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mercoledì 25 maggio 2016

Alla ricerca di Don Chisciotte, la letteratura si fa viaggio



Mettete uno scrittore e un pittore a Madrid. In un luminoso giorno di primavera sono proprio sotto il monumento dedicato a Don Chisciotte e Sancio Panza. Il viaggio, certo, comincia da qui.

O forse no, comincia leggendo le vicende di quel gentiluomo allampanato che perdendo la ragione si credette chiamato a difendere i deboli e a riparare i torti del mondo. E forse comincia ancora prima, comincia con il viaggio del cavaliere dalla trista figura e del suo fido scudiero. O prima ancora, con il viaggio di Miguel de Cervantes insieme al suo eroe di carta, personaggio che finirà per oscurare persino il suo autore.

Perché è da lì che discende tutto, perfino il viaggio che oggi ci raccontano Claudio Visentin e Stefano Faravelli in Alla ricerca di Don Chisciotte, ultima creatura di Ediciclo. Viaggio nei luoghi della scrittura di questo capolavoro che appartiene a tutti, viaggio nei luoghi che si presume toccati dallo stesso cavaliere errante.

Così ci sono mulini a vento, piane arroventate dal sole, grotte e conventi. C'è Toledo, un tempo crocevia di culture e religioni. C'è la Mancia, che è la Spagna meno solcata dalle rotte del turismo internazionale. Ma c'è anche molto altro, in questo piccolo libro che si legge di un fiato e si gode con le sue illustrazioni. Perché molto succede: persino che i due - intendo Claudio e Stefano - finiscano per entrare dentro i panni dei personaggi che stanno inseguendo, il cavaliere e lo scudiero.

E i due, si sa, rappresentano molte cose: follia e buon senso, idealismo e vita quotidiana, passione e realismo. Coppie di opposti che bisognerebbe imparare a dosare nei nostri giorni. Magari largheggiando con l'ingrediente più pericoloso, ma anche più affascinante: quella capacità di inventare e inventarsi che è proprio della letteratura e che proprio in Don Chisciotte trova il suo inimitabile modello.

Inimitabile, ma buono per mettere in viaggio le persone, sui cammini di sogno e di polvere.

giovedì 31 marzo 2016

Carofiglio e le parole dei passeggeri notturni

- Le menzogne peggiori si nascondono dietro gli avverbi. E sai qual è l'avverbio più pericoloso di tutti?
- Quale?
- Assolutamente. E' l'avverbio che nasconde le peggiori malefatte. Ricordatene quando diventerai grande.


Difficile classificare Passeggeri notturni, l'ultimo libro di Gianrico Carofiglio (Einaudi), difficile assegnarli anche un posto preciso nell'intera sua opera. Raccolta di brevi racconti, forse, ma anche di scritti che racconti non sono, che sono piuttosto microsaggi, spunti, rivelazioni. O piuttosto un almanacco che distribuisce in trenta titoli e trenta testi di tre pagine l'uno l'esperienza di un uomo che sa guardare oltre le apparenze e porre le domande giuste.

Voci raccolte nello scompartimento di un treno notturno, frammenti di conversazione a una cena o a una conferenza, citazioni prelevate da qualche rivista specialistica per una curiosità che non è certo da specialisti.

Parole che costruiscono una visione del mondo, parole che quel mondo provano a decifrare. Parole da maneggiare con cautela, restituendole a un significato preciso, trasparente, liberato dalle peggiori consuetudini.

Non è la prima volta, certo, che Carofiglio ci aiuta al buon uso della parola. Questa volta lo fa accompagnandoci tra storie, personaggi, aneddoti. In fondo è questo il potere della buona letteratura.




sabato 7 novembre 2015

Il Nobel che con le parole si inventa collage



Amare la parola, fino al punto di accarezzarla con lo sguardo e trovarla bella per come si distende su una pagina, prima ancora che per il suo significato o per il suo suono. Fino al punto da adoperarla per ciò che semplicemente è - successione di lettere, formiche di inchiostro su un sentiero bianco - e non solo per come si mette in fila dietro e davanti altre parole.

E' questo che mi ha suggerito una bella intervista a Repubblica di Herta Muller, in Italia per presentare il suo ultimo libro, Il Novecento non ci ha insegnato niente.

Intervista in cui racconta molte cose: su come cambia la vita, se cambia, dopo aver vinto un premo Nobel; su come si può cominciare a scrivere per "trovare un punto di appoggio", su come la letteratura può nutrirsi di silenzio. Ma poi ecco le parole: queste strane creature che da sempre, e senza mai smettere, Herta Muller ha ritagliato da giornali e riviste.

Ritagliavo di tutto: articoli, titoli, foto. Ognuna di quelle parole sminuzzate aveva un carattere, una grandezza, un colore diverso, a differenza di quelle dattiloscritte, che sono sempre le stesse.

E dopo le forbici la colla: perchè un'opera d'arte può essere un romanzo, ma anche un collage che utilizza le parole come mattoncini, o come pennellate. Ma cosa c'entra con la letteratura? Ecco Herta Muller:

Solo così ho capito quanto potente e decisiva può essere una singola, apparentemente semplice, parola.

E allora c'en
tra, come no, c'entra.


venerdì 5 dicembre 2014

Balzac e la vita che alla fine pretende il conto

Ci sono vite che la letteratura salva, ma anche vite che poi chiedono di saldare il conto alla letteratura: e il conto a volte è davvero troppo salato.

Prendete per esempio il grande Balzac, l'autore della straordinaria Comédie humaine, in Francia il più letto e acclamato degli scrittori, monumento nazionale quando ancora era vivo. La storia degli ultimi suoi anni è stata a lungo tenuta ben nascosta sotto una bella coltre di ipocrisia e forse anche di pietà. All'inizio del Novecento ce l'ha raccontata un altro scrittore francese, Octave Mirbeau, con una manciata di pagine che fecero scandalo e vennero addirittura bloccate dalla censura. Solo ora arrivano in Italia, grazie a Skira.

E dunque, cosa ci racconta Mirbeau in La morte de Balzac? Ci porta dentro un uomo alla fine della sua vita, che l'arte non può più salvare. Ci invita a trascurare le sue pagine per entrare nella stanza della sua agonia. Ci impone a fare i conti su ciò che rimane di tante glorie e di tante ambizioni.

Balzac nel suo epilogo, migliaia di pagine dopo: un uomo malato e derubato di molte cose, un corpo sfasciato e umiliato, soprattutto una solitudine che si fa perfino fatica a credere, figurarsi a sostenere. Nemmeno la moglie vorrà vederlo e salutarlo.

Un corpo abitato ancora da una splendida mente, che fino all'ultimo, mentre l'uomo se ne sta andando, spingerà lo scrittore a rivolgersi al medico: Pensate che domani possa rimettermi al lavoro? Suvvia! Sbrigatevi a curarmi! Devo lavorare!

Come in un romanzo, un romanzo di Balzac, il romanzo che Balzac non ha avuto modo di scrivere. Un romanzo invece della vita troppo vera e troppo esigente.

giovedì 27 novembre 2014

Henry James e la vita che si fa letteratura

Nessun compiacimento e certamente nessun alibi o possibilità di riscatto: perché l'arte può essere rifugio, forse anche cura, ma da sola non permette di salvarsi.

Prendete Henry James, il grandissimo Henry James, per esempio: uno dei grandissimi scrittori americani, riconosciuto e apprezzato dal mondo delle lettere quando è ancora un uomo di mezza età. Prendetelo per come ce lo racconta il romanziere irlandese The Master (Bompiani), libro che è stato definito come un'opera di finzione che segue fedelmente i fatti. Certamente meno di una biografia - anche perché si concentra su appena cinque anni della vita di James - e allo stesso tempo assai più di una biografia, perché di quella vita non si limita a raccontare i fatti, ma indaga sui segreti rapporti tra essa e la creazione letteraria.
Colm Tòibìn in

James è autore affermato, appunto, anche se deve incassare il bruciante insuccesso londinese di un suo dramma. E' l'americano che ha scelto l'Europa e che attraversa la crisi di un secolo al tramonto e che questa crisi fa sua oltre ogni consapevolezza.

Soprattutto è l'uomo che si ripiega, tentando di nascondersi al mondo e anche a se stesso. In realtà tuffandosi ancora di più nei ricordi e nelle paure. Incapace di accettare le relazioni per quello che sono e pretendono, James vive di rimpianti e forse anche di rimorsi. Gli affetti sono ciò che non è stato detto o fatto e ciò che forse avrebbe potuto essere diverso. Quanto agli istinti, ai desideri, meglio lasciare perdere. Solo una fiamma gelida al centro della vita.

Eppure da questi giorni sgorga l'acqua dell'ispirazione. Idee, trame, personaggi che si mescolano alla vita reale, che nascono dalla vita reale e a essa ritornano, in qualche modo.

Basterà? Certo che no. Ma la vita può essere anche questo, tempo che scorre, tempo distillato in letteratura. Quella letteratura che a volte è un'arma puntata contro se stessi.





domenica 13 ottobre 2013

Alice Munro: se la semplicità è solo apparente

I racconti di Munro non cominciano né finiscono: sei tu, lettore, che entri dentro una storia già cominciata, curiosando in fatti di cui non sai niente, e che ti saranno spiegati più tardi o mai.

Ma quando ti pare di capire dove ti trovi e dove stai andando, il racconto svolta bruscamente, spiazzandoti.

La letteratura come la vita è sempre imprevedibile, perché niente è semplice, nessuno è semplice, e chissà cosa il destino ha in serbo per noi.

(da Melania Mazzucco su Alice Munro, Una semplicità solo apparente, La Repubblica dell'11 ottobre)

giovedì 29 agosto 2013

Camminando per l'Italia con i grandi della letteratura


Dov'è finita l'Italia dei grandi della nostra letteratura? Quali sono i fili, più o meno sottili, più o meno invisibili, che legano Dante Alighieri,  Boccaccio, Foscolo - ma anche Pascoli, Ungaretti, Pasolini, per arrivare più vicino a noi - alle nostre città, alle nostre terre, alla nostra vita di gente di Italia che vive un'epoca complessa, fatta di poca letteratura e molti scempi?

Sono gli interrogativi che accompagnano la lettura di Peregrin d'amore di Eraldo Affinati, libro denso, libro di molti movimenti da una capo all'altro dell'Italia (e non solo) e di molte letture (ma direi anche di molte esperienze che ruotano attraverso le letture che accompagnano l'insegnamento a scuola). 

Un libro che forse è prima di tutto un cammino che connette epoche, pagine, luoghi, perché ogni viaggio può e deve essere in primo luogo una rivelazione, cioé deve mettere a nudo connessioni che per miopia o arroganza avevamo tralasciato.


E così può capitare di spiegare San Francesco a una giovane prostituta nigeriana, di condividere le avventure di Marco Polo con gli adolescenti afghani, di incontrare a Lampedusa. il paladino Orlando. Questo e molto altro, tra questi quaranta grandi della nostra letteratura, compagni di viaggio che ci sono e non ci possono non essere, perché la letteratura è viaggio che richiama ed esige altri viaggi.

lunedì 19 agosto 2013

Qualità per la nostra sciatta esistenza

Vorrei dunque dedicare queste mie conferenze ad alcuni valori o qualità o specificità della letteratura che mi stanno particolarmente a cuore.

Giugno 1984: Italo Calvino viene invitato dalla Harvard University a tenere un ciclo di sei conferenze per il successivo anno accademico. Completamente libera la scelta del tema.

Settembre 1985: colpito da un ictus Calvino muore. Sulla sua scrivania, in perfetto ordine, rimangono cinque delle sei conferenze, sistemate in una cartella, pronte per essere messe in valigia. Per la sesta non c'è stato tempo. L'avrebbe scritta ad Harvard, presumibilmente prendendo spunto dallo scrivano Bartebly di Herman Melville.

E a noi, con le Lezioni americane, rimane assai di più del testamento letterario di un grande del Novecento. Sono pagine che mi stanno accompagnando in queste settimane d'estate, giorno dopo dopo. Il tipico libro lasciato a vista, sul comodino o accanto al computer, da sbocconcellare morso a morso. Lo leggo e lo rileggo, un brano, una frase. A volte a caso.

Ogni conferenza, un tema essenziale: la leggerezza, la rapidità, l'esattezza, la visibilità, la molteplicità. Proposte per il prossimo millennio, recita il sottotitolo: il nostro millennio. Ma soprattutto qualità che, nel respiro del discorso di Calvino, non è possibile confinare alla letteratura. Che ci riguardano comunque, perché come si leggeva nella quarta di copertina della prima edizione:

Dovrebbero informare non soltanto l'attività degli scrittori ma ogni gesto della nostra troppo sciatta, svagata esistenza.


lunedì 12 agosto 2013

In letteratura il tempo è perdere tempo

Nella vita pratica il tempo è una ricchezza di cui siamo avari; in letteratura, il tempo è una ricchezza di cui disporre con agio e distacco: non si tratta di arrivare prima a un traguardo stabilito; al contrario l'economia di tempo è una buona cosa perché più tempo risparmiamo, più tempo potremo perdere.

La rapidità dello stile e del pensiero vuol dire soprattutto agilità, mobilità, disinvoltura; tutte qualità che s'accordano con una scrittura pronta alle divagazioni, a saltare da un argomento all'altro, a perdere il filo cento volte e a ritrovarlo dopo cento giravolte.

(da Italo Calvino, Lezioni americane, Oscar Mondadori)

mercoledì 7 agosto 2013

La storia è acqua di mare raccolta in un bicchiere

Pensare, ricordare, vagabondare e mettere tutto in relazione: i segni della realtà esteriore con le storie piccole e grandi del mondo.

Eccola qui, la nuova frontiera della scrittura, forse capace di salvarci dal respiro corto di una narrativa in crisi e di andare oltre confini che prima sembravano invalicabili. Invenzione, trame, personaggi che vivono sola sulla carta? Piuttosto è il tempo della verità che si fa largo tra le pagine, con esperienze vissute e cammini intrapresi. E di scritture che sanno mettere insieme saggistica e narrativa, autobiografia e riflessione, viaggio, anche senza meta, ed esplorazione nella biblioteca universale.

Ma soprattutto non c'è più bisogno di una storia compiuta, con suo inizio e un suo epilogo, di un intreccio che si scioglie, di un enigma che si rivela, dell'ultima tessera che va al suo posto. Perché non è così la vita., che semmai è peregrinare, è istinto e casualità.

Di tutto questo si parla - molto bene - in un paginone centrale di Repubblica di qualche giorno fa, a firma di Cristiano De Majo, Scritture vagabonde. Addio trame, la letteratura diventa arte della divagazione.

Divagazione per cui sono indicati padri nobili quali il Montaigne dei Saggi e il Rousseau delle Fantasticherie del passaggiatore solitario (nell'elenco manca, mi pare, il grande Laurence Sterne), per arrivare ai nostri tempi con un grande come Sebald. E si racconta in particolare di un libro, The Faraway Nearby ("la lontana vicinanza") di Rebecca Solnit (credo non ancora tradotto in Italia), libro che è un flusso di pensieri, riflessioni, racconti, esperienze in cui ogni molecola d'acqua è collegata all'altra dando forma a un insieme che fa perdere le tracce dei singoli componenti. Libro da cui è prelevata questa frase:

La materia di una storia è come acqua raccolta dal mare in un bicchiere e poi di nuovo restituita al mare.

Che è esattamente ciò che penso e che vorrei tradurre nelle mie pagine.

venerdì 5 luglio 2013

Benvenuti e il punto esclamativo di fronte alla letteratura

Non ero certo se fare questo libro.

Non sono un poeta. Sono canzoni, le mie, che nessuno canta per strada o mentre fa la doccia. Non sono la memoria collettiva di qualche importante evento, solo un promemoria di cose mie minute.

Mai verranno vociate da cori pubblici in stadi pieni d'ugole, braccia festanti e fiamme di accendini altalenanti.

Eppure... diciamolo: vedersi pubblicato... produce seduzione.

"E chi se ne frega!", urla la voce mia che è l'anima dell'uomo di terra di castagno. Ma intorno a quel grumo-zolla ci cresce anche il gigione, ci cresce il ... che? Boh, appunto. Appunto. 

Così io mi sento di fronte alla letteratura, un Boh! Con il punto esclamativo che indica lo stupore di avere anche trovato un editore.

(Alessandro Benvenuti, Zio B., Sam editore)

mercoledì 22 maggio 2013

Perchè la letteratura argentina ci è indigesta?

Che cosa ne sa veramente il lettore italiano - non parlo dello specialista - della letteratura argentina?

E che cosa ne ha tratto il lettore per definizione non specialista che dovrebbe essere lo scrittore della provincia italiana all'epoca della globalizzazione letteraria?

Perché se è vero, come recita una vecchia battuta, che l'argentino è un francese di origini italiane, è altrettanto vero che la sua migliore letteratura, così segreta, enigmatica, polimorfa, perversa, a volte paranoica, in ogni caso così aliena dagli imperativi della verosimiglianza e del colore locale, è sempre stata un po' indigesta ai nostri palati.

(Da Massimo Rizzante, Dimenticare Borges, Repubblica del 3 maggio 2013)

martedì 26 marzo 2013

Daniel Pennac e i guardiani del tempio

Dall'intervista di Fabio Gambaro a Daniel Pennac pubblicata sulla Repubblica del 23 marzo, titolo L'ultimo della classe.

Chi sono i guardiani del tempio?

Sono coloro che confiscano la cultura per se stessi, difendendo i propri interessi e le proprie confraternite, e soprattutto decretando l'indegnità di certi lettori solo perché leggono determinate tipologie di libri.
I guardiani del tempio sono quelli che dai lettori esigono sempre un commento e un giudizio, preferibilmente in sintonia con il loro. Secondo me, invece la lettura non ha nulla a che fare con la comunicazione. 
Nessuno deve essere costretto a comunicare agli altri la natura del piacere procuratogli dalla lettura. La lettura è innanzitutto qualcosa per se stessi. E' un rapporto d'intimità tra uno scrittore e un lettore.

venerdì 21 dicembre 2012

David Grossman: "Io invece voglio affondare con lui"

Nel 2006 è morto mio figlio Uri, soldato. E io ero perso, vuoto, esiliato da tutto e tutti.

La mia vita era deformata, non c'era più nulla di garantito, né più nulla da riparare. Stavo seduto senza trovare le parole.

Poi ho pensato che io vivo nella letteratura, è un dono, è un privilegio: e le parole hanno una loro magia, sanno essere ironiche, fantasticare anche nei momenti peggiori.

Ma tornando a Freud, che anch'io stimo come scrittore, la psicanalisi se vede un uomo annegare corre a salvarlo, io invece voglio affondare con lui. 

Per me scrivere è questo, è affrontare intensamente le emozioni, non sfuggirle, e così mi sono ributtato nel mio mondo.

Le parole non mi riporteranno Uri, ma io ho scelto l'arte di scrivere e devo andare avanti. 

(David Grossman, da Repubblica, Non ci lasceranno senza parole

mercoledì 14 novembre 2012

Quando Darwin smise di leggere Shakespeare

La domanda non è originale, ma vera e tale rimane anche se più volte me la sono posta: perché gli scienziati spesso e volentieri finiscono per voltare le spalle alla letteratura e all'arte?

(ovviamente vale anche il contrario: perché gli artisti e i letterati spesso e volentieri si dimostrano allergici alla scienza?)

Domanda che mi è balzata di nuovo incontro la scorsa domenica, leggendo la splendida pagina che su Repubblica Alessandro Baricco ha dedicato all'Autobiografia di Charles Darwin. C'è un passo, di Darwin e non di Baricco, che mi ha particolarmente colpito:

La mia mente sembra diventata una specie di macchina per estrarre delle leggi generali da una vasta raccolta di fatti, ma non riesco a capire perché ciò debba aver causato l'atrofia di quella parte del cervello da cui dipende il gusto estetico.

Da ragazzo Darwin era uno che leggeva Shakespeare e che si faceva conquistare da quelle pagine. Ma ora il giudizio su Shakespeare è terribile: lo trovo così insopportabilmente pesante da trarne disgusto. Che cosa è successo in mezzo, a parte il fatto che è diventato  lo scienziato che ha rivoluzionato le nostre idee?

Non ho letto l'autobiografia, mi sembra di capire che da essa emerga la figura di un uomo sereno, tutto sommato in pace con se stesso. Però proprio su questo si avverte un crampo di rimpianto:

La perdita di questi gusti è una perdita di felicità.

Ed eccolo Darwin, il grande scienziato, eccolo che si guarda indietro, senza che possa davvero tornare indietro, ecco ripromettersi ciò che non potrà più fare: se vivessi un'altra volta, mi costringerei a leggere poesia e ascoltare musica almeno una volta alla settimana.

Per non perdere questi gusti. Per non perdere la felicità. In un'altra vita.

lunedì 2 luglio 2012

Se la vita è sparita dalla letteratura

Ma a mancare  non è il talento. Non sono gli occhi che ci fanno difetto e non è nemmeno la bellezza ad averci abbandonati. Si è infranto lo specchio in cui contemplarla.

Afferma Antonio Scurati, nel suo La letteratura dell'inesperienza, che in genere ciò che si legge (e che si scrive) e ciò che si vive vanno a braccetto. E che anzi - questo lo diceva Italo Calvino - solo dopo averle lette e scritte le cose si sono vissute davvero: tanto che solo quando Beppe Fenoglio scrive Una questione privata - il libro che un'intera generazione, Calvino incluso, avrebbe voluto scrivere - ecco, solo allora, la stagione della Resistenza si può dire vissuta sul serio e davvero compiuta.

Afferma Antonio Scurati che non è più così, che non dipende dai talenti, e nemmeno dalla capacità di raccontare, ma oggi letture (e scritture) ed esperienze di vita hanno smesso di andare a braccetto.

Problema enorme, questo, che forse si percepisce anche in tanto bello scrivere assolutamente autoreferenziale, in questa epoca di effetti speciali senza costrutto, di ombelichi spacciati per il centro del mondo.

Ma che cos'è che si è davvero dissolto? Da dove è cominciata la diserzione? Dalla letteratura o dalla stessa vita?

Già, a proposito: cosa è davvero la vita come esperienza?

venerdì 24 febbraio 2012

Elizabeth non aveva paura degli specchi

Mi è sempre piaciuta la figura di Elizabeth Von Arnim, scrittrice che riuscì a vivere la sua vita in un'epoca in cui la donna avrebbe dovuto seppellirsi tra le mura di casa, magari concedersi solo qualche tè tra amiche, qualche pranzo in società con il marito.

Donna libera, indipendente, capace di vivere con ironia le varie vicende, di affermarsi in un panorama letterario tutto al maschile, di sottrarsi al peso dei pregiudizi.

Anche ai pregiudizi che è più difficile superare, quelli che noi stessi coltiviamo nei nostri confronti.

Quei pregiudizi che per esempio ci impediscono di accettare il tempo che passa, di sentire che noi stesso siamo il tempo. Che stiamo scivolando via nel fiume e niente ci lascerà fermi su una sponda.

A 70 anni Elizabeth scrisse nel suo diario:

Adesso sono davvero una donna anziana, e non devo dimenticarlo. Ci si abitua talmente ad essere giovani che si finisce per credere che sarà per sempre. Mi devo ricordare che non è così, e mi aiuteranno gli specchi.

Mi aiuteranno gli specchi, che belle queste parole. Quegli stessi specchi a cui prima o poi viene da sottrarsi. Gli specchi che a volte ci inducono perfino a barare.

E lei, Elizabeth, la donna che molto ha vissuto, tra divorzi e amanti, la bella Elizabeth, con questa splendida lezione di vita.

martedì 21 febbraio 2012

Il poeta che divenne tale grazie agli insetti

Un giorno mi imbattei in un mio simile. No, non un visitatore, un professore o qualcosa del genere, lavorava al museo.... Era così distratto o privo di pregiudizi che mi trattava come un adulto. Era uno di quegli angeli custodi che ogni tanto apparivano nella mia infanzia e mi sfioravano le ali.


Così racconta Tomas Transtromer, il più grande poeta vivente scandinavo e Nobel per la letteratura 2011, in I ricordi mi guardano (Iperborea), piccolo delizioso libretto in prosa in cui racconta della sua adolescenza.

Pagine in cui scopriamo che il grande poeta non è nato con la poesia, no. O che almeno non è diventato tale grazie a quello che consideriamo poesia.

Non le letture di Ovidio, Shakespeare o quant'altri hanno fatto sì che Tomas Transtromer diventasse Tomas Transtromer, ma forse proprio quello sconosciuto incontrato in un museo della scienza, frequentato per una di quelle impetuose passioni da ragazzino che forse possono celare una vocazione, o forse no.

Un professore o qualcosa del genere. Una persona che con il ragazzino condivide la stessa passione per le scienze naturali. Anzi, per l'entomologia.

Forse diventerà uno scienziato, quel ragazzino. O forse... forse qualcos'altro, perché se la poesia ha a che vedere con la bellezza, è proprio questo che gli portano in dono gli insetti.

Senza rendermene conto feci molte esperienze di bellezza. Mi muovevo nel grande mistero. Imparavo che la terra era viva e che esisteva un mondo infinitamente grande che strisciava e volava e viveva la sua ricca vita senza curarsi minimamente di noi.

E' proprio in quel momento che nasce un poeta che forse avrebbe potuto diventare uno scienziato.

Con quel professore, con quegli insetti.

venerdì 3 febbraio 2012

Lo scrittore e il dolce veleno della vanità

Uno scrittore non dimentica mai la prima volta che accetta qualche moneta o un elogio in cambio di una storia. 

Non dimentica mai la prima volta che avverte nel sangue il dolce veleno della vanità e crede che, se riuscirà a nascondere a tutti la sua mancanza di talento, il sogno della letteratura potrà dargli un tetto sulla testa, un piatto caldo alla fine della giornata e soprattutto quanto più desidera: il suo nome verrà stampato su un miserabile pezzo di carta che vivrà sicuramente più a lungo di lui. 

Uno scrittore è condannato a ricordare quell'istante, perché a quel punto è già perduto e la sua anima ormai ha un prezzo 

(Carlos Ruiz Zafòn, Il gioco dell'angelo, Mondadori)

martedì 24 gennaio 2012

E' Barcellona o Praga magica?

Si comincia con un ragazzo che dalla vita non ha avuto nulla, se non l'amore per i libri (che non è poco) e il sogno di diventare uno scrittore per il quale venderebbe l'anima, novello Faust che per la testa ha solo l'odore di inchiostro e la fame di firma.

Si continua e si finisce anche con una storia piena di tutti i colpi di scena che è doveroso attendersi in un libro come questo, che sa miscellare sapientemente tutti gli ingredenti del vecchio feuilleton per riproporli a un lettore dei nostri tempi.

C'è persino troppo ne Il gioco dell'angelo di Carlos Ruiz Zafòn, troppo, compreso un eccesso di mestiere e di compiacimento. E lo devo dire, mi era piaciuto di più L'ombra del vento - del resto, quando un libro viene presentato in copertina con l'espressione "dall'autore di..." c'è sempre d'aspettarsi la fregatura e qui almeno la fregatura non c'è.

Troppo, ma il fatto è che questo libro me lo sono portato a Barcellona, durante una vacanzina di qualche giorno fa, ed è a Barcellona che me lo sono letto, cercando nelle mie camminate la Barcellona degli anni Trenta raccontata da Zafòn, quella città di nebbie e misteri, quasi una Praga in versione catalana.

E allora ho bussato alle porte di questa storia e sull'uscio ho incontrato Don Basilio, il dispotico vicedirettore di giornale che vede come il fumo negli occhi l'uso liberale degli avverbi e l'aggettivazione eccessiva e che al giovane Martìn spiega cose così:


A sopravvivere in questo mestiere sono quelli che hanno priorità e non princìpi

Senza avere affatto tutti i torti, peraltro.

E così mi sono lasciato aprire la porta e sono entrato nella storia e la storia è diventata la mia mappa fantastica di Barcellona. Ed è con questa storia che ho compiuto il mio viaggio.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...