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giovedì 17 ottobre 2013

Dentro la paura, come nessun altro

Ancora una volta ho riletto La paura di Federico De Roberto: uno dei più grandi racconti di tutto il Novecento e uno dei punti più alti della letteratura sulla Grande Guerra, recentemente ripubblicato da E/O.

Una storia tra le tante del mattatoio. Le trincee del fronte italo-austriaco, i primi colpi che spezzano una lungo periodo di inerzia, quasi una tacita tregua tra i due eserciti contrapposti. Un cecchino nemico, di cui non si saprà mai niente, fulmina uno dietro l'altro i soldati che tentano di raggiungere un posto di vedetta rimasto sguarnito. I comandi si succedono: bisognerà mandare avanti un uomo dopo l'altro, poco importa se lo si spedisce a morte certa.

Ce ne mandi tanti finché i caduti formino parapetto! urlano dal comando all'ufficiale sul posto. E tant'è, almeno fino a che un gesto estremo chiederà di rendere conto di questa follia.

Potrei scommetterci: non tirerete il fiato, fino in fondo. E' raro trovare pagine così tese, dure, vere, capaci di scavare nella paura come in quel coraggio che non è, non può essere assenza di paura.

E così De Roberto porta nel cuore ferito del Novecento la grande tradizione del verismo italiano, con il suo popolo di vinti senza riscatto. Un filo unisce i Malavoglia a questi soldati, mostrati anche attraverso le tante lingue di un'Italia che in trincea si ritrovava insieme per la prima volta.

E quei corpi abbattuti, colti nell'ultima agonia, sono forse il grido più alto di una letteratura che invoca la pace, senza nemmeno sapersi pacifista.

giovedì 31 maggio 2012

Se la paura ci racconta il coraggio in trincea


Finché la minaccia è imprecisata, nello scoppio d'una granata che non si vede arrivare, in una raffica di mitragliatrice o in una scarica di fucileria inaspettata, che possono e non possono colpire, il coraggio riesce ancora facile; ma se la morte è acquattata, vigile, pronta a balzare e a ghermire, se bisogna andarle incontro fissandola negli occhi, senza difesa, allora i capelli si drizzano, la gola si strozza, gli occhi si velano, le gambe si piegano, le vene si vuotano, tutte le fibre tremano, tutta la vita sfugge; allora il coraggio è lo sforzo sovrumano di vincere la paura; allora la volontà deve irrigidirsi, deve tenersi come una corda, come la corda del beccaio che trascina la vittima al macello.

E' questa la paura che racconta Federico De Roberto, in quello che è considerato uno dei più grandi racconti di tutto il Novecento e uno dei punti più alti della letteratura sulla Grande Guerra. La paura, appunto, recentemente ripubblicato da E/O.

Una storia tra le tante del mattatoio. Le trincee del fronte italo-austriaco, i primi colpi che spezzano una lungo periodo di inerzia, quasi una tacita tregua tra i due eserciti contrapposti. Un cecchino nemico, di cui non si saprà mai niente, fulmina uno dietro l'altro i soldati che tentano di raggiungere un posto di vedetta rimasto sguarnito. I comandi si succedono: bisognerà mandare avanti un uomo dopo l'altro, poco importa se lo si spedisce a morte certa: Ce ne mandi tanti finché i caduti formino parapetto! urlano dal comando all'ufficiale sul posto. E tant'è, almeno fino a che un gesto estremo chiederà di rendere conto di questa follia.

Potrei scommetterci: non tirete il fiato, fino in fondo. E' raro trovare pagine così tese, dure, vere, capaci di scavare nella paura come in quel coraggio che non è, non può essere assenza di paura.

E così De Roberto porta nel cuore ferito del Novecento la grande tradizione del verismo italiano, con il suo popolo di vinti senza riscatto. Un filo unisce i Malavoglia a questi soldati, mostrati anche attraverso le tante lingue di un'Italia che in trincea si ritrovava insieme per la prima volta.

E quei corpi abbattuti, colti nell'ultima agonia, sono forse il grido più alto di una letteratura che invoca la pace, senza nemmeno sapersi pacifista.


lunedì 14 febbraio 2011

Quel libro di Verga scovato su una bancarella

Avevo visto una povera capinera chiusa in gabbia: era timida, triste, malaticcia; ci guardava con occhio spaventato; si rifuggiva in un angolo della sua gabbia, e allorché udiva il canto allegro degli altri uccelletti che cinguettavano sul verde del prato o nell'azzurro del cielo, li seguiva con uno sguardo che avrebbe potuto dirsi pieno di lagrime. Ma non osava ribellarsi....

Non mi fosse cascato l'occhio su una bancherella, tra le occasioni a due euro, sono sicuro che mai e poi mai avrei acquistato Storia di una capinera di Giovanni Verga. E' uno di quei libri che sai che sono usciti, che sono parte significativa del percorso di uno scrittore importante, ma che difficilmente ti viene da leggere. Se li hai scansati a scuola, è finita lì.

Invece l'ho preso, l'ho portato a casa, l'ho perfino letto. E diciamocelo, non è che mi abbia conquistato. Lo confesso, tra l'altro, come lettore che tiene come cosa cara sia i Malavoglia che tante Novelle del nostro. Però non è che sei innamorato di Tolstoi ti piace Tolstoi fino all'ultima pagina.

Ed è così, siamo in un altro mondo di stile e di emozioni. Anche se in questo mondo non è male avventurarsi, di tanto in tanto. Il mondo di un'epoca in cui lacrime si scriveva lagrime, in cui i romanzi epistolari di anime tormentate andavano per la maggiore, in cui il pathos aveva la meglio - anche con Verga - su ogni tentazione di letteratura verista.

Che successo che fu ai tempi Storia di una capinera. Un best seller assoluto, anzi, un long seller, che conquistò soprattutto il pubblico femminile, bagnando per interi lustri fazzoletti e diari. Ancora nel 1906 aveva venduto qualcosa come 20 mila copie, contro le 5 mila dei Malavoglia.

Ed è con la storia di questa povera ragazza costretta dalla famiglia a farsi monaca, e che solo per un lampo di vita conosce l'amore, proprio con questa, che Verga conquista la fama. Come cambiano le carte in tavola. Grandi successi, oblii definitivi.

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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...