Il giovane uomo urbano che ero diventato mi sembrava l'esatto contrario di quel ragazzo selvatico, così nacque in me il desiderio di andare a cercarlo. Non era tanto un bisogno di partire, quanto di tornare; non di scoprire una parte sconosciuta di me quanto di ritrovarne una antica e e profonda, che sentivo di avere perduto.
Succede a volte, succede di sentirsi in un vicolo cieco. Si gira a vuoto, ci si agita senza andare da nessuna parte. Succede anche allo scrittore che ha già scritto cose importanti, ma che ora contempla il foglio bianco: e magari non è il solito blocco dello scrittore.
La soluzione, allora, può essere di tornare a ciò che si era e, allo stesso tempo, al luogo in cui si era. Soprattutto se quel luogo è la montagna, con la sua perenne lezione di essenzialità.
Succede, ma non sempre a quanto succede si fa seguire la scelta giusta: si tratta di ritrovare, non di scoprire; di tornare, non di andare.
Paolo Cognetti un giorno abbandona la sua Milano per trasferirsi in una baita a duemila metri, raggiunta solo da una mulattiera. Si lascia dietro di sé comodità e delusioni, si abbandona a un altro tempo, si tuffa in una solitudine che non fa paura. Comincia ad ascoltarsi e il silenzio è un regalo. La matassa comincia a dipanarsi: e dentro le giornate cominciano a entrare fatiche che alleggeriscono il cuore - riuscirà a fare l'orto? - e altre persone, che nelle loro solitudini sanno recuperare il senso di una relazione.
Da tutto questo ecco un libro - Il ragazzo selvatico - che Terre di Mezzo ha rieditato ora, splendidamente illustrato da Alessandro Sanna. Io l'ho letto solo ora, pensare che precede, non solo cronologicamente, le Otto montagne con cui Cognetti ha vinto lo Strega.
Solo ora, ma ho l'intenzione di tenermelo stretto per un pezzo. E chissà che anch'io non riesca a ritrovare il ragazzo che un giorno sono stato.
Succede a volte, succede di sentirsi in un vicolo cieco. Si gira a vuoto, ci si agita senza andare da nessuna parte. Succede anche allo scrittore che ha già scritto cose importanti, ma che ora contempla il foglio bianco: e magari non è il solito blocco dello scrittore.
La soluzione, allora, può essere di tornare a ciò che si era e, allo stesso tempo, al luogo in cui si era. Soprattutto se quel luogo è la montagna, con la sua perenne lezione di essenzialità.
Succede, ma non sempre a quanto succede si fa seguire la scelta giusta: si tratta di ritrovare, non di scoprire; di tornare, non di andare.
Paolo Cognetti un giorno abbandona la sua Milano per trasferirsi in una baita a duemila metri, raggiunta solo da una mulattiera. Si lascia dietro di sé comodità e delusioni, si abbandona a un altro tempo, si tuffa in una solitudine che non fa paura. Comincia ad ascoltarsi e il silenzio è un regalo. La matassa comincia a dipanarsi: e dentro le giornate cominciano a entrare fatiche che alleggeriscono il cuore - riuscirà a fare l'orto? - e altre persone, che nelle loro solitudini sanno recuperare il senso di una relazione.
Da tutto questo ecco un libro - Il ragazzo selvatico - che Terre di Mezzo ha rieditato ora, splendidamente illustrato da Alessandro Sanna. Io l'ho letto solo ora, pensare che precede, non solo cronologicamente, le Otto montagne con cui Cognetti ha vinto lo Strega.
Solo ora, ma ho l'intenzione di tenermelo stretto per un pezzo. E chissà che anch'io non riesca a ritrovare il ragazzo che un giorno sono stato.








Basta per cominciare, basta e avanza, perché sfido io a trovare incipit così, due righe e già un pensiero che ti prende alla sprovvista e poi ti rassicura: vedi, il viaggio è come la vita, solo che viene di dimenticarselo.
Comincia così e ci vuole davvero poco per capire che questo libriccino di Andrea Semplici, In viaggio con Kapuscinski. Dialogo sull'arte di partire (Terre di Mezzo), è uno dei migliori investimenti in carta che si possono fare, tre euro per poche pagine e un concentrato di bellezza ed emozione.
Andrea Semplici, giornalista e viaggiatore, o viaggiatore e giornalista, ci porge così i ricordi che si porta con sé di un altro giornalista e viaggiatore (o viaggiatore giornalista), fin dal momento in cui lo incontrò per la prima volta:
Avevo immaginato che mi sarei trovato di fronte Indiana Jones e, invece, ero assieme a un signore timido e gentile, dagli occhi sorridenti. Capii che se fosse stato diverso non avrebbe mai potuto scrivere quanto ha scritto: bisogna essere umili per raccontare
E poi i viaggi, le parole, i pensieri condivisi.
Un giorno Kapu gli disse:
Il nostro dovere è essere insoddisfatti, cambiare sempre punto di vista, ma avere rispetto per il mondo
E finché ha vissuto si è fatto ricco di questa insoddisfazione.