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giovedì 14 maggio 2020

I Balcani sono le sue storie

Già, dove iniziano e dove finiscono i Balcani? Comprendono anche la Turchia europea? E che dire di Trieste? 

Potremmo cominciare e non smettere più con domande così, mescolando geografia e storia, rovesciando le complicazioni dell'una sull'altra e viceversa. Sì, non smettere più se non per stanchezza. Per rimanere con un pugno di mosche. 

I Balcani, figurarsi. Tutti più o meno sappiamo ritrovarli su una carta geografica, tranne poi confondersi o lasciarsi sorprendere. Per dire, il sottoscritto ha sempre fatto fatica a rammentarsi che per questa terra non esiste solo su un mare, che dall'altra parte ce n'è un altro non meno intrigante e difficile, anzi. L'Adriatico ma anche il Mar Nero.

Questo per quanto mi riguarda. E sempre per quanto mi riguarda ho tratto conforto e piacere dalla lettura di Dove iniziano i Balcani di Francesca Cosi ed Alessandra Repossi (Ediciclo): due viaggiatrici che da tempo ci portano nel mondo attraverso le storie di viaggio e la buona letteratura.

E' un bel libro, Dove iniziano i Balcani, col titolo senza punto interrogativo, tanto non ce n'è bisogno, tanto la domanda sarebbe piuttosto un'altra: non dove cominciano, ma cosa sono i Balcani.

L'Altro che ci è vicino, l'Oriente sotto casa: così sfuggente che pare una farfalla che si sottrae continuamente al nostro retino e quasi si prende gioco di noi.  

Meglio le storie dunque: si tratti della fortuna turistica di Bled come di Joyce a spasso per Pola, delle ville come delle isole galera di Tito, degli spiedini di carne onnipresenti come delle tracce lasciate da Danilo Kiš, autore che ci dovremmo tutti tenerci stretto, delle città inventate dal regista Kusturica come dei tormenti di Sarajevo, dei gatti del Montenegro come delle folle di Medjugorje....

Nessuna somma da tirare alla fine, nessuna vera conclusione. Tanto le storie bastano a se stesse. Non ne usciremo con confini più chiari, piuttosto con un diverso senso di prossimità. Ed è di gran lunga meglio così. 

  

lunedì 3 giugno 2019

Cercando il selvatico a Trieste

Il luogo di cui vorrei parlarti è una città e non lo è. E' qualcosa che sta sul limite tra centro e periferia, periferia e bosco, bosco e foresta, Italia e Slovenia e Slovenia e Croazia,  Ovest e Est, tra domestico e ignoto. Ti ci porterò, però pazienta.

Comincia così, come con un cenno di intesa prima dei passi da fare in compagnia, prima delle storie che viene bene raccontare seduti intorno a un tavolo, sollecitate magari da uno di quei rossi aspri del Carso. Perchè non è un saggio, Trieste Selvatica, l'ultimo libro di Luigi Nacci (per la collana Contromano di Laterza). Non è nemmeno una delle tante guide più o meno emozionali, più o meno letterarie, scritte su una città che in questo modo ha affollato gli scaffali delle librerie.

E certo ci sono i fantasmi di Umberto Saba e James Joyce, certo  ci sono i ricordi del porto asburgico e della Grande Guerra, di Sissi e dei caffè storici. Ma Luigi è prima di tutto un viandante irrequieto e curioso, che sa mettere insieme le biblioteche e i sentieri, che si lascia tentare dai dettagli e dai margini.

Questo libro è come lui, divagazione e attrazione, vagabondaggio e rivelazione. E lui ci accompagna davvero dentro una Trieste che è la sua Trieste ma che è anche una città che tutti noi possiamo provare ad abitare poeticamente.

Soprattutto là dove passano in secondo piano liturgie e maniere da signori, vezzi da salotto e discussioni di notabili. Meglio inoltrarsi tra vicoli e bordelli, respirare l'aria delle osterie, intrecciare chiacchiere di vino e parole smarrite, mescolarsi al sudore e ai canti. Cercare il selvatico, appunto, nella città che per noi non triestini rimane condensato della Mitteleuropa, nostalgia di una Vienna in minore. Noi che abbiamo per la testa Miramare, piuttosto che i vecchi moli e le fabbriche. 

Quel selvatico che ancora di più cinge Trieste da ogni lato, per fare città di terra di una città protesa nel mare, macchia mediterranea e anticipazione di Alpi, oltre le gru e le ciminiere.

Trieste che non è più Trieste senza il Carso, con le sue storie di confine, i suoi popoli - su tutti il mistero dei Cici - i suoi orsi.



lunedì 5 settembre 2016

Trieste, Livorno, Taranto, il viaggio mediterraneo che non ti aspetti

Ecco, questi sono i viaggi che mi piacciono: non stanno nel catalogo di un tour-operator, non appartengono alla categoria dell'almeno una volta nella vita, non sono nemmeno il facile suggerimento di una guida o di una carta. Nascono piuttosto dal cuore del viaggiatore, dalla sua capacità di immaginarsi un itinerario, dal suo desiderio di mettersi in movimento e di cercare, attraverso il movimento, connessioni e suggestioni. In genere una buona lettura aiuta più di un titolo di viaggio.

E dunque, questi sono i viaggi che mi piacciono, ma soprattutto questo è il modo in cui mi piace che i viaggi siano raccontati: con intelligenza e garbo, con la capacità di trasformare un diario in una storia, di divagare, di assecondare la curiosità.

Tutto questo c'è in Città nascoste. Trieste Livorno Taranto di Paolo Merlini e Maurizio Silvestri, uscito per Exòrma, libro che mi ha colto di sorpresa, su cui non avevo messo gli occhi e che forse non mi sarei mai portato a casa senza un buon suggerimento. Ma come, un libro su queste tre città? Che viaggio è? E qual è il filo che può tenere tutto?

Fili, in realtà ce ne sono in abbondanza, come spiega anche Alessandro Leongrande – l'autore de La frontiera – nella sua prefazione. Perché Trieste, Livorno e Taranto sono tre città di mare, che del mare hanno assorbito – accanto a poche altre città adriatiche, ioniche, tirreniche – la fluidità, l'instabilità, l'intima tolleranza, gli odori, la brezza, la luce.

Città mediterranee, certo, che hanno tratto linfa e anima più dal porto che dalla terra alle spalle. Ma anche città con un Novecento complesso alle spalle e una scommessa sulla grande industria che doveva essere il futuro e che invece oggi gronda di passato.

Si aggirano per queste tre città, gli autori, ne colgono gli umori e i sapori. Bazzicano osterie, caffè, librerie sorprendenti. Registrano le battute dissacranti e surreali di chi ne ha già viste molte e molte ne vedrà. Si concedono volentieri cacciucco, vini del Carso e cozze. Saltano su vecchi tram, perdono tempo tra le bancarelle dei mercati e sui moli degli arrivi e delle partenze. Ragionano di chansonnier maledetti e di gente che sta rendendo migliori i quartieri che sembravano spacciati.

Quante cose ci sono, dentro questo libro. Allo stesso modo della zuppa di mare che, con nomi diversi, ti imbandiscono in ogni scalo del Mediterraneo: tutto si può adoperare, tutto si mescola e conferisce un nuovo gusto. E non c'è dettaglio marginale, non c'è incontro di sfuggita, non c'è scampolo di storia che non faccia al caso.

martedì 30 agosto 2016

Il mare che bagna i pensieri, attraverso l'Europa

Senza la differenza fra prossimo ed estraneo, fra appartenenza e non appartenenza, non sarei mai diventata una scrittrice.

Si racconta così, Ilma Rakusa, donna nata in Slovacchia da padre sloveno e madre ungherese, una famiglia con le valigie sempre pronte per assecondare le onde dei destini collettivi e le opportunità - più spesso le necessità - della vita. Senza questo continuo spostarsi, senza questo incessante sradicarsi che in realtà significa mettere radici in un mondo più vasto, oggi non avremmo il suo sguardo, la sua parola capace di imbrigliarci in una rete di emozioni e pensieri.

Il mare che bagna i pensieri, uscito per Sellerio, è un libro potente, un'autentica rivelazione: il libro che non mi aspettavo. Non un saggio, piuttosto un memoir, piuttosto un mosaico di storie, ricordi, scene di vari tempi della vita, cui corrispondono le tessere di una geografia che è anche emotiva.

Dalla Slovacchia alla Svizzera, da Budapest a Trieste, quante frontiere varcate, quante case abitate, quanti cambiamenti. Passaggi della memoria, una bambina che si fa adulta, la storia che si incrocia con il lessico e le abitudini di una famiglia. Un filo narrativo per sbrogliare tutta la matassa, quello della nostalgia. Nostalgia che prova a recuperare ciò che si era, ma anche nostalgia dell'Europa, nostalgia delle tante patrie, dei luoghi diversi e uniti da una storia individuale e collettiva.

Bambole di pezza, primi baci, zii lontani, da una parte. Dall'altra il grande fiume della storia. E a tenere tutto il miracolo della scrittura.

martedì 16 agosto 2016

Cimiteri, parole, treni: la Bosnia di Azra è di tutti

E dunque, in primo luogo mi viene da ringraziare la casa editrice - la Spartaco di Santa Maria Capua Vetere - che ha proposto questo piccolo grande libro: ennesima conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, che un'editoria piccola ma coraggiosa ci fa respirare l'aria di un mondo più vasto. In secondo luogo mi viene da ringraziare il libraio di una delle mie librerie predilette - l'Ora Blu di Firenze - che questo libro me l'ha messo tra le mani con la più incoraggiante delle frasi: prova a leggerlo, non te ne pentirai. In terzo luogo, mi viene da ringraziare l'autrice, Azra Nuhefendic, che con il suo Le stelle che stanno giù, mi ha dimostrato che c'è ancora spazio per una scrittura che sa insieme essere testimonianza, reportage, denuncia, narrazione elegante e partecipata.

Azra è una giornalista bosniaca musulmana, che ai tempi ha lavorato per la tv di Belgrado e oggi vive a Trieste. Nelle sue cronache - ma è riduttivo chiamare cronache, quasi fossero lavori destinati al consumo di un giorno - ci racconta la Jugoslavia - il paese che c'era prima - e quindi la Bosnia Erzegovina nel mezzo dell'orrore sopportato anche in prima persona. Ciò che è successo, come le cose sono cominciate e cosa ne è disceso, perché una guerra non si conclude mai solo con il cessate il fuoco.

Azra cerca ragioni, indaga sugli scheletri negli armadi, insegue parabole di vita, si interroga prima di tutto su ciò che è stato della sua vita, al crocevia come una delle grandi tragedie del Novecento.  Riepiloga terribili nefandezze, ma sa anche commuovere con giganteschi lampi di umanità, raccontando per esempio di quei "nemici" serbi, che nei giorni più duri, l'hanno nascosta, protetta, sfamata (un popolo è sempre al plurale, ci sono volti, nomi, storie, persone come un vicino di casa che ti può consegnare oppure salvare). 

Parla di cimiteri che ora dividono le comunità anche da morti, in un paese dove prima era comune accendere una candela per un'icona ortodossa, passare da una chiesa cattolica e poi condividere una preghiera con i musulmani. Parla di una lingua che prima era uguale per tutti e ora è il croato per i croati, il serbo per i serbi, il montenegrino per i montenegrini, il bosniaco per i bosniaci, con i linguisti al servizio dei nazionalisti per inventarsi ridicoli neologismi e gli interpreti chiamati per i primi incontri ufficiali dopo la guerra. Parla del treno tra Sarajevo e Belgrado che per diciott'anni non c'è più stato e delle altre linee, delle altre strade che sono state interrotte - Ci costringevano a stare in territori sempre più piccoli, dentro confini sempre più stretti, a non muoverci, a interrompere i contatti non solo fisici ma anche mentali, finché la rottura non fu completa, fino a che l’isolamento non si trasformò in assedio - non senza rammentare con nostalgia i treni della vecchia Jugoslavia socialista, che i giovani della sua generazione prendevano d'estate, per andare al sud, al mare: affollati, lenti, arroventati dal sole, ma anche carichi di un'idea di futuro che doveva essere per forza diverso.

Cimiteri, parole, treni: quante cose in questo libro. Quanti campanelli d'allarme da far funzionare, sempre e comunque. Quanta umanità di cui far tesoro in un mondo che non ha smesso di essere difficile. 

venerdì 20 novembre 2015

Trieste e i nomi che nascondono una storia

Per qualcuno è un capolavoro assoluto, altri non si sono comunque sottratti al suo fascino, scorbutico ma potente. Certamente è un romanzo - anzi, come recita il sottotitolo, un romanzo documentario - che non può lasciare indifferenti: ti afferra per le viscere e ti lascia tramortito, infliggendoti domande e inquietudini. Libro importante, Trieste della scrittrice croata Daša Drndić (Bompiani). Libro dal titolo fuorviante, perchè uno si aspetta qualcosa alla Claudio Magris, bora e caffè mitteleuropei, invece con la prima pagina sei già dentro il tunnel dell'orrore del Novecento.

Si comincia con Haya, donna che ha molto vissuto, non solo per gli anni. Donna sola, alle prese con il suo carico di memorie nella sua vecchia casa di Gorizia. Sembra di vederla, alle prese con quella cesta rossa, ricolma di foto, lettere, ritagli di giornali: una vita che ha attraversato la Storia con i suoi immensi misfatti, dai macelli della Grande Guerra alle persecuzioni razziali.

Ed è anche la storia della sua famiglia, la storia di un figlio che le è stato sottratto, a poco più di un anno di vita. Di lui non ha saputo più niente: chissà se è scomparso in un lager, chissà se è ancora vivo. Haya è dovuta arrivare al limitare della sua, di vite, prima che qualche indizio lo riportasse al figlio. E ora quel figlio non è più un'ombra. E' un uomo che prova a sciogliere il mistero della sua vita, l'incredibile destino che l'ha fatto discendere da un'ebrea triestina e da un criminale nazista, non uno qualunque, perdipiù, ma il comandante di Treblinka.

Storia importante, storia come un pugno allo stomaco. Storia in cui la voce della verità grida forte, si parli delle mattanze alla risiera di San Sabba come dei progetti nazisti per la purezza ariana. Libro che, per dare voce alla verità, si spinge fino a riportare, nel bel mezzo della sua storia, tutti i nomi dei novemila ebrei morti nel lager.

Sembra il puntiglio dell'archivista. E invece no, è il coraggio della scrittura consapevole che dietro ogni nome si nasconde una storia. E che ogni nome è importante.  

domenica 7 giugno 2015

La pianura dove si levano ancora le ombre della guerra

Sono le terre che a differenza degli uomini non hanno dimenticato, mescolate come sono alle ossa e segnate da troppe agonie. Sono le ombre di chi ha perso la vita e ancora non ha trovato riposo. Sono i confini che la storia ha fatto e disfatto, crimine dopo crimine, tragedia dopo tragedia, senza che una voce sia riuscita a levarsi netta sopra le altre: ma perché tutto questo?

Si può partire da un sacrario di caduti in guerra in cui mancano gli altri morti, quelli che non si capisce perché abbiano combattuto dall'altra parte. Oppure dalla foto di un nonno che non si è mai conosciuto, se non per i ricordi trasmessi di bocca in bocca, e la cui parabola di vita non si allinea a ciò che ci hanno insegnato i manuali a scuola.

E' così che si può partire per un viaggio che è insieme nel tempo e nello spazio, in ciò che ci appartiene di più intimo e nelle enormi distese della pianura che a Oriente si allarga verso l'Asia. Un viaggio che ha il profumo della malinconia  ma anche della cosa ben fatta, secondo giustizia.

Vorrei saper adoperare le mie migliori parole per Come cavalli che dormono in piedi di Paolo Rumiz (Feltrinelli), perché sarebbero comunque meritate per quello che ritengo un grande libro sulla guerra e un grande libro di viaggio.

E c'è Trieste, la città di mare che aveva tutto un impero dietro e che ora ha perso anche i treni in grado di collegarla convenientemente con città con cui ha condiviso la storia. Ci sono i triestini che nella Grande Guerra hanno combattuto di là, al servizio di Vienna e del suo imperatore, per ritrovarsi poi senza niente in mano, sudditi di un altro paese che li ha presi come traditori e che, se morti,  non ha accolto le loro spoglie. E ci sono le molte storie di questi soldati per cui la guerra non fu il Carso o il Monte Grappa, ma il fronte orientale battuto dai cosacchi e da altri rovesci della storia.

Sono queste storie che Rumiz va a inseguire, in uno splendido viaggio in quella che allora era la Galizia (regione che oggi non sapremmo collocare nella carta geografica, parte di quel mito che è l'impero asburgico), tra la Polonia e Ucraina. Tra conti tra regolare con il passato e un presente che tutto sembra piuttosto che un allievo che ha inteso la lezione. 

Interrogativi di ieri e di oggi. Boschi e colline che ancora esigono i nostri passi. E la voce che si fa poesia, canto notturno, invocazione, sogno. Da leggere, assolutamente. 

sabato 4 maggio 2013

La Trieste di Saba, come la mia città

Ho attraversata tutta la città.
Poi ho salita un'erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.
 
Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all'ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l'ultima, s'aggrappa.
 
Intorno
circola ad ogni cosa
un'aria strana, un'aria tormentosa,
l'aria natia.
La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.
 
(Umberto Saba, Trieste, dalla raccolta Trieste e una donna)

mercoledì 13 febbraio 2013

Nel lager, tra i turisti di oggi e le ferite di ieri

Lo ammetto, non riesco ad accettare fino in fondo l'idea che questo posto di montagna, cardine del mio mondo interiore, sia visitabile da chiunque; e soffro anche un po' di gelosia: non soltanto perché oggi occhi estranei percorrono uno scenario che fu testimone della nostra anonima prigionia, ma anche perché questi sguardi curiosi (ne sono assolutamente certo) non potranno mai penetrare nell'abisso di abiezione in cui fu gettata la nostra fiducia nella dignità umana e nella libertà personale.

E' una domenica pomeriggio, molto tempo che tutto è successo: lo stesso attacco di un altro grandissimo libro della memoria, Il giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassani: sarà che abbiamo bisogno di questo tipo di sguardo, dalla quiete del dopo, per provare a capire cosa significa ricordare.

Boris Pahor, sloveno di Trieste, ripercorre la strada che lo porta al luogo che un tempo fu il suo lager; si mescola, lui sopravvissuto, ai turisti della memoria che scendono dai pullmann e scattano foto; comincia ad avvertire strane sensazioni, al cospetto di quegli estranei, come se di nuovo indossasse la giubba a strisce e gli zoccoli del campo di concentramento; e forse nemmeno lui saprà raccontare fino in fondo l'orrore - lui che la sorte ha voluto tra i "salvati" e non tra i "sommersi", per dirla con Primo Levi - ma intanto ricorda e racconta.

Libro di enorme dolore, libro non facile, Necropoli di Boris Pahor (Fazi editore). Libro sospeso tra diversi tempi, il presente dei turisti e il passato dei deportati. Libro che per noi italiani è quasi doveroso, per non archiviare le responsabilità del fascismo anche nella persecuzione della minoranza slovena.

Racconta Luigi Magris nell'introduzione che anche lui ha scoperto relativamente tardi Pahor, questo critico e appassionato cantore della mia e della sua Trieste. Distrazione e rimozione di uomini e donne che, con un'altra lingua, hanno reso ricca e vitale questa città che è la quintessenza della Mitteleuropa.

Da leggere due volte, Necropoli, non fosse che a dispetto di tutto quanto racconta è un regalo al domani. E nelle parole di Magris:

Perfino in quella necropoli tale resistenza umana è una speranza.

lunedì 7 novembre 2011

Trieste è un'altra, Trieste è dentro di noi

Trieste, quante cose che è per me Trieste, anche se non conosco bene Trieste, anche se in tutta la mia vita ci sarò stato solo una manciata di giorni. I palazzi degli Asburgo e le poesie di Umberto Saba, le maglie della Triestina e i traffici dei container, Italo Svevo e Claudio Magris, gli scacchi al Caffé San Marco e la frontiera che c'è stata, che non c'è più, che forse c'è ancora.... quante cose che è Trieste, centro e periferia, mare e cuore d'Europa, luogo dell'anima  e nostalgia....

Trieste è anche qualcosa di indefinibile, sfuggente, che forse ha a che vedere con il tempo, con la storia, anzi con la Storia, quella con la esse maiuscola, solo che è uno sbaglio, quella Esse maiuscola, perché poi il fiume degli eventi si spezza in mille rivoli, traccia i corsi delle singole vite, le segna e le porta via.

Forse è davvero il tempo che trascorre, a fare Trieste di Trieste. E per me, fiorentino, non è facile capirla, io che abito una città dal passato grande e statico. A Trieste, mi sa, il tempo si manifesta davvero come quel fiume, che passa e si lascia i suoi detriti.

Difficile capirla, ma poi per fortuna ti arriva tra le mani un libro come Trieste è un'altra di Pietro Spirito, giornalista e scrittore che Trieste la ama e la sa raccontare. Non un libro di storia, non una guida - non per caso è l'ultimo titolo della collana Le non guide di Mauro Pagliai - piuttosto un reportage, piuttosto un viaggio nella città e nel suo universo, una peregrinazione, una scommessa.

Una giornata errabonda in motocicletta, toccando i luoghi silenziosi e nascosti che possono svelare l'enigma Trieste. Chilometri e curiosità. L'itinerario di un Ulisse - più nel senso di James Joyce, per l'appunto triestino per elezione, che di Omero - di un Ulisse che cerca di restituire il tempo alla sua città.  E nessuna delle cose che vi suggerirà l'Azienda di promozione turistica: magazzini dello scalo marittimo, invece, valichi di confine, negozi all'ingrosso, stazioni ferroviarie abbandonate...

Eppure ogni tessera va al suo posto, la mappa si ricompone, il segreto rimane, ma come un amico che ti fa compagnia.

Bello, sorprendente questo libro di Pietro Spirito. Buono per chi Trieste non la conosce e forse non la conoscerà mai. Tanto Trieste è già orizzonte che si schiude, davanti a chiunque non si neghi al tempo e alle sue storie.

venerdì 19 novembre 2010

La leggenda dell'uomo che inventò il libro perfetto

Perché devo sempre scrivere io su questo blog, quando c'è chi scrive cose bellissime e racconta storie di libri  che arrivano dritte al cuore e non lo mollano? Leggete questa storia, che ci regala (pensate, su Facebook) l'amico Francesco Panaro. Bellissima.

Staccate la spina dell’abat-jour, spegnete tutti gli ordigni, accostate le imposte delle finestre e se avete un lumino ad olio accendetelo, sedetevi davanti a questo moderno leggio: questa è la leggenda dell’uomo che amava i suoi non scritti libri e che inventò per gli altri il libro perfetto. Un uomo nato a Trieste nel 1902 e morto a Milano nel 1965. Questa è la storia annunciata pochi giorni fa,  la storia dell’altra mia vita sbiadita in questa. Prima di iniziare a raccontare la leggenda di Roberto Bobi  Bazlen  –  editor silenzioso che stava in punta di piedi, che guidava la mano, la scrittura della miglior parte del Novecento  –  lasciatemi ritornare solo per un attimo ai giorni nostri, lasciatemi dire cosa è necessario più di tutto oggi, lasciatemi sussurrare che non è indispensabile scrivere libri, romanzi per primi e tutta la compagnia stampante poi. Niente, nulla è più importante in questo tempo. Non sono necessari tutti quegli obelischi, quelle colonne di scienza che si vedono in ordine nelle patinate librerie…

Ero questo a diciotto anni e lo sono ancor oggi, meno radicale di Bobi: non pubblicare prima di sessant’anni, prima di quell’età non si può avere niente di importante da dire. La maggior parte degli scrittori, dei filosofi, dei critici e di eminenti cialtroni smentiscono, rinnegano, contraddicono se stessi anche prima dei sessanta. Non c’è solo il rumore di televisione e giornali in giro, c’è anche troppo rumore di carta stampata: tutti hanno da dire qualcosa – forse perché fare lo scrittore o il giornalista è meglio che lavorare – nella maggior parte dei casi sono ovvietà, inutilità: poesie, romanzi, racconti, parabole, consigli a mano larga per tutti. Naturalmente non bisognerebbe inibire solo il poeta, lo scrittore o il filosofo che bolle dentro se stessi, ma anche quello di tanti altri: agite, fondate una squadra di fedeli servitori della letteratura che irrompe nello studio privato di questi dantealighieri  e  jamesjoyce, sequestrate penna, calamaio e carta vergata. Condannateli a non accendere più le polveri del loro fecondo pensiero! Ecco, questo ho pensato tutta la vita.

Eppure, eppure per buona parte del Novecento un altro ha agito allo stesso modo, anzi nella maniera più radicale che si conosca. Solo un taoista consapevole come lui – e un inconsapevole come me – poteva decidere che non avrebbe mai pubblicato niente in tutta la sua vita. E che non avrebbe mai scritto qualcosa in forma di libro. Vi direte, questo è il tipico caso della volpe e dell’uva, questo signore non ha pubblicato mai nulla perché gli editori non hanno voluto pubblicarlo. No, questo triestino era Roberto Bobi Bazlen, ragazzo, poi uomo, antica, silenziosa, vera leggenda sconosciuta, uno degli editor più importanti che l’Italia e il mondo editoriale abbia mai avuto. Ma pochi lo conoscono. Lui di libri suoi non ne ha mai pubblicati ma ha inventato il libro perfetto. 
Non fatevi prendere sottogamba da questo sconosciuto che pigia lettere su una tastiera di notebook per le pagine di Facebook da un luogo che non c’è, come un corsaro, con un occhiale scuro al posto della benda nera sull’occhio, che scrive storielle senza mercato per i propri amici. Questo sconosciuto signore non racconta romanzetti inventati, credetegli sulla parola: Bobi era il revisore segreto, molto segreto all’epoca, di Eugenio Montale e delle sue Occasioni. Montale di Bobi diceva, in maniera quasi distaccata, tipico del poeta, che era «una leggenda cartacea inattendibile, un maestro inascoltato, un confessore inconfessato». Nel dopoguerra si è battuto per la pubblicazione in Italia del pensiero di Nietzsche proprio quando l’Einaudi e buona parte di tutta l’intellighenzia  italiana lo temeva, censurandolo. Con l’aiuto economico della famiglia Zevi e di Roberto Olivetti costruì la casa editrice Adelphi a propria immagine e somiglianza. Mise in moto la pubblicazione di “Robinson Crusoe” di Defoe, le opere di Georg Büchenr, Niccolò Tommaseo, le novelle di Gottfried Keller, Kafka, Musil. Portò con sé il poco più che ventenne che poi sarebbe diventato per tutti Roberto Calasso.

Non starò qui a snocciolare il lungo rosario degli autori che ha portato in Italia e l’infinito archivio dei libri che aveva letto, Bobi Bazlen nel 1925 scrisse a Montale «…vorrei far scoppiare la bomba Svevo con molto fracasso», e così fu. Da noi tradusse e pubblicò per primo Freud. Bobi consigliava e sconsigliava. Non aveva amato il Gattopardo, ne sentiva l’odore di un colto e ricco  scrittore provinciale che voleva far sognare e cullare la borghesia. Non sopportava Vittorini un’antipatia ricambiata. Il film Ladri di biciclette lo aveva liquidato come «…punto più basso nel quale sia caduta l’Italia (…). Stalin è stato scambiato con De Amicis (…)». Aveva anche detto in proposito che persone che piangono per un film di quel genere non possono che ammalarsi di infleunza… E subito dopo Roma, pazza per quel film, fu invasa da una accidentale epidemia. Non scambiatelo per uno che ha lanciato invettive e sentenze gratuite.

I nomi e i titoli usciti in Italia sono veramente tanti, e Roberto Bobi  Bazlen vive in quegli autori. E se c’è poco o nulla di scritto da lui è stata una scelta forse estrema, l’incompiutezza, per pochi, è il punto di arrivo. Io credo che l'esistenza, anche nel nostro piccolo, debba avere le stesse parole che, si dice, ebbe Ljuba Blumenthal per il suo compagno Bobi, perdono per l'accostamento e l'appropriazione: «la sua vita erano le altre persone, quello che lui poteva capire di loro, o fargli capire (…). Lui non cercava di immaginarsi come fosse una persona, lui lo era. E quando ha scoperto  che era questo il suo posto, non ha potuto più scrivere. Aveva capito dove stava la sua forza, e stava nelle persone».

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