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giovedì 14 marzo 2019

Piccola autobiografia nel ricordo di Shulim

Sono nato su un treno mentre la città bruciava...

Ecco, comincia così, con queste parole che già spingono dentro i crimini del Novecento, la Piccola autobiografia di mio padre di Daniel Vogelmann, piccolo grande libro che è la storia di un secolo e di una famiglia, di una vita scampata ad Auschwitz e di una ferita che non si è mai rimarginata, di una casa editrice a cui in tanti vogliamo bene e di una speranza consegnata al futuro, malgrado tutto, perché ciò che è stato non deve avere l'ultima parola.

Quante cose davvero in queste poche pagine, scritte senza cercare effetti speciali, ma distillate attraverso la memoria e il sentimento. Non deve essere stato facile, la sfida è già tutta nel titolo, il figlio che presta la sua voce al padre, la prima persona attribuita a un altro che scardina la logica del memoir famigliare.

Tutta una vita, per quanto al figlio è stato dato di sapere. La Galizia orientale, terra scomparsa dalle mappe, con quella città che brucia all'inizio. Vienna, Trieste, coda di un impero alla fine, prima dell'inferno della Grande Guerra. Il trasferimento a Firenze, sulla scia del fratello rabbino, l'incontro con un'altra persona della comunità ebraica importante per la nostra editoria, Leo Samuel Olschki. Il lavoro di tipografo che un giorno, nel lager nazista, lo salverà, prima di entrare nella lista di Schindler. La morte della moglie Anna e della figlioletta Sissel nel campo di sterminio. Quel numero tatuato sul braccio. E poi il ritorno da sopravvissuto, l'immenso dolore dentro, la difficoltà di essere creduto, ma anche un figlio - Daniel - e i libri che tornano a essere stampati.

Ci sono immagini che non se ne vanno via, in questo libro: come la mela donata dal soldato tedesco. Ci sono frasi che sembrano scolpite sulla pietra: come quel Ho sempre amato la vita alla conclusione, malgrado tutto. 

E malgrado tutto, un libro che sa di vita. Libro di memoria, certo, in cui, per quanto mi riguarda, ho ritrovato quel numero sull'avambraccio di cui tanto tempo fa mi parlava mio padre, giovane medico che a Shulim faceva gli esami del sangue: non conoscevo la sua storia, ma forse fu il mio primo contatto con la Shoah. Di memoria, ma anche di presente che guarda al futuro: una casa editrice che nasce e che come titolo propone La notte di Elie Wiesel; il figlio di Daniel che prende il nome di Shulim e che un giorno scriverà un libro. Il titolo? Mentre la città bruciava

Cosicché tutto ritorna, nell'affetto e nel ricordo, persino le poesie per la sorellina mai conosciuta, la piccola Sissel. 


martedì 20 febbraio 2018

Un grandangolo per fotografare le possibilità della vita

Viene così facile tentare di classificare un libro, che figuratevi in questo caso: romanzo d'esordio, romanzo di formazione, che altro? Personalmente preferisco evitare, sarà che in genere i libri che mi convincono di più sono proprio quelli che sfuggono alle classificazioni o che potrebbero agevolmente finire in diverse caselle. 

Preferisco ascoltare la voce dietro le parole, sentire se mi arriva davvero, se mi dice qualcosa. E in questo caso, sì, è proprio così: dalle pagine di Grandangolo di Simone Somekh (Giuntina) si leva una voce fresca, originale, che cattura la testa e il cuore. E si va dietro a quella voce, ci si chiede come andrà a finire al protagonista che narra la sua storia in prima persona e agli altri personaggi che incrocia sull'arco di diversi anni e in luoghi diversi del nostro pianeta. 

Perché sì, questo tra le altre cose è anche un libro di viaggi, che mette insieme mondi diversi  e accorcia distanze incolmabili a prescindere dai chilometri di distanza: la Brighton di una comunità ultraortodossa ebraica e la New York della moda, il Bahrein della primavera araba e Israele - l'Israele di Tel Aviv.

Ma c'è altro, molto altro, perché questo è un romanzo che parla di libertà e di repressione, di cambiamenti che a volte arrivano per caso e a volte per scelta, di identità e di possibilità, del tempo necessario per perdersi e per ritrovarsi, di radici tagliate e di radici ritrovate.   

E non solo, perché la storia di Ezra, che abbandona l'ambiente soffocante in cui è nato e cresciuto per scoprire se stesso sulla strada dell'emancipazione religiosa e sessuale, è ricca di porte che si aprono si chiudono. Ci sono persone che potrebbero diventare importanti ma si perdono e persone che sembra appartengono al passato ma forse ci saranno anche nel futuro. 

C'è una grande passione come la fotografia, che Ezra coltiva fin da ragazzino e che lo porterà lontano, dimostrazione che nella vita serve coltivare una passione, a volte serve più del buon senso: soprattutto se è una passione come la fotografia, appunto, che ti consente di abbracciare mondo. 

E non solo, ancora, perché c'è anche il tema della libertà di stampa, c'è il modo di riflettere su quanto questa libertà sia intimamente connessa alle altre libertà, su quanto sia importante che i giornalisti siano presenti là dove le cose accadano, che possano documentare e testimoniare. Altrimenti è come se certe cose non fossero mai accadute. Non è tema banale, all'epoca delle fake news imperanti.

Basta? Mi sa che potrei aggiungere anche altro. Però mi fermo qui, contento che ancora una volta Giuntina non abbia sbagliato il colpo. Che poi sia il romanzo d'esordio, scritto da un giovane giornalista a 21 anni, in fondo è solo una curiosità.

lunedì 18 luglio 2016

Emile Zola e le parole di cui un paese ha bisogno

Ed è volontariamente che mi espongo. Quando alle persone che accuso, non le conosco, non le ho mai viste, e non nutro contro di esse né rancore nè odio.... E l'atto che compio oggi non è che un mezzo rivoluzionario per sollecitare l'esplosione della verità e della giustizia. Non ho che una passione, quella della chiarezza, in nome dell'umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto ad essere felice

Che parole sono queste, parole da scolpire nei cuori, parole che non sono retorica, ma che piuttosto impongono scelte, esigono comportamenti, sottraggono la possibilità della quiete interessata, che sa ma preferisce non sapere, che piuttosto distoglie lo sguardo.

Non sono retorica, per lo meno non lo sono state, perché proprio queste parole un tempo sono state grido che ha smosso le coscienze, chiamato all'esercizio della responsabilità, ripristinato il sentimento della giustizia. Sono tratte dal J'accuse di Emile Zola, uno dei più grandi esempi della cultura che sceglie il coraggio e la verità. Di uno scrittore che scorge e riconosce il punto di svolta, il crinale oltre il quale le cose non saranno più come prima. Che scende in campo perché sa che salvare un uomo - nel caso Alfred Dreyfus, l'ufficiale francese vittima di un'atroce macchina accusatoria - significa salvare un'intera civiltà.

Mi sa che in un paese normale le pagine di Zola sarebbero coltivate come patrimonio universale, da insegnare nelle scuole, assieme per esempio alla lettera sulla compassione di Rosa Luxemburg. E invece, sarà un caso che in Italia da molti anni non fossero ristampate?

Ci ha pensato ora la Giuntina: e queste sono le cose che ti fanno pensare a quanto possano essere preziose piccole case editrici senza ambizioni da classifiche di best seller. Con la prefazione - sarà anche questo un caso? - di Roberto Saviano:

Esistono storie, come questa, che quando le incontri non puoi cacciarle da te. Emile Zola mi ha insegnato che quando una storia ti entra dentro, tutto cambia. E non puoi riferirla, raccontarla, scriverne senza che i tuoi lettori sappiano tu da che parte stai

Parole da tenere di conto. Parole buone per un intero paese.

mercoledì 27 gennaio 2016

Nel Giorno della Memoria, ricordando Margherita Hack e la professoressa Enrica

L'ho vista cacciare dalla scuola da un giorno all'altro a causa delle leggi razziali. Questo mi ha aperto gli occhi su cosa può fare una dittatura.

Ecco, Margherita Hack, la grande astrofisica, ricorda così la sua professoressa al liceo, donna innamorata di scienza che ha tanti ha trasmesso l'amore della scienza.  La professoressa Enrica Calabresi. Una donna minuta e taciturna, segnata profondamente dal dolore. Una scienziata cacciata dalla ricerca e dall'insegnamento perché ebrea.

Della sua professoressa - la cui storia racconto in Un nome (Giuntina) - Margherita Hack ha parlato diverse volte, con una fedeltà che trovo commovente. Lei, la scienziata affermata. Vi segnalo in particolare una conversazione con Daniela Gross pubblicata su Pagine ebraiche, con un titolo che forse è la cosa più bella: Ho scelto la libertà nel nome di Enrica.

Margherita Hack incontrò per l'ultima volta la sua professoressa in una via del centro di Firenze, quando ormai si era scatenata la grande caccia all'ebreo. Mi parve un animale braccato. Di lì a poco l'arrestarono e si suicidò nel carcere di Santa Verdiana, alla vigilia di quel treno che la avrebbe dovuto consegnare ai forni di Auschwitz.

Di Enrica Calabresi fino a qualche anno fa era rimasto solo il nome, che non era facile collegare nemmeno all'orrore delle persecuzioni razziali. Sono contento di aver scritto un libro su di lei. Sono contento che Margherita Hack ci abbai dimostrato che scrutare le stelle non è un buon motivo per ignorare le storie degli uomini.

I professori che valgono hanno sempre buoni allievi. E viceversa.

domenica 24 gennaio 2016

Giornata della Memoria 2016: io ricordo Anna


A guardare bene, la differenza è tutta qui: in un strada che viene attraversata nel momento sbagliato. Perché tutto inizia qui, tutto si conclude qui: esattamente in questi pochi metri che separano un marciapiede dall’altro.

Ora che mi sono inoltrato per un ben pezzo, nella storia di questa famiglia, ci penso e ripenso più volte: e ogni volta è un lampo imprevisto, un’esplosione di emozioni che arriva così, non ricercata, non annunciata.
 

Quasi sempre mi succede appena sortito di casa.
 

Il rumore del portone che si richiude dietro di me e poi i primi passi nel reticolo di vie del mio quartiere, giusto per quelle due o tre commissioni da fare. Che so, l’edicola per il giornale, il punto scommesse per la schedina della domenica, il forno dove mi servo da una vita per il pane e la schiacciata…  
 

Talvolta, non a caso, questo pensiero mi precipita addosso un istante prima di attraversare una strada, fermo a un semaforo in attesa dell’avanti oppure di fronte alle strisce pedonali di un incrocio pericoloso, dove a nessuno salta per la testa di lasciarti passare.
 

Sì, succede soprattutto una frazione di secondo dopo che il passo si è  staccato dal marciapiede per abbassarsi poi sull’asfalto, quasi a sottolineare che non esiste movimento, anche banale, anche impercettibile, che non sia gravido di conseguenze. 
 

E non posso farci niente, quel lampo di pensiero mi lascia lì, obbligato a un riflesso senza volontà, quasi a un tic nervoso.
 

Piegare la testa, scrutare le punte dei piedi, studiare le scarpe pesanti come blocchi di cemento. Fermarsi. Esitare. Restare ancora fermo.
 

Più o meno come quando stai per tuffarti nelle acque di una piscina, con il presentimento del gelo che ti aspetta. E c’è quell’istante, quel preciso unico istante che precede l’altro in cui ti stacchi dal bordo, quando non potrai più farci niente. Un istante che non è nemmeno il tempo di uno schiocco di dita, che non dura abbastanza per contenere un gesto o una nuova determinazione. Sufficiente al massimo per un inutile pentimento.
 

Ecco, un istante così. Uno spartiacque, come il sipario che scende tra il primo e il secondo atto. Un istante irrimediabile.
 

Come quell’istante di un giorno del 1943 in cui Anna decide di attraversare la strada. 

(da Paolo Ciampi, Una famiglia, Giuntina 2010)

venerdì 10 aprile 2015

Un albero per ricordare Enrica


Un tempo era solo un nome, forse nemmeno quello, certo un nome che nemmeno figurava nel doloroso elenco delle vittime della persecuzione. Enrica si era sottratta a quell'ultimo treno, quello per i forni di Auschwitz. Alla vigilia della partenza aveva scelto di uccidersi nel carcere di Santa Verdiana, così in qualche modo si era cancellata anche dalla memoria pubblica, riconosciuta, di tutte gli uomini e le donne inghiottite nella Shoah.

Un nome, questo era il libro che anni fa, con la casa editrice Giuntina, ho dedicato a Enrica Calabresi, la scienziata che le leggi razziali avevano cacciato dall'insegnamento e dalla ricerca, la professoressa che era andata incontro al suo destino per non lasciare i suoi allievi della scuola ebraica - anche loro espulsi dalle leggi razziali.

Mi fa piacere che oggi non sia più solo un nome. Le hanno dedicato vie e aule e questo è molto bello. Ma la cosa più bella l'ha fatta in questi giorni Castel San Pietro Terme - il comune nel cui territorio c'era (e c'é) la casa degli affetti familiari di Enrica.

A Enrica ha dedicato un albero. Un gesto semplice, ma profondo, come sono profonde le radici che l'albero metterà crescendo. Profonde e invisibili, come possono essere gli insegnamenti. Sono vita e tornano nella vita, anche quando di quell'insegnante non ci si ricorderà
più nemmeno il nome. Come è successo per Enrica che nonostante tutto è rimasta nel cuore di tanti suoi allievi molti e molti anni dopo.

E' bello che la vita di una persona si traduca nella vita di un albero. E non dovrei dirlo, ma mi sembra più importante dei ricordi che possono trasmettere le pagine di un libro.

Un albero, un albero che mi commuove ancora di più, pensando che è stato piantato davanti a una scuola elementare. Sarebbe piaciuto a Enrica. Spero che i bambini passandoci davanti lo chiamino con il giusto nome: l'albero di Enrica. 

mercoledì 4 febbraio 2015

Ricordando Anna, quel giorno del 1943

A guardare bene, la differenza è tutta qui: in un strada che viene attraversata nel momento sbagliato. Perché tutto inizia qui, tutto si conclude qui: esattamente in questi pochi metri che separano un marciapiede dall’altro.

Ora che mi sono inoltrato per un ben pezzo, nella storia di questa famiglia, ci penso e ripenso più volte: e ogni volta è un lampo imprevisto, un’esplosione di emozioni che arriva così, non ricercata, non annunciata.
 

Quasi sempre mi succede appena sortito di casa.
 

Il rumore del portone che si richiude dietro di me e poi i primi passi nel reticolo di vie del mio quartiere, giusto per quelle due o tre commissioni da fare. Che so, l’edicola per il giornale, il punto scommesse per la schedina della domenica, il forno dove mi servo da una vita per il pane e la schiacciata… 
 

Talvolta, non a caso, questo pensiero mi precipita addosso un istante prima di attraversare una strada, fermo a un semaforo in attesa dell’avanti oppure di fronte alle strisce pedonali di un incrocio pericoloso, dove a nessuno salta per la testa di lasciarti passare.
 

Sì, succede soprattutto una frazione di secondo dopo che il passo si è  staccato dal marciapiede per abbassarsi poi sull’asfalto, quasi a sottolineare che non esiste movimento, anche banale, anche impercettibile, che non sia gravido di conseguenze.
 

E non posso farci niente, quel lampo di pensiero mi lascia lì, obbligato a un riflesso senza volontà, quasi a un tic nervoso.
 

Piegare la testa, scrutare le punte dei piedi, studiare le scarpe pesanti come blocchi di cemento. Fermarsi. Esitare. Restare ancora fermo.
 

Più o meno come quando stai per tuffarti nelle acque di una piscina, con il presentimento del gelo che ti aspetta. E c’è quell’istante, quel preciso unico istante che precede l’altro in cui ti stacchi dal bordo, quando non potrai più farci niente. Un istante che non è nemmeno il tempo di uno schiocco di dita, che non dura abbastanza per contenere un gesto o una nuova determinazione. Sufficiente al massimo per un inutile pentimento.
 

Ecco, un istante così. Uno spartiacque, come il sipario che scende tra il primo e il secondo atto. Un istante irrimediabile.
 

Come quell’istante di un giorno del 1943 in cui Anna decide di attraversare la strada. 

(da Paolo Ciampi, Una famiglia, Giuntina 2010)

martedì 27 gennaio 2015

Per il Giorno della Memoria: il nome di Enrica, il nome di tutti





Penso ai numeri dell'ecatombe. Quanti sono stati? Sei milioni? Qualcuno meno, qualcuno di più?

Troppi zeri: è una cifra così enorme da perdere di consistenza. Il suo significato si smarrisce. Non riesco a contare sei milioni di uomini, di donne, di bambini. Non posso vederli. Non posso immaginarmeli uno accanto all'altro.

Ma sarebbe lo stesso, e sarebbe sempre troppo, con uno zero in meno, con due zeri in meno, con tre zeri in meno. Anche mille sono inconcepibili, anche cento...

Lo so, c'è un solo numero che mi consentirà di comprendere.

Uno.

Uno, perché una sola la persona. Quella persona. Proprio quella e non altre. Lei che ho scelto per accompagnarmi. Lei, purché ne riesca a cogliere la vita prima della morte.

Enrica.

Quel volto.


                                                                           (Paolo Ciampi, Un nome, Giuntina)

mercoledì 17 dicembre 2014

Modiano e la storia di Dora, che di sé non ha lasciato traccia

Sono persone che si lasciano dietro poche tracce. Quasi anonime. Non si distinguono da certe strade di Parigi, da certi paesaggi di periferie dove ho scoperto, per caso, che avevano abitato. Ciò che sappiamo di loro si riassume spesso in un semplice indirizzo. E questa precisione topografica contrasta con quanto ignorammo per sempre della loro vita... con quel vuoto, con quel grumo di ignoto e di silenzio.

Ecco, forse è tutto in queste righe il senso ultimo di un piccolo grande libro del premio Nobel Patrick Modiano, Dora Bruder (Guanda): persone inghiottite dall'oblio, tracce evanescenti e ombre che forse abitano le strade e le piazze delle nostre città, grumi di silenzio, vuoti che si spalancano come se ci stesse per franare il terreno sotto i piedi.

Si legge in un lampo, Dora Bruder, ma poi è uno di quei libri che non se ne vanno, che continuano a interrogare come dovere della memoria, come necessità di riparazione, come vita che è stata cancellata dalle nostre mappe. Molti altri libri, molte altre storie, lascerò passare prima di non avvertire più lo sguardo addosso, enigmatico ed esigente, di quella ragazza in copertina.

Qualcosa del genere è successo anche a me, con la storia di Enrica Calabresi, che anni fa ho cercato di raccontare in Un nome (Giuntina), onestamente concedendo a me stesso che non c'era molto da raccontare, o forse c'era da raccontare più un bisogno di verità, una ricerca, che la storia di una persona.

Con Un nome la professoressa ebrea suicida prima della deportazione e una foto di tempi sereni in copertina. Con Dora Bruder un ritaglio di giornale in cui due genitori ebrei chiedono notizie della figlia scomparsa nella Parigi occupata da Hitler. Vuoto e silenzio appunto. Anche se poi la fine di Dora è, almeno burocraticamente, nota. Un treno per il lager senza ritorno per questa adolescente che non ha lasciato praticamente niente dietro di sé. Ma prima, prima che è successo? Che vita è stata quella di Dora?

Un mistero che non cambierà la nostra vita. E che pure dà un senso al nostro modo di stare al mondo e di interrogare la storia.

lunedì 20 gennaio 2014

Pensando a Enrica, la scienziata che 70 anni fa disse no

E' un silenzio diverso, quello che avvolge Enrica.

Ed ecco, io riesco ancora a vederla. Posso immaginarmi un'altra vita.

Proprio ora Enrica sta scrollandosi di dosso l'ultimo indugio. Un'ultima occhiata dietro, allo spicchio di sole che si distende sulle facciate di via Romana, poi avanti, su per le scale.

A ritrovare i suoi coleotteri. A studiare il mondo dell'infinitamente piccolo che mormora la voce dell'universo.

Le miserie dell'uomo, l'infinitamente grande, sono rimaste fuori.

(da Paolo Ciampi, Un nome, Giuntina)

martedì 3 dicembre 2013

Ritrovando Enrica Calabresi nella sua scuola

Oggi sarò a Ferrara, al liceo Ariosto, la stessa scuola dove tanti tanti anni fa, all'inizio del Novecento, studiò Enrica Calabresi. Ovviamente parlerò di Enrica e di Un nome, il libro che tempo fa ho pubblicato con Giuntina per raccontare la sua storia.

In questi anni sono state tante le occasioni in cui mi è capitato di parlare di Enrica. Eppure mi provoca un'emozione particolare l'idea di condividere ciò che di lei è rimasto nella sua scuola, laddove la sua vita stese le ali e stava per spiccare il volo, verso un avvenire che avrebbe dovuto essere diverso. A quegli anni felici dedico un piccolo brano del libro:

Una ragazza così te la immagini a un ricevimento della buona società, a prendere lezioni di pianoforte, a passeggiare in qualche elegante giardino pubblico, scortata da una zia o da una governante. 

Enrica, invece, ha ingranato la marcia e imboccato la strada della vita a tutta velocità. Il liceo di Ferrara, il celebre Ariosto che ha sede accanto a casa, lo ha superato di slancio: due anni accorpati in uno e voti eccellenti.

Prima di scegliere le scienze, come una sorta di vocazione. Prima di partire per Firenze, la città che le darà tutto e poi le toglierà tutto. Che brivido, entrare in quella scuola. 

domenica 17 marzo 2013

Davanti a un foglio ostinatamente bianco

Allora si mise a leggere opere di critica, di metrica, immaginandosi nella sua semplicità che la poesia si possa imparare, come la matematica, a forza di applicazione e di buona volontà. Fu il disastro.

Vide che, in nome di leggi che lui comprendeva meno del cinese, gli uni condannavno quello che altri approvavano; si smarrì nella foresta inestricabile dei giudizi letterari; perse completamente la testa; mio Dio! era dunqeu necessario rispondere a tante obiezioni quando si scriveva, soddisfare tante esigenze molteplici e contraddittorie! 

Poi, per sua sfortuna, si mise a leggere i libri eruditi in cui si analizza l'azione dello scrivere, tutti i meccanismi complessi del processo della creazione; e, allora, si trovò nella situazione di chi, nel momento in cui sta per compiere un gesto insignificante, volesse ricercare tutte le minime componenti della sua volontà di agire, e restava inebetito, sconcertato di fronte al suo foglio di carta ostinatamente bianco.

(Irène Némirovsky, Un bambino prodigio, Giuntina)

venerdì 8 marzo 2013

Il bambino prodigio e il dono della poesia

Era il 1995 e la piccola meravigliosa casa editrice Giuntina pubblicava il primo racconto di una autrice sconosciuta in Italia. Si chiama Irène Némirovsky e ancora era da venire il successo di Suite francese, ancora l'Adelphi non aveva cominciato la pubblicazione di tutti i suoi libri.

Non è il caso di stupirsi: la Giuntina aveva già in catalogo autori come Elie Wiesel, Franz Werfel e Abraham Yehoshua, per dirne solo alcuni. E casomai ci sarebbe da ribadire, ancora un volta, il ruolo insostituibile di case editrici così, sul terreno della scoperta e della qualità. Saremmo tutti più poveri senza di loro.

Ma questo è un discorso che non ho voglia di fare ora. Per la testa ho ancora le parole di questo libriccino, pubblicato con il titolo Un bambino prodigio. Non so nemmeno da quanto tempo lo avessi in casa, perché l'ho acquistato e perché dopo tanto mi sono deciso a leggerlo. Ma quante cose, dentro questa cinquantina di pagine.

Un ragazzino con il dono della poesia e del canto, tesoro che scopre di possedere in una delle più sordide taverne di un porto del  Mar Nero. La capacità di parlare al cuore e il peso di un tempo che passa troppo alla svelta. Il bambino prodigio che non è più un bambino prodigio. Le ferite dell'anima curate dalla bellezza della natura e dalle ore consegnate alla lettura. Il genio artistico che non si sa davvero come è che nasce e com'è che si perde. La dissipazione dei talenti...

Aveva solo 24 anni Irène Némirovsky quando pubblicava questo gioiellino. Mi sa che lo rileggerò presto.

sabato 26 gennaio 2013

Giornata della Memoria 2013: ricordando Anna

 A guardare bene, la differenza è tutta qui: in un strada che viene attraversata nel momento sbagliato. Perché tutto inizia qui, tutto si conclude qui: esattamente in questi pochi metri che separano un marciapiede dall’altro.

Ora che mi sono inoltrato per un ben pezzo, nella storia di questa famiglia, ci penso e ripenso più volte: e ogni volta è un lampo imprevisto, un’esplosione di emozioni che arriva così, non ricercata, non annunciata.
 

Quasi sempre mi succede appena sortito di casa.
 

Il rumore del portone che si richiude dietro di me e poi i primi passi nel reticolo di vie del mio quartiere, giusto per quelle due o tre commissioni da fare. Che so, l’edicola per il giornale, il punto scommesse per la schedina della domenica, il forno dove mi servo da una vita per il pane e la schiacciata…  
 

Talvolta, non a caso, questo pensiero mi precipita addosso un istante prima di attraversare una strada, fermo a un semaforo in attesa dell’avanti oppure di fronte alle strisce pedonali di un incrocio pericoloso, dove a nessuno salta per la testa di lasciarti passare.
 

Sì, succede soprattutto una frazione di secondo dopo che il passo si è  staccato dal marciapiede per abbassarsi poi sull’asfalto, quasi a sottolineare che non esiste movimento, anche banale, anche impercettibile, che non sia gravido di conseguenze. 
 

E non posso farci niente, quel lampo di pensiero mi lascia lì, obbligato a un riflesso senza volontà, quasi a un tic nervoso.
 

Piegare la testa, scrutare le punte dei piedi, studiare le scarpe pesanti come blocchi di cemento. Fermarsi. Esitare. Restare ancora fermo.
 

Più o meno come quando stai per tuffarti nelle acque di una piscina, con il presentimento del gelo che ti aspetta. E c’è quell’istante, quel preciso unico istante che precede l’altro in cui ti stacchi dal bordo, quando non potrai più farci niente. Un istante che non è nemmeno il tempo di uno schiocco di dita, che non dura abbastanza per contenere un gesto o una nuova determinazione. Sufficiente al massimo per un inutile pentimento.
 

Ecco, un istante così. Uno spartiacque, come il sipario che scende tra il primo e il secondo atto. Un istante irrimediabile.
 

Come quell’istante di un giorno del 1943 in cui Anna decide di attraversare la strada.


(da Paolo Ciampi, Una famiglia, Giuntina 2010)

giovedì 20 dicembre 2012

A guardare bene, la differenza è tutta qui

A guardare bene, la differenza è tutta qui: in un strada che viene attraversata nel momento sbagliato. 

Perché tutto inizia qui, tutto si conclude qui: esattamente in questi pochi metri che separano un marciapiede dall’altro.
 

Ora che mi sono inoltrato per un ben pezzo, nella storia di questa famiglia, ci penso e ripenso più volte: e ogni volta è un lampo imprevisto, un’esplosione di emozioni che arriva così, non ricercata, non annunciata.
 

Quasi sempre mi succede appena sortito di casa.
 

Il rumore del portone che si richiude dietro di me e poi i primi passi nel reticolo di vie del mio quartiere, giusto per quelle due o tre commissioni da fare. Che so, l’edicola per il giornale, il punto scommesse per la schedina della domenica, il forno dove mi servo da una vita per il pane e la schiacciata…   

Talvolta, non a caso, questo pensiero mi precipita addosso un istante prima di attraversare una strada, fermo a un semaforo in attesa dell’avanti oppure di fronte alle strisce pedonali di un incrocio pericoloso, dove a nessuno salta per la testa di lasciarti passare.
 

Sì, succede soprattutto una frazione di secondo dopo che il passo si è  staccato dal marciapiede per abbassarsi poi sull’asfalto, quasi a sottolineare che non esiste movimento, anche banale, anche impercettibile, che non sia gravido di conseguenze. 
 

E non posso farci niente, quel lampo di pensiero mi lascia lì, obbligato a un riflesso senza volontà, quasi a un tic nervoso.
 

Piegare la testa, scrutare le punte dei piedi, studiare le scarpe pesanti come blocchi di cemento. 

Fermarsi. Esitare. Restare ancora fermo.
 

Più o meno come quando stai per tuffarti nelle acque di una piscina, con il presentimento del gelo che ti aspetta. E c’è quell’istante, quel preciso unico istante che precede l’altro in cui ti stacchi dal bordo, quando non potrai più farci niente. Un istante che non è nemmeno il tempo di uno schiocco di dita, che non dura abbastanza per contenere un gesto o una nuova determinazione. Sufficiente al massimo per un inutile pentimento.
 

Ecco, un istante così. Uno spartiacque, come il sipario che scende tra il primo e il secondo atto. Un istante irrimediabile.
 

Come quell’istante di un giorno del 1943 in cui Anna decide di attraversare la strada.


(da Paolo Ciampi, Una famiglia, Giuntina 2010)

venerdì 27 gennaio 2012

Il nome di Enrica, il nome di tutti

Giornata della Memoria 2012

Penso ai numeri dell'ecatombe. Quanti sono stati? Sei milioni? Qualcuno meno, qualcuno di più?

Troppi zeri: è una cifra così enorme da perdere di consistenza. Il suo significato si smarrisce. Non riesco a contare sei milioni di uomini, di donne, di bambini. Non posso vederli. Non posso immaginarmeli uno accanto all'altro.

Ma sarebbe lo stesso, e sarebbe sempre troppo, con uno zero in meno, con due zeri in meno, con tre zeri in meno. Anche mille sono inconcepibili, anche cento...

Lo so, c'è un solo numero che mi consentirà di comprendere.

Uno.

Uno, perché una sola la persona. Quella persona. Proprio quella e non altre. Lei che ho scelto per accompagnarmi. Lei, purché ne riesca a cogliere la vita prima della morte.

Enrica.

Quel volto.


                                                                           (Paolo Ciampi, Un nome, Giuntina)

venerdì 20 gennaio 2012

Perché non sei venuta prima della guerra?

Là ha sofferto, ma anche qua, anche qua. Povero angelo, è ancora là, e non c'è dolore più grande di questo. 

Il qua - Israele dopo che tutto è successo - e il là - l'Europa dello sterminio a cui sei scampato ma che continuerà a perseguitarti fino all'ultimo istante di vita.

Che prospettiva spiazzante, e a suo modo anche inquietante, che ci regala la scrittrice israeliana Lizzie Doron, con Perché non sei venuta prima della guerra?, libro tradotto in Italia da Giuntina.

Sono tra coloro che si faranno ancora accompagnare a lungo da questo libriccino denso, stupefacente, poetico, straordinariamente evocativo.

Da tempo attendevo una voce così per parlare di quello che è stato, ma soprattutto per ascoltare il racconto della vita dopo che è stato quello che è stato, in realtà senza mai passare.

Lizzie Doron ci riesce parlando della mamma, dei suoi incubi, delle sue devastazioni e delle sue sue liturgie solitarie, delle sue ferite nell'anima, della sua incapacità di spiegarsi veramente o di vivere veramente nel presente.

A mio parere, uno dei più forti racconti sulla Shoah, senza che la Shoah in effetti sia mai davvero raccontata o anche solo citata... da leggere, assolutamente.

sabato 3 dicembre 2011

Il coraggio delle parole di cui abbiamo bisogno

Ed è volontariamente che mi espongo. Quando alle persone che accuso, non le conosco, non le ho mai viste, e non nutro contro di esse né rancore nè odio.... E l'atto che compio oggi non è che un mezzo rivoluzionario per sollecitare l'esplosione della verità e della giustizia. Non ho che una passione, quella della chiarezza, in nome dell'umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto ad essere felice

Che parole sono queste, parole da scolpire nei cuori, parole che non sono retorica, ma che piuttosto impongono scelte, esigono comportamenti, sottraggono la possibilità della quiete interessata, che sa ma preferisce non sapere, che piuttosto distoglie lo sguardo.

Non sono retorica, per lo meno non lo sono state, perché proprio queste parole un tempo sono state grido che ha smosso le coscienze, chiamato all'esercizio della responsabilità, ripristinato il sentimento della giustizia. Sono tratte dal J'accuse di Emile Zola, uno dei più grandi esempi della cultura che sceglie il coraggio e la verità. Di uno scrittore che scorge e riconosce il punto di svolta, il crinale oltre il quale le cose non saranno più come prima. Che scende in campo perché sa che salvare un uomo - nel caso Alfred Dreyfus, l'ufficiale francese vittima di un'atroce macchina accusatoria - significa salvare un'intera civiltà.

Mi sa che in un paese normale le pagine di Zola sarebbero coltivate come patrimonio universale, da insegnare nelle scuole, assieme per esempio alla lettera sulla compassione di Rosa Luxemburg. E invece, sarà un caso che in Italia da molti anni non fossero ristampate?

Ci ha pensato ora la Giuntina: e queste sono le cose che ti fanno pensare a quanto possano essere preziose piccole case editrici senza ambizioni da classifiche di best seller. Con la prefazione - sarà anche questo un caso? - di Roberto Saviano:

Esistono storie, come questa, che quando le incontri non puoi cacciarle da te. Emile Zola mi ha insegnato che quando una storia ti entra dentro, tutto cambia. E non puoi riferirla, raccontarla, scriverne senza che i tuoi lettori sappiano tu da che parte stai

Parole da tenere di conto. Parole buone per un intero paese.

domenica 27 novembre 2011

Quando Anna attraversò la strada sbagliata

Una strada attraversata una volta di più portò all'arresto di Anna Ventura, nel terribile periodo delle persecuzioni razziali in Italia. Pochi metri di troppo, da un marciapiede all'altro, ma anche da una storia all'altra. Passi che la separarono dalla famiglia e la condussero prima a Fossoli e poi ad Auschwitz. E' una storia che ho raccontato in Una famiglia (edizioni Giuntina), ma su cui più e più volte anche in queste settimane sono tornato a pensare. Anzi, non ci riesco a non pensare, e allo stesso tempo a non pensare agli intrecci tra la volontà degli uomini e le circostanze. Inizia così, il capitolo che racconta di quella strada attraversata.


A guardare bene, la differenza è tutta qui: in un strada che viene attraversata nel momento sbagliato. Perché tutto inizia qui, tutto si conclude qui: esattamente in questi pochi metri che separano un marciapiede dall’altro.
Ora che mi sono inoltrato per un ben pezzo, nella storia di questa famiglia, ci penso e ripenso più volte: e ogni volta è un lampo imprevisto, un’esplosione di emozioni che arriva così, non ricercata, non annunciata.
Quasi sempre mi succede appena sortito di casa.

giovedì 15 settembre 2011

Erri De Luca e le cinque sante dello scandalo

La prima si vestì da prostituta per offrirsi all'uomo desiderato.
La seconda era prostituta di mestiere e tradì il suo popolo.
La terza s'infilò di notte sotto le coperte di un ricco vedovo e si fece sposare.
La quarta fu adultera, tradì il marito che venne fatto uccidere dal suo amante.
L'ultima restò incinta prima delle nozze e il figlio non era dello sposo.


Cinque nomi, cinque storie. Cinque donne che la morale corrente - e l'ipocrisia - condanna. Adultere e prostitute, certo. Ma anche cinque donne che fanno parte della storia sacra e ne sono protagoniste. I loro nomi emergono dalla Bibbia, costruiscono la discendenza più importante, appartengono alla genealogia che da Abramo arriva a Gesù.

Lo sapevate? Io no, lo ignoravo, e ho scoperto la loro storia attraverso le pagine di un libriccino straordinario, smilzo per numero di pagine, ma estremamente denso nelle sue parole e in ciò che le parole evocano. C'è tutto Erri De Luca in Le sante dello scandalo, titolo che ci propone la Giuntina. C'è lui e tutta la capacità di sovvertire il senso comune e di schiuderci nuovi orizzonti.

Cinque donne. E cinque straniere. Donne che abbandonano la loro terra, la loro religione e scelgono di appartenere al popolo di Israele.

Scelta in cui non c'è da leggere nessuna idea di superiorità. Ma che ci dice questo, con Erri De Luca:

Con le loro trasfusioni di sangue misto, la storia ebraica allontana da sé lo scettro e lo spettro della purezza di sangue, del pedigree. Pure il messia è meticcio. E' una lezione grandiosa, poco risaputa e poco ripetuta

Ed è un peccato. Sta a noi assimilarla, questa lezione. E ripeterla ai quattro venti, perché fa bene, perché ci fa bene.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...