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mercoledì 13 febbraio 2013

Nel lager, tra i turisti di oggi e le ferite di ieri

Lo ammetto, non riesco ad accettare fino in fondo l'idea che questo posto di montagna, cardine del mio mondo interiore, sia visitabile da chiunque; e soffro anche un po' di gelosia: non soltanto perché oggi occhi estranei percorrono uno scenario che fu testimone della nostra anonima prigionia, ma anche perché questi sguardi curiosi (ne sono assolutamente certo) non potranno mai penetrare nell'abisso di abiezione in cui fu gettata la nostra fiducia nella dignità umana e nella libertà personale.

E' una domenica pomeriggio, molto tempo che tutto è successo: lo stesso attacco di un altro grandissimo libro della memoria, Il giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassani: sarà che abbiamo bisogno di questo tipo di sguardo, dalla quiete del dopo, per provare a capire cosa significa ricordare.

Boris Pahor, sloveno di Trieste, ripercorre la strada che lo porta al luogo che un tempo fu il suo lager; si mescola, lui sopravvissuto, ai turisti della memoria che scendono dai pullmann e scattano foto; comincia ad avvertire strane sensazioni, al cospetto di quegli estranei, come se di nuovo indossasse la giubba a strisce e gli zoccoli del campo di concentramento; e forse nemmeno lui saprà raccontare fino in fondo l'orrore - lui che la sorte ha voluto tra i "salvati" e non tra i "sommersi", per dirla con Primo Levi - ma intanto ricorda e racconta.

Libro di enorme dolore, libro non facile, Necropoli di Boris Pahor (Fazi editore). Libro sospeso tra diversi tempi, il presente dei turisti e il passato dei deportati. Libro che per noi italiani è quasi doveroso, per non archiviare le responsabilità del fascismo anche nella persecuzione della minoranza slovena.

Racconta Luigi Magris nell'introduzione che anche lui ha scoperto relativamente tardi Pahor, questo critico e appassionato cantore della mia e della sua Trieste. Distrazione e rimozione di uomini e donne che, con un'altra lingua, hanno reso ricca e vitale questa città che è la quintessenza della Mitteleuropa.

Da leggere due volte, Necropoli, non fosse che a dispetto di tutto quanto racconta è un regalo al domani. E nelle parole di Magris:

Perfino in quella necropoli tale resistenza umana è una speranza.

martedì 5 giugno 2012

Leggere è anche scambiarsi del tempo

Mi piace la rubrica di Marco Belpoliti su Tuttolibri, ogni settimana un libro raccontato attraverso una copertina. Un oggetto - perchè anche questo è un libro - che rivela il suo intento, racconta se stesso, rimanda a una complicità con il lettore.

Bello soprattutto ciò che Belpoliti ha scritto della nuova edizione Feltrinelli del Romanzo di Ferrara, non solo grandissima letteratura, ma anche una cospicua mole che sa di sfida.

Certo bella la copertina, con quel primo piano di Bassani che sa di altri tempi e di nostalgia. Un piacere avere tra le mani un volume che si piega tra le mani, rivelando una morbidezza inattesa, con buona pace dei cultori esclusivi dell'ebook, che non sanno cosa si perdono. Ma la mole? Ce la farà ad avere la meglio sulla diffusa svogliatezza, su una pigrizia che comunque ha anche l'alibi dei tempi concitati?

Belpoliti dà la sua risposta, parlando di un volume che comunque provoca un desiderio di lettura:

L'idea di impiegare tanto tempo per leggerlo appare come una restituzione, un atto dovuto nei confronti dell'autore. 

E soprattutto, grande verità:

Leggere è anche scambiarsi del tempo.

domenica 11 dicembre 2011

Non dimenticate il giardino dei Finzi Contini

Sono passati più  dieci anni fa dalla morte di Giorgio Bassani - per la verità pensavo che ne fossero passati anche di più, che non si fosse spinto fin sul ciglio del nuovo secolo, del nuovo millennio - e per me Bassani è soprattutto quel libro, quel giardino, quella storia.

Quante cose che è stato per me Il giardino dei Finzi-Contini.

Ferrara prima del 1938, gli anni del fascismo più roboante e parolaio a cui ancora non è stato presentato il conto. Ubriacatura di proclami, slavina di promesse che non saranno mantenute. La quiete prima della tempesta, assai peggiore della quiete dopo la tempesta.

Quella casa della borghesia ebrea, quelle mura che sembrano preservare dalle offese del tempo e della storia. Le partite di tennis, le merende all'aria aperta, la musica che gonfia le vele delle emozioni. Come se tutto fosse allo stesso modo di sempre. Come se anche il futuro dovesse bussare alla porta con discrezione e rispetto.

La bella Micòl, imprendibile per il ragazzo taciturno e introverso, quasi un intruso. I capelli di rame che si sciolgono come un sogno di felicità. Il sorriso che nasconde parole non dette, più enigma che complicità. Il lampo di una possibilità che rimane tale e che accompagnerà tutta la vita che rimane davanti. L'occasione perduta che non si ripresenterà.

E poi il rimpianto di un amore che non c'è stato che si mescola ai fatti troppo veri della storia. Perché questo è il libro che più di tutti mi parla dell'orrore della Shoah in realtà senza parlarne mai, fermandosi prima. Forse proprio per questo: perché accorda il terribile senso della sparizione allo scorrere delle stagioni della vita.

Non c'è bisogno di anniversari per ritrovare un libro che merita, magari abbandonato da troppo tempo su uno scaffale.

domenica 22 maggio 2011

Ricordando Enrica, la ragazza di Ferrara

E’ strano, ci sono nomi che sembrano fatti apposta per coglierti di sorpresa, per evocarti l’esatto contrario di quello a cui si riferiscono. Ferrara è uno di questi. Lo pronunci ad alta voce ed esce fuori un suono che ha un che di duro, di implacabile. E’ una ruota dentata in movimento, una carta vetrata usata con energia, la scintilla che si sprigiona dal metallo. 

Poi pensi alla città, alle sensazioni che ti desta, all’immaginario che la sua storia e le sue persone hanno sedimentato. Ferrara indolente e gaudente. Ferrara e le meraviglie del Rinascimento. Ferrara e le nebbie che arrivano dalla Padania e la nascondono come un bambino sotto le coperte rimboccate. I contorni sfumati e i giardini segreti, i trilli delle biciclette e il pane come solo qui sanno fare.

Ferrara mite e tollerante nei secoli. La città che più di tutte, in Italia, è inconcepibile senza l’impronta che le ha lasciato la sua comunità ebraica.

E’ una storia, questa, che affonda le sue radici nel passato remoto, fino a epoche su cui gli esperti ancora si accapigliano, ma che irrompe alla luce del sole nel Quattrocento, quando sono i duchi di Este a governare dispensando sicurezza e prosperità. Ferrara spalanca le sue porte agli ebrei in fuga dalla Spagna, dal Portogallo, dalla Germania, da Napoli e da Roma. E la vita di questi profughi si intreccia con quella di una città che con essi cresce e si arricchisce. Spuntano come funghi forni, laboratori artigiani, stamperie.
Sinagoghe, scuole e cimiteri trovano posto all’interno delle mura dai mattoni rossi. Diverse famiglie costruiscono cospicue fortune. Generazione dopo generazione nascono e si consolidano legami che nemmeno la fine degli Estensi, il passaggio allo Stato della Chiesa e la vergogna del ghetto riusciranno a spezzare.

Ancora a cavallo tra Ottocento e Novecento a Ferrara la comunità ebraica conta un migliaio di  anime - pensate, oggi si sono ridotte a poche decine -  e soprattutto è una comunità viva, presente, attiva, a dispetto di tante antiche tradizioni che si stanno stingendo.

E’ in questa città che nasce Enrica.

Ferrara, certo, la accoglierà solo per un tratto di vita. Quando arriverà il momento di spiccare il volo, di giocarsi le carte che ha in mano, l’arrivederci sarà in realtà un congedo definitivo. Eppure qualcosa mi suggerisce che è proprio qui, e non altrove, che si doveva salutare questa nascita.

Sarà perché alla fine le pagine si confondono, perché rimandi e corrispondenze rilegano un altro libro, e quello che viene fuori è molto molto simile a un racconto di Giorgio Bassani.

Per un attimo ritorno al Giardino dei Finzi Contini, magari così come è stato tradotto in immagini da Vittorio De Sica. E non c’è ragione; ma già intuisco che l’esistenza di Enrica sarà impastata dei medesimi ingredienti: dolcezza e desideri inespressi; dolore rarefatto, trattenuto, per quanto si è già perso e senso di una tragedia incombente.

(da Paolo Ciampi, Un nome, Giuntina editore)

mercoledì 14 aprile 2010

Quel giardino della nostalgia, a Ferrara


Sono passati dieci anni fa dalla morte di Giorgio Bassani - per la verità pensavo che ne fossero passati anche di più, che non si fosse spinto fin sul ciglio del nuovo secolo, del nuovo millennio - e per me Bassani è soprattutto quel libro, quel giardino, quella storia.

Quante cose che è stato per me Il giardino dei Finzi-Contini.

Ferrara prima del 1938, gli anni del fascismo più roboante e parolaio a cui ancora non è stato presentato il conto. Ubriacatura di proclami, slavina di promesse che non saranno mantenute. La quiete prima della tempesta, assai peggiore della quiete dopo la tempesta.

Quella casa della borghesia ebrea, quelle mura che sembrano preservare dalle offese del tempo e della storia. Le partite di tennis, le merende all'aria aperta, la musica che gonfia le vele delle emozioni. Come se tutto fosse allo stesso modo di sempre. Come se anche il futuro dovesse bussare alla porta con discrezione e rispetto.

La bella Micòl, imprendibile per il ragazzo taciturno e introverso, quasi un intruso. I capelli di rame che si sciolgono come un sogno di felicità. Il sorriso che nasconde parole non dette, più enigma che complicità. Il lampo di una possibilità che rimane tale e che accompagnerà tutta la vita che rimane davanti. L'occasione perduta che non si ripresenterà.

E poi il rimpianto di un amore che non c'è stato che si mescola ai fatti troppo veri della storia. Perché questo è il libro che più di tutti mi parla dell'orrore della Shoah in realtà senza parlarne mai, fermandosi prima. Forse proprio per questo: perché accorda il terribile senso della sparizione allo scorrere delle stagioni della vita.

E se i decennali e gli altri anniversari servono a qualcosa, è giusto per ritrovare un libro abbandonato da troppo tempo su uno scaffale.

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