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venerdì 20 settembre 2013

I quattro amici che si ritroveranno per i Mondiali

Ognuno potrebbe scrivere su un bigliettino dove sogna di trovarsi fra quattro anni. Dal punto di vista personale, professionale. Da tutti i punti di vista. E ai prossimi Mondiali apriremo i biglietti e vedremo cos'è successo nel frattempo.

Ecco, è così che si mette in movimento la storia che Eshkol Nevo racconta in La simmetria dei desideri, uno dei libri che più mi hanno emozionato da parecchio tempo a questa parte. Non fatevi ingannare dal titolo, certo non troppo allettante. Queste sono pagine che divertono, commuovono, tengono col il fiato sospeso. Lasciandoti poi, oltre che con molte altre suggestioni, anche con la solita domanda: ma com'è che da un paese come Israele non finiscono mai di arrivarci libri che ci conquistano? E non solo dei soliti, gli Oz  e gli Yehoshua per intendersi.

Forse una delle risposta è la capacità della letteratuta israeliana di riuscire a combinare insieme le storie individuali con la storia collettiva, sarà che di Storia con la esse maiuscola ce n'è tanta, in quell'angolo di mondo. Funziona così anche in questo libro, con le partite dei Mondiali di calcio viste in tv e le amare vicende dell'Intifada, solo per dire le prime cose che mi vengono in mente.

A proposito dei Mondiali, non è solo per le partite, è che capitano una volta ogni quattro anni, e che in questo modo il tempo si può spezzare. Non è più un unico, ma una serie di periodi su cui si possono misurare ciò che si è fatto e ciò che non si è fatto. I desideri e le realizzazioni. E' per questo che a quattro amici, prima della finale, viene in mente di scrivere ciò che si attendono dai prossimi anni. Ai successivi Mondiali si ritroveranno, come sempre. Leggeranno i bigliettini e vedranno cosa ne è stato.

Parte da qui la storia, e di più non racconto. Il resto sono quattro personaggi che sarà difficile dimenticare, soprattutto colui che racconta in prima persona, il più taciturno e inconcludente, eppure quello senza cui niente sarebbe possibile. Il resto è un atto di amore. Nei confronti dell'amicizia. E anche della scrittura, perché così altro c'èà che può ridare un ordine ai desideri e restituire un senso al caos della vita?  

sabato 31 agosto 2013

La graziosa luna di Leopardi e la sua leggerezza

Leopardi, nel suo ininterrotto ragionamento sull'insostenibile peso del vivere, dà alla felicità irraggiungibile immagini di leggerezza: gli uccelli, una voce femminile che canta da una finestra, la trasparenza dell'aria, e soprattutto la luna.

La luna, appena s'affaccia nei versi dei poeti, ha avuto sempre il potere di comunicare una sensazione di levità, di sospensione, di silenzioso e calmo incantesimo. 

In un primo momento volevo dedicare questa conferenza tutta alla luna: seguire le apparizioni della luna nelle letterature d'ogni tempo e paese. Poi ho deciso che la luna andava lasciata tutta a Leopardi.

Perché il miracolo di Leopardi è stato di togliere al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare.

(da Italo Calvino, Lezioni americane, Oscar Mondadori)

venerdì 8 marzo 2013

Il bambino prodigio e il dono della poesia

Era il 1995 e la piccola meravigliosa casa editrice Giuntina pubblicava il primo racconto di una autrice sconosciuta in Italia. Si chiama Irène Némirovsky e ancora era da venire il successo di Suite francese, ancora l'Adelphi non aveva cominciato la pubblicazione di tutti i suoi libri.

Non è il caso di stupirsi: la Giuntina aveva già in catalogo autori come Elie Wiesel, Franz Werfel e Abraham Yehoshua, per dirne solo alcuni. E casomai ci sarebbe da ribadire, ancora un volta, il ruolo insostituibile di case editrici così, sul terreno della scoperta e della qualità. Saremmo tutti più poveri senza di loro.

Ma questo è un discorso che non ho voglia di fare ora. Per la testa ho ancora le parole di questo libriccino, pubblicato con il titolo Un bambino prodigio. Non so nemmeno da quanto tempo lo avessi in casa, perché l'ho acquistato e perché dopo tanto mi sono deciso a leggerlo. Ma quante cose, dentro questa cinquantina di pagine.

Un ragazzino con il dono della poesia e del canto, tesoro che scopre di possedere in una delle più sordide taverne di un porto del  Mar Nero. La capacità di parlare al cuore e il peso di un tempo che passa troppo alla svelta. Il bambino prodigio che non è più un bambino prodigio. Le ferite dell'anima curate dalla bellezza della natura e dalle ore consegnate alla lettura. Il genio artistico che non si sa davvero come è che nasce e com'è che si perde. La dissipazione dei talenti...

Aveva solo 24 anni Irène Némirovsky quando pubblicava questo gioiellino. Mi sa che lo rileggerò presto.

sabato 20 marzo 2010

Yehoshua e i suoi consigli di scrittura


Sarà a Roma il prossimo 27 marzo, a tenere la conferenza Come scrivo i miei libri, ma intanto Abraham Yehoshua alcune cose le anticipa sull'ultimo Venerdì di Repubblica, in una bella intervista di Marco Cicala. Mi piace quello che dice, l'autore de L'amante e de Il signor Mani, solo per ricordare due dei suoi più grandi libri.

Per esempio sul racconto come palestra di scrittura: "Sulla breve distanza la lingua si fa le ossa. Può concedersi di essere più intensa, concentrata, poetica".

Sull'importanza della parola parlata come apprendistato: "A trentasei anni, da riservista, venni inserito in un'unità di militari-conferenzieri. Mi spedirono negli avamposti sul Canale di Suez per parlare di letteratura...". A Yehoshua è servito. (ma che esercito singolare, quello che prevede anche i militari conferenzieri di letteratura...)

Sulla sveltezza della narrazione che non rende un buon servizio: "Un omicidio, un suicidio, un divorzio, un tizio che scompare di casa o scompare... Fatti del genere li trovi sempre più spesso sbrigati in poche righe. Mentre nella realtà, anche se durano un attimo, sono stratificazioni complesse. E se capitano a te puoi impazzirci. Nei libri, gli shock dovrebbero toccarti come nella vita"

E un aneddoto letterario che gli piace sempre raccontare:
"A Isaac Babel, l'autore ebreo-russo della geniale raccolta di racconti L'armata a cavallo, l'editore implorava di scrivere infine qualcosa di più lungo delle novelle. Un giorno lo scrittore gli si presenta barcollando sotto un'alta pila di fogli. L'editore esulta. Ma dal mucchio, Babel estrae solo una pagina e gliela consegna: Questo è il prodotto finito. Il resto sono prove":

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...