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lunedì 6 luglio 2020

Pulviscolo di voci nell'unica notte

Mi chiedo se ogni essere umano non sia per caso chiamato a prendere in consegna la voce di almeno un altro essere umano, se ogni vita non debba offrire la propria voce, per quanto flebile essa sia, ad almeno un'altra vita.

Ecco, questa frase è come un relitto che torna a galla dopo il naufragio, nel grande mare di parole che è l'ultimo libro di Paolo Miorandi, L'unica notte che abbiamo (Exòrma editore). Mare che, come tutti i mari, è superficie e profondità, correnti nascoste e riflessi di luce, alghe che si agitano sul fondale. 

Anche una sola voce, anche una sola vita: questo dice la frase a cui mi aggrappo, per rimanere a galla. E non è solo una frase, è qualcosa di cui sono profondamente convinto. Rammento la raccomandazione del Talmud: chi salva una vita salva il mondo intero. Per analogia credo che prendendo in consegna una voce ci si faccia responsabile non solo di quella voce, ma delle altre voci in quella voce. Perché quest'ultima diventa pulviscolo e catena di Sant'Antonio, è sasso che nello stagno provoca cerchi concentrici.

Funziona così la voce che l'io narrante raccoglie: la voce di una vicina di casa conosciuta grazie a un errore postale, le parole che varcano il buio e attraversano la finestra. A volte così leggere da accarezzare le stelle, a volte pesanti più del piombo. 

E quanto ha da raccontare questa voce. Tutta la storia di una famiglia, cent'anni di vicende come gli intarsi di un mosaico, come un groviglio che tale rimarrà, perchè non ci può essere un epilogo, tanto meno un senso da spremere. Solo inseguire le persone, solo passare il testimone, solo viaggiare avanti e indietro nel tempo, cercando sguardi. 

E ci sono violenze, in questa storia, ci sono separazioni e conflitti, ci sono persone che partono e di cui non si sa più niente, persone che è meglio che non tornino, persone ferite e sigillate nel loro dolore, persone che sbagliano matrimonio, ripongono via i sogni oppure si consumano nel bere di osteria. E c'è anche un paese di montagna svuotato di vita, dove resiste solo qualche ricordo. C'è anche una montagna fredda e gelata. 

Ma prima ancora e sempre questa voce, questo buio, questo alveare di parole. In fondo quella stesso sentimento di fragilità che mi sembra di aver colto in un altro gran libro di Miorandi, Verso il bianco, sulle tracce di Robert Walser, talento complesso, talento di scrittore come una cornacchia che si alza in volo dopo una notte di neve. 

Questa voce: complessa, inquieta, ipnotica. Una sfida per il lettore. Da raccogliere: questo è uno di quei libri - di quelle voci - che non svaniscono.

lunedì 3 febbraio 2020

Sulle rive del Baltico, le due città che sono una città

E anche a me, che vorrei tener distinte nella memoria le due città, non resta che parlarti dell'una, perché il ricordo dell'altra, mancando di parole per fissarlo, s'è disperso.

Sono parole di Italo Calvino, dalle Città invisibili, capolavoro a cui è utile ritornare sempre, come nave al suo approdo. E tornare soprattutto mentre si attraversa le pagine di questo libro, dedicato appunto a una città che in realtà è due città, separate dal tempo e dalla storia più che da un muro. Senza che nemmeno il nome sia rimasto a unire le sponde del passato e del presente.

Prima c'era Königsberg, la capitale della Prussia orientale, potente porto baltico e tedesco, la città di Immanuel Kant, sulle cui passeggiate quotidiane si poteva accordare l'ora. Poi c'è stata Kaliningrad, città sovietica, tanto da portare il nome del primo capo di Stato dell'Urss, e quindi russa, capoluogo di un'enclave che è Europa e allo stesso tempo è altro. In mezzo la cesura della guerra, la cancellazione di una presenza e di una storia, la ricostruzione di un'altra città dopo che della precedente erano rimaste solo le macerie.

 Ed è in questa città che sono due città che ci accompagna Valentina Parisi nel suo Una mappa per Kaliningrad. La città bifronte, altro bel libro proposto da Exòrma. Ci prende per mano, con la sua narrazione avvolgente e non ci molla mai, perché molte sono le vicende, molti sono i fili di una trama insospettata.

E c'è la grande storia che si accanisce su quella che Curzio Malaparte definiva piccola città dell'Occidente, in riva allo sterminato oceano della pianura slava, storia che fa della città bifronte il frangiflutti in cui si abbattono e si mescolano popoli e culture diverse. Ma c'è anche la memoria famigliare, che fa di questo viaggio - e di questo libro - una promessa mantenuta. 

Perché a Kaliningrad, che era  Königsberg, c'erano i prigionieri italiani dei tedeschi. Perché tra di essi, a patire di fame sotto i bombardamenti, c'era anche un nonno che a ogni Natale saltava fuori coi suoi racconti, che nei ricordi di una bambina si mescolavano al vitello tonnato e ad altre abitudini delle feste comandate. 

Che fine fanno le città che hanno perso il loro nome? Esistono ancora, per lo meno nelle geografie immaginarie? Possono rivendicare qualcosa, benché invisibili?

Quante domande mentre queste pagine mi sospingono verso un molo proteso sulla distesa grigia del Baltico, a soppesare ciò che c'è e ciò che non c'è più.






lunedì 7 ottobre 2019

Nel Giappone che era l'isola delle libellule

Ci sono libri stravaganti, obliqui, apparentemente casuali, che portano con sè il dono della sorpresa, come se proprio questo fosse il loro segreto, non la visione di insieme ma il dettaglio, non la sfida che conta ma il farsi da parte. Libri che vanno dritti al cuore proprio perché sembrano non avere un bersaglio e se ce l'hanno è bello mancarlo. 


Quasi sempre sono libri su interessi eccentrici, passioni ampiamente minoritarie, vocazioni inspiegabili. L'arte di collezionare mosche di Fredrik Sjöberg ne è un esempio. E sarà che gli insetti - comunque la vita minuscola che popola il nostro grande pianeta - in questo funziona piuttosto bene. Ma ora è senz'altro in buona compagnia, grazie a un testo di Lafcadio Hearn recuperato e riproposto da Exòrma. Un altro piccolo grande libro di questa casa editrice, fantastico già nel titolo: Le farfalle danzano e le formiche si ingegnano.

Già di per sé Lafcadio Hearn ha vissuto una vita così particolare da meritare un romanzo (se è già stato scritto, ditemelo, vorrei metterci le mani sopra quanto prima): una di quelle storie che sembrano fatte apposta per spiazzare e incuriosire. Pensate, il figlio di un irlandese e di una greca che finisce nell'Ohio e quindi in un Giappone ancora impermeabile agli occidentali. E lì si sposa e vive immergendosi in quella cultura misteriosa e affascinante. Giapponese quanto un haiku, diranno di lui gli stessi giapponesi.

Lafcadio Hearn era anche un grande appassionato di insetti: e a testimoniarlo sono proprio queste pagine, che sembrano scritte da un monaco buddista piuttosto che da un entomologo occientale. 

Incredibile quante cose ci sono, dentro questo volumetto. Per esempo le farfalle, che sono trattate con la massima gentilezza quando entrano in una casa: prendono la loro forma le anime dei moribondi prima della definitiva separazione. Così si dice ed è solo una delle storie che sarebbe bello ascoltare in una notte di luna piena.

Per non parlare delle lucciole e delle formiche, delle zanzare - persino loro non disturbano tra queste pagine - e delle libellule - non sapevo che uno degli antichi nomi del Giappone fosse Alitsushima, l'isola delle libellule.

Affabulazione, meraviglia, eleganza: cosa di più?

sabato 21 settembre 2019

Un libro per Itaca, le molte isole dentro un'isola

Itaca? E' davvero una sola isola? O piuttosto ce ne sono tante, sospese tra i libri e i dati di fatto, tra i sogni e le possibilità di un vero viaggio? E tra tutte qual è l'Itaca che inseguiamo, quella che ci meritiamo sul serio, grazie alle pagine che abbiamo divorato, ai muscoli che abbiamo affaticato per salite impervie, agli incontri e ai tramonti a cui ci siamo affidati?

Beh, ho finito questo libro e le domande hanno preso a volare, come farfalle che per quanto si faccia non si lasciano catturare dal retino. E meno male, perché domande così sembrano fatte apposta per volare leggeri, verso un'isola di cui tutti hanno sentito parlare, ma pochi conoscono davvero.

 Luca Baldoni, invece, è evidente che Itaca la conosce bene, tanto quanto si può dire di conoscere un luogo. Anni fa ci è arrivato una prima volta, contro ogni pronostico non per inseguire l'ombra di Ulisse ma solo per fame di tranquillità e di bellezza. Se n'è innamorato e ci è tornato più volte. Poi ci sono stati i libri, i cammini, gli studi, le fantasie, i tanti tasselli di un puzzle piacevolmente complicato. E infine tutto questo è diventato un libro - Itaca. L'isola dalla schiena di drago (edizioni Exorma) - che è bello per molti motivi, come Itaca stessa è bella per molti motivi. 

Dentro c'è il mare, c'è la luce, c'è l'incanto dell'incontro. Dentro ci sono le storie, incredibile quante ne ce sono: Itaca è una piccola isola che reclama l'immaginario di un continente. 

Mica solo l'Odissea - anche se è una gran cosa rituffarsi nella questione omerica non con gli studi degli specialisti, ma con i passi dell'uomo che cammina e sente i luoghi. Ci sono i pirati e gli hippie, i veneziani e gli ottomani, i mercanti del Mar Nero e gli esuli di vari disastri della storia, ci sono persino poeti come Byron e Foscolo. E sì, c'è anche una città che non c'è più, o che forse non è mai esistita se non nell'immaginazione, una città dal nome splendidamente pretenzioso, Jerusalem. 

Quanto basta per accendere la fantasia. Per azzardare un ragionamento sui biglietti aerei per viaggi prossimi venturi, in questo ultimo margine di estate che già è autunno. Oppure no, quanto basta per allungare ancora di più le gambe sul divano, tanto con Luca Baldoni siamo già a Itaca, ci siamo arrivati senza averlo messo in conto. 

venerdì 12 aprile 2019

In Patagonia, alla ricerca della lingua che ha perso l'amore

- Ho capito, e che cosa si fa laggiù dove crescono i nomi?
- Niente, c'è il vento e si prendono i nomi e poi crescono.

Su questo libro di Adrian N. Bravi mi è cascato l'occhio solo qualche settimana fa, alla splendida libreria Diari di Bordo di Parma. Ero lì per una mia presentazione, ma pochi giorni più tardi sarebbe stata la volta di questo scrittore, che è nato a Buenos Aires, ma vive a Recanati, e già questo mi piace molto: come se la sua vita fosse un ponte tra Borges e Leopardi. 

Vai sicuro, mi hanno detto Antonello Saiz e Alice Pisu, i due librai. E certo che sì, di loro ci si può sempre fidare. La sera stessa ho attaccato L'idioma di Casilda Morena, anzi, mi ci sono immerso come succede con l'acqua del mare, quando è più tiepida e trasparente delle altre volte. Vi ho sentito il vento della Patagonia, il sentimento del viaggio in cui ci si perde per ritrovarsi, le strade che fanno le parole per imbattersi nella nostra vita, il sorriso di uno scrittore che deve essere stato felice mentre aggiungeva frase a frase.

Exòrma, certo, non sbaglia un colpo, mi sono ripetuto ancora una volta. Per poi scrollarmi di dosso anche questa affermazione e contentarmi di stare dentro questa storia. Adrian racconta di un giovane studente di linguistica che dal suo professore ha saputo di un'antica lingua della Patagonia che si credeva scomparsa e invece pare ancora parlata da due anziane persone. Come fare a impedire che si perda per sempre? Il ragazzo parte, attraverso l'oceano, arriva fino in fondo al continente americano, trova i due anziani che sì, sono gli ultimi depositari di quella lingua, solo che non la parlano: quella è stata la lingua del loro amore, non l'hanno più parlata da quando si sono separati.

E mentre anche il ragazzo trova altre parole per un amore che spunta, a fronte di quell'amore che non c'è più, ecco le parole che per quanto mi riguarda si fanno domanda. Una lingua muore quando non c'è più nessuno che la parla o muore quando non c'è più il sentimento a sostenerla? 

E' la casa dove abitiamo la lingua, la casa che fa di noi quello che siamo. Me n'ero dimenticato e questo libro me ne ha reso di nuovo consapevole. Casa può essere qualche brandello di conversazione in una terra sbattuta dal vento, in fondo a un continente.




 

martedì 26 marzo 2019

Verso il bianco, orme e parole sulla neve

La neve è come l'acqua, penso, ma con una differenza. Sai già che se ne andrà, ma per un momento ti dà la sensa zione di poter restare. Le parole sono come la neve. 

Si comincia appunto con la neve, in uno dei paesi, la Svizzera, che più richiama i paesaggi e i sentimenti della neve. Si comincia con le orme che sulla neve sono state lasciate, 14 orme per 7 passi, e più avanti il corpo di un uomo che è stato uno dei più grandi e sottovalutati scrittori del Novecento europeo. Si comincia, ancora, con l'illusione che quelle orme rimangano, anzi, sollecitino ancora passi che calpestino il nostro cuore. E che anche le parole - sì, le parole - siano orme che resistono, magari più di una manto di neve.

Comincia così uno dei libri più intensi che mi sia capitato in questi anni tra i molti che hanno provato a intrecciare  il mistero della scrittura e il mistero dei luoghi: Verso il bianco di Paolo Miorandi, sottotitolo Diario di viaggio sulle orme di Robert Walser, recente proposta di una casa editrice, Exòrma, che difficilmente sbaglia un colpo.

Si comincia, appunto, da quel giorno di Natale del 1956 in cui Robert Walser viene trovato senza vita su un sentiero di montagna e consegnato allì'immobilità di una foto in bianco e nero scattata da un poliziotto. Ma da lì comincia un viaggio a ritroso, o meglio, cominciano più viaggi: intorno a Herisau, nella Svizzera tedesca dove Walser ha vissuto, in manicomio, i 23 anni conclusivi della sua vita; nelle profondità della sua anima e della sua scrittura che non traccia piste, ma cancella impronte (a proposito di orme); nella nostra stessa intimità, perché è a questo che ci richiamano le pagine di Miorandi, cacciatore di stupori e di malinconia.

Ogni volta lascio che la strada mi guidi verso il punto che il mio occhio ancora non vede, dove il silenzio copre le voci.

Così scrive Miorandi, in questo libro in cui il viaggio si fa poesia, emozione dell'istante e del ricordo. Sollecitandomi, tra l'altro, ai miei ricordi di Dino Campana, altro poeta trascurato in vita e consegnato al manicomio, ma capace di attingere a una sorprendente leggerezza nel cammino. 

Così simili, in fondo. Così indispensabili, Robert e Dino. 

lunedì 10 settembre 2018

In treno per scoprire un'isola come un continente

E' vero, tutti i libri sono viaggi, ma ci sono libri che sono più viaggi degli altri. Colgono l'anima della terra che si attraversa e regalano un altro tempo. Sono odori, sapori, voci. Sono come la brezza che viene incontro quando ci si comincia a muovere. 

Poi ci sono anche libri che, oltre a essere più viaggi degli altri, destano un genuino sentimento di invidia: perché sì, sulle pagine si viaggia, però non scherziamo, sarebbe bello essere al posto degli autori, ancora di più essere al loro fianco. E questo è ciò che provo quando torno a leggere due terranauti come Paolo Merlini e Maurizio Silvestri, che come pochi in Italia sanno interpretare il senso del viaggio lento e tradurlo in buone parole.

Con le loro parole sono finito nelle Marche e nell'Abruzzo, ho abitato città di mare vicine e lontane, come Livorno, Trieste, Taranto. E ora ecco il nuovo viaggio, sempre per la collana I viaggi senz'auto di una casa editrice, Exòrma, che per quanto mi riguarda se non ci fosse bisognerebbe inventarla. 

Con Sicilia Express si va da un capo all'altro di una regione - o di un'isola - che è come un continente. Senza auto, appunto, ma con il treno: servizio pubblico che a volte è da mettersi le mani nei capelli e a volte funziona sorprendentemente bene, ma che comunque regala un altro viaggio. L'inferno delle coincidenze ma anche la bellezza dell'ascesa sull'Etna. 

Depositi ferroviari, musei a tema, convogli storici. Più tutto ciò che ci sta intorno. Gli scrittori di Sicilia - da Sciasca a Bufalino, da Verga a Camilleri - ma anche le città del barocco, gli scenari naturali salvati dalle speculazioni, il pistacchio coltivato sulla lava e il cioccolato di Modica. I nomi anche, come quello di Caltanisetta, che discende dall'arabo Qalat An- Nisa, la città delle donne, incredibile.

E quante cose ancora, frammenti di sapere, sorprese come lampi. Un'esortazione di Agrigento che non ti lascia più - Muoviti fermo! E l'idea che in fondo avesse proprio ragione Goethe quando affermava: E' in Sicilia che si trova la chiave di tutto.

Che forse è dir troppo. O forse no, è proprio quanto ti scopri a pensare, una volta che ti sei affidato ai due terranauti e alla loro splendida curiosità. 

venerdì 13 ottobre 2017

In Corea, straniera nel mondo più straniero

Qui finisce questa descrizione della mia noia spaesata. Scusate. Vorrei continuare a esistere per voi, e allora ho bisogno di tatuare su uno schermo il nulla, di strofinarci la polvere del quotidiano, mentre spero che mi restituiate parole, e che lo facciate subito, senza aspettare l'alba.

Mettete che la vita vi porti lontano dalla vostra casa, dal vostro paese, dai vostri affetti e persino dalla vostra lingua. Mettete che finiate in un posto davvero lontano, e non solo per i chilometri e per il fuso orario. Mettete che vi sentiate come marziani precipitati per chissà quale combinazione su un altro pianeta, per cui potrete anche provare una singolare attrazione, ma che si nega come il più impenetrabile degli enigmi.

Beh, è quanto succede a Maria Anna Mariani,  a cui la lotteria della vita assegna un incarico universitario - ovviamente precario - in Corea. Ed è la Corea il pianeta in cui precipita. Un paese affascinante ma soprattutto un paese che più distante non si può: dove la lingua esprime una visione del mondo agli antipodi - la lingua italiana è una lingua del tempo. La lingua coreana è una lingua dello spazio - dove chiedere e soprattutto ottenere un'informazione è ardua impresa nonostante la diffusa gentilezza, dove anche utilizzare la lavanderia condominiale presuppone la conoscenza di regole che non sono le nostre.

E allora cosa fai, per riscattare la tua nuova vita, per ridarle un senso e una condizione che non sia solo quello della monade, della persona fuori posto? Accendi il computer, ti metti a scrivere e inviare mail, racconti, provi a raccontare quel paese che ti sfugge da ogni dove.

E meno male, perchè un giorno così potrà venire fuori un libro come questo, Dalla Coreda del Sud, pubblicato da Exòrma, casa editrice che, l'ho già detto, raramente sbaglia un colpo. Anche questa volta potete andare sul sicuro.

Gran libro, questo, che sfoglia i segreti e le sorprese di un paese che è radicalmente altro: gli inchini e i treni che funzionano come in un film d fantascienza, le donne sciamane e la chirurgia plastica da primato, i monsoni e le tecnologie più ardite. Più il pazzo con i missili dall'altra parte del confine, poco sopra Seul, è chiaro.

Gran libro, e non solo perchè ci racconta la Corea. Gran libro perché va a fondo della condizione dello straniero, capitato nel mondo che gli è più lontano. In qualche modo vicino solo ad altri stranieri - altri insegnanti dell'università arrivati da tutto il mondo - con cui è difficile capire cosa si spartisce davvero, se non una forzata intimità, una fame di affetti, un bisogno di riconoscersi a cui certo non sono sufficienti nè le chiacchiere in un inglese condiviso nè qualche cena in compagnia. E tanto meno i pezzetti di parmigiano custoditi nel frigo.

Alla fine Maria Anna saluterà Seoul, esercitando l'arte del distaccando ma non senza nostalgia. Finirà a fare la straniera negli Stati Uniti, all'altra estremità del mondo, straniera in un mondo presumibilmente meno straniero. Portandosi comunque dietro, immagino, le domande su quale sia davvero il nostro posto nel mondo.

Continui a domandarselo, se poi da questa domanda distillano pagine come queste.










giovedì 8 giugno 2017

L'esilio dell'uomo che era il suo cane

Non so quando cominciai a divertirmi a collocare nell'aria i nomi delle città, dei paesi, delle regioni, però ricordo bene che mettevo tutto a posto e poi mi facevo i complimenti.

Apri una pagina a caso de L'esilio dei moscerini danzanti giapponesi di Marino Magliani (Exòrma) ed è facile imbattersi in una frase così, che ti entra dentro per muoverti qualcosa. Frasi come: La nostalgia non la senti quando sei lontano, ma quando sei lì, al tuo paese, e sai che fra poco te ne vai. Oppure: Per quanto mi riguarda, non c'è mai stato un momento in cui io non abbia invidiato chi riusciva a risiedere.

Anche solo per questo raccomanderei la lettura, perché è scrittura densa, mai banale, capace di andare a fondo. Però c'è molto di pù, perchè dentro c'è tutta una vita, sospesa tra arrivi e partenze, tra radici ed esilio.

C'è un uomo - un uomo in cui certo c'è molto di Marino - che è ligure di roccia, ligure di vallate da cui non si intravede il mare, che a un certo punto della giovinezza volta le spalle a un paese da cui si è sentito tradito. Ci sono gli anni dell'irrequietezza, tra la Costa Brava dei residenti della notte e un'Argentina che non è Buenos Aires e non è nemmeno l'immensità della Patagonia, ma un luogo sperduto nella pampa. C'è l'Olanda infine - infine? -  che diventa il nuovo posto dove vivere, con i suoi canali, le dune e l'odore del mare, con le finestre senza imposte e la buona educazione.

E c'è una donna, che è stata una possibilità ai tempi della scuola, ma una di quelle possibilità che per qualche ragione non  si concretizzano mai, rimangono sogno, desiderio, pensiero che non si fa passo o domanda. Possibilità ma ora anche riannodarsi di qualcosa, fuori tempo massimo, sia pure uno scriversi a distanza, un impiegarsi come punto di riferimento, come tessuto connettivo di una vita da raccontare in primo luogo a se stessi.

E c'è un mestiere che è quello di traduttore - e tradurre è un po' come viaggiare, un po' come andare e ritornare dalla Liguria all'Olanda, dall'Olanda alla Liguria - un mestiere che ha un significato particolare per un uomo che ha cominciato parlando il dialetto e facendo vivere le cose attraverso le parole del dialetto, siano frutta o interi paesi.

E ci sono molti incontri - persone come Peter, l'olandese che va a pesca e scrive poesie, perfetto esempio di regale marginalità - ma c'è anche immensa solitudine, una solitudine di vento e acqua salmastra, di lunghi pomeriggi senza luce e di passeggiate senza una meta e senza un motivo:

Lei non ha un cane, mi chiede ancora ogni tanto qualcuno.
Glielo spieghi tra quel po' di noia e di mezza contentezza perché in tutto il giorno non hai fatto una parola.
Brav'uomo, io sono il mio cane.

Ecco, cose così. Cose per cui merita leggere L'esilio di Marino. Non fosse altro che per saperne di più sui moscerini danzanti e su un altro piccolo animaletto - il talitro - nomade senza requie su dune che non sono quelle di Olanda, ma della mia Toscana.

Per questo e per provare a capire cos'è che ci mette in movimento, cos'è che ci fa sospirare il ritorno.

domenica 7 maggio 2017

Lungo i confini, per capire l'Europa che è e forse sarà

Comincia con un mappamondo in precario equilibrio nella stanza del figlio, assediato da pastelli colorati e da tante domande, ma diventa presto un lungo viaggio, anzi una sequenza di viaggi, non in Europa, ma intorno all'Europa.

Comincia interrogandosi sulla frontiera perduta - illusione di tutti coloro che, come il sottoscritto, hanno pensato a un'altra Europa dopo la caduta del Muro di Berlino - ma inevitabilmente si ritrova a fare i conti con i confini che da allora si sono persino moltiplicati e spesso sono anche diventati muro e filo spinato.

Ed è lì, ai margini dell'Europa, in luoghi che fino a qualche tempo fa era facile ignorare, che si può comprendere meglio cosa l'Europa è diventata, cosa siamo diventati noi.

Che bel libro che è Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere di Marco Truzzi, pubblicato da Exòrma, casa editrice che difficilmente sbaglia un colpo. Nonostante il titolo, che odora di saggio, è un libro di viaggio, un gran libro di viaggio. Dall'Europa che è in Africa, nell'enclave spagnola di Melilla, dove preme la disperazione di un intero continente, all'Europa che si sottrae all'Europa dell'ordinata e indifferente Svizzera. Dal nord della Scandinavia, dove davvero non è tutto oro quello che luccica e dove anzi il gioco delle identità e delle esclusioni si è fatto complesso, fino ai luoghi della disperazione di Calais e Idomeni. Lungo frontiere nuove e vecchie, confini dimenticati e poi ritornati di attualità, per raggiungere alla fine il luogo che non è frontiera segnata sulle mappe, ma che più di tutti è frontiera, anzi frattura, taglio netto tra un prima e dopo, luogo dove l'Europa è morta e da lì ha provato a rinascere: Auschwitz.

Bello, bello davvero questo libro, che sa sfuggire alle tentazioni del discorso autoreferenziale, delle tesi precostituite, della dimostrazione di ciò che si voleva dimostrare. Che si fa occhi che non si stancano di guardare, dita che cercano su una carta una destinazione che non si era messa in conto, domande alimentate da una salutare curiosità.

E l'autore - insieme all'amico Angelo, fotografo e compagno di viaggio - non si tira mai indietro. E nella scrittura c'è con tutte le emozioni che in viaggio del genere può destare. Non solo infinita tristezza, ma anche capacità di raccontare e raccontarsi con umorismo. Se non ci credete, leggete le pagine sui due dispersi in una qualche strada di una Svezia che è quasi Norvegia: con la Volvo in panne e le renne che forse sono alci.....

Ci ho ritrovato tante delle cose che anch'io ho provato a scrivere, magari nei libri con Tito Barbini, da Caduti dal Muro a I sogni vogliono migrare. Ma questo non c'entra, quello che conta è che questo è un libro che fa bene leggere. 

martedì 18 aprile 2017

Storia dalla lunga notte dei popoli dei ghiacci



Le sue giornate. Le sue notti. Com'erano le sue mani? Che occhi aveva? Cantava a volte? non lo so. Ma c'era. C'era davvero.

E' da qui che bisogna partire, non dai numeri che danno la dimensione di ciò che è stato fatto. Le statistiche rendono assai meno, di fronte alle parabole di vita e morte che vorremmo strappare al silenzio. Non inquadrature su scene di massa, piuttosto obiettivi che vorremmo puntate su quel viso, sulla persona che ha avuto quel nome e quel destino, su quelle parole che ci sono state strappate e mai più saranno restituite.

Ed è così che Matteo Meschiari ci prende per mano e ci accompagna nella lunga notte dei popoli dei ghiacci, con le pagine di Artico nero, altro piccolo grande libro che ci viene proposto da Exòrma. Sette storie - non sempliemente sette saggi - che ci portano in Canada, in Norvegia, in Siberia, in Groenlandia e in Alaska, insomma, nel Nord più remoto e difficile da collocare, nella nostra geografia e nella nostra storia. Anche su una mappa avremmo difficoltà a collocare molte di queste terre, figurarsi sapere qualcosa dei popoli che per millenni le hanno abitate, a prescindere ovviamente dall'immaginario che li vuole felici negli igloo e nei giochi con le foche.

 Artico nero, Artico rosso sangue, invece. Perché i popoli dei ghiacci non hanno avuto sorte migliore di tanti altri popoli indigeni, destinati a soccombere nell'urto con la nostra civiltà, in una lunga teoria di crimini che vanno dalla deportazione all'eugenetica.

Triste è questa storia dimenticata, come è facile dimenticare la storia dei popoli che non hanno voce e tanto meno scrittura. Triste, dolorosa e vergognosa: tanto più che non è imputabile solo alla vecchia Russia zarista, per cui i siberiani erano stranieri nella loro terra, ma anche alle solide democrazie del welfare della nostra Europa.

Il peggio si è consumato e ora tutto tace, tutto è stato inghiottito nella lunga notte. Come se niente fosse successo, in effetti. Ben vengano allora pagine a ripristinare la parola che racconta, o che almeno domanda e si domanda: e cerca di riitrovare quel volto, quel nome, quella storia. 

lunedì 20 febbraio 2017

Neve, cane, piede: il mistero di una vita solitaria

Adelmo Farandola - che sarà Adelmo Farandola per tutto il libro, nome e cognome - vive come un eremita in un vallone sperduto delle Alpi. Non si sa bene quale vita abbia avuto prima e nemmeno lui lo deve avere chiaro, perché con gli anni ha perso la memoria. Un tempo faceva il pastore, ma per qualche ragione ora non possiede più bestie, sopravvive con la caccia di frodo. In paese scende solo di tanto in tanto, per acquistare qualche provvista e vi si aggira con la circospezione dell'animale. Rintanato nella sua baita caccia a sassate chi si avvicina e ha smesso persino di lavarsi. Il suo tempo è vasto e vuoto, scandito dall'alternarsi delle stagioni.

Ecco, questa è la vita di Adelmo Farandola, protagonista del sorprendente romanzo breve - o racconto lungo - Neve, cane, piede di Claudio Morandini. Un libro di cui si è discusso in queste settimane come di un autentico caso editoriale. Oppure come di un caso editoriale quale potrebbe diventare, se la qualità conterà per le classifiche più delle strategie dei grandi gruppi editoriali, se il passaparola funzionerà e andrà lontano.

Nel frattempo sono contento per un autore che merita molto, voce particolare nel panorama della letteratura italiana, voce che sa di aria di montagna, di neve, di suoni nel silenzio delle vette. E sono contento per Exòrma, casa editrice che mi pare ultimamente non abbia sbagliato un colpo.

Nelle ultime pagine Morandini esce dalla finzione letteraria per spiegarci come è nato questo libro. Un giorno, camminando per una valle alpina, ha incrociato sul sentiero un vecchio scontroso, con un sasso in una mano e una pigna nell'altra, un cane spelacchiato al fianco. Gli ha rovesciato addosso uno sguardo di pietra, come per proteggere la sua tana. Tornato in paese, Morandini ha provato a chiedere al bar: chi era quell'uomo?

Sorpresa, altre domande, pochi e vaghi indizi. Ma ecco, Adelmo Farandola ha cominciato a vivere quel giorno. Personaggio di una finzione che tanto finzione non è.

Le storie vere - scrive Morandini - hanno questo incolmabile vantaggio sulla finzione: si sfilacciano, si impantanano, possono perdere di ritmo e di nerbo, finiscono sempre dove nessun corso di scrittura farebbe mai finire una storia d'invenzione.

Mentre ripongo il libro, mi interrogo su di lui e su tutti gli uomini che si sono ritirati, anzi trincerati, in una vita di silenzio e solitudine. Impenetrabili, taciturni, ostinati.

Adelmo Farandola, che col tempo ha preso a parlare con un cane e anche con gli oggetti. Quale mistero c'è nella sua vita? E cosa gli succederà col prossimo inverno?

lunedì 5 settembre 2016

Trieste, Livorno, Taranto, il viaggio mediterraneo che non ti aspetti

Ecco, questi sono i viaggi che mi piacciono: non stanno nel catalogo di un tour-operator, non appartengono alla categoria dell'almeno una volta nella vita, non sono nemmeno il facile suggerimento di una guida o di una carta. Nascono piuttosto dal cuore del viaggiatore, dalla sua capacità di immaginarsi un itinerario, dal suo desiderio di mettersi in movimento e di cercare, attraverso il movimento, connessioni e suggestioni. In genere una buona lettura aiuta più di un titolo di viaggio.

E dunque, questi sono i viaggi che mi piacciono, ma soprattutto questo è il modo in cui mi piace che i viaggi siano raccontati: con intelligenza e garbo, con la capacità di trasformare un diario in una storia, di divagare, di assecondare la curiosità.

Tutto questo c'è in Città nascoste. Trieste Livorno Taranto di Paolo Merlini e Maurizio Silvestri, uscito per Exòrma, libro che mi ha colto di sorpresa, su cui non avevo messo gli occhi e che forse non mi sarei mai portato a casa senza un buon suggerimento. Ma come, un libro su queste tre città? Che viaggio è? E qual è il filo che può tenere tutto?

Fili, in realtà ce ne sono in abbondanza, come spiega anche Alessandro Leongrande – l'autore de La frontiera – nella sua prefazione. Perché Trieste, Livorno e Taranto sono tre città di mare, che del mare hanno assorbito – accanto a poche altre città adriatiche, ioniche, tirreniche – la fluidità, l'instabilità, l'intima tolleranza, gli odori, la brezza, la luce.

Città mediterranee, certo, che hanno tratto linfa e anima più dal porto che dalla terra alle spalle. Ma anche città con un Novecento complesso alle spalle e una scommessa sulla grande industria che doveva essere il futuro e che invece oggi gronda di passato.

Si aggirano per queste tre città, gli autori, ne colgono gli umori e i sapori. Bazzicano osterie, caffè, librerie sorprendenti. Registrano le battute dissacranti e surreali di chi ne ha già viste molte e molte ne vedrà. Si concedono volentieri cacciucco, vini del Carso e cozze. Saltano su vecchi tram, perdono tempo tra le bancarelle dei mercati e sui moli degli arrivi e delle partenze. Ragionano di chansonnier maledetti e di gente che sta rendendo migliori i quartieri che sembravano spacciati.

Quante cose ci sono, dentro questo libro. Allo stesso modo della zuppa di mare che, con nomi diversi, ti imbandiscono in ogni scalo del Mediterraneo: tutto si può adoperare, tutto si mescola e conferisce un nuovo gusto. E non c'è dettaglio marginale, non c'è incontro di sfuggita, non c'è scampolo di storia che non faccia al caso.

domenica 5 giugno 2016

Inseguendo l'ombra di Stevenson e della sua asina

Poi dicono che la letteratura di viaggio è finita, tanto tutto è stato già visto e raccontato. Meno male che si sbagliano e si sbaglieranno fino a quando ci sarà qualcuno che si mette in gioco con se stesso e sa usare non solo le gambe, ma anche una certa dose di immaginazione, la capacità di interrogare i posti, la buona compagnia di libri e di ombre del passato.

In cammino con Stevenson di Tino Franza (Exòrma edizioni) è un libro che tutti questi ingredienti li possiede in abbondanza. 

Non ci consegna un altro continente eppure ci porta molto lontano, in una Francia che non è la Francia delle consuete rotte turistiche, Normandia o Costa Azzurra per non dire di Parigi, ma la Francia rurale, montanara, selvaggia delle Cévennes, che sarebbe come dire a un francese di lasciar perdere Roma e Venezia e concentrarsi piuttosto sul nostro Aspromonte.

Ci porta lontano anche nel tempo, perché al viaggio di oggi intreccia il viaggio che il grandissimo Robert Louis Stevenson qui fece più o meno un secolo e mezzo fa, giovane che ancora doveva scrivere i suoi capolavori e decidere davvero cosa fare della sua vita. 

E inseguendo l'ombra di Stevenson - lungo il sentiero che oggi furbescamente si chiama Le chemin di Stevenson - sono molte altre le ombre che spuntano fuori. Briganti e ribelli, carbonai e contadini, osti e bestie feroci. Perché è questo - più volte l'ho sperimentato anch'io - che viene dato in dono ai camminatori: di spremere l'invisibile dalla terra che attraversano. Spesso si tratta proprie delle vite di chi ci ha preceduto.

Se qualcosa manca al viaggio di Franza mi sembra che sia solo un asino. Anzi, un'asina come quella Modestine che accompagnò Stevenson nei suoi giorni a piedi e dalla quale alla fine si separò a fatica. Problema dell'autore non del lettore, che per l'appunto sa confortarsi con l'ombra di Modestine, sempre presente in queste pagine.

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