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mercoledì 24 giugno 2015

L'autobiografia dà senso ai nostri giorni



C'è un momento, nel corso della vita, in cui si sente il bisogno di raccontarsi in modo diverso dal solito.

Sono queste le prime righe di Raccontarsi. L'autobiografia come cura di sé  di Duccio Demetrio (Raffaello Cortina editore), libro che può davvero schiudere nuovi orizzonti, con molti buoni consigli per riprenderci in mano la vita.

Attenzione al sottotitolo: racchiude davvero il senso di questa opera. Di questo si parla: dello scrivere non per mettersi in mostra, nella speranza di un editore e di un lettore. Ma per se stessi, affidando a questo lavoro la possibilità di dare un senso ai propri giorni, di ordinare il passato e in questo modo di attrezzarsi per il futuro.

Quante sorprese che ci possono essere in questo cammino. Per esempio capire che in realtà la nostra vita andrebbe declinata alla prima persona plurale, non per smanie di grandezza alla Cesare, ma semplicemente (diciamo così, semplicemente) perché noi stessi siamo una molteplicità di identità. Perché nello stesso nostro passato siamo stati altri.

Del resto scriveva Fernando Pessoa, il grande portoghese: E sento che chi sono e chi sono stato sono sogni differenti.

Ecco, scrivere è cura, è attenzione. E' scoprire questo nostro sogno - questi nostri sogni - e imparare a conviverci. 

sabato 30 agosto 2014

Ti sembra importante, questa faccenda delle frasi

Perché scrivere?

Per comporre una certa frase, per finire una certa pagina.

Preoccuparsi delle frasi è un capriccio estetico, l'equivalente culturale del pizzicare la cetra mentre Roma brucia? Questa tesi non l'ho mai capita. Che altro ha a disposizione uno scrittore se non delle frasi? 

Chiedere a uno scrittore di non pensare alle frasi è come dire a un costruttore di non preoccuparsi della qualità dei mattoni.

Perché scrivere?

Perché ti sta a cuore questa faccenda delle frasi: ti sembra importante.

E le vuoi scrivere alla tua velocità da lumaca, con tutta la complicata attenzione che meritano.

Non è solo una cosa degli scrittori: in tutto il mondo la gente sta cominciando a capire la natura rivoluzionaria delle dimensioni ridotte e della lentezza. Del fare le cose con le proprie mani. Del prendersi il tempo che serve. Delle vite su scala umana.

Sono tutti modi di rivendicare le nostre capacità di esseri umani in un mondo che spesso ci vede esclusivamente come produttori o consumatori.

(Zadie Smith, Perché scrivere, Minimum Fax)

mercoledì 9 aprile 2014

Scrivere è una specie di impresa fraterna

Anche quando insegnava scrittura creativa, il tocco di Carver era leggero.

Non prendeva neanche in considerazione l'idea che il suo compito fosse quello di scoraggiare la gente. Diceva sempre che c'erano già tante cose scoraggianti nel mondo, per chi voleva diventare uno scrittore contro ogni pronostico, ed era chiaro che parlava per esperienza diretta.

La critica, come del resto la narrativa, era per Ray un atto di empatia, un mettersi nei panni dell'altro. Non riusciva a capire gli scrittori che fanno stroncature e una volta mi ha anche rimproverato per aver pubblicato una recensione negativa.

Era convinto che scrivere prosa e poesia sia una specie di impresa fraterna.

(Jay McInerney, da Raymond Carver, Il mestiere di scrivere, Einaudi)

lunedì 7 aprile 2014

Se un punto è messo al punto giusto

In una poesia o in un racconto si possono descrivere delle cose, degli oggetti comuni usando un linguaggio comune ma preciso e dotare questi oggetti - una sedia, le tendine di una finestra, una forchetta, un sasso, un orecchino - di un potere immenso, addirittura sbalorditivo.

Si può scrivere una riga di dialogo apparentemente innocuo e far sì che provochi un brivido lungo la schiena del lettore  - l'origine del piacere artistico, secondo Nabokov - Questo è il tipo di scrittura che mi interessa di più.

Non sopporto cose scritte in maniera sciatta e confusa, sia che si presentino sotto pretese sperimentali sia che si tratti semplicemente di realismo reso in maniera goffa. 

Il narratore del meraviglioso racconto di Isaac Babel intitotlato "Guy de Maupassant", parlando della tecnica narrativa, a un certo punto dice:

"Non c'è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al posto giusto".

(Raymond Carver, Il mestiere di scrivere, Einaudi)

lunedì 3 marzo 2014

Carver, per cui scrivere era un'impresa fraterna

Anche quando insegnava scrittura creativa, il tocco di Carver era leggero.

Non prendeva neanche in considerazione l'idea che il suo compito fosse quello di scoraggiare la gente. Diceva sempre che c'erano già tante cose scoraggianti nel mondo, per chi voleva diventare uno scrittore contro ogni pronostico, ed era chiaro che parlava per esperienza diretta.

La critica, come del resto la narrativa, era per Ray un atto di empatia, un mettersi nei panni dell'altro.

Non riusciva a capire gli scrittori che fanno stroncature e una volta mi ha anche rimproverato per aver pubblicato una recensione negativa.

Era convinto che scrivere prosa e poesia sia una specie di impresa fraterna.

(Jay McInerney, da Raymond Carver, Il mestiere di scrivere, Einaudi)

lunedì 17 febbraio 2014

Non è l'ispirazione che manca, è la voglia

Il profano pensa che l'ispirazione sia qualche cosa di magico che chi scrive deve star lì ad aspettare, quando viene e se viene. 

E' molto bello pensare al poeta che guarda il cielo azzurro in attesa dell'ispirazione. Ma non è così. Si scrive quando si vuole, e l'ispirazione, forse, non esiste. Come in tutte le cose, bisogna soltanto aver voglia di scrivere, averne piacere.

Anche per stirare un mucchio di biancheria o per fare una maglia con i ferri bisogna averne voglia e piacere, se no si lavora male e si sbaglia.

Non è l'ispirazione che manca al poeta che guarda il cielo azzurro, è la voglia. 

(Giorgio Scerbanenco, Il viaggio di una vita, Frassinelli)

sabato 25 gennaio 2014

Imparare a scrivere è un'educazione alla quotidianità

Ci si trasforma, come diceva Rilke, in una persona che gestisce la casa in modo da tenere pronta e lucente la stanza degli ospiti, ogni giorno, in modo che se un giorno un ospite dovesse arrivare all'improvviso la sua stanza è già pronta, sempre pronta.

E si può andare oltre: la costanza e la pratica quotidiana della scrittura rendono la capacità di ospitare talmente elastica e continua, che quasi non ci si accorge più quando l'ospite è venuto e quando no, se è stato per poco o per tanto, se tornerà. 

Si diventa, se si è bravi, come quei padroni di casa che sanno ospitare come senon ospitassero, che hanno superato il limite della gentilezza e la loro casa è sempre aperta, chiunque arrivi, e chiunque arriva non si sente più un ospite. 
Imparare a scrivere è, in pratica, una educazione alla quotidianità.  

(Francesco Piccolo, Scrivere è un tic, Minimum Fax) 

sabato 19 ottobre 2013

Raymond Chandler, quando si impelagava con le trame

Ho ottime idee per un sacco di libri, ma il travaglio necessario a dar loro una trama mi sconcerta... Gran parte degli scrittori pensa a un trama piena di situazioni intriganti, dopodiché procede inserendo i personaggi.

Con me la trama, se così si può chiamare, è un qualcosa di organico. Cresce da sola, e spesso cresce troppo.

Mi trovo sempre impelagato in scene che non voglio abbandonare ma che non c'entrano niente con la storia. Ecco quindi che i miei abbozzi di intreccio finiscono invariabilmente per essere un tentativo disperato di giustificare una montagna di materiale che, almeno per me, ha preso vita e insiste per restare vivo.

(Raymond Chandler, tratto da Craig Brown,One on One, Edizioni Clichy)

sabato 5 ottobre 2013

Per un romanzo ci vuole fiducia nel mondo

Per scrivere un romanzo, mi sembrava, uno scrittore dovrebbe vivere in un mondo dotato di senso, un mondo in cui poter credere, da poter mettere a fuoco per bene e su cui poi scrivere accuratamente. 

Un mondo che, almeno per un certo tempo, rimanga fisso in un posto. Inoltre, dovrebbe esserci una specie di fiducia nella correttezza di quel mondo. 

Fiducia nel fatto che il mondo conosciuto abbia una ragion d’essere, e che valga la pena di scriverne, che non vada tutto in fumo mentre lo fai.

(Raymond Carver, Il mestiere di scrivere, Einaudi)

domenica 22 settembre 2013

Scrivere un libro non è facile, però....

Scrivere un libro non è facile, ho ripetuto le sue parole mentre serpeggiavo verso il mare, verso il basso, per via Freud.

Non è facile, ma ce l'ho fatta. Mi sono mosso. Sono uscito dal mio recinto e sono andato avanti a galoppare per due mesi. Senza che mi finisse l'ossigeno.

Certo, l'ho fatto in nome di Ofir. In nome dell'armonia dei bigliettini. Ma se l'ho fatto una volta significa che posso farlo di nuovo. Posso liberarmi dalle mie catene. Dal pessimismo paludoso. Dall'autocontrollo scettico. Posso esprimere dei nuovi desideri per i Mondiali del 2006, e questa volta realizzarli. Posso cambiare. Rivelarmi. Trovare uno scopo. Posso amare un'altra - non Yaara.

Posso - davanti a questo mare che mi si spalanca davanti in tutto il suo scintillio - posso persino continuare a essere amico dei miei amici in futuro, e non solo congelarli nel tempo attraverso la scrittura.

E' vero, la loro vita prossimamente diventerà molto diversa dalla mia, ma ciò non significa che il libro sia destinato a essere un requiem.

(Eshkol Nevo, La simmetria dei desideri, Neri Pozza)

domenica 17 marzo 2013

Davanti a un foglio ostinatamente bianco

Allora si mise a leggere opere di critica, di metrica, immaginandosi nella sua semplicità che la poesia si possa imparare, come la matematica, a forza di applicazione e di buona volontà. Fu il disastro.

Vide che, in nome di leggi che lui comprendeva meno del cinese, gli uni condannavno quello che altri approvavano; si smarrì nella foresta inestricabile dei giudizi letterari; perse completamente la testa; mio Dio! era dunqeu necessario rispondere a tante obiezioni quando si scriveva, soddisfare tante esigenze molteplici e contraddittorie! 

Poi, per sua sfortuna, si mise a leggere i libri eruditi in cui si analizza l'azione dello scrivere, tutti i meccanismi complessi del processo della creazione; e, allora, si trovò nella situazione di chi, nel momento in cui sta per compiere un gesto insignificante, volesse ricercare tutte le minime componenti della sua volontà di agire, e restava inebetito, sconcertato di fronte al suo foglio di carta ostinatamente bianco.

(Irène Némirovsky, Un bambino prodigio, Giuntina)

mercoledì 12 dicembre 2012

Se uno dei più grandi smette di scrivere

Afferma Philip Roth, che è indubbiamente uno dei più grandi scrittori viventi al mondo:

Scrivere è avere torto tutto il tempo. Le nostre bozze raccontano la storia dei nostri fallimenti. Non ho più l'energia della frustrazione, non ho più la forza di affrontarla. Scrivere è frustrante: si passa il tempo a buttar giù parole sbagliate, frasi sbagliate, storie sbagliate.

Afferma Philip Roth, che da tre anni non sforna più un nuovo romanzo:

Ho dedicato la vita ai romanzi: li ho studiati, insegnati, ho scritto, letto. Escluso tutto il resto. E' molto! Non provo più quel fanatico attaccamento alla scrittura provato tutta la vita.

Afferma Philip Roth, che forse sa come investire meglio il suo tempo:

A 74 anni mi sono reso conto di non avere molto più tempo, allora ho deciso di rileggere i romanzi che ho amato a 20 e 30 anni, perché sono proprio quelli che non si rileggono mai.

Direi che non sono parole buone solo per uno dei più grandi. Direi che valgono per tutti noi, almeno per tutti coloro che in un momento della loro vita si sono fatti catturare dal piacere - e dalla vanità - della scrittura. Direi che sono parole che aiutano a riordinare le priorità della vita, del tempo. Che ci aiutano ad amare ancora di più i libri.


venerdì 29 giugno 2012

Se il primo libro è il solo che conta

Forse, in fondo, il primo libro è il solo che conta, forse bisognerebbe scrivere quello e basta, il grande strappo lo dai solo in quel momento, l'occasione per esprimerti si presenta una volta sola, il nodo che porti dentro o lo sciogli quella volta o mai più.


Forse la poesia è possibile solo in un momento della vita che per i più coincide con l'estrema giovinezza.


Passato quel momento, che tu ti sia espresso o no (e non lo saprai se non dopo cento, centocinquant'anni; i contemporanei non possono essere buoni giudici), di lì in poi i giochi sono fatti, non tornerai che a fare il verso agli altri o a te stesso, non riuscirai più a dire una parola vera, insostituibile.


Italo Calvino, dalla prefazione a Il sentiero dei nidi di ragno

martedì 4 ottobre 2011

Se le parole mettono paura alla mafia

Mi hanno sempre colpito le domande che mi fanno all'estero. Ma com'è possibile che le parole rappresentino un pericolo per le organizzazioni criminali? Non è tutto esagerato? Come può un uomo fragile e come lei fare paura ai clan?


Ma a fare paura non è l'uomo che scrive, sono le tante persone che ascoltano, gli occhi che leggono una storia, le tante lingue che la racconteranno. 


La parola diventa premessa dell'azione e in molti casi essa stessa azione. E' questa la potenza delle storie, che mi ha sempre fatto provare fiducia e non mi ha mai fatto sentire schiacciato dalla malinconia... 

(da Roberto Saviano, Vieni via con me, Feltrinelli)

giovedì 25 agosto 2011

Se lo scrittore coglie ciò che c'è nell'aria

Se c'è un'arte dello scrivere io non la conosco, però ne conosco il mestiere, parola laica che mi aiuta a intendere il mio lavoro per ciò che è, un fare artigianale e quotidiano: metterti al tavolo ogni mattina senza troppi grilli sull'ispirazione, ascoltando invece l'insoddisfazione che ti abita ripetutamente quando ti accorgi che non funziona nulla di quanto hai scritto il giorno prima, quando non ti ritrovi nel modo e nel tono.
Per me scrivere è in gran parte tecnica dello scrivere


Beh, questo diceva Daniele Del Giudice qualche tempo fa in una bella riflessione pubblicata su La Domenica della Repubblica, titolo L'arte dello scrivere. Bella, certo, ma che mi convince poco. Chissà perché l'alternativa è sempre secca, la scrittura o è ispirazione che ti rapisce o è mestiere che reclama abilità e perseveranza artigiana.

E dunque, penso che l'insoddisfazione dello scrittore rispetto al suo lavoro sia cosa naturale, quasi doverosa. Sono meno convinto quando Del Giudice parla di un lavoro lungo, faticoso e a volte noioso perché è minuto e angariato dal dettaglio.

Fermo restando che perfino il grande Hemingway magari scriveva di getto (e nei fumi dell'alcool), ma dopo anche lui si faceva qualche problema - Mi chiesi che razza di scrittore ero se mi veniva bene già il primo racconto - possibile che la scrittura debba essere mestiere, e non piuttosto uno sguardo?

Intendo la possibilità di guardare con occhi diversi le cose del mondo e della vita. Di sorprendersi e di sentire qualcosa agitarsi dentro per quella sorpresa. Di sorprendersi per voi volerla condividere, quella sorpresa.

Diceva Henry Miller:

Direi che succede tutto negli attimi di calma, di silenzio, mentre cammini o ti radi o giochi a qualcosa, persino mentre parli con qualcuno che non ti suscita grande interesse... Tutto ciò che facciamo, tutto ciò che pensiamo esiste già, e noi siamo solo intermediari, ecco tutto, che pescano quel che c'è nell'aria


Il problema è accorgersi che si respira.

lunedì 1 agosto 2011

Se scrivere è saltare come un trapezista

Mi piace ciò che scrive Andrea Camilleri del suo lavoro di scrittore. Mi piace perché ci dice che vivere di questo lavoro è una fortuna, un privilegio raro. Scrivere, spiega, dev'essere un divertimento prima che una fatica. E se fatica c'è, non si deve vedere. Come al circo, quando un trapezista vola alto... Leggero, così leggero che non si riesce a percepire tutto quanto c'è dietro.

Dice, Camilleri, in una sua conversazione con Tullio De Mauro, pubblicata sul Venerdì di Repubblica:

Allora.... la storia del divertimento è assolutamente vera. Tant'è vero che io alle volte comincio un racconto, vedo che fatico, e lo lascio perdere, non insisto, vuol dire che la cosa è nata male dentro di me. Invece il divertimento è una sorta di leggerezza da trapezista. Quando noi vediamo una trapezista che fa tre salti mortali e poi s'aggrappa al trapezio, non ci mostra per niente il duro esercizio quotidiano, la fatica, il sudore, la paura; non ci mostra niente perché altrimenti noi non godremmo più di quello che vediamo, soffriremmo con lei. Ecco, per me l'ideale della scrittura è non far vedere mai il lavoro che c'è stato dietro. Perciò faccio come l'assassino: appena un romanzo è pubblicato, distruggo tutto il lavoro che c'è prima, lo butto nel cestino, lo porto personalmente del cassonetto della spazzatura riservato alla carta

Ci fossero più trapezisti della scrittura, capaci di incantarci con la leggerezza dei loro salti mortali. Più trapezisti e meno gente compaciuta del fardello che si porta sulle spalle. Come se il peso dello scrivere fosse mai comparabile a quello di vivere, e vivere al meglio.

mercoledì 13 aprile 2011

Gustave Flaubert, che scriveva come respirava

Vi piace Gustave Flaubert?

Quanto è ancora letto, Gustave Flaubert?

Chissà che non vi faccia venire qualche appetito il ritratto che le dedica Silvia Ronchey in Il guscio della tartaruga...

Chissà che non venga voglia di leggerlo come lui pretendeva che si leggesse:

Non leggete come fanno i bambini, per divertirvi, né, come gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere

E a prescindere dal fatto che io non sia del tutto convinto che si debba fare proprio così  - magari si potesse leggere come i bambini - che righe come fasci di luce Silvia Ronchey getta su di lui, su questo scrittore che quasi si svuotò di vita per riempirsi solo di scrittura.

Lui che sosteneva:


Una frase ha valore quando corrisponde a tutte le le necessità della respirazione

Lui che ne era convinto:

L'artista deve fare in modo che la posterità creda che non abbia vissuto

Antico dilemma, quello che contrappone l'arte alla vita. Anche a questo credo poco: ma fa bene rifletterci sopra, di tanto in tanto.


domenica 13 febbraio 2011

Con Ungaretti in una domenica di nebbia

Domenica mattina, domenica di indolenza, domenica di nebbia che tutto scontorna e confonde. Non so perché, ma sembra che ciò che si dice, o si scrive, possa essere più vero, andare più lontano e toccare qualche altra vita. Un po' come lo sguardo, che cerca oltre ciò che non vede distintamente.

Mi viene in mente una poesia di Ungaretti, la trovo quasi subito. Si chiama Sereno,  è una manciata di parole ridotte all'osso. Eccola.

Dopo tanta
nebbia
a una
a una
si svelano
le stelle

Respiro
il fresco
che mi lascia
il colore del cielo

Mi riconosco
immagine
passeggera

Presa in un giro
immortale

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...