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mercoledì 5 giugno 2013

Se i popoli si fanno un'idea sbagliata gli uni degli altri

Anche lo stereotipo, però, ha il passo lento.

nasce da un'immagine, si clona in un'altra e poi in un'altra ancora, finisce in un libro e poi in un altro ancora, diventa tema di discussione nei circoli intellettuali, è rilanciato dagli amici, colto a mezza voce dai camerieri, riportato nelle cucine, diffuso nelle case popolari, intuito dai politici, urlato dai demagoghi, cavalcato dai giornali, gonfiato dalle masse...

Ci mettono secoli, i popoli, a farsi un'idea gli uni degli altri. E spesso se la fanno sbagliata. 

(da Gian Antonio Stella, L'orda, Bur)


martedì 4 giugno 2013

Quando i "clandestini" eravamo noi

La feccia del pianeta, questo eravamo. Meglio: così eravamo visti.

Bel paese, brutta gente, dicevano noi. E non c'era vizio o delitto che non veniva rinfacciato, soprattutto se si trattava di italiani che avevano abbandonato la loro terra per cercare fortuna altrove. Ladri, assassini, stupratori, sudici, scansafatiche, sobillatori, fanatici delle peggiori cause, terroristi per anarchia e per sete di sangue....  questo erano gli italiani, soprattutto gli italiani all'estero, i clandestini (davvero extracomunitari) di tempi nemmeno troppo lontani, solo che abbiamo fatto la svelta a cancellarne la memoria.

Per questo oltre che intrigante è assai salutare la lettura de L'orda di Gian Antonio Stella, con il suo sottotitolo già particolarmente eloquente: Quando gli albanesi eravamo noi. E anche se qualche anno è passato dalla sua pubblicazione, è libro ancora incredibilmente attuale, come è, o dovrebbe essere, la considerazione per ogni pregiudizio che alligna tra di noi.

Non c'è stereotipo rinfacciato agli immigrati di oggi che non sia già stato rinfacciato, un secolo o solo pochi anni fa, a noi.

Così dice Stella: e non è un pamphlet, quello che ci propone. Ma un libro rigoroso, spietato, doloroso, che ci accompagna in secoli e secoli di campagne stampa e linciaggi, sentenze già scritte e discriminazione. Roba di ieri, sembra oggi.





giovedì 4 aprile 2013

Quando le tangenti si chiamavano "zuccherini"

Annunzio quindi solennemente alla Camera che posseggo dichiarazioni di testimoni, superiori a qualsiasi eccezione, le quali dichiarazioni sono a carico di un deputato nostro collega, e si riferiscono a lucri che avrebbe percepito nelle contrattazione della Regìa dei tabacchi...

Erano gli anni di Firenze capitale e Cristiano Lobbia, deputato garibaldino, prese la parola nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio - allora sede della Camera - per puntare l'indice contro chi si era illecitamente arricchito votando una legge sulla privatizzazione dei tabacchi. Era il primo grande scandalo del neonato Stato italiano ed era evidente che di zuccherini - come allora si chiamavano le tangenti - ne erano circolate a iosa. Ma eravamo all'inizio: e nessuno avrebbe mai potuto sospettare che a rovinarsi sarebbe stato proprio il grande accusatore, pronunciando in aula quelle parole.

Qualche giorno più tardi provarono ad ammazzarlo per strada, in via dell'Amorino. E siccome non ci riuscirono misero in moto la macchina del fango - come tante altre volte dopo. Però con Cristiano Lobbia furono particolarmente fantasiosi: e si spinsero fino a farlo condannare a un anno di prigione per simulazione di reato. Come se quella notte si fosse aggredito da solo e da solo si fosse aggredito.

La gente comune non ebbe mai dubbi sul povero Lobbia. E se oggi il suo cognome indica un cappello è perché così lo cominciarono a chiamare i cappellai di Firenze nei giorni successivi all'aggressione (e andò a ruba, la lobbia). Perché il deputato fosse riabilitato la strada fu invece molto lunga: ci si arrivò soltanto quando lo scandalo fu definitivamente sedato - grazie anche alla provvidenziale morte di cinque testimoni - e quando Lobbia era ormai finito come politico e anche come uomo.

E' una storia maledettamente italiana quella che disseppellisce Gian Antonio Stella  con I misteri di via dell'Amorino (Rizzoli). Una storia che ci racconta perfino con un eccesso di documentazione e di citazioni, invece di dare via libera alla sua penna e alla sua indignazione.

Ma i fatti sanno parlare da soli. E raccontano tutto dell'Italia di oggi, guardando indietro, a cosa successe quasi un secolo e mezzo fa, sulle sponde dell'Arno.

lunedì 18 aprile 2011

La paura dei barbari che ci rende barbari

Perché la paura dei barbari è ciò che rischia di renderci barbari

Ci sono dei libri che nemmeno cerchi, che piuttosto ti richiamano all'ordine da uno scaffale della libreria, come un vigile urbano sul ciglio della strada. Libri che forse non hai nemmeno voglia di leggere, almeno di istinto, tanto di queste cose hai già letto tanto una vita fa, sai già tutto, o quasi tutto. Libri che a volte ristagnano tra le "letture in attesa" senza che mai ti decida a fare ciò che senti dovresti fare.

Libri che a un certo punto ti ritrovi sotto gli occhi, non per una scelta consapevole, ma perché sono i tempi che te lo richiedono.

Come questo: Negri froci giudei & Co. di Gian Antonio Stella.

Accendi la televisione, scorri i titoli gridati da diversi giornali, provi a metabolizzare proclami e allarmi: e senti che sì, è bene darsi da fare.

E anche un buon libro, può servire. Per capire, per reagire, per affermare le ragioni della civiltà.

Pregiudizi, ostilità, razzismi. L'eterna guerra degli uni contro gli altri. L'immensa capacità di fare di tutta l'erba un fascio. Il Sud che ha sempre una terra più a Sud. L'ostinata instancabile ricerca del capro espiatorio, sempre coronata dal successo, fosse così anche per il lavoro.


Dice Stella:

Sono stati in troppi, nella storia, a non chiedere mai scusa


Speriamo che non si sia anche noi a essere ricordati tra quelli che non riuscirono a chiedere scusa.

domenica 10 aprile 2011

Se l'odore sta nella cultura di chi annusa

Non ci avevo mai fatto troppo caso - e forse l'ho capito solo leggendo Negri froci giudei & Co. di Gian Antonio Stella - ma è così, l'avversario puzza sempre.

O almeno puzza la persona che classifichiamo irrimediabilmente altro da noi e inferiore. Puzza il nero, puzza il barbaro. E non si tratta solo del più grossolano dei pregiudizi, c'è qualcosa che va più a fondo, che viene prima: perché l'olfatto è il più primitivo dei sensi, quello che precede tutti gli altri anche nello sviluppo di un individuo (il neonato riconosce la madre dall'odore).

Che il razzismo sia prima di tutto una questione di odore? E perché no?

Ricorda l'antropologa francese Annick Le Guérer:


L'odore ha un ruolo fondamentale nelle relazioni umane e le decisioni che sono prese dall'olfatto sono prese al di fuori della sfera della coscienza, della morale e dell'estetica, ossia hanno un carattere radicale ed irrevocabile

E sarà proprio una questione di odore. Purché non dipenda solo dal naso.

Perché l'odore sta anche nella cultura di chi annusa.

lunedì 28 marzo 2011

Quando le biblioteche sono prese a cannonate

Lo spiega bene Gian Antonio Stella in Negri Froci Giudei & Co. L'eterna guerra contro l'altro:


Uccidere la memoria è essenziale, per chi vuole reinventarsi la "sua" storia

E poichè le biblioteche sono luoghi che custodiscono la memoria - e quindi le radici, l'identità, la profondità e le ragioni per il futuro di un paese - le biblioteche a volte fanno paura. Le biblioteche diventano obiettivo militare, problema da cancellare, fastidio da sopprimere.

Tra un po' saranno passati 20 anni dall'assedio di Sarajevo. E lì le milizie che volevano annientare la città della convivenza multiculturale e multireligiosa fecero di tutto per distruggere la sua grande biblioteca. Per giorni usarono bombe al fosforo, poi spararono sui vigili del fuoco che cercavano di intervenire.

Dall'antica Cina all'Alessandria dei califfi le biblioteche hanno continuato a bruciare. Più o meno per le stesse ragioni con cui Hitler fece appiccare il fuoco ai libri raccolti sulla piazza di Berlino:

Siamo dei barbari, ed è ciò che desideriamo essere

Mi fa riflettere questo. Tranne pensare che poi ci sono diversi modi, per cancellare le biblioteche. Modi civili, anche. Non con le fiamme, ma semplicemente chiudendo il rubinetto. Strangolandole per mancanza di fondi. Risultati garantiti, comunque.


La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...