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lunedì 21 gennaio 2019

Una baita di montagna per ritrovare ciò che si era

Il giovane uomo urbano che ero diventato mi sembrava l'esatto contrario di quel ragazzo selvatico, così nacque in me il desiderio di andare a cercarlo. Non era tanto un bisogno di partire, quanto di tornare; non di scoprire una parte sconosciuta di me quanto di ritrovarne una antica e e profonda, che sentivo di avere perduto.


Succede a volte, succede di sentirsi in un vicolo cieco. Si gira a vuoto,  ci si agita senza andare da nessuna parte. Succede anche allo scrittore che ha già scritto cose importanti, ma che ora contempla il foglio bianco: e magari non è il solito blocco dello scrittore.

La soluzione, allora, può essere di tornare a ciò che si era e, allo stesso tempo, al luogo in cui si era. Soprattutto se quel luogo è la montagna, con la sua perenne lezione di essenzialità. 

Succede, ma non sempre a quanto succede si fa seguire la scelta giusta: si tratta di ritrovare, non di scoprire; di tornare, non di andare.

Paolo Cognetti un giorno abbandona la sua Milano per trasferirsi in una baita a duemila metri, raggiunta solo da una mulattiera. Si lascia dietro di sé comodità e delusioni, si abbandona a un altro tempo, si tuffa in una solitudine che non fa paura. Comincia ad ascoltarsi e il silenzio è un regalo. La matassa comincia a dipanarsi: e dentro le giornate cominciano a entrare fatiche che alleggeriscono il cuore - riuscirà a fare l'orto? - e altre persone, che nelle loro solitudini sanno recuperare il senso di una relazione.

Da tutto questo ecco un libro - Il ragazzo selvatico - che Terre di Mezzo ha rieditato ora, splendidamente illustrato da Alessandro Sanna. Io l'ho letto solo ora, pensare che precede, non solo cronologicamente, le Otto montagne con cui Cognetti ha vinto lo Strega.

Solo ora, ma ho l'intenzione di tenermelo stretto per un pezzo. E chissà che anch'io non  riesca a ritrovare il ragazzo che un giorno sono stato. 

domenica 5 ottobre 2014

Non basta portare i libri in piazza

Ma portare i libri non bastava, ci voleva qualcos'altro.

Una volta nella piazza, i libri non potevano restare chiusi, semplicemente esposti come merce che si trova su qualsiasi altra bancarella.

Bisognava leggere, leggere a voce alta di fronte a un pubblico.

Il libro come oggetto, materiale e immateriale, come portatore di storie, di lingua, di letteratura, sta vivendo una crisi inedita perché è scomparso l'atteggiamento della lettura.

La lettura è innanzitutto una pratica, è infilare con gli occhi una parola dietro l'altra.

Leggere, rendere visibile in una piazza la lettura era il modo migliore per completare il viaggio e rendere il giusto merito ai libri, agli scrittori, alle storie.

(Filippo Nicosia, Pianissimo.Libri sulla strada, Terre di Mezzo editore)

venerdì 3 ottobre 2014

A 20 km l'ora per amore della lettura

Editori che non sanno più a che santo votarsi, titoli che si accatastano nei magazzini, un futuro sempre più incerto e deprimente per chi sui libri ha provato a costruire una professione che - en passant - ha molto a che vedere anche con le qualità di un paese. Cosa fare se non arrendersi?

Oppure no, si può fare ancora. Per esempio mollare tutto solo per ricominciare con la più ardita delle scommesse. Per esempio acquistare un vecchio furgone che si tiene insieme per miracolo e reinventarlo come una libreria circolante. Per esempio percorrere in lungo e in largo le strade della Sicilia, una delle regioni italiane dove si legge meno, solo per riportare tra la gente i libri e prima ancora la pratica della lettura.

Questa è la storia di Filippo Nicosia e di quel furgone che è stato bello ribattezzare "leggiu": in siciliano, lieve, piano - piano come un mezzo che si appaga della sua lentezza - ma anche "leggiu" come "io leggo". Ambivalenza perfetta dei sindacati.

E così per un'estate intera - e per la verità anche per un pezzo di inverno - piano piano il furgone e chi lo occupa sono riusciti davvero a riportare i libri in posti dove le biblioteche marciscono e le librerie sono sparite una a una. Storia che è bello ripercorrere nelle pagine di Pianissimo. Libri sulla strada (bello anche il sottotitolo: in viaggio a 20 km l'ora per amore della lettura), titolo uscito per Terre di Mezzo.

Titolo, ma soprattutto storia controcorrente. Storia per rincuorarci.




giovedì 11 ottobre 2012

Quando lo zucchero attraversò l'oceano

Raccontano che nelle stive della sua nave ci fosse una canna di color biancastro raccolta in una piccola piantagione alle isole Canarie. Durante le settimane della traversata aveva assunto tonalità violacee. Ne aveva cura un galeotto esperto di erbe: bagnava con amore la terra dove quella canna così preziosa era stata trapiantata.

In Sicilia, a Cipro, a Creta, nelle terre arabe della Spagna già si coltivava quella pianta che cresceva fino a quattro, cinque metri di altezza. In Oriente la chiamavano sakkara. 

Era arrivata nel Mediterraneo grazie ai navigli veneziani e genevosi, ai loro commerci con i credenti della religione di Maometto. I musulmani l'avevano piantata attorno a Granada. Gli arabi amavano quel succo dolce che rendeva un piacere mangiare e bere. 

Colombo aveva assaggiato lo zucchero. Ebbe uno dei suoi istinti improvvisi e ordinò che quella canna che si moltiplicava con facilità fosse stivata fra le sue merci personali. 

Era un genio inconsapevole, l'Ammiraglio: le isole del caldo soffocante erano terre perfette per coltivare canna.

Ma Colombo fu stupido: pensò più all'oro che allo zucchero. E sbagliò. Sarà l'"oro dolce" e non il metallo giallo a scrivere la storia dell'isola lontana dal mare. 

(da Andrea Semplici, L'isola lontana dal mare, Terre di Mezzo editore)

lunedì 24 settembre 2012

L'isola lontana dove tutto è cominciato

Qui, nell'isola lontana dal mare, dove tutto è cominciato.

E' stato qui che il primo uomo bianco ha calpestato terre fertili e giocose, terre che apparterranno a quel Nuovo Mondo che sarà conosciuto come le Americhe. 

Qui, per la prima volta, un uomo bianco guardò negli occhi altri uomini dalla pelle color dell'ambra e non li riconobbe come fratelli. 

Qui fu commesso il primo crimine di questi continenti. Qui nacque il primo mulatto. Non ci è stato detto se figlio del primo impossibile amore o della prima violenza.

Qui venne lanciato il primo grado di ribellione di un popolo indigeno. Qui venne piantata la prima croce.

Furono murate le pietre della prima chiesa del cristianesimo di oltreoceano, "catedral primada de America". Rintoccò la prima campana. Fu fondata la prima università. Che altro?

L'isola, il suo Occidente, fu il primo Paese di quello che sarà chiamato Terzo Mondo a indebitarsi per l'eternità. Una sola volta l'isola ha ceduto un primato: qui è stato proclamato il secondo paese indipendente delle Americhe dopo gli Stati Uniti. Ma era, e questa è gloria, la prima repubblica di un popolo nero.

Tutto è davvero cominciato nell'isola che non conosce gli inverni.

(da Andrea Semplici, L'isola lontana dal mare, Terre di Mezzo editore)

domenica 9 settembre 2012

Un mondo nascosto nell'isola dello zucchero

Storia che viene da lontano, storia che sa di spezie e di sudore, di zucchero e di fame. Storia aggrovigliata a una frontiera che solo la follia o il cinismo hanno potuto concepire. Storia che porta i segni delle scudisciate, della fatica, del rancore. Le piantagioni e gli schiavi. Gli schiavi e le rivolte. Storia di dittatori e di disperati, di multinazionali che governano come Stati e di Stati come beni di famiglia. Storia di un'isola dove il mare non c'è, non si vede, non è nemmeno un orizzonte che si dischiude, un sogno di libertà.

Che gran libro che ha scritto Andrea Semplici, a mio parere uno dei più grandi giornalisti scrittori italiani di viaggio, sarà che per lui il viaggio non è mai solo viaggio, sarà che i suoi passi attraversano anche la storia ignorata e molti libri amati, sarà che il suo cammino è un bagaglio leggero con le poche cose che contano: curiosità, inquietudine, voglia di mettersi in gioco, fame di sguardi e di abbracci.

L'isola lontana dal mare, il titolo, uscito per Terre di Mezzo. E l'isola è Hispaniola, la prima terra delle Americhe toccata da Cristoforo Colombo, sipario spalancato sul Nuovo Mondo. Haiti da una parte, Santo Domingo dall'altra. Miseria e terremoto da una parte, miseria e spiagge bianche per turisti, dall'altra.

Solo che Andrea si spinge lontano dai posti dove è bello sedersi e sorseggiare un cocktail, accogliendo il respiro del mare. All'interno, dove si spalancano le piantagioni di canna da zucchero, dove si nascondono i batey, le baracche di chi ci lavora, universo chiuso di dolore, violenza, vite che si intrecciano e si sprecano.

Dalle navi negrerie alle rivolte, dai generali sterminatori a un presente dove la carne da lavoro non serve più, sembra non servire più, e anche le multinazionali sono più attente, più disponibili, più eque e perfino solidali, figurarsi, però i figli e i nipoti dei neri sono sempre lì, sempre aggrappati a un presente senza futuro.

Che libro, che ha scritto Andrea Semplici, accompagnato da Andrés, il vecchio raccoglitore di canna, e dalle parole di Garcia Marquez. Convinto, con la forza del cuore, che a queste stirpi condannate a cento anni di solitudine debba essere data una seconda opportunità.

E si può cominciare anche da un libro. Corridoio di luce nel folto delle piantagioni dello zucchero. 

mercoledì 8 agosto 2012

Una storia tra le tante nella Grande Guerra

All'inizio ai genitori aveva scritto cose così:

State sicuri, state allegri, perché io sto bene, mi diverto assai.

Oppure:

Sono andato in combattimento ridendo e scherzando e con una tranquillità che ripensata poi, faceva meraviglia a me stesso.

Si chiamava Sisto Monte Buzzetti, veniva dall'Umbria, era partito che non aveva nemmeno 20 anni per le trincee della prima guerra mondiale. Uno dei quattro milioni di italiani che vissero l'esperienza del fronte e uno dei 600 mila che non tornarono più. Il 9 giugno 1917, due giorni prima del suo ventunesimo compleanno, le schegge di una bomba gli dilaniarono il fianco sinistro. Non ci fu nulla da fare.

Insomma, uno dei giovani di cui è rimasto un ritratto nella sala da pranzo della famiglia: il povero Sisto.

Ai genitori aveva scritto anche queste righe: 

Quando sul giornale giungeranno notizie di azioni svoltesi da queste parti, prima di tutto non dovete allarmarvi, poiché vi tengo informato da me di quel che mi succede; in secondo luogo, mettetemi da parte i giornali che tali notizie porteranno. Quando tornerò mi divertirò a sfogliarli, ed a ritornar colla mente ai tempi trascorsi quassù.

Quei giornali Sisto non ebbe più modo di leggerli. Siamo noi che possiamo ancora leggere le sue lettere. Dopo aver vinto il Premio Santo Stefano sono state pubblicate da Terre di Mezzo, titolo Scusate la calligrafia.

Da leggere, queste lettere. Da leggere per capire, attraverso una storia tra le tante, cosa è stato il mattatoio della Grande Guerra.

venerdì 8 ottobre 2010

Kapuscinski e il dovere dell'insoddisfazione

Il primo gesto di ogni vero viaggio ha qualcosa di lento. Non credete a chi si mostra deciso, privo di dubbi e incertezze

Basta per cominciare, basta e avanza, perché sfido io a trovare incipit così, due righe e già un pensiero che ti prende alla sprovvista e poi ti rassicura: vedi, il viaggio è come la vita, solo che viene di dimenticarselo.

Comincia così e ci vuole davvero poco per capire che questo libriccino di Andrea Semplici, In viaggio con Kapuscinski. Dialogo sull'arte di partire (Terre di Mezzo), è uno dei migliori investimenti in carta che si possono fare, tre euro per poche pagine e un concentrato di bellezza ed emozione.


Andrea Semplici, giornalista e viaggiatore, o viaggiatore e giornalista, ci porge così i ricordi che si porta con sé di un altro giornalista e viaggiatore (o viaggiatore giornalista), fin dal momento in cui lo incontrò per la prima volta:

Avevo immaginato che mi sarei trovato di fronte Indiana Jones e, invece, ero assieme a un signore timido e gentile, dagli occhi sorridenti. Capii che se fosse stato diverso non avrebbe mai potuto scrivere quanto ha scritto: bisogna essere umili per raccontare

E poi i viaggi, le parole, i pensieri condivisi.

Un giorno Kapu gli disse:

Il nostro dovere è essere insoddisfatti, cambiare sempre punto di vista, ma avere rispetto per il mondo


E finché ha vissuto si è fatto ricco di questa insoddisfazione.

giovedì 17 giugno 2010

Quando il viaggiatore non è un cinico


Ho già parlato del libriccino di Andrea Semplici In viaggio con Kapuscinski. Dialogo sull'arte di partire (Terre di Mezzo), una manciata di pagine che consiglio a chiunque sta per partire come si raccomanda l'antimalarica per certi paesi, lettura breve ma capace di alimentare molte e molte riflessioni che fanno bene. Eccone una, per esempio, che parte dal giornalismo - il mestiere di reporter del grande Kapuscinski - per abbracciare lo spirito che dovrebbe appartenere a tutti coloro che distendono le vele e salpano per il mondo.

Chi sei, Kapu? Una volta hai detto (ed è una delle tue frasi più famose e ripetute): "Un giornalista non può essere un cinico, non può dimenticare la sua umanità e quella delle persone che incontra". Ho provato a sostituire la parola "giornalista" con la parola "viaggiatore", e ho scoperto che il racconto (compresa la cronaca giornalistica) e il viaggio sono fratelli. Forse, anzi, sono sorelle, perché vi intravedo un'anima femminile. Il viaggiatore deve avere le stesse qualità di chi si mette in movimento per scrivere. Non può essere cinico o sbruffone. Deve essere "buono". Deve provare "benevolenza" verso l'umanità

lunedì 17 maggio 2010

Quando Kapuscinski aveva fame di mondo


E' un piccolo gioiello il libriccino di Andrea Semplici, In viaggio con Kapuscinski. Dialogo sull'arte di partire, che mi sto centellinando in questi giorni, un paragrafo o poco più ogni mattina, per non bruciarlo tutto di colpo. Trenta paginette formato pocket per i Piccoli di Terre di Mezzo (anche il prezzo è piccolo, tre euro, all'incirca una colazione al bar), ma tante tante cose dentro.

Ne parlerò tra qualche giorno, ma intanto mi piace riportare il passo con cui, di fatto, comincia la storia di Kapuscinski, grande viaggiatore, grande reporter. Che formidabile parabola. La voglia di attraversare il confine ai tempi in cui, soprattutto in Polonia, più che confini c'erano muri invalicabili; una caporedattrice che nella grigia Varsavia del regime riconosce quella fame di mondo e trova il modo di placarla; e poi il regalo inatteso, le Storie di Erodoto, forse l'unico vero capolavoro di letteratura di viaggio in un paese che non prevedeva la libertà del viandante... Ecco qui, cosa scrive Andrea.


Un giorno la sua caporedattrice (bisogna ricordarne il nome: si chiamava Irena Tarlowska, senza di lei la storia sarebbe stata diversa) gli chiese che progetti avesse. E lui rispose: "Vorrei andare all'estero". Lei, ricorda Kapu, ne fu spaventata. Nell'Est europeo, questa poteva essere una colpa, il sintomo di una ribellione inaccettabile...
Doveva essere una grande donna, Irena. E di buona memoria. Un anno dopo quell'incontro nel grigio corridoio di un giornale di Varsavia, chiamò Kapu e gli disse: "Ti mandiamo in India". Fu il panico nel cuore del giovane redattore. Ricordate? E' lo stesso che vi afferra quando state chiudendo la valigia e vi apprestate a varcare la soglia di casa. Ma Kapu si aggrappò al suo sogno. Forse già conosceva il poeta Celan, Irena, che era una donna meravigliosa, aprì un armadio, ne estrasse un libro e lo regalò a quel ragazzo dagli occhi colmi d'acqua. Era Erodoto, erano le sue Storie.
Francamente non so quanto ci sia di vero o di romanzato in questo ricordo che prende forma sulle pagine di uno degli ultimi libri di Kapu, In viaggio con Erodoto. Ma so che ci sarebbe voluto Pindaro, un altro greco, anche lui poeta, accanto a Erodoto. Pindaro aveva scritto: "Sii navigante che apre la vela al vento". Ryszard si affidò al vento, al caso. Ebbe coraggio e varcò quella frontiera. Non si sarebbe più fermato.

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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...