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domenica 23 ottobre 2011

Adriano Sofri, Gheddafi e lo scempio di Ettore

Non era Ettore caduto davanti le mura di Troia, sotto i colpi di Achille, e scempiato dagli altri Achei. E' tutt'altra storia, altra epoca, altra umanità. Ma sull'epilogo di Gheddafi, il raìs di Libia, c'è quel qualcosa di tremendamente antico che Adriano Sofri, sulla Repubblica di ieri, ha raccontato splendidamente. Questa non è sola storia del dittatore che con la sua brutalità chiama su di sé altra brutalità. C'è qualcosa che forse solo i greci, con le loro tragedie, hanno saputo portare alla luce, dalle zone più tenebrose del nostro essere uomini.

Gli dei e gli eroi se ne sono andati da tempo, coprendosi il viso, ma la scena è ancora quella. Gli umani sono ancora feroci e fanatici come nell'Iliade, come nella Bibbia. Sono antichi quanto e più di allora, ma hanno i telefonini. 

A distanza di minuti, avreste visto sul vostro schermo Ettore atterrato, e i vigliacchi trafiggerne e insultarne il cadavere, e Achille bucarne i calcagni e attaccarlo al suo pick-up. 

L'uomo è rimasto antiquato, o è pronto a ridiventarlo: e meraviglioso e tremendo è il corto circuito fra la sua antichità e i droni che gli volano sulla testa e colpiscono con esattezza e buttano in un tubo da topo il cacciatore mutato in preda e glielo mandano in mano, mani di prestidigitatori di kalashnikov e telefonini.


(Adriano Sofri: Kalashnikov e telefonini, lo scempio del branco)

giovedì 18 agosto 2011

Il dubbio del giornalista fa bene alla verità

E' molte cose insieme Lui non dette l'ordine (Edizioni Ets) di Giovanni Parlato, bravo giornalista del quotidiano Il Tirreno capace di coniugare rigore professionale e valori umani.

Molte cose davvero, e allora è meglio partire da ciò che non è, tanto per sgombrare subito il campo. Non è la ricostruzione di uno dei più grandi e controversi misteri del nostro Novecento, l'omicidio del commissario Calabresi. Non è la storia delle vicende giudiziari di Adriano Sofri (e con lui di Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani), accusato e poi condannato per quell'omicidio. E non è nemmeno un libro a tesi, semmai un libro che le tesi intende rimetterle in discussione.

Parlato parte da una sentenza, dalle porte di una prigione che si aprono, da un incontro in carcere con l'uomo che la giustizia ha appena giudicato colpevole. E' un cronista, inviato dal suo giornale. Ed è la verità quello che gli si chiede, ma proprio la verità è il suo problema.

Un'aula di tribunale, con tutte le sue carte e le sue procedure, ha affermato la sua verità. Però a volte basta uno sguardo, perchè le prime crepe si aprano.

Non li avevo mai visti prima. E la sensazione, a pelle, fu che queste tre persone fossero state condannate ingiustamente

Ecco, comincia così. Col dubbio che aiuta a rimettere in discussione e con la memoria che ci spinge a non chiudere le cose una volta per tutte.

E allora, prima ancora che su un caso - il caso Sofri - questo è un libro sulle grandi questioni che sono di tutti noi. Sulle verità troppo comode, sulla possibilità (e l'impossibilità) di giudicare, sui silenzi della storia, sulle parole che possono sottrarre la libertà e a volte anche restituirla.

Libro bello, quello di Giovanni Parlato. Libro che va abbondantemente oltre ogni aspettativa, che pagina dopo pagina sa appassionare come un romanzo, perché è così che succede, se ci si mette al servizio della verità (anzi, del dubbio che fa bene alla verità)  non solo per fame di titolo, per smania di scoop, ma piuttosto per quel fare bene le cose che è in primo luogo un impegno con noi stessi.

Perchè con noi, grazie a noi, domani il mondo sia un poco migliore di quanto lo sia stato fino a ieri.
 

domenica 28 novembre 2010

Quei ragazzi di un paese che trascura i poeti

Un paese di gente che ignora i suoi poeti, ma anche di studenti che per protestare salgono sui tetti ed esibiscono versi che tutti faremmo bene a non trascurare. Quante emozioni che mi ha destato la lettura sulla Repubblica di ieri dell'articolo di Adriano Sofri Quei ragazzi sul tetto di un paese senza poeti. Solo un pezzettino che parte dal ricordo di Elsa Morante ma che mi sembra abbia anche qualcosa a che vedere con quello che ho provato a trasmettere con Miss Uragano:

Al funerale di Pasolini, morto ammazzato dieci anni prima di lei, Alberto Moravia, che non era uomo di scalpori retorici, gridò: "Abbiamo perso prima di tutto un poeta, e di poeti non ce ne sono tanti nel mondo. Ne nascono tre o quattro soltanto, in un secolo". Il poeta dovrebbe essere sacro, protestò Moravia. Aveva ragione. Ora noi pronunciamo più spesso ma senza naturalezza il nome di Italia, come di qualcosa cui ci attacchiamo perché vogliono portarcela via. Presidiamo Risorgimenti mentre si tirano sassate intrepide al monumento di Garibaldi e di Mazzini, ospiti secolari di piccioni. Andiamo a vedere "Noi credevamo" perché abbiamo paura di non credere più, e ci interroghiamo sulla lingua del tempo presente perché l'hanno presa come si prende una ragazza da un marciapiede, e la si scaraventa giù a cose fatte davanti a un pronto soccorso.... 

Eppure questo paese storto che la geografia manda alla deriva nel suo mare come nelle domande trabocchetto appena rinverdite, dove Bari è più a nord di Napoli e Trieste è a ovest di Napoli, e la storia completa l'opera, è soprattutto affare di poeti. Come nel programma di terza, Dante e la canzone di Petrarca e Foscolo in Santa Croce e Leopardi in visita alla tomba di Tasso e le mura e gli archi vuotati di gloria, fino alle canzoni popolari e dei cantautori che ricantiamo senza badare più a che cosa dicono

lunedì 9 agosto 2010

Rileggere Cuore o Lord Jim per non voltare la testa

Dal pugile che a Milano massacra una donna - a caso, la prima che ha incontrato - senza che nessuno dei passanti muova un dito al massacro di Srebenica sotto gli occhi dei soldati olandesi che non fanno niente per proteggere gli inermi.

E noi, nell'uno e nell'altro caso cosa avremmo fatto? Ci chiediamo mai: cosa avremmo fatto se... ? Con quanta indifferenza, o piuttosto, con quanta paura, ci troveremmo a fare i conti?

Mi ha colpito quello che Adriano Sofri ha scritto ieri, sulle pagine di Repubblica. Mi hanno colpito soprattutto le ultime righe - che vi ripropongo qui sotto - in cui tra i tanti consigli che si potrebbero dare offre proprio questo: rimettere in mano ai ragazzi libri come Cuore o Lord Jim.

Solo effetto nostalgia? E se invece pagine come quelle di Edmondo de Amicis o di Joseph Conrad ci aiutassero a seminare di nuovo il senso della responsabilità e persino del coraggio?

A ciascuno di noi, specialmente se ha appena finito di commemorare Srebenica e di dedicare il suo sarcasmo a un ministero olandese, o di commentare l'orrenda storia dell'altroieri a Milano, vien fatto di chiedersi: che cosa avrei fatto se fossi stato un ufficiale olandese, un passante a Milano? E' la domanda che si fa chi legge Primo Levi, soprattutto se è un ragazzo e non è ancora indurito, la domanda per cui Primo Levi e altri che erano tornati da lì non vollero più vivere.
C'è una differenza fra le tante, i cinquant'anni che separano Auschwitz da Srebenica. Le cose infatti continuano a succedere. Si possono ascoltare molti consigli, e andare in palestra, e portare non so quale spray nella borsetta. Però non mi sembrerebbe inutile che i bambini e i ragazzi leggessero qualcosa che somigliasse al libro Cuore o a Lord Jim. O anche alla storia del giovane uomo maschio che si trovò a passare proprio nel punto in cui stavano per lapidare un'adultera.

mercoledì 4 agosto 2010

Elvira Sellerio, l'editore che ci mancherà

Ne sono sempre stato convinto, ma oggi lo sono ancora di più, con la consapevolezza che ti infligge il peso di una scomparsa a cui non ti eri preparato: ci sono libri che, necessariamente, non sono solo dei loro autori, che portano, indelebile, anche l'impronta dei loro editori.

Sempre che si tratti, è ovvio, di editori intelligenti, coraggiosi, innovativi. Che amano il loro lavoro, che sanno che i libri non sono solo dei prodotti da piazzare. Che difendono la loro impresa – uso questo termine per richiamare sia gli obblighi dell'economia che il senso dell'avventura – sicuri che in primo luogo si tratta di difendere un'identità.

I libri della Sellerio erano in realtà i libri di Elvira Sellerio. E oggi mi manca Elvira Sellerio, una donna che non ho mai incontrato di persona, ma che credo di aver conosciuto attraverso le sue scelte editoriali.

Proprio domenica scorsa, una domenica piacevolmente oziosa, ho indugiato a lungo su tutti i libri della Sellerio che anno dopo anno ho acquistato (sono fatto così, nella mia libreria i titoli sono ordinati per casa editrice). In particolare di quella fantastica, immensa, imprescindibile collana che è La memoria: quei piccoli grandi libriccini che sono una macchia di blu, con la carta vergata e la riproduzione di una pittura al centro della sovraccoperta. Una gioia solo a guardarli. 

E quello che c'è dentro poi, perché non è solo eleganza. Spesso con loro in libreria sono andato sulla fiducia, confidando sulla scoperta: un marchio di qualità.

Ed è in questo modo che nella mia vita sono entrati Gesualdo Bufalino e Andrea Camilleri, due nomi per andare sul sicuro, perché poi non si contano i viaggi che ho fatto grazie a queste pagine: sono stato alle Azzorre con Antonio Tabucchi e a Sarajevo con Adriano Sofri, sulla strada di Sintra con due autori portoghesi che mi sa oggi non dicono niente a nessuno e nell'antica Grecia con Aristotele che si improvvisa detective.

Domenica guardavo quell'esplosione di blu, due scaffali pieni. E mi sono detto: per loro devo trovare altro posto. 

E anche questo è un modo per essere grati.




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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...