimento, che non si attacchi mai sul fondo.

Simone Cristicchi: Tutte cose marginali, tutte storie sulle quali voltiamo volentieri lo sguardo, tutti temi che stanno fuori dalla "normalità". Da questo strano male che è la normalità.

Tutto fuorchè un monumento a se stesso, una vetrina da politico di lungo corso, queste pagine. Che dimenticavo di dirvi: sono anche di ottima scrittura. Non guasta mai, ma soprattutto in questo caso, dove la poesia del cuore si fa largo e diventa parola migliore dell'uso che ne abbiamo fatto: politica.

mercoledì 12 settembre 2012

Gregory, il ragazzino che scoprì Shelley in carcere

Era un ragazzo che si era perso, come ci si può perdere nell'America degli slums, della violenza di strada, dei penitenziari. Da lui non ci si poteva aspettare altro che rapine a mano armata, condanne a raffica e alla fine il passo più lungo della gamba, quello che ti porta disteso su un marciapiede, crivellato di colpi, oppure al braccio della morte.

Invece in riformatorio scoprì Shelley e cominciò a sognare la bellezza. Poi a diciassette anni, nel carcere dove doveva trascorrere tre anni, un anziano detenuto gli passò I fratelli Karamazov, I miserabili e Il rosso e il nero.

Fu così che scrisse le sue prime poesie. Fu così che Gregory Corso divenne uno dei grandi della Beat generation, assieme a Jack Kerouac e ad Allen Ginsberg.

Della prigione e della poesia scrisse una volta: 

Quando dicevo a mio padre che desideravo moltissimo scrivere, lui diceva: non c'è posto in questo mondo per uno scrittore poeta. Ma la prigione era diversa, c'era posto per uno scrittore poeta.

Il carcere fu la sua biblioteca. La scuola da cui uscì amando i suoi simili, come scrisse, perché tutti quelli che incontrai là dentro erano fieri e tristi e belli e perduti.

Di lui diceva Jack Kerouac:

Era un ragazzino duro dei quartieri bassi che crebbe come un angelo sui tetti. 
  
Solo l'altro giorno ho scoperto che le sue ceneri sono sepolte al cimitero acattolico di Roma, all'ombra della piramide di Caio Cestio. Per l'appunto, non lontano dalla tomba di Shelley: il poeta i cui versi, letti in una cella, un giorno lo persuasero alla bellezza della poesia.

Davvero, cosa può essere delle nostre vite.

venerdì 30 settembre 2011

Se la pittura entra in carcere

Quando la pittura abbandona i musei, le gallerie, i salotti. Quando non si vergogna di entrare nei luoghi della punizione e dell'esclusione. Quando sa riconoscersi linguaggio universale, da cui nessuno può essere escluso.

E' soprattutto questo, Caravaggio in galera. L'esperienza di un critico d'arte come Stefano Zuffi, che sa bene che l'arte  non è cosa da addetti ai lavori, che tutti devono avere la possibilità di godere della bellezza e crescere con essa. Una serie di incontri nel carcere di San Vittore. Gli sguardi dei detenuti che attraverso alcuni quadri famosi si spingono ben oltre le pareti delle loro celle per abbracciare il mondo.

In queste pagine non ci sono lezioni sull'arte come a scuola. Non ci sono nemmeno lezioni. Piuttosto c'è il tempo a cui l'arte restituisce significato, nello spaventoso spreco di tempo che è una condanna al carcere.

C'è la capacità di volare lontano attraverso uno sguardo che non chiede di oltrepassare una finestra a sbarre ma indugia a lungo su un quadro. C'è la parola condivisa, la bellezza della conversazione tra uomini che non hanno titoli. C'è la bellezza che orgogliosamente grida la possibilità del conforto e del riscatto.

Il senso di un futuro ritrovato.

giovedì 17 febbraio 2011

Quando la parola porta oltre il filo spinato

Così scrive Visar Zhiti, poeta albanese che ai tempi del regime fu condannato a 10 anni di carcere per aver inviato un manoscritto di poesie ermetiche e pessimiste a un editore (che poi ero lo stesso Stato, perchè allora non c'era niente che non fosse sotto lo Stato). Figlio di arte, peraltro, perchè prima di lui era stato il padre, attore e drammaturgo, a finire dentro:

Ecco infine un segreto: scrivevo in carcere, non solo perché volevo lasciare la mia testimonianza, il mio testamento di poeta.... ma, cosa più importante, volevo trovare, e ci riuscii, l'emozione viva, incredibile, bella, di chi crea, quella che fose mi fece sopravvivere nell'abisso, una sorta di miracolo, perché quando scrivevo mi sdoppiavo e il mio doppio come un fantasma varcava il filo spinato della recinzione e così restavo a lungo con tutti quelli che scrivevano nelle stesse mie condizioni, o che leggevano.... Così potevo emigrare nel destino, nel ruolo stabilito dalle divinità e non restare nella sventurata esistenza assegnatami dagli assassini

E' una grande lezione di libertà malgrado tutto, di libertà grazie alla forza della parola scritta. E' una lezione contenuta in un libro, Parole di libertà, che sono felice di poter presentare lunedì prossimo, 21 febbraio (sala Pistelli della Provincia, via Cavour, ore 16.30), in un'iniziativa promossa insieme da Associazione Stampa Toscana (il sindacato dei giornalisti) e Pen Club (l'associazione internazionale che difende il diritto all'espressione degli scrittori).

Una lezione che fa bene tenere stretta, sempre. Perché come dice Grigorij Pas'ko, un altro degli autori del libro:


Il lettore forse è stufo delle memorie di prigionia, ma l'argomento non si esaurisce

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...