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lunedì 21 settembre 2020

Tutto il piacere di una capanna in Siberia


Quindici tipi di ketchup. Sono proprio queste cose che mi hanno fatto venire voglia di allontanarmi dal mondo....


Qualche anno prima Sylvain Tesson, scrittore e giornalista parigino, grande viaggiatore, era capitato dalle parti del lago Bajkal, un posto difficile da trovare anche su un atlante. Era incappato in alcune singolari figure di eremiti dall'aria sorprendentemente felice. Aveva deciso: prima o poi anche lui avrebbe sperimentato una vita così.

Detto fatto. Nelle foreste siberiane (Sellerio editore) racconta i suoi sei mesi in una capanna tra i boschi e la sponda di un lago a 120 chilometri dal primo centro abitato, dove i vicini si raggiungono con ore e ore di spostamenti in slitta, dove un passo falso fuori dell'uscio può comportare la morte per assideramento in pochi minuti, dove ogni cosa si riduce per forza all'essenziale e per questo si fa forte di una straordinaria bellezza.

Non è un asceta, Sylvain Tesson, anzi, si capisce lontano un miglio che detesta coloro che si ritirano da questo mondo per consegnarsi a un altro che non è di questo pianeta. Se ha fatto questa scelta, è perché questa capanna nel nulla della Siberia gli piace, perché questo nulla in realtà é pieno di cose, perchè il piacere della vita si può raggiungere per sottrazione: e a volte è la via più diritta.

E c'è vodka, in questa storia, ci sono libri, ci sono anche numerosi incontri con quella pazza umanità che riesce a popolare questi posti. 

Ci sono tante cose che alla fine si prova qualcosa di molto simile all'invidia per Sylvain Tesson. E per dire, gli si riesce perfino a perdonare qualche giudizio tipico di un parigino con aria molto intellettuale, e che magari non sopporteremmo in un bistrot sotto l'Eiffel, ma qui, però....

martedì 18 aprile 2017

Storia dalla lunga notte dei popoli dei ghiacci



Le sue giornate. Le sue notti. Com'erano le sue mani? Che occhi aveva? Cantava a volte? non lo so. Ma c'era. C'era davvero.

E' da qui che bisogna partire, non dai numeri che danno la dimensione di ciò che è stato fatto. Le statistiche rendono assai meno, di fronte alle parabole di vita e morte che vorremmo strappare al silenzio. Non inquadrature su scene di massa, piuttosto obiettivi che vorremmo puntate su quel viso, sulla persona che ha avuto quel nome e quel destino, su quelle parole che ci sono state strappate e mai più saranno restituite.

Ed è così che Matteo Meschiari ci prende per mano e ci accompagna nella lunga notte dei popoli dei ghiacci, con le pagine di Artico nero, altro piccolo grande libro che ci viene proposto da Exòrma. Sette storie - non sempliemente sette saggi - che ci portano in Canada, in Norvegia, in Siberia, in Groenlandia e in Alaska, insomma, nel Nord più remoto e difficile da collocare, nella nostra geografia e nella nostra storia. Anche su una mappa avremmo difficoltà a collocare molte di queste terre, figurarsi sapere qualcosa dei popoli che per millenni le hanno abitate, a prescindere ovviamente dall'immaginario che li vuole felici negli igloo e nei giochi con le foche.

 Artico nero, Artico rosso sangue, invece. Perché i popoli dei ghiacci non hanno avuto sorte migliore di tanti altri popoli indigeni, destinati a soccombere nell'urto con la nostra civiltà, in una lunga teoria di crimini che vanno dalla deportazione all'eugenetica.

Triste è questa storia dimenticata, come è facile dimenticare la storia dei popoli che non hanno voce e tanto meno scrittura. Triste, dolorosa e vergognosa: tanto più che non è imputabile solo alla vecchia Russia zarista, per cui i siberiani erano stranieri nella loro terra, ma anche alle solide democrazie del welfare della nostra Europa.

Il peggio si è consumato e ora tutto tace, tutto è stato inghiottito nella lunga notte. Come se niente fosse successo, in effetti. Ben vengano allora pagine a ripristinare la parola che racconta, o che almeno domanda e si domanda: e cerca di riitrovare quel volto, quel nome, quella storia. 

mercoledì 2 novembre 2016

Storia dell'uomo che studiava le nuvole per la rivoluzione

Studiava i cieli, ma non era un uomo con la testa per aria, uno di quei tipi strampalati e sognatori che associo alla più indolente e poetica delle attività, guardare le nuvole che passano. Studiava le nuvole, ma era un uomo con i piedi ben piantati per terra. Lavorava come meteorologo, ma soprattutto serviva la rivoluzione: e se le nuvole hanno certo a che vedere con i sogni e le fantasie, mai si sarebbe immaginato che un giorno sarebbe stato la rivoluzione a ucciderlo.

E' una storia di nuvole e sangue, di sogni e tradimenti, quella che Olivier Rolin racconta in Il meteorologo (Bompiani). Una storia che pesca un nome tra milioni di altri trucidati nelle purghe di Stalin per non dimenticare l'orrore delle esecuzioni di massa e delle fosse comuni.

Aleksej - lo chiamo solo per nome - era il responsabile dei servizi meteo dell'Unione Sovietica, convinto che fare bene il proprio lavoro fosse utile alla rivoluzione: l'uomo nuovo avrebbe avuto più frutti dalla terra grazie a buone previsioni, avrebbe persino imbrigliato il vento per le sue fabbriche.

Vai a sapere che cos'è che lo spinse verso la rovina. Se l'invidia - e la delazione - di qualche collaboratore oppure la necessità di avere un capro espiatorio per le terribili carestie degli anni Trenta. Però anche quando finì in un campo in Siberia non smise di credere nella rivoluzione e nei suoi uomini. Per anni scrisse a Stalin, convinto che ci fosse un errore. Sarebbe bastata qualche informazione in più, giusto per chiarire. Non sbagliava così, una rivoluzione. L'unica risposta fu il suo nome inserito nella lista delle esecuzioni.

E' un libro triste, intenso, commovente. Un libro sulla rivoluzione che divora se stessa divorando i suoi uomini migliori. Sui sogni a cui si rimane attaccati. Sull'umanità preziosa, insostituibile, unica che si nasconde dietro ogni vittima di un crimine di massa.

Aleksej, il meteorologo. Aleksej, l'uomo che forse solo all'ultimo capì, corpo nudo in attesa della pallottola alla nuca. Aleksej, per me soprattutto il padre che alla figlia piccola - che non rivide mai più - non si stancò di inviare lettere colorate, disegni, indovinelli. Fino a che le lettere smisero di arrivare.

Bene che l'editore le abbia pubblicati, in questa edizione. Dicono più di tante altre parole. Misurano tutto lo scempio che è stato fatto. Aizzano la mia coscienza e mi aiutano a non scordare.

sabato 6 febbraio 2016

Tornando a casa in bicicletta, dalla Siberia

Prendete per esempio una cosa così: pedalare tre anni in bicicletta solo per tornare a casa, dall'ultimo lembo della Siberia alla placida Inghilterra, passando però anche per il Giappone, la Nuova Guinea, l'Australia, il Tibet, l'Afghanistan, l'Iran...

E' quanto ha fatto Rob Lilwall, insegnante di geografia che a un certo punto la geografia ha smesso di insegnarla per andarla a sperimentare nelle distanze del mondo. Ed è quanto poi, dopo, ci ha raccontato in In bici dalla Sibera a casa, pubblicato da Ediciclo. 

Che dire: è un viaggio pazzesco, un ritorno lungo 56 mila chilometri, il che vuol dire assai più di quanto misuri l'equatore; è il disegno, se disegno c'è, di un viaggiatore che schiva la linea retta e predilige il vagabondaggio. E' l'Odissea su due ruote dell'uomo che si perde, non si arrende, trova nuove vie, allunga il suo sguardo.

Non sarà un grandissimo narratore, Rob Lilwall, ma il libro è tutto in questa straordinaria avventura, che comincia nell'autunno siberiano, non lontano dai luoghi dello sterminio stalinista, con le temperature che dopo qualche giorno precipitano fino a meno quaranta, pensate.

Più volte il nostro mette a repentaglio la sua vita o avverte un pericolo che può essere letale, per esempio attraversando quelle lande della Nuova Guinea dove la vita di un uomo vale zero. Eppure, eppure, le pagine più belle del libro sono quelle su uno stupore che si rinnova quasi ogni giorno. I sorrisi della gente nell'Afghanistan dei talebani, l'ospitalità che non viene mai meno ovunque, anche in Iran, le oltre 200 persone che lo accolgono sotto il loro tetto - Robe ne tiene il conto -, il cibo o una bevanda o un saluto condivisi per strada.

Solo all'ultimo, quando ormai avverte l'aria di casa, gli viene rifiutata l'acqua. In tre anni anni è la prima volta che gli capita. E accade in un bar in Francia.

Un libro che è un giro sul mappamondo, ma anche un libro contro i pregiudizi, contro i luoghi comuni. Sarà un caso che dopo il suo ritorno l'ex insegnante di geografia si è messo a studiare teologia ed è andato a vivere a Hong Kong?

giovedì 1 agosto 2013

Viaggiando con i treni di Ettore Mo

E' uno dei più grandi giornalisti viaggiatori, forse uno degli ultimi autentici, da quanti molti se ne sono andati una volta per tutte. E anche lui sembra ormai appartenere a un'altra epoca, la stessa dei Terzani e dei Kapuscinski, quando le guerre si raccontavano standoci in mezzo, quando non c'erano ancora cellulari e tablet e Gps.

Ettore Mo è tra coloro che sono riusciti a rimanere fedeli a se stessi, sarà che in definitiva non contano i sommovimenti della geografia politica e i tornado della tecnologia, ma la capacità di vivere con empatia il mondo che attraversi.

Mi mancava ancora di leggere il suo Treni. Nove viaggi ai confini del mondo e della storia, e finalmente ho potuto metterci le mani sopra. Scoprendo che il libro è qualcosa di meno e qualcosa di più di quanto promette il titolo. Di meno, perché i treni in effetti costituiscono solo un pretesto per una raccolta di reportage quanto mai eterogenei. Di più, per la stessa ragione: e forse i capitoli più belli sono proprio quelli in cui dei treni non c'è proprio traccia.

Libro diseguale, libro che varrebbe anche solo per alcune pagine: su tutte quelle dedicata ai Vecchi Credenti della Siberia e al vecchio reduce del mattatoio di Stalingrado.

sabato 13 luglio 2013

Sono qui perché avevo letture arretrate

L'ultima cassa è piena di libri. Se qualcuno mi chiede perché sono venuto a rinchiudermi qui, risponderò: "Perché avevo delle letture arretrate".

Monto una mensola di pino sopra la spalliera del letto e vi sistemo i libri. Ne ho una sessantina. A Parigi mi sono impegnato a fondo per stilare una lista ideale. Chi non ha troppa fiducia nella ricchezza della propria vita interiore deve portarsi dietro dei buoni autori: potrà sempre riempire quel vuoto. 

Lo sbaglio sarebbe scegliere solo testi difficili, nella convinzione che la vita nei boschi permetta di tenere sempre alta la tensione spirituale. Il tempo non passa mai quando si ha a disposizione solo Hegel per affrontare un pomeriggio di neve. 

(Sylvain Tesson, Nelle foreste siberiane, Sellerio)

mercoledì 10 luglio 2013

La semplicità in una capanna della Siberia


La capanna è il regno della semplificazione. 

Sotto i pini, la vita si riduce a pochi gesti vitali. Il tempo sottratto alle fatiche quotidiane è dedicato al riposo, alla contemplazione, ai piccoli piaceri.

Il numero delle cose da fare è limitato.

Leggere, attingere acqua, spaccare legna, scrivere e versare il té si trasformano in liturgie.

In città ogni gesto si compie a danno di mille altri. La foresta raccoglie e riunisce quello che la città disperde. 

(Sylvain Tesson, Nelle foreste siberiane, Sellerio)

mercoledì 5 dicembre 2012

Capablanca e la rivincita a scacchi che non ci fu

L'incoscienza del cubano un poco la commosse. Per lui la giovinezza era ancora la possibilità di irridere teorie e manuali. Di imporre solo la forza maleducata della sua età. E dissipare il proprio talento

Forse era proprio questo, José Raùl Capablanca, uno dei più grandi campioni di scacchi di tutti i tempi, ma anche un uomo - e un personaggio - assolutamente distante dall'idea che abbiamo del campione di scacchi. Non una sorta di computer con i neuroni al posto dei bit, non una macchina pensante capace solo di calcoli, non di emozioni.

Capablanca era ben altro, lo era già nelle sue origini, nel suo appartenere a un'isola come Cuba che pare non avere niente a che vedere con gli scacchi, perché gli scacchi, uno pensa, stanno bene in una Siberia dello spirito, freddo fuori e silenzio intorno a te, non al caldo dei Tropici, dove la vita scorre per strada, ed è pulsare di sangue, frenesia, passione accesa...

Così si pensa e invece ecco Fabio Stassi che con La rivincita di Capablanca (Minimun Fax) ci racconta una splendida storia di genio e sregolatezza.

Non un libro sugli scacchi, però: nessuna descrizione di partite, nessuna disquisizione su gambetti e arrocchi. Piuttosto una storia sulle passioni che possono annidarsi nel cuore dell'umano e segnarne la vita irrimediabilmente. Una storia di rivalità, di destini incrociati, di traguardi che si allontano all'ultimo istante, di obiettivi che sfumano come miraggi.

Capablanca e il suo avversario di sempre Aleksandr Aljechin, il russo che lo aveva battuto e che poi si rifiutò di accordargli la rivincita.

Una partita che non ci sarà mai - o forse sì, chissà. Perché gli scacchi sono come la vita, in cui non sai mai cosa è sogno, cosa realtà. Perché la vita - e qui mi tornano in mente gli scrittori del sogno mitteleuropeo, come Stefan Zweig e Arthur Schnitzler - è spesso davvero una partita a scacchi. E a volte è la possibilità di una partita, a volte una rivincita che non viene accordata.

mercoledì 15 agosto 2012

Dato che l'estate è fatta apposta per i romanzi

Durante l'anno mi attirano, mi piacciono, non mi piacciono, mi annoiano o mi entusiasmano libri molto diversi, non tutti di narrativa: libri di storia, di divulgazione scientifica, di musica o semplici pettegolezzi biografici.

Ma basta che arrivi l'estate e la promiscuità delle mie letture cede il passo al nutrimento del romanzo: il romanzo lungo e complicato, il romanzo che ci obbliga a vivere dentro le sue pagine, il romanzo che è come una casa di grandi stanze appartate e come un viaggio, come una di quelle traversate antiche che duravano settimane, come i viaggi definitivi di cui parlano proprio alcuni di questi romanzi: passaggio in India di E. M. Forster, il viaggio del Pequod, i sette anni di ritiro del giovane Hans Castorp nella Montagna incantata, l'eterno viaggio in treno in Siberia durante il caos dei primi tempi della rivoluzione che è la spina dorsale del Dottor Zivago, quello dello sfortunato Lord Jim ai limiti dell'infanzia e della redenzione.

Il caldo e i romanzi. L'ozio e i romanzi. La lettura dei romanzi come espressione perfetta dell'ozio....

(Antonio Muñoz Molina, Letture d'estate, da Internazionale)

mercoledì 2 maggio 2012

I luoghi più lontani, in quel lembo di Nord

Il ricordo è un vento freddo, incessante, che in estate increspa un mare colore del piombo e che di inverno spazza una distesa di ghiaccio.

Il ricordo è un lembo di terra sigillato nel silenzio, nella rarefazione degli affetti, nella sensazione che la vita è tutta qui, che non ci sia una seconda chance, una possibilità di fuga.

Però il ricordo sa essere anche sogno, intuizione di libertà, crampo di nostalgia.

E' un libro singolare, I luoghi più lontani di Per Petterson, norvegese che ambienta questa sua storia nell'estremità più settentrionale della Danimarca. Singolare soprattutto per le emozioni che ti fa scorrere dentro. Libro ruvido come carta vetrata, accogliente come il tepore di un camino.

Forse le stesse sensazioni che possono procurare certe terre settentrionali, dove la sottrazione delle cose e delle persone sa conquistare con ciò che è davvero essenziale.

Una donna spinge il suo ricordo fino all'adolescenza, in questo Nord che è vero Nord, senza tanti fronzoli, gelo, alcol, inni religiosi, solitudine. Lei, una ragazzina. E lui, il fratello, di qualche anno più grande, come un fiore nel deserto, con il suo carattere solare e ribelle.

Quanti sogni, nelle giornate dei due ragazzi, quante parole condivise e gelosamente serbate. Quanti luoghi che sono altri luoghi, mondi interi coltivati in questa lingua di terra.

Luoghi come sogni, in effetti, o sogni come luoghi. L'altrove di altre possibilità. Lei la Siberia, lui il Marocco. I luoghi più lontani, e allo stesso più vicini, perché non è mai una questione di geografia.

Poi la guerra, l'invasione nazista, la separazione, il cammino di una liberazione che non è solo liberazione da un nemico... e il ricordo che forse non è più quel vento freddo, che forse ora è il camino che riscalda.

domenica 25 marzo 2012

La terra di Siberia dove si parla ancora la lingua morta

Ho sempre pensato che Hitler avesse perso le sue scommesse: cancellare gli ebrei dalla faccia della Terra e trasformarli in qualcosa di diverso dagli essere umani. Credevo però che su un punto avesse avuto successo: distruggere una civiltà ebraica, la civiltà dello yiddish.

Così scrive Marek Halter, scrittore e anche fondatore del movimento SOS Racisme e anch'io avevo sempre pensato così: che con i villaggi dell'Europa dell'Est spazzati via, con quel popolo sparito nelle camere a gas, fosse svanita una volta per tutte una civiltà, e quindi una lingua, una letteratura che ci aveva reso tutti più ricchi.

Che sorpresa, dunque, leggere il reportage che lo stesso Halter ci ha regalato dopo essersi spinto in una terra dal nome impossibile, Birobidzhan. Non ne avevo mai sentito parlare, ma questo è il nome della repubblica autonoma ebraica istituita nella Siberia sovietica qualcosa come 80 anni fa. La volle Stalin, presumibilmente per liberarsi degli ebrei che aveva intorno e che non poteva tutti rinchiudere nei gulag. E così si inventò questa repubblica ritagliandole alcune terre della sterminata Siberia, là dove scorre il fiume Amur.

Da allora c'è stato Hitler e l'yiddish è stato spazzato via. L'Unione Sovietica è morta e sepolta, Israele è nata ed è viva e vegeta. Del Birobidzhan nessuno (o almeno il sottoscritto) ha sentito parlare. Ma sorpresa esiste ancora: esiste ancora un paese dove l'yiddish è addirittura lingua ufficiale.

E che belle le parole di Halter, alla scoperta di questo paese dove si parla ancora la sua lingua madre, la lingua che lui stesso dava per morta. Che bella la sua conclusione, quasi un atto di riparazione della storia:

Seppellire la memoria, e in particolare la memoria di una lingua, è più difficile che seppellire i corpi.

sabato 27 agosto 2011

Se la vita è una rivincita a scacchi

L'incoscienza del cubano un poco la commosse. Per lui la giovinezza era ancora la possibilità di irridere teorie e manuali. Di imporre solo la forza maleducata della sua età. E dissipare il proprio talento


Forse era proprio questo, José Raùl Capablanca, uno dei più grandi campioni di scacchi di tutti i tempi, ma anche un uomo - e un personaggio - assolutamente distante dall'idea che abbiamo del campione di scacchi. Non una sorta di computer con i neuroni al posto dei bit, non una macchina pensante capace di calcoli ma non di emozioni.

Capablanca era ben altro, lo era già nelle sue origini, nel suo appartenere a un'isola come Cuba che pare non avere niente a che vedere con gli scacchi, perché gli scacchi, uno pensa, stanno bene in una Siberia dello spirito, freddo fuori e silenzio intorno a te, non al caldo dei Tropici, dove la vita scorre per strada, ed è pulsare di sangue, frenesia, passione accesa...

Così si pensa e invece ecco Fabio Stassi che con La rivincita di Capablanca (Minimun Fax) ci racconta una splendida storia di genio e sregolatezza.

Non un libro sugli scacchi, però: nessuna descrizione di partite, nessuna disquisizione su gambetti e arrocchi. Piuttosto una storia sulle passioni che possono annidarsi nel cuore dell'umano e segnarne la vita irrimediabilmente. Una storia di rivalità, di destini incrociati, di traguardi che si allontano all'ultimo istante, di obiettivi che sfumano come miraggi.

Capablanca e il suo avversario di sempre Aleksandr Aljechin, il russo che lo aveva battuto e che poi si rifiutò di accordargli la rivincita.

Una partita che non ci sarà mai - o forse sì, chissà. Perché gli scacchi sono come la vita, in cui non sai mai cosa è sogno, cosa realtà. Perché la vita - e qui mi tornano in mente gli scrittori del sogno mitteleuropeo, come Stefan Zweig e Arthur Schnitzler - è spesso davvero una partita a scacchi. E a volte è la possibilità di una partita, a volte una rivincita che non viene accordata.

mercoledì 13 luglio 2011

L'autunno dei Mille, dopo l'impresa


Ci fu chi salpò per i Mari del Sud, come Nino Bixio, che arrivò fino a Sumatra per arrendersi al colera: i suoi uomini lo seppellirono su una spiagga, il corpo avvolto nel tricolore.

Ci fu chi si tolse la vita, come Raffaele Piccolo, che quando gli tolsero la pensione riconosciuta ai Mille aspettò che la moglie e i cinque figli si addormentassero per conficcarsi un chiodo in testa.

Ci fu chi finì deportato in Siberia, dopo aver combattuto dalla parte dei polacchi, combinando così nella stessa vita i colori della Sicilia e le disrese ghiacciate della grande Russia.

Ci fu chi lasciò la camicia rossa per la tonaca, come il salesiano Fagnano, che da missionario si spinse fino alla Terra dei Fuoco e fu testimone del massacro degli indios

E ci fu chi finì in galera o in manicomio.

Con la storia che si impara a scuola è sempre così, conta la data dell'evento, la battaglia, l'impresa. Poi cala il buio sugli uomini e vai a sapere come andò a finire. Cosa se ne sa dei Mille dopo i Mille? Cosa se ne sa delle mille storie che a un incrocio della Storia divennero i Mille? Cosa successe dopo?

Dice Giorgio Boatti su Tuttolibri, presentando La lunga notte dei Mille di Paolo Brogi (Aliberti editore):

Della primavera dei Mille, anzi dei 1089 che sbarcarono con Garibaldi a Marsala nel maggio 1860, si conosceva tutto o quasi. Prima che Paolo Brogi scrivesse La lunga notte dei Mille, ben poco si sapeva del loro autunno

E ben vengano i libri che gettano uno sguardo oltre, ritessendo il filo delle storie individuali dopo che si è consumato il grande appuntamento con la Storia.

lunedì 2 agosto 2010

La Siberia e quel piccolo grande uomo della taiga

Ieri sera - una domenica molto pigra, lo so - mi è capitato di vedere in televisione qualche immagine della Siberia. Così è stato più che naturale ripensare a un piccolo grande abitante della Siberia protagonista di un film straordinario, che io identifico spesso con quella sterminata terra. Di lui parlo in questo brano, tratto da Caduti dal Muro, scritto per Vallecchi con Tito Barbini.


Questa la tua Siberia. E la mia?
La mia è essenzialmente un film di una trentina di anni fa, opera del grandissimo regista giapponese Akira Kurosawa, che mi è entrato nel cuore e non l’ha più abbandonato.
Titolo impenetrabile come una formula alchemica: “Dersu Uzala”. Che poi è il nome di un uomo delle praterie, un cacciatore della taiga.
Siamo ai primi del Novecento, allo stesso modo dei “visi pallidi” nelle praterie americane, i russi si stanno spingendo avanti. Verso est, e non verso ovest, ma questo poco importa. Hanno i soliti metodi brutali di ogni civiltà che si sente superiore, tanto superiore da poter avanzare senza guardare che cosa le rimane tra i piedi.
I russi travolgono e cancellano i popoli che da sempre vivono in Siberia. Cercano metalli preziosi e intanto fanno fortuna con le pelli degli ermellini e degli altri animali dalla taiga.
Dersu Uzala si trova ad accompagnare due spedizioni scientifiche, a distanza di qualche anno l’una dall’altra. I russi, e soprattutto il loro comandante, il dottor Arseniev, sono conquistati da quel “piccolo grande uomo”. Ne ammirano l’incredibile capacità di orientamento e l’infallibilità nel tiro, ma a incantarli sono soprattutto la semplicità, la taciturna dolcezza, la singolare forza d’animo.
Dersu Uzala è un figlio della taiga, un figlio che non ha voltato le spalle a chi gli ha dato la vita. E la sua vita ha qualcosa del respiro universale: Dersu Uzala in realtà è la taiga, appartiene alla taiga.
Dopo la seconda spedizione il dottor Arseniev decide di portarselo con sé in città. L’uomo delle praterie non può più vivere da solo, la taiga è cambiata, lui stesso è cambiato: i suoi occhi sono ormai troppo deboli, per cacciare, per difendersi. E’ un suo amico: vivrà con lui, assieme alla sua famiglia.
Però la vita di città non fa per lui. Dersu Uzala  trascorre le sue giornate a intristirsi davanti a un camino acceso. No, non fa per lui quella prigione dorata.
Tornerà alla sua taiga, ai suoi spazi sconfinati, alla sua libertà di nomade. Tornerà per farsi ammazzare, fragile vecchio che del mondo intravede ormai solo ombre. E non lo vedi, ma l’ultimo suo istante te lo immagini consegnato a un sorriso lieve e alla gratitudine di una preghiera. 
Dersu Uzala: una storia vera. Una storia che non mi aspettavo. Una storia di libertà che, mi pare, ci aiuta a comprendere che non ci sono terre più o meno buone, siamo solo noi a illuminarle o a stendervi ombra con la nostra vita, noi a farne qualcosa di simile a un paradiso o a un inferno.
Perché anche la Siberia è, potrebbe essere, un buon luogo da abitare. Perché no?

lunedì 10 maggio 2010

Odessa e la pagine perse di Isaac Babel


Odessa è molte cose, naturalmente. In primo luogo un nome che evoca un fascino lontano, qualcosa di esotico, direi, se poi non fossimo abituati a localizzare i luoghi dell’esotico in qualche altro angolo del pianeta.

Odessa è un crogiuolo di popoli affacciato sull’immensità asiatica, è la culla di un cosmopolitismo per predilezione, prima ancora che per vocazione, è la memoria della vecchia Russia bianca che guardava all’Europa, con i tè all’aperto e le dame con le crinoline, è il porto da cui salpavano le navi cariche di cereali con i suoi rudi lavoratori, avvezzi alla fatica e alla vodka. Le terme frequentate dall’aristocrazia e il sogno del riscatto sociale.

Isaac Babel, figlio di Odessa, quel sogno se lo fece suo per intero e prima ancora che scrittore fu militante bolscevico. Negli anni eroici della rivoluzione prestò servizio nel controspionaggio, lavorò come traduttore per la Cheka – cioè per la polizia politica istituita da Lenin – e si occupò della requisizione dei viveri. Nel 1920, quando ancora infuriava la guerra civile fu assegnato all’armata a cavallo che provò a esportare la rivoluzione fuori dalla Russia e arrivò fin quasi a Varsavia, per essere poi ricacciata indietro.

Da questa esperienza venne fuori il suo capolavoro, L’armata a cavallo, appunto. Oggi è giustamente considerato uno dei libri imprescindibili del Novecento, ma allora la pubblicazione gli costò cara. C’era troppa verità, nella guerra che raccontava, ovvero troppa brutalità.

Altro che romanticismo rivoluzionario, ideali che volano alto: nelle sue pagine c’erano lo sporco e il sudore, i corpi sbudellati e i rivoli di sangue, la ferocia gratuita e la follia dei comandi.

Si fece molti nemici, il povero Babel, ma dopo fu assai peggio. Arrivò Stalin, arrivo il plumbeo terrore degli anni Trenta. Gli orrori della guerra lasciarono il campo agli orrori di una collettivizzazione di un regime che aveva tradito se stesso.

Babel si distaccò ogni giorno di più dalla vita pubblica e dalla speranza che l’aveva animato negli anni precedenti. Ma questo ritrarsi non bastò a procurargli la quiete. Cominciarono a criticarlo per il suo “estetismo”. E’ un’accusa che oggi potremmo prendere per un complimento e in ogni caso accogliere come un legittimo esercizio di critica letteraria. Ma in Unione Sovietica, in quegli anni, essere bollati come “esteti” non era lieve: entravi di diritto nella poco raccomandabile schiera dei borghesi decadenti e irredimibili.

Nel 1934, al primo congresso dell’Unione degli scrittori sovietici Babel si strappò dalla bocca parole pesanti. Stava diventando il “maestro di un nuovo genere letterario”, proclamò: il “genere del silenzio”.

Poi ci volle poco perché tutto precipitasse.

“Ora verranno a cercarmi”, scrisse dopo la morte di Maksim Gorkij, lo scrittore nelle grazie del regime che finora era riuscito a proteggerlo. E così fu. Babel venne arrestato nella sua casa di campagna, portato alla Lubianka, processato, condannato.

Lo fucilarono agli inizi del 1940, anche se ufficialmente lo si disse morto in un campo di prigionia in Siberia: la vedova ci mise 15 anni per scoprire la verità

Dopo la morte di Stalin venne completamente riabilitato: per quanto potesse significare, a quel punto. Quanto ai suoi manoscritti, sequestrati dalla polizia segreta, non vennero mai più restituiti.

Che cosa c’era tra quelle carte? Qualche altro capolavoro?

Nessuno, temo, ci potrà più rispondere. Però una cosa è sicura: è solo un potere criminale, quello che ruba le vite, e con le vite la bellezza della vita, quella bellezza che emerge anche da una pagina scritta.

E pure questi sono crimini contro l’umanità.

(da Caduti dal Muro, scritto con Tito Barbini, Vallecchi editore)

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