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lunedì 4 febbraio 2019

Il tradimento è un dono, il perdono va chiesto ai sogni

"E' per mettere alla prova il tuo coraggio e la tua fedeltà che Nostro Signore ti ha fatto dono del tradimento, Tyrone".
Ho guardato dritto davanti a me.
"Smettila, ti ho detto".
"Il tuo Paese aveva bisogno di essere tradito come tu avevi bisogno di tradirlo".

In Sorj Chalandon mi sono imbattuto per caso qualche anno fa, al Festival della Letteratura di Mantova, e solo perché l'incontro a cui in realtà volevo andare era tutto esaurito. Era stato un attimo innamorarmi del suo romanzo La quarta parete e di lì caldeggiarlo un po' a tutti.

E' stato per il timore di partire da aspettative troppo elevate, e quindi di misurarmi con la delusione, che  ci ho messo molto prima di passare a quest'altro suo romanzo, Chiederò perdono ai sogni (Keller edizioni), che pure mi tentava già nel titolo.

Però ecco, alla fine ho rotto gli indugi. L'ho letto e ora sono alle prese con la risacca emotiva di una storia potente, coraggiosa, spiazzante. Una storia ambientata nell'Irlanda del Nord dei troubles, tra gli anni Settanta e Ottanta, ma che pure richiama situazioni e passioni universali, da tragedia greca. 

E' guerra, in Irlanda del Nord, e come quasi sempre succede con le guerre, soprattutto con le guerre che si trascinano da troppo tempo, si finiscono per perdere le ragioni e confondere obiettivi e ruoli. Le traettorie di vita entrano in conflitto con le ragioni ideali o sedicenti tali, gli eroi vacillano e facilmente finiscono per vacillare su crinali pericolosi. Succede in genere con i più tosti: sono loro in genere a tradire e a volte il tradimento è persino un atto di amore per la causa.

Un libro che è un intrigo di sentimenti e valori in gioco. Come pochi altri, mette insieme rigore e debolezza umana, per richiamare le ragioni della pietà e del perdono. 

venerdì 21 ottobre 2016

Se con l'Antigone possono tacere le armi

Questa volta non si trattava di recitare tre repliche di un teatro in un centro giovanile, ma di ergersi contro una guerra. Era sublime. Era impensabile, impossibile, grottesco. Andare in un Paese di morte con un naso da clown, riunire dieci persone senza sapere chi fosse chi. Prendere un soldato da ogni fronte e giocare alla pace. Andare in scena. 

Alzi la mano chi conosce Sorj Chalandon. Credo assai pochi, per ora: ed è un peccato. Nemmeno io ne avevo sentito parlare fino a qualche settimana fa. Poi al Festival della letteratura di Mantova, con il tutto esaurito agli incontri che avevo per la testa, mi sono imbattuto nel suo nome. Sorj Chalandon, francese, corrispondente per 30 anni di Libération, inviato in molte guerre e autore di reportage importanti sull'Irlanda del Nord e al processo a Klaus Barbie, il boia nazista.

Mi attendevo un incontro sulla sua carriera di giornalista più che navigato - meglio di niente - invece mi sono imbattuto in un romanzo che mi ha subito allettato.Titolo La quarta parete, pubblicato in Italia da Keller.  L'ho preso subito, alla libreria del festival, ho cominciato a leggerlo nel cuore della notte, ho fatto fatica a smettere.

E' la storia di Georges, giovane che viene dai sogni più estremi del maggio francese, per anni militante duro e puro deciso a inseguire la sua rivoluzione e per essa pronto alla guerra, convinto come molti all'epoca che c'è guerra e guerra.

Col tempo ha riposto nel cassetto molte illusioni, è diventato uomo di teatro e si trascina in una vita un po' così, direi di piccolo cabotaggio. Ma un giorno l'amico Samuel, regista greco fuggito alla dittatura dei colonnelli, gli chiede un sacrificio quale mai ha mai fatto prima. Lui è malato, non coronerà più il suo sogno, può pensarci Georges al suo posto?

Il suo sogno: rappresentare per una volta, per una sola volta, l'Antigone. Non in un tranquillo teatro parigino, ma nel Libano dilaniato dalla guerra civile - una guerra, tra l'altro, da cui sono discesi molti dei problemi che ancora ci attanagliano.

Sarà a Beirut, in ciò che rimane di un teatro sulla linea del fronte, sotto tiro da una parte e dall'altra. Con attori che sono palestinesi dei campi profughi (ricordate l'eccidio di Sabra e Chatila?), cristiani maroniti, drusi, sciti.... tutte le parti che si stanno massacrando, ma che per una sera, per quelle due ore, per quel lavoro teatrale che proverà a sostituirsi alla vita reale, magari riusciranno a far tacere le armi.

Mi fermo qui, non dico come va a finire. Vinceranno le leggi del cuore o quelle degli uomini indifferenti al cuore e al sangue? Però non poteva che essere l'Antigone, nei giorni dei cecchini e dei bombardamenti. Non poteva che essere la speranza della cultura, come possibilità di pace.

ps: La quarta parete del titolo è la parete invisibile che separa gli attori - e il palcoscenico - dagli spettatori e che fa sì che siano davvero sulla scene e nella storia. Ma forse la quarta parete è anche il sogno del teatro - della cultura - quale altra vita, altro mondo.

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