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lunedì 26 maggio 2014

Quel ragazzino che odiava il tennis

Di fronte allo specchio del bagno, asciugandomi, fisso il mio viso. Gli occhi rossi, la barba grigia: un viso completamente diverso da quello con cui ho cominciato. Ma diverso anche da quello che ho visto lo scorso anno nello stesso specchio.

Chiunque io sia, non sono il ragazzo che ho intrapreso questa odissea. Non sono nemmeno l'uomo che, tre mesi fa, ha annunciato che l'odissea era giunta al termine.

Sono come una racchetta da tennis alla quale ho cambiato quattro volte l'impugnatura e sette volte le corde: è esatto dire che è la stessa racchetta?

Eppure, in fondo a quegli occhi, riesco ancora a scorgere il ragazzino che voleva lasciar perdere, il ragazzino che "ha lasciato perdere" varie volte. 

Vedo il ragazzino che odiava il tennis e mi chiedo come quel bambino dalla zazzera dorata veda quest'uomo calvo, che continua a odiare il tennis, eppure ancora gioca.


(Andre Agassi, Open, Einaudi)

lunedì 3 febbraio 2014

Giocare a tennis davvero, lontani da Wimbledon

Possiamo noleggiare un campo per un'ora?
Uhm. Sì.
Quanto costa?

Così entrano in campo, Andre e Stef. Posano le loro borse, gettano un'occhiate alle loro scarpe, così pulite, fanno un po' di stretching, con cautela però, perché di tempo ne è passato. Quale parte scegli? Quindi via, il primo diritto. Un colpo, un altro colpo. I muscoli si riscaldano, il sorriso si allarga.

Ecco, secondo me è da queste ultime pagine che bisogna partire, per misurare compiutamente la bellezza di un libro come Open di Andre Agassi. E' solo a questo punto che si capisce che c'è tutta una vita dentro. Che si è chiuso il cerchio, regolati i conti. Che quel ragazzino che odiava il tennis e che è diventato un grande campione di tennis ha fatto pace con l'adulto che è ora Andre.

Non più lo stress dell'agonismo, le maratone dei tornei, i montepremi su cui mettere le mani, le telecamere a cui mostrarsi un po' meglio di quanto si è, la preoccupazione per un corpo che finirà per cedere, è evidente. Non più il dover mettere in conto vittorie e sconfitte, mentre una vocettina suggerisce che sei tu il primo avversario, quello che alla fine ti farà le scarpe. Non più rancore, nemmeno per quel padre padrone che in effetti è stato più un manager che un padre.

Tutto finito ora. Andre con Stef, sua moglie, anche lei straordinaria campionessa, altra storia di impressionanti successi alle spalle. Ne è passato di tempo. Questo non è il centrale di Wimbledon, ma un campo da prendere in affitto, come i comuni mortali.

Ma ci si diverte sul serio, ora. Ogni tiro è importante, ora. Bei colpi e brutti sbagli, ma che importa. Non siamo pienamente coscienti di niente se non della palla, della rete, di noi due. Ancora qualche colpo.

Adesso che niente può più preoccuparli giocano davvero. Nemmeno si accorgono che in silenzio, a occhi sgranati, la gente si è radunata intorno al campo. Non sarà l'ultimo spettacolo.

domenica 2 febbraio 2014

Open: voglio giocare soltanto un altro po'

E' assorbita da ogni tiro. Ogni tiro è importante. Non si stanca mai, non sbaglia mai. E' una gioia giardarla, ma anche un privilegio. La gente chiede com'è e non riesco mai a trovare la parola perfetta, ma adesso mi viene. Un privilegio.

Sbaglio di nuovo. Lei mi guarda di traverso, aspetta.

Servo. Lei risponde, poi fa quel gesto tutto suo, come se scacciasse una zanzara, per dire che ha finito. E' ora di andare a prendere Jaden.

Esce dal campo.

Non ancora, le dico.

Che? si ferma, mi guarda. Poi si mette a ridere.

D'accordo, dice, tornando alla riga di fondo. Non ha senso ma è quello che sono sono e lei capisce. Abbiamo delle cose da fare, cose meravigliose. Lei non vede l'ora di cominciare e così io. Eppure, è più forte di me.

Voglio giocare soltanto un altro po'.

(Andre Agassi, Open, Einaudi)

sabato 5 febbraio 2011

Salinger, il fantasma che andava al Burger King

J. D. Salinger? Non era lo scrittore svanito nel nulla, l'uomo che si sottrasse a tutto e tutti per un'intera vita? Quasi che quella vita di assenza e mistero fosse il sequel de Il giovane Holden, disagio esistenziale e maledizione dell'altro...

Così si diceva, come no. Sono cresciuto con questa idea per la testa. Lo scrittore fantasma di cui non circolavano nemmeno fotografie, malgrado la sua notorietà planetaria.

E poi ecco che a distanza di qualche mese dalla sua morte saltano fuori alcune lettere inviate a un amico. Che poi non era nemmeno un attore della scena off o un collega in odore di Pulitzer, ma un semplice commerciante di alimentari.

Ed eccolo J.D. Salinger. L'uomo che scrive all'amico per suggerirgli una pinta di birra in un pub di Londra, che ha un debole per le visite agli zoo, che ama il tennis e tifa per quell'irresistitibile antipatico che era John McEnroe. Che non disdegna perfino qualche capatina al Burger King, il non plus ultra dell'American way of life ad altissimo colesterolo, perché gli hamburger, vedete, al Burger King sono davvero cotti alla fiamma....

Questo era J. D. Salinger? 

E a prescindere che, sceso dal suo piedistallo, lui mi piace un bel po' di più, la domanda é: siamo noi che per forza dobbiamo costruirci miti? O è qualche astuta strategia di mercato, alla quale ci è fin troppo facile arrenderci, tanto così c'è perfino più gusto?

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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...