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venerdì 31 ottobre 2014

Che sorpresa, gli Americani di Sullivan

 Io lo adopero ancora il vecchio detto: un buon cronista si vede dalle scarpe. E quelle scarpe devono essere consumate, anzi, logore, a dimostrazione di tutta la strada che si è fatta per vedere, ascoltare, registrare.

E' questa la prima cosa che mi è venuta in mente leggendo Americani di John Jeremiah Sullivan (Sellerio), libro di straordinari reportage attraverso un 'America insolita. Un'America che è, in gran parte, quella del dopo 11 settembre, ma che soprattutto è quale raramente ho trovato nelle pagine dei libri e dei giornali.

Perché questa è la seconda cosa che mi è venuta in mente: c'è bisogno di buone gambe, ma anche di uno sguardo che vaghi irrequieto e si posi su ciò che non è scontato. Di tanta voglia di setacciare la realtà alla ricerca di risposte non date.

Scrittore errante, reporter inquieto, Sullivan dalla curiosità è come divorato. E' fame che non si sazia e che per ogni pasto restituisce una storia.

E quante storie racconta Sullivan. Un grande raduno di "rock cristiano" e i primi passi sul palcoscenico di Michael Jackson. L'uragano Katrina e un week end a Disney World. I protagonisti di un reality show in tour tra discoteche e localini più o meno sordidi e uno scrittore del profondo Sud colto nell'ora del suo inarrestabile declino.

Per la New York Times Book Review è la più importante raccolta di saggi e reportage dall'uscita di Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster Wallace. Non sono in grado di giudicare, però vale la pena. 

venerdì 10 settembre 2010

Una cosa divertente che non farò mai più

E allora oggi è sabato 18 marzo e sono seduto nel bar strapieno di gente dell'aeroporto di Fort Lauderdale, e dal momento in cui sono sceso dalla nave da crociera al momento in cui salirò sull'aereo per Chicago devono passare quattro ore che sto cercando di ammazzare facendo il punto su quella specie di puzzle ipnotico-sensoriale di tutte le cose che ho visto, sentito e fatto per il reportage che mi hanno commissionato.
Ho visto spiagge di zucchero e un'acqua di un blu limpidissimo. Ho visto in completo casual da uomo tutto rosso col bavero svasato. Ho sentito il profumo che ha l'olio abbronzante quando è spalmato su oltre dieci tonnellate di carne umana bollente. Sono stato chiamato "Mister" in tre diverse nazioni. Ho guardato cinquecento americani benestanti muoversi a scatti ballando l'Electric Slide.


Comincia così Una cosa divertente che non farò mai più (Minimun Fax) di David Foster Wallace, osannato e rimpianto talento della letteratura americana, che il New York Times ha chiamato un Emile Zola post-millennio e qualcun'altro ha salutato come la mente migliore della sua generazione, aggiungendo paragoni scomodi e tutto sommato non necessari con autori come Thomas Pynchon, Vladimir Nabokov, Jorge Luis Borges.

E allora metto le mani avanti: non sono un grandissimo conoscitore di David Foster Wallace e in genere della più recente letteratura americana, quindi il mio può essere anche l'entusiasmo del neofita. Mi dicono anche che questo libro appartiene al Wallace "minore" (ma cosa vuol dire?) rispetto ad altre sue opere.

Sarà, e sarà anche che per quanto mi riguarda trovo congeniale il reportage narrativo piuttosto che la fiction pura. In ogni caso questo libro me lo tengo stretto come un gioiello.

Sette giorni e sette notti di crociera di lusso nei Caraibi raccontati da un grandissimo. Crociera tutto compreso, ma anche tutto sviscerato, anatomizzato, inchiodato e tagliuzzato da parole affilate come bisturi, da parole sulfuree, irriverenti, grottesche, divertenti, sconsolate, parole che ci aiutano a capire come la nostra civiltà sta proprio affondando - anche in una crociera di lusso.

Parole che allo stesso tempo ci sono preziose come ciambelle per aggrapparsi in mare aperto.

Lettura per riflettere, fosse solo per sviscerare i misteri del Sorriso Professionale. Lettura obbligatoria, e preventiva, per chi accarezza il sogno di una crociera che tutto promette come uno spot lungo una settimana.

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