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martedì 17 ottobre 2017

In Sardegna, viaggiatore scritto dal viaggio

I viaggi sono i viaggatori. I viaggi non sono quello che vediamo, ma quello che siamo.

Niente di meglio che le parole del grande Fernando Pessoa, per inoltrarci nella Sardegna di Emilio Rigatti e trovare  la migliore conferma: è vero, il viaggio è prima di tutto ciò che facciamo che sia, essendo noi stessi.

E allora ecco la Sardegna, che c'è poco da fare, nel nostro immaginario è più mare e sole e sedia a sdraio per la nostra indolenza, che terra da esplorare, anzi da solcare. Ma ecco soprattutto un viaggiatore lento, insofferente agli stereotipi, disposto alla curiosità e all'incontro.

Così la Sardegna non è più la Sardegna delle cartoline, la Sardegna è promessa e possibilità, è mistero racchiuso già nel titolo con cui Rigatti esce per Ediciclo: Ichnusa, nome meraviglioso, nome che non è solo di un'ottima birra peraltro ben celebrata tra queste pagine, ma dellisola che Emilio ci schiude.

Ichnusa: così la chiamavano gli antichi greci. E un viaggio può cominciare con le parole, anche  con una sola parola, per farsi poesia e geografia.

Poi i primi colpi di pedale e la sensazione di aver davvero conquistato un altrove, dove è possibile sentirsi straniero e nello stesso tempo essere accolto. Paesaggi e quindi altre parole a tenere compagnia: quelle dei grandi scrittori sardi.

Il viaggiatore - dice Emilio - deve arrivare al punto di essere scritto dal viaggio.

Che è affermazione che ben sintonizza con quanto diceva Pessoa. Soprattutto quando si viaggia nella Sardegna e ci si scopre più lontani che ai Caraibi. Soprattutto quando pedalare è mettersi in gioco, nell'anima prima ancora che nel corpo. Soprattutto quando si accetta che l'isola di pietra possa essere cura per il nostro cuore.


giovedì 30 marzo 2017

Oltre i confini, il trenino a molla che si chiama cuore

Prendete prima di tutto le Marche - che sono plurali e femminili, e sono state raccontate solo per una piccola parte. O piuttosto prendete un posto che pochi di noi saprebbero localizzare sulla carta geografica - la Val di Chienti, terra appartata ma anche terra di confine e quindi di passaggio, come in effetti lo sono, fin dal nome, le Marche. E poi prendete una donna per cui questo posto non è un altrove indeterminato, un sogno di qualche futuro, ma un luogo del cuore che è radici, passato, promessa di ritorno.

Ecco, partirei da questi ingredienti per suggerirvi Questo trenino a molla che si chiama il cuore di Loredana Lipperini, donna dei libri che questa volta mette se stessa dentro un libro. Da questi ingredienti, perché poi non è facile dirvi che cos'è che viene fuori - se un racconto di viaggio, un memoir, un saggio sul passato e sul presente o altro ancora: ed è il bello di questo libro come della collana in cui questo libro trova posto, la Contromano di Laterza.

Meglio forse sarebbe tentare una lista di ciò che mi ha incuriosito e colpito, così, alla rinfusa: come si fa magari con i vecchi giocattoli che un giorno ritrovate in soffitta. Dal Guerin Meschino al Museo delle Cose, tanto per dire. E a lungo potrei dilungarmi.

Invece provo a tirare una riga e vi dico che questo libro del ritorno, questo libro dei legami con una terra che è come la casa di famiglia, è prima di tutto un libro sui confini.

E non solo perché la Val di Chienti è un serpente che si snoda da una regione all'altra senza dar segno di cambiamento, tanto che si dice che il tetto di una casa lasci cadere la terra piovana in terra umbra da una parte e in terra picena dall'altra.  Fossero così semplici, i confini.

C'è anche il confine che separa i tempi di una terra che, soprattutto dopo il terremoto, sta cambiando troppo rapidamente - e vai a sapere se il gioco valga davvero la candela. C'è il confine tra il prima e il dopo nella vita di chi scrive. E c'è il confine che a volte traccia una distanza tra chi scrive, appunto, e la sua opera. Magari consegnata al mondo con un altro nome.

Non faceva così anche il grande Fernando Pessoa, con i suoi eteronimi? Ecco i suoi versi, che si fanno titolo:

E così sui binari in tondo
gira, per intrattenere la ragione,
questo trenino a molla
che si chiama cuore

Il cuore: che poi, tra tanti confini, è ciò che sa sempre andare al di là. E scoprirne le ragioni. 




mercoledì 24 febbraio 2016

L'altro poeta che scriveva come Pessoa


Mi volevate sposato, quotidiano e tassabile?
Mi volevate il contrario di questo, il contrario di qualcosa?
Se fossi un altro vi asseconderei.
Così come sono, abbiate pazienza!

Firmato Fernando Pessoa, anzi, per la verità Alvaro de Campos. O forse meglio dire al contrario: firmato Alvaro de Campos, al secolo Fernando Pessoa. 

Si sa, c'è da ubriacarsi nel gioco delle identità, delle maschere, degli specchi, quando ci troviamo al cospetto dell'immenso poeta portoghese. Non era lui che diceva di essere una moltitudine, di sentirsi tutti i molti io che era stato? 

 Mica solo un'affermazione filosofica o un modo di dire, magari per darsi un tono: ma verità tenacemente praticata, attraverso i molti eteronimi adoperati. Molto più di semplici pseudonimi per questa o quella poesia. Perché ciascuno di questi eteronimi diventa personaggio credibile, autentico, con una sua vita, una sua storia.

Prendete per esempio Alvaro de Campos, di cui Adelphi raccoglie in questo volume le sue poesie. Uno legge i suoi versi e scopre un Pessoa alternativo e possibile. Perfino con un passato. Poeta futurista, imbevuto di avanguardia europea benché appartenga a quella Lisbona che è periferia del continente. Dandy tediato dalla vita, fumatore d'oppio, fisico e animo segnato da vaghezze e mollezze. Irriverente, sovversivo, solitario. Fuma una sigaretta dietro l'altra e ironizza sulla vita. Indugia spesso sui moli per accompagnare con lo sguardo le navi che partono.

E scrive cose così:

Ho viaggiato per più terre di quelle che ho toccato…

Firmato con orgoglio: Alvaro de Campos, ingegnere. L'altro Pessoa. Uno dei Pessoa. Vero come Pessoa.

giovedì 24 settembre 2015

Con Tex. Con Sandokan. E con tutti gli altri

Vorrei assistere davvero alla loro partenza. Vedere una nave che stacca gli ormeggi e abbandona quella nostalgia di pietra che è il molo, come diceva il grande Fernando Pessoa. Vorrei osservarli bene mentre dal ponte osservano tutti noi farsi più piccoli, interrogandosi su quanto si stanno lasciando indietro: forse altre persone che misteriosamente erano anche loro stessi, prima.

E già che ci sono vorrei che con loro ci fossero anche altri amici che mi hanno tenuto compagnia.
 

Magari Tex che in qualche modo ho sempre considerato l’altro fratellino di Sandokan, benché porti la stella dei rangers, non la lama del pirata. E perché no, anche Corto Maltese, il marinaio, l’avventuriero irrequieto di quell’altro sognatore praticante che è stato Hugo Pratt.
 

Per tutti loro mi rifarei di nuovo ragazzino orgoglioso di cantare a squarciagola la sigla di uno sceneggiato.

Scorre il sangue... nelle vene
Forte vento... nella notte calda si alzerà!
Sandokan! Sandokan!
Giallo il sole la forza mi dà
Sandokan! Sandokan!
dammi forza ogni giorno ogni notte il coraggio verrà...

E sarei davvero più forte, sarei più coraggioso. Riacciufferei quanto ho perso nel cammino.

Anche Emilio, ora. Emilio che scorgo mentre si gira verso Odoardo e gli sorride, una buona volta. E che si permette anche una frase lieve, che sa di amicizia. 


La prossima volta nei Caraibi? C’è un certo corsaro nero che merita di conoscere…
 

Li saluterò per l’ultima volta, libero da ogni rimpianto. Poi forse, girandomi per tornare a casa, mi tornerà in mente una di quelle vecchie illustrazioni, con Sandokan sul ponte della nave abbracciato a una giovane principessa malese.
 

E l’ aurora ci trovò sul ponte del praho, pallidi e commossi, recitava la didascalia.
 

A guardare per bene quel Sandokan superbo era proprio lui.
 

Era Emilio. Era Odoardo. Ero io.

(da Paolo Ciampi, I due viaggiatori, Mauro Pagliai editore)

sabato 5 settembre 2015

Pessoa, il viaggio è una nostalgia di pietra

Ah, ogni molo è una nostalgia di pietra!
E quando la nave salpa
e subito ci accorgiamo che s'è aperto uno spazio
tra il molo e la nave,
non so perché, mi coglie un'angoscia mai provata,
una nebbia di sentimenti di tristezza
che brilla al sole delle mie angosce rifiorite
come la prima finestra sulla quale riverbera l'alba,
e mi avvolge come il ricordo di un'altra persona
che fosse misteriosamente mia


Questi versi - tratti da Ode marittima - ce li ha lasciati il grande Fernando Pessoa, il poeta portoghese che si è interrogato sull'uno e sui molti che ognuno di noi è e che così diceva: Viaggiare? Per viaggiare basta esistere.

Pessoa ha viaggiato più con la fantasia che con il suo corpo - pur trascorrendo un bel pezzo di vita in Sudafrica - ma conosceva bene i sentimenti che si associano al viaggio, dall'inquietudine alla sorpresa, dalla nostalgia alla possibilità di inventarsi sotto un altro nome, un'altra storia.

Sapeva bene anche che il viaggio è distacco, concetto che richiama un movimento della mente e del cuore, ma che può essere anche tremendamente concreto. Il distacco di un aereo dalla pista, il distacco di una nave dal molo a cui era attraccata.

Ed è proprio vero:

Ogni molo è una nostalgia di pietra.

lunedì 31 agosto 2015

La Lisbona di Tabucchi e di tutti noi

Ci sono città che sembrano vivere nella carta prima ancora che nelle pietre di cui sono fatte. Città immaginarie, ma a differenza di quelle di Italo Calvino reali, così reali da poter essere rintracciate in una carta, spiegate in una guida, percorse con i nostri piedi e affrontate con tutti i nostri sensi. Immaginarie e reali, ma soprattutto raccontate, plasmate, reinventate dalla letteratura. 

Come Buenos Aires, per cui non riesco a prescindere da Jorge Luis Borges. E che grazie a Borges sento di aver visitato, anche se in realtà non ci ho messo mai piede.

A Lisbona invece ci sono stato e volentieri ci ritornerei. Intanto è come se ci fossi stato un'altra volta, grazie a un libro che consiglio caldamente: A Lisbona con Antonio Tabucchi di Lorenzo Pini (Giulio Perrone editore). Sottotitolo secco e non casuale: Una guida. Attenzione, non una guida letteraria. Perché Lisbona, che è un'altra delle grandi città della letteratura, qui è raccontata nella sua verità. 

Ed è davvero Lisbona, anche se la inseguiamo attraverso il filo delle vicende di Sostiene Pereira. Oppure nell'allucinazione di Requiem, che allucinazione è, ma anche vagabondaggio per una città che non è da meno della Dublino di Joyce o della Praga di Kafka. 

E' davvero Lisbona, perfino quando seguiamo l'ombra del grande Fernando Pessoa e di tutti in suoi eteronomi - in un gioco di specchi e rimandi tra l'uno e i molti che siamo - Quel Fernando Pessoa che Antonio Tabucchi non ha solo amato e tradotto, perché siamo molto oltre sulla via della complicità e della immedesimazione....

Lisbona attraverso Tabucchi, in un libro che è tutt'altro che un gioco letterario o uno sfoggio di erudizione. Ci sono nomi, luoghi, circostanze.... Ma c'è soprattutto Lisbona, bellissima, e ancora più bella attraverso la forza della parola scritta. 

mercoledì 24 giugno 2015

L'autobiografia dà senso ai nostri giorni



C'è un momento, nel corso della vita, in cui si sente il bisogno di raccontarsi in modo diverso dal solito.

Sono queste le prime righe di Raccontarsi. L'autobiografia come cura di sé  di Duccio Demetrio (Raffaello Cortina editore), libro che può davvero schiudere nuovi orizzonti, con molti buoni consigli per riprenderci in mano la vita.

Attenzione al sottotitolo: racchiude davvero il senso di questa opera. Di questo si parla: dello scrivere non per mettersi in mostra, nella speranza di un editore e di un lettore. Ma per se stessi, affidando a questo lavoro la possibilità di dare un senso ai propri giorni, di ordinare il passato e in questo modo di attrezzarsi per il futuro.

Quante sorprese che ci possono essere in questo cammino. Per esempio capire che in realtà la nostra vita andrebbe declinata alla prima persona plurale, non per smanie di grandezza alla Cesare, ma semplicemente (diciamo così, semplicemente) perché noi stessi siamo una molteplicità di identità. Perché nello stesso nostro passato siamo stati altri.

Del resto scriveva Fernando Pessoa, il grande portoghese: E sento che chi sono e chi sono stato sono sogni differenti.

Ecco, scrivere è cura, è attenzione. E' scoprire questo nostro sogno - questi nostri sogni - e imparare a conviverci. 

venerdì 22 marzo 2013

E fuori un grande silenzio, come un dio che dorme


Rientro e chiudo la finestra.
Mi portano il lume e mi danno la buona notte.
E la mia voce allegra dà la buona notte.
Magari la mia vita fosse sempre questo:
il giorno pieno di sole, o addolcito dalla pioggia,
o tempestoso come se finisse il Mondo,
la sera mite e la gente che passa
guardata con interesse dalla finestra,
l'ultimo sguardo amico alla quiete delle piante,
e poi, chiusa la finestra, il lume acceso,
senza leggere niente, senza pensare a niente, senza neanche dormire,
sentire la vita scorrere in me come un fiume nel suo letto.
E fuori un grande silenzio, come un dio che dorme.

(da Fernando Pessoa, L'enigma e le maschere, Mondadori)

sabato 16 marzo 2013

Se la prossima volta sarà nei Caraibi

Vorrei assistere davvero alla loro partenza. Vedere una nave che stacca gli ormeggi e abbandona quella nostalgia di pietra che è il molo, come diceva il grande Fernando Pessoa. Vorrei osservarli bene mentre dal ponte osservano tutti noi farsi più piccoli, interrogandosi su quanto si stanno lasciando indietro: forse altre persone che misteriosamente erano anche loro stessi, prima.
 

E già che ci sono vorrei che con loro ci fossero anche altri amici che mi hanno tenuto compagnia.
 

Magari Tex che in qualche modo ho sempre considerato l’altro fratellino di Sandokan, benché porti la stella dei rangers, non la lama del pirata. E perché no, anche Corto Maltese, il marinaio, l’avventuriero irrequieto di quell’altro sognatore praticante che è stato Hugo Pratt.
 

Per tutti loro mi rifarei di nuovo ragazzino orgoglioso di cantare a squarciagola la sigla di uno sceneggiato. 
Scorre il sangue... nelle vene
Forte vento... nella notte calda si alzerà!
Sandokan! Sandokan!
Giallo il sole la forza mi dà
Sandokan! Sandokan!
dammi forza ogni giorno ogni notte il coraggio verrà...

 

E sarei davvero più forte, sarei più coraggioso. Riacciufferei quanto ho perso nel cammino.

Anche Emilio, ora. Emilio che scorgo mentre si gira verso Odoardo e gli sorride, una buona volta. E che si permette anche una frase lieve, che sa di amicizia. 


La prossima volta nei Caraibi? C’è un certo corsaro nero che merita di conoscere…
 

Li saluterò per l’ultima volta, libero da ogni rimpianto. Poi forse, girandomi per tornare a casa, mi tornerà in mente una di quelle vecchie illustrazioni, con Sandokan sul ponte della nave abbracciato a una giovane principessa malese.
 

E l’ aurora ci trovò sul ponte del praho, pallidi e commossi, recitava la didascalia.
 

A guardare per bene quel Sandokan superbo era proprio lui.
 

Era Emilio. Era Odoardo. Ero io. 

(da Paolo Ciampi, I due viaggiatori, Mauro Pagliai editore)

sabato 9 marzo 2013

Con la filosofia non vi sono alberi

Non basta aprire la finestra
per vedere la campagna e il fiume.
Non basta non essere ciechi
per vedere gli alberi e i fiori.
Bisogna anche non aver nessuna filosofia.
Con la filosofia non vi sono alberi: vi sono solo idee.
Vi è soltanto ognuno di noi, simile ad una spelonca.
C'è solo una finestra chiusa e tutto il mondo fuori;
e un sogno di ciò che potrebbe esser visto se la finestra si aprisse,
che mai è quello che si vede quando la finestra si apre.

(Fernando Pessoa, Versi sciolti, Mondadori)

lunedì 4 marzo 2013

Che bello leggere un libro sui Rolling Stones

Possono scrivere un libro insieme il chitarrista di un gruppo folk-rock e un docente universitario di storia contemporanea che in passato si è occupato di democrazia divisa e nazione perduta, temi, sia detto per inciso, che mi suonano maledettamente attuali?

Sì, possono scriverlo, la prova ce l'ho sotto gli occhi. Possono scriverlo, se alle spalle c'è una lunga passione condivisa. Possono, se a unirli sono una banda come i Rolling Stones, con tutto ciò che questo richiama e comporta.

Il libro si chiama semplicemente I Rolling Stones, è stato scritto a quattro mani da Andrea Orlandini e Luca Polese Remaggi ed è edito da Ediesse, in una collana bella e autorevole, dove, per dire, sono usciti lavori seri dedicati a Maria Montessori e a Fernando Pessoa.

E questo è davvero un libro serio: documentato, attento, che non indulge a compiacimenti, che se necessario mette il dito nella piaga. Un libro, tra l'altro, che offre un bel punto di osservazione per seguire oltre 50 anni di storia, dalla grigia, sonnolenta, conformistica Inghilterra del dopoguerra a oggi. Un libro, aggiungo, che potrebbe essere letto con piacere anche da chi dei Rolling Stones conosce solo Satisfaction e poco altro.

Ma soprattutto un libro scritto con passione - serietà e passione, perfetto equilibrio - una passione condivisa da due amici, esplosa tra i banchi del liceo, tra una versione di latino e l'ascolto di un Lp, una passione che ci ha messo 30 anni per arrivare a questo libro.

E io che dei Rolling Stones non sono un grande conoscitore, me lo sono goduto, questo libro. E per due tre sere, stravaccato sul mio divano, ho letto, preso appunti, riascoltato Sticky Fingers o Let it Bleed. Che bellezza.
 

giovedì 14 giugno 2012

Ogni molo è una nostalgia di pietra

Ah, ogni molo è una nostalgia di pietra!
E quando la nave salpa
e subito ci accorgiamo che s'è aperto uno spazio
tra il molo e la nave,
non so perché, mi coglie un'angoscia mai provata,
una nebbia di sentimenti di tristezza
che brilla al sole delle mie angosce rifiorite
come la prima finestra sulla quale riverbera l'alba,
e mi avvolge come il ricordo di un'altra persona
che fosse misteriosamente mia


Sono versi - tratti da Ode marittima - che ci ha lasciato il grande Fernando Pessoa, lo stesso che ci ha detto:  Viaggiare? Per viaggiare basta esistere.

Pessoa è uno che ha viaggiato più con la fantasia che con il suo corpo - pur trascorrendo un bel pezzo di vita in Sudafrica - ma che comunque conosceva bene i sentimenti che si associano al viaggio, dall'inquietudine alla sorpresa, dalla nostalgia alla possibilità di inventarsi sotto un altro nome, un'altra storia.

Sapeva bene anche che il viaggio è distacco, concetto che richiama un movimento della mente e del cuore, ma che può essere anche tremendamente concreto. Il distacco di un aereo dalla pista, il distacco di una nave dal molo a cui era attraccata.

Ed è proprio vero:

Ogni molo è una nostalgia di pietra.

giovedì 14 luglio 2011

Era Emilio. Ero Odoardo. Ero io


(Da I due viaggiatori, Mauro Pagliai editore)

Vorrei assistere davvero alla loro partenza. Vedere una nave che stacca gli ormeggi e abbandona quella nostalgia di pietra che è il molo, come diceva il grande Fernando Pessoa. Vorrei osservarli bene mentre dal ponte osservano tutti noi farsi più piccoli, interrogandosi su quanto si stanno lasciando indietro: forse altre persone che misteriosamente erano anche loro stessi, prima.
 

E già che ci sono vorrei che con loro ci fossero anche altri amici che mi hanno tenuto compagnia.
 

Magari Tex che in qualche modo ho sempre considerato l’altro fratellino di Sandokan, benché porti la stella dei rangers, non la lama del pirata. E perché no, anche Corto Maltese, il marinaio, l’avventuriero irrequieto di quell’altro sognatore praticante che è stato Hugo Pratt.
 

Per tutti loro mi rifarei di nuovo ragazzino orgoglioso di cantare a squarciagola la sigla di uno sceneggiato.
Scorre il sangue... nelle vene
Forte vento... nella notte calda si alzerà!
Sandokan! Sandokan!
Giallo il sole la forza mi dà
Sandokan! Sandokan!
dammi forza ogni giorno ogni notte il coraggio verrà...

E sarei davvero più forte, sarei più coraggioso. Riacciufferei quanto ho perso nel cammino.

Anche Emilio, ora. Emilio che scorgo mentre si gira verso Odoardo e gli sorride, una buona volta. E che si permette anche una frase lieve, che sa di amicizia. 


La prossima volta nei Caraibi? C’è un certo corsaro nero che merita di conoscere…
 

Li saluterò per l’ultima volta, libero da ogni rimpianto. Poi forse, girandomi per tornare a casa, mi tornerà in mente una di quelle vecchie illustrazioni, con Sandokan sul ponte della nave abbracciato a una giovane principessa malese.
 

E l’ aurora ci trovò sul ponte del praho, pallidi e commossi, recitava la didascalia.
 

A guardare per bene quel Sandokan superbo era proprio lui.
 

Era Emilio. Era Odoardo. Ero io.

martedì 26 aprile 2011

Pessoa, il grande sedentario che sapeva viaggiare


La vigilia di non partire mai
almeno non ci sono valigie da fare


Non c'è solo Emilio Salgari, nel pantheon dei viaggiatori immaginari. Tra gli scrittori che ci hanno schiuso orizzonti rimanendo abbarbicati nello stesso luogo, quale fosse una condizione dell'anima, c'è anche lui, Fernando Pessoa, il portoghese dalla parola capace di dare forma all'inquietudine, al desiderio, al silenzio.

Viaggiatore dell'infinito. Grande sedentario. Poeta che seppe nascondersi dietro diversi altri nomi, poiché anche questo è un modo di essere altrove.

Ne parla Antonio Tabucchi, nel suo ultimo libro, Racconti con figure (Sellerio). Ricordando, per esempio, che l'unico vero viaggio della sua vita fu quello che lo riportò da Durban, in Sudafrica, a Lisbona, città da cui non si sarebbe più allontanato.

Scrive Tabucchi:


Altri sarebbero stati i suoi viaggi: eroici, visionari, furibondi viaggi di avventure e di scoperte, ma tutti immaginari

So di cosa sono fatti questi viaggi: impalpabili e autentici, come lo sono i moti dello spirito.

domenica 8 agosto 2010

Una domenica mattina e quella poesia sbucata fuori

Domenica mattina che comincia così e così, domenica di lavoro, altro che mare, c'è un computer che mi aspetta. C'è di peggio e l'umore è quello che è, non il top dell'entusiasmo, si capisce da come indugio prima di uscire di casa, piantato davanti alla libreria, per l'ennesimo censimento dei libri letti e dei libri che classifico "in attesa".

Ecco, questi sono i due scaffali di poesia - un'isola a parte in una libreria tutta ordinata per case editrici, a me viene meglio così. Guardo e rimugino. Ci sono Raymond Carver e T.S. Eliot (e chissà perché a lui gli si lasciano sempre solo le iniziali), Bukowski e Majakovski (che fanno rima in modo in altri tempi sospetti), i crepuscolari e i lirici greci, Pessoa, Borges e tutti gli altri, che senz'altro meriterebbero più tempo di quanto gli dedico.

Ma guarda, ho tempo e inerzia sufficiente per aprire un'antologia. E ci sono questi versi che sbucano fuori, questi versi che riesco perfino ad acchiappare, farfalle per cui ho il necessario retino. Sono di un grande poeta polacco, Czeslaw Milosz, vai a capire perché mi piacciono questi poeti polacchi dai nomi impossibili, tipo Wislawa Szymborska (e insomma, ho appena ricordato due premi Nobel)

Si intitola Il dono, questa poesia.

Un giorno così bello.
La nebbia s'è alzata presto e ho lavorato in giardino.
I colibrì si fermavano sui fiori del caprifoglio.
Non c'era cosa al mondo che volessi possedere.
Non conoscevo nessuno degno d'essere invidiato.
Qualunque torto avessi subito, l'ho dimenticato.
Pensare che una volta ero lo stesso non mi imbarazzava.
Nel corpo non sentivo alcun dolore.
Quando raddrizzavo la schiena, vedevo il mare azzurro e le vele.

E non so dirvi perché, la poesia funziona così, ma subito dopo ho preso e sono uscito di casa. E il mondo mi è sembrato più largo e più vivo di quanto potessi presumere dal balcone di questo schermo.

martedì 29 giugno 2010

Pessoa e quella nave che lascia il molo


Viaggiare? Per viaggiare basta esistere, diceva il grande Fernando Pessoa, uno che ha viaggiato più con la fantasia che con il suo corpo - pur trascorrendo un bel pezzo di vita in Sudafrica - ma che comunque conosceva bene i sentimenti che si associano al viaggio, dall'inquietudine alla sorpresa, dalla nostalgia alla possibilità di inventarsi sotto un altro nome, un'altra storia.

Il viaggio è anche distacco, concetto che richiama un movimento della mente e del cuore, ma che può essere anche tremendamente concreto. Il distacco di un aereo dalla pista, il distacco di una nave dal molo a cui era attraccata.

Un momento che non è propriamente quello dell'attraversamento della frontiera di cui ho parlato l'altro giorno. Un momento che può vivere proprio con alcune parole di Fernando Pessoa. Eccole.

Ah, ogni molo è una nostalgia di pietra!
E quando la nave salpa
e subito ci accorgiamo che s'è aperto uno spazio
tra il molo e la nave,
non so perché, mi coglie un'angoscia mai provata,
una nebbia di sentimenti di tristezza
che brilla al sole delle mie angosce rifiorite
come la prima finestra sulla quale riverbera l'alba,
e mi avvolge come il ricordo di un'altra persona
che fosse misteriosamente mia


(da Ode marittima)

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...