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mercoledì 15 luglio 2015

Il viaggio di Saramago nel suo Portogallo


Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono, afferma il grande Josè Saramago e lo dice proprio al momento dei saluti, dopo un viaggio lungo 500 pagine, come a dire: non è finita.

Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio.  Sempre. Il viaggiatore ritorna subito. 

Dice anche questo, subito dopo. Anzi, sono proprio queste le ultime parole del suo Viaggio in Portogallo.

Ci ha preso per mano, Josè Saramago, e non ci ha più mollato. Ci ha spinto a varcare la frontiera con la Spagna, in un posto che difficilmente troveremmo sulla carta. Poi ci ha fatto posto in macchina, per vagabondare tra paesi di contadini chiese dimenticate, piazzette abbellite dagli azulejos. Non si è stancato di mostrarci un paese allo stesso tempo sospeso nel tempo e segnato dal tempo, che profuma di montagna e di oceano.

Ci ha quasi stancato, Josè Saramago: non è che l'ha tirata troppo per le lunghe? E com'è che ci racconta tutto in terza persona - attribuendo tutto a un viaggiatore senza nome ma che è ovvio che è lui stesso?

Sarà davvero che è il viaggiatore e non il viaggio che finisce. Sarà che finisce perché il viaggiatore non è mai lo stesso. Cambia con il viaggio. Con lo sguardo che ogni volta è diverso. Con il paese che non è mai lo stesso, anche se per qualche scherzo del destino, porta lo stesso nome.

Questo Portogallo che sarà un altro Portogallo. Prima o poi anche il mio Portogallo. 

martedì 28 febbraio 2012

Saramago e il silenzio da cui nascono le parole

Quanto è importante usare con parsimonia le parole. E usarle con la giusta sobrietà, che per la pagina scritta vuol dire, per esempio, anche contenere quell'epidemia di maiuscole che alle parole fa tanto male.

Su tutto questo ci ha ben consigliato il grande scrittore Josè Saramago, suggerendoci, a mali estremi, la cura definitiva del silenzio.

Il silenzio, per sua definizione, è ciò che non si ode. Il silenzio ascolta, analizza, osserva, pondera e valuta. Il silenzio è fecondo. Il silenzio è la terra scura e fertile, l'humus dell'essere, la muta melodia sotto la luce solare. Su di esso cadono le parole. Tutte le parole. Parole buone e parole cattive. Il grano e la zizzania. Però solo il grano dà il pane.

Così dice Saramago e sono assolutamente d'accordo. In genere le cose si dicono meglio per sottrazione, non per accumulo.

Le parole sono seme che cade nel solco arato del silenzio. Ed è vero: se sono buone parole da esse cresce il grano che dà il pane.

Aggiungo: anche dopo, il silenzio serve, perchè è il lievito delle parole.

Non ci sarebbe discorso, senza il silenzio. Così come non ci sarebbe musica senza le pause.

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