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giovedì 2 febbraio 2012

L'aeroporto di Schipol, un tratto al di là del mondo


La mattina dopo all'aeroporto di Schipol regnava un'atmosfera così meravigliosamente ovattata da farti credere d'essere già per un tratto al di là del mondo terreno.

A passi lenti, come sotto l'influsso di sedativi o come si stessero muovendo in un tempo dilatato, i viaggiatori vagavano per le diverse sale o si dirigevano, fermi sulle scale mobili, verso le loro destinazioni ai piani alti o nei sotterranei. 

Sul treno che mi aveva portato lì da Amsterdam, sfogliando il libro sui Tristi Tropici, mi ero imbattuto in una descrizione dei Campos Elyseos, una strada di San Paolo, dove chalet e castelli di legno, che un tempo dei riccastri avevano fatto costruire e dipingere a colori vivaci in una sorta di stile svizzero di pura fantasia - così ricorda Lévi-Strauss gli anni trascorsi in Brasile -, cadevano a poco a poco in rovina mentre attorno i giardini erano invasi da alberi di eucalipto e mango.

Forse è per questo che quel mattino l'aeroporto, attraversato da un tenue brusio, mi era parso l'anticamera del paese ignoto dal quale nessun viaggiatore fa ritorno.

                                         (W.G. Sebald, Gli anelli di Saturno, Adelphi)

mercoledì 11 gennaio 2012

Se il mondo diventa troppo piccolo

Che fine faranno i viaggi? E con essi i racconti di viaggio, la letteratura che ci ha portato lontano, sul tappeto volante delle parole?

Insomma, nell'epoca del turismo di massa, del già visto in (quasi) ogni angolo del mondo, dei non-luoghi uguali ovunque, cosa si può attendere chi alla parola viaggio dà ancora un significato non banale?

Bella domanda, e se volete, una domanda a sua volta già logorata dall'uso. Già Claude Lévi-Strauss in Tristi tropici parlava di fine dei viaggi. Era il 1955 e da allora si sono sprecate le orazioni funebri sull'eclissi della meraviglia che si accompagna agli spostamenti nel mondo, sull'esaurimento di ogni autentica pulsione all'esplorazione, sull'invadenza del già noto, come si legge in un bellissimo saggio di Luigi Marfé uscito per l'editore Olschki.

Possibile, possibile che il pianeta sia diventato così piccolo? Possibile che si siano consumate tutte le parole? Il mondo è diventato davvero un deserto di noia?

O queste domande sono solo fame di nuovi stimoli che ci rimetteranno ancora in movimento, regalandoci altre mete e soprattutto altre possibilità di racconto?

Non so se viaggiare sia ancora un'arte, come affermavano viaggiatori di altri tempi (del resto si diceva anche della politica e guardate come siamo ridotti). So che dipende da noi, raggiungere o meno l'altrove.

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