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martedì 1 settembre 2015

In America, sulla strada del blues

E allora è davvero questa la strada che racconta l'America, la sua storia, la sua sofferenza, i suoi sogni. Questa la strada indissolubilmente legata alla sua musica e capace di rappresentare, nel bene e nel male, l'immaginario degli States. Mica quella che va verso il selvaggio Ovest, quella di Jack Kerouac e del pollice alzato a chiedere un passaggio da parte dei tanti epigoni della beat generation. Ma questa, che l'America la taglia da nord a sud, o per meglio dire da sud a nord. Da New Orleans a Chicago. Dal delta del Mississippi al cuore dell'industria dell'Illinois. La strada del blues.

E' questa strada che Giuliano Malatesta racconta in un bel libro, Blues Highway (Arcana edizioni). Un viaggio che non è solo un itinerario in un secolo di musica americana, dalla Chicago di Muddy Waters al quartiere francese di New Orleans, passando per Memphis di Elvis Presley.

No, non può essere solo questo, lungo i chilometri della mitica 61, la strada dove, secondo Bob Dylan, Abramo sacrificò Isacco.  Non sarebbe possibile, sulla highway intimamente legata alle piantagioni di cotone, alle lotte per i diritti, alla grande migrazione verso il nord industriale.

Il blues? Malinconia e speranza di riscatto. La colonna sonora che accompagna una storia che non è più solo di un popolo, che si incide nel cuore di chi vuole ascoltare. Il blues che ci portiamo dietro, con la voce della grande Bessie Smith:

Mi sono svegliata stamattina, e il blues girava intorno al mio letto
Sono andata a fare colazione; il blues mi era entrato dentro il pane

sabato 2 ottobre 2010

Che sorpresa, il profondo Sud di William Faulkner

30 settembre 1962:  lo studente James Meredith entra all'università del Mississippi. E' il primo nero e per riuscirci il presidente Kennedy ha dovuto spedire l'esercito e sfidare disordini razziali che lasciarono morti per strada.
6 luglio 1962: muore William Faulkner, grandissimo scrittore di quella stessa America ancora apertamente segregazionista. Almeno si risparmia questa nuova tragedia.

E' partendo da queste due date che Claudio Gorlier su Tuttolibri tenta un'originale riflessione su quella cultura di cui Faulkner è stato espressione: non che fosse anche lui un razzista, ma quello era comunque il suo mondo, il profondo Sud a cui è sempre rimasto fedele.

E allora, facile puntare il dito su un Sud che noi conosciamo soprattutto per lo schiavismo, per le piantagioni di cotone, per la violenza del Ku Klux Klan. Grazie a Faulkner - e grazie ora anche a Gorlier - ora c'è altro che possiamo mettere in conto.

Scrive Gorlier:


La sconfitta del Sud non aveva distrutto soltanto un sistema politico e comportamentale ma una cultura nel senso più ampio della parola, una cultura, tra l'altro, fondata in larga misura sull'utopia, quella che aveva sostanzialmente contribuito, con i sudisti Washington e Jefferson, a sostanziare i principi della Costituzione americana

Ecco, come al solito le cose non sono mai univoche. Per fortuna, perché questo è un buon modo per tenere a bada i nostri pregiudizi, qualsiasi essi siano. Schiavismo e utopia: questo era il profondo Sud. Il sogno americano al suo meglio e la sua negazione.

Non ci avevo mai pensato, ma anche questa è l'ennesima conferma che la storia la scrivono i vincitori. Il Nord, in questo caso, la grande potenza economica, la quintessenza della modernità, che aveva saputo imporre non solo le ragioni dell'emancipazionismo, ma anche quelle dell'industria, dei profitti, degli interessi che hanno più gambe per camminare dei valori.

Allora si capisce meglio la domanda di Faulkner:

Il Sogno americano: che ne è stato?

E un'affermazione che è meno retorica di quanto appaia:

L'America non ha ancora trovato posto a colui che si occupa soltanto di cose dello spirito umano

E noi meno che mai, ovvio. Abbiamo ancora bisogno di Faulkner, abbiamo ancora bisogno perfino di Via col vento e di quelle battute da scena madre. Domani è un altro giorno e si vedrà.

domenica 19 settembre 2010

Il lento passo dopo l'altro di David Mitchell

Ammetto di non avere letto niente di David Mitchell, autore di culto paragonato a mostri sacri quali Tolstoi, Nabokov e Joyce (eccessi a cui peraltro si sottrae il diretto interessato, persona che si dice particolarmente modesta). Però da un po' di tempo a questa parte gli scrittori – la loro vita, la loro storia – mi interessano quasi più delle loro stesse opere. La stessa pulsione, ritengo, che mi sta spingendo verso i libri che parlano di libri.

E dunque mi è piaciuto l'articolo che Wyatt Mason ha dedicato a David Mitchell e soprattutto al modo con cui David Mitchell “un lento passo segreto dopo l'altro” è diventato scrittore.

Pensare che non ci avreste scommesso su di lui, su questo ragazzo che con la parola ha incontrato diverse difficoltà (inizia a parlare a 5 anni per scoprirsi balbuziente).

A un certo punto della sua adolescenza David Mitchell comincia a vivere dentro se stesso. Divora libri con una inquietante propensione ai temi più apocalittici e paranoici, ma all'università capisce che i libri sono una cosa, la vita un'altra:

Anche quando mi concentravo sui libri, non avevo nessuna voglia di passare il mio tempo leggendo del Mississippi di Mark Twain. Volevo passare il tempo "lungo" il Mississippi di Mark Twain

Ricorda il suo docente di lettere:

Aveva la tendenza a fuggire dalle realtà esattamente al momento sbagliato... Nella mia utopia, c'è uno spazio speciale per un sognatore del suo calibro

Che è un bel dire.

Un giorno sceglie di vivere in Giappone, si mette a scrivere sul serio, sforna un romanzo che si infrange su un muro di rifiuti. Solo un editor, Mike Shaw, gli presta attenzione:

Non avevo mai visto niente di tanto estremo... Bruttissimo per certi versi, ma estremamente promettente per altri

Lo convince a buttarlo via – due anni di lavoro – e a ricominciare. Miracoli dell'umiltà.

Oggi David Mitchell è David Mitchell. Un autore che può dire a Wyatt Mason:

Non sopporto di vivere in questo immenso, bellissimo mondo, senza tentare di riprodurlo e imitarlo meglio che posso

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...