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venerdì 27 aprile 2012

I barbari, nel nostro mondo che cambia

Lui non cercava mai di capire cos'era il mondo, ma, sempre, cosa stava per diventare il mondo.

Alessandro Baricco questa aspirazione la attribuisce a Walter Benjamin, ma si capisce, che vale anche per queste sue pagine, che raccolgono un lungo itinerario intorno alla "mutazione".

I barbari è un libro a cui mi sono accostato con qualche diffidenza. E invece, sorpresa, in queste pagine Baricco è proprio a suo agio, con la sua cultura elegante, mai banale, certo a volte poco tagliente e un po' esibizionista, comunque capace di cogliere le avvisaglie dei "barbari" alle noste porte.

Io certo i "barbari" li vedrei anche altrove, in certe fabbrichette o in certe ronde di quartiere, eppure la "mutazione" si può cogliere anche attraverso il calcio o il vino che cambia.

Però, attenzione, qui non c'è un Catone sdegnoso che parla dall'alto della sua torre d'avorio. Anzi, le pagine più belle sono quelle che fanno saltare le mura - non c'è confine, credetemi, non c'è civiltà da una parte e barbari dall'altra: c'è solo l'orlo della mutazione che avanza, e corre dentro di noi - e che rimettono in discussione lo stesso concetto di barbari per riportarci dove in realtà non possiamo non essere.

Nell'unico luogo che c'è, dentro la corrente della mutazione, dove ciò che ci è noto lo chiamiamo civiltà, e quel che ancora non ha un nome barbarie. A differenza di altri penso che sia un luogo magnifico.

sabato 4 giugno 2011

Se è Omero che potrà salvarci

La guerra, per un attimo, era sembrata lontanissima. Molto tempo prima, avevamo bevuto alla stessa sorgente....

Che straordinaria occasione nel bel mezzo del massacro, quel giorno sotto il sole di Creta,  lo sguardo a scendere giù per le rocce fino al mare che era stato lo stesso mare di Odisseo. Il generale nazista e l'uomo che lo ha fatto prigioniero. E in mezzo una manciata di versi che arrivano dal mondo classico e che, per un istante, segnano la possibilità di una tregua.

E' con questo ricordo da Tempo di regali di Patrick Leigh Fermor (Adelphi) che comincia una bellissima pagina su Tuttolibri di Silvia Ronchey, titolo Omero, solo tu ci salverai. Dice, Silvia Ronchey:

L'antico sospende il tempo, l'eterno sconfigge la storia
Il classico, spiega Silvia Ronchey, sconfigge quelle che Braudel chiamava le increspature di superficie, le mode passeggere, gli appetiti più o meno devastanti, gli eventi che sembrano cambiare tutto e che invece svaniscono, lasciando quello che c'era prima.

Per Marguerite Yourcenar amiamo il passato perché è il presente sopravvissuto nella memoria dell'umanità. Per Walter Benjamin un classico è tale e resiste lungo i secoli poiché in qualunque tempo sia stato scritto usa sempre la lingua del presente.

Dice ancora Silvia Ronchey:

I veri classici non fuggono, sfidano e sono sempre pericolosi. Un classico è sempre eversivo, sempre trasgressivo, sempre anticonformista... Non ha quindi senso chiederci se i classici antichi abbiano un futuro. Pe definizione, ci aiutano a scavalcare il presente, le sue effimere ideologie, i suoi dibattiti, gli schemi del nostro pensare. E in questo senso ci avvicinano, più ancora che al passato - a noi in effetti sempre inconoscibile - al futuro. 

Non  so se ne sono completamente convinto, ma anch'io voglio crederci


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