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venerdì 22 gennaio 2016

Come galleggiare nell'Età del Caos

C'è una sorta di seduzione del Caos. La sento crescere attorno a me. La sua attrazione fatale, malefica e demoniaca, l'avvertiamo in un sottile slittamento del linguaggio...

Deve essere stata la stessa forza di seduzione, se non del Caos della relativa parola, che mi ha spinto ad acquistare questo libro e poi a divorarmelo in due o o tre notti. Più ovviamente la voglia di compensare la tanta narrativa letta ultimamente co un saggio di Federico Rampini, gran giornalista senz'altro in grado di allargare la mia visione del mondo.

L'Età del Caos (Strade Blu Mondadori) questa visione l'allarga davvero: ma nello stesso tempo la complica, la frantuma, la consegna ai territori del dubbio e dell'incertezza. Perchè questo nostro tempo sta dissolvendo equilibri, gruppi di potere, regole, convinzioni. Tutto si è messo in moto, maledettamente in moto verrebbe da dire. E dove sono finiti i punti di riferimento che oltre a grandi malumori ci regalavano uno straccio di certezza?

Siamo ancora nella transizione, in uno di quei periodi instabili e pericolosi: dove l'ordine antico sta franando, e intanto di un ordine nuovo non c'è neppure traccia.

Così sostiene Rampini e malgrado tutto è già una ventata di ottimismo, il massimo che presumibilmente ci si può permettere, perché almeno di transizione si parla: quasi ci fosse una strada che a qualcosa porta.
Chissà se è poi vero. Ma in tutto questo almeno a qualcosa ci si può aggrappare.

Conoscere il Caos è la condizione essenziale per padroneggiarlo, o almeno per galleggiare, sopravvivere, adattarsi. 

Ecco, almeno questo. Buona motivazione anche per leggere questo libro. Imparare qualcosa per stare a galla nell'Età del Caos.

giovedì 7 luglio 2011

Perché sono sparite le vacche di Nuova Delhi

Sono tre miliardi e mezzo. Sono più giovani di noi, lavorano più di noi, studiano più di noi. Hanno più risparmi e più capitali di noi da investire. Hanno schiere di premi Nobel della scienza. Guadagnano stipendi con uno zero in meno dei nostri. Sono Cina, India e dintorni. Cindia non indica solo l'aggregato delle due nazioni più popolose del pianeta... 

Sapete, l'immagine che più mi ha colpito tra le tante evocate da Federico Rampini nel suo L'impero di Cindia? Non quella straordinaria Silicon Valley indiana che è Bangalore. Non la cappa di smog su Pechino. Ma le vacche di Nuova Delhi. O meglio, le vacche che sono sparite da Nuova Delhi.

Figuratevi che pensavo che girassero indisturbate perché sacre. Invece erano semplicemente vacche abbandonate dai loro proprietari perché ormai improduttive. Sono sparite non perché le hanno fatte fuori - sempre sacre saranno - ma perché hanno trovato il modo di restituirle ai loro proprietari. Ci sono riuscite assegnando a ognuna di esse un microchip in grado di identificarle e di "riportarle a casa". Un po' come le vetture immatricolate.

Insomma, la vecchia India e le nuove tecnologie. Un mondo che arriva da lontano ma che cambia in un modo che nemmeno abbiamo idea. Perché poi, rimanendo in India, l'immagine è ancora quella di Calcutta come la Città della gioia di Madre Teresa. Solo per dire.

Meno male che ci sono libri come questi, che ci liberano da ciò che ancora ci viene naturale pensare. Per  indicarci il futuro: quello in cui il dragone e l'elefante si apprestano a riconquistare il posto che appartenne a loro per millenni.

Il loro futuro, il nostro futuro. Cominciare a capirlo è già qualcosa.

domenica 3 luglio 2011

Due buone domande che arrivano da San Francisco

Spulciando le pagine di San Francisco-Milano di Federico Rampini. Tanto per non arrendersi senza condizioni all'indolenza di questa domenica. Per coltivare qualche buona domanda. Per pensare non alla California alle cose sotto casa.

Sapevate che a San Francisco è stato un cinese a capo della polizia a cancellare la mafia cinese? Riflessione di Rampini:


Il giorno in cui a Milano circoleranno pattuglie di polizia con agenti albanesi e marocchini, faranno meglio il loro mestiere

Vi viene mai mente che l'educazione è una carta vincente per una città? Assicura Rampini:

Sarà per le origini protestanti e puritane, ma una caratteristica ben visibile nella società americana è che generalmente i più ricchi ci tengono a essere anche i più educati. Da noi è piuttosto vero il contrario, e questo rende maledettamente difficile organizzare una città civile


Tanto per cominciare.

lunedì 27 giugno 2011

Dalla Padania a San Francisco, andata e ritorno

Con gli occhi dell'esploratore misuravo tutte le differenze tra i due mondi. Era un esercizio in cui cercavo di mescolare l'immersione totale, l'etnologia e l'autocoscienza: mentre osservavo quotidianamente usi e costumi della popolazione locale, misuravo gli effetti si di me, espatriato, in una città costruita da stratificazioni di immigrati. Dalla grande politica ai piccoli gesti della vita quotidiana, cercavo di mettere in scena l'immensa distanza tra la West Coast e quell'angolo di Vecchio mondo che si stava autoconvincendo di essere Padania

Non so se la Padania sia sempre molto convinta di essere Padania, nè so se San Francisco, l'Estremo Occidente, un giorno potrà essere un po' meno distante dal Vecchio mondo, perlomeno per quanto ci riguarda. Ma intanto questo è un gran bel libro, per andare lontano. Per sognare e un po' anche per invidiare.

Non liquidatela come una delle solite raccolte che i giornalisti fanno dei loro articoli, per dare una seconda vita - più duratura - a quanto hanno scritto. Vero che si tratta dei pezzi che Federico Rampini scriveva per i lettori milanesi di Repubblica, raccontando di se stesso e del paese - l'incredibile California - dopo per quattro anni ha lavorato come corrispondente.

Però, proprio per questo, San Francisco-Milano. Un italiano nell'altra America (Laterza) è assai di più di una serie di pezzi curiosi, intrigranti, ben scritti. Più di un riflettore accesso sulle meraviglie della Silicon Valley o sulla magnifica resistenza della City Light di Ferlinghetti o sulla stupefacente educazione stradale dei californiani.

San Francisco-Milano, appunto. Sono libri come questo che ci dimostrano che un viaggio - e ancora di più un racconto di viaggio - non può prescindere dalla comparazione. Non può non vivere che nel raffronto tra la terra dove siamo arrivati e quella a cui apparteniamo.

E a cui ritorneremo, se il nostro è davvero un viaggio.

giovedì 23 giugno 2011

Vincere il Nobel e perdere a casa propria

Il giorno stesso in cui vinse il Nobel, nel 1962, il New York Times non trovò niente di meglio che infliggergli una stroncatura: che è un po' come vergognarsi della propria nazionale che vince i Mondiali.

Peggio ancora gli era andata quando aveva pubblicato il suo capolavoro, Furore. A Salinas, sua città natale, si scatenò la caccia al libro, ma solo per dargli fuoco sulla pubblica piazza.

Povero John Steinbeck, quanto è stata lunga e difficile la strada della sua affermazione anche a casa propria. Non in libreria, a dire il vero, visto che ancora oggi è un autore che vende ben due milioni di copie all'anno solo negli Stati Uniti. Ma tra i critici letterari, nel mondo della cultura che conta.

Federico Rampini nel suo San Francisco-Milano (Laterza) ci racconta come è andata. Ed è una storia che merita di conoscere, perché le ragioni per cui oggi anche l'America ha riscoperto Steinbeck sono esattamente le ragioni per cui per tanti anni fu marchiato come scrittore da cui si poteva prescindere. Volete mettere con Faulkner, Fitzgerald o Hemingway?

Troppo facile, tropo sentimentale, troppo datato, dicevano. Soprattutto troppo ideologico: e questa parola è una cartina tornasole. Steinbeck raccontava l'America stracciona, l'America dei morti di fame, l'America di chi lasciava le fattorie del Midwest e si metteva in viaggio per disperazione o al massimo per uno straccio di speranza. Parlava della California prima della Silicon Valley. Ambientava le sue storie tra poveri immigrati, contadini stremati, pescatori.

Come poteva piacere all'America di George Bush?

Ma per gli stessi motivi Steinbeck è uno degli autori riscoperti nell'America di Obama, quell'America che non ha paura degli immigrati e che si riconosce in quell'idea della California, come metafora di una vitra migliore, di un'altra possibilità.

La possibilità per cui oggi stanno lavorando duro altri braccianti, da altri paesi, negli stessi campi dei contadini di Furore. E allora sento come mie le parole di Rampini:

Invece dei bianchi poveri che fuggivano dalla carestia in Oklahoma questi ora vengono dal Messico, dal Guatemala o dall'Afghanistan. Se soltanto potessero leggerlo, loro probabilmente non troverebbero Steinbeck né fazioso, né datato

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...