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domenica 14 giugno 2020

Le storie come onde, nell'isola dalle ali di farfalla

Mare greco, mare di dei ed eroi le cui storie sono come le onde: una dietro l’altra, a prendere e lasciare sabbia per rimodellare le sponde 

Un’isola della Grecia, baie solitarie e sentieri di pastori all’interno: Astypalea, può essere questo l’altrove per leccarsi le ferite e scappare dalle delusioni. 

È il posto che Tito, uomo da sempre appassionato di politica, sceglie per fuggire da un’Italia dove non si riconosce più, segnata dall’intolleranza, dal pregiudizio. Ma ancora una volta non resiste alla tentazione di scrivere a Paolo con cui, malgrado l’età e i punti di vista diversi, da anni si confronta. 

Il loro è un canto e controcanto, tra richiami all’arte e alla poesia, mai banali, un pugno nell’ombelico della ignoranza diffusa e sempre in cattedra in un Belpaese dimentico della sua storia di approdo e di accoglienza dei sogni di gran parte dell’Eurasia antica e moderna. 

Sono cartoline da un’isola remota, messe l’una dietro l’altra, un autentico filo di Arianna per uscire dal labirinto e dal buio di un tunnel, un luogo angusto dove i confini contano più degli spazi aperti. Ma anche una conversazione sulle possibilità e sulle utopie, che diventa il terreno ideale per coltivare un’idea di futuro. Perché è quando le cose vanno peggio che si può davvero ripartire. 

«Vorrei sentirmi addosso questo uscire che è entrare, questo partire che è lasciare per diventare altro, che è perdersi e quindi forse ritrovarsi. E questa libertà, questa pienezza: vele gonfie di vento e una rotta che asseconderemo».

(dalla presentazione del libro L'isola dalle ali di farfalla di Tito Barbini e Paolo Ciampi, Spartaco edizioni)

venerdì 20 dicembre 2019

Prima di tutto fermarsi, per una birra e una storia

Prima di tutto fermarsi, prima di tutto ritrovare il piacere di una birra in compagnia, di una storia che è bello condividere.

A volte inventata, ma solo a volte, perché in genere la realtà sa essere molto più fantasiosa di ogni nostra fantasia.

Prima di tutto inseguire le vite, a volte restituire loro quella vita che le parole consentono. E dopo essersi fermati ripartire, con i viaggi nello spazio e nel tempo che si possono fare anche al tavolino di 
un pub o in attesa di un treno alla stazione.

In tutti questi anni ho scritto di viaggi, di cammini e montagne, di vite dimenticate, di memorie ai margini. Una trentina di libri, ma questo è il primo che raccoglie i miei racconti.

Dentro queste pagine il mercante che regalò a Firenze la Cappella Brancacci, un poeta del Mugello fatto schiavo dai corsari berberi, i morti del Cimitero degli Inglesi e i morti della più grande tragedia del Mediterraneo. E altro ancora, seguendo le scintille della curiosità, le traiettorie della divagazione, il senso della parola necessaria.

lunedì 18 novembre 2019

Tra una birra e una storia, i racconti dei luoghi

Prima di tutto fermarsi, prima di tutto ritrovare il piacere di una birra in compagnia, di una storia che è bello condividere.

A volte inventata, ma solo a volte, perché in genere la realtà sa essere molto più fantasiosa di ogni nostra fantasia. Prima di tutto inseguire le vite, a volte restituire loro quella vita che le parole consentono.

 E dopo essersi fermati ripartire, con i viaggi nello spazio e nel tempo che si possono fare anche al tavolino di un pub o in attesa di un treno alla stazione. Paolo Ciampi in tutti questi anni ha scritto di viaggi, di cammini e montagne, di vite dimenticate, di memorie ai margini. All’attivo ha una trentina di libri, ma questo è il primo che raccoglie i suoi racconti.

Dentro queste pagine il mercante che regalò a Firenze la Cappella Brancacci, un poeta del Mugello fatto schiavo dai corsari berberi, i morti del Cimitero degli Inglesi e i morti della più grande tragedia del Mediterraneo. E altro ancora, seguendo le scintille della curiosità, le traiettorie della divagazione, il senso della parola necessaria.

 (dalla quarta di copertina di Tra una birra e una storia - Betti editore, collana I labirinti)

venerdì 30 agosto 2019

Re Artù si ritrova nei pub e nelle miniere

«Mi interessa Re Artù prima che diventi verso di poeti, personaggio di romanzi, ispirazione per il cinema. Anche se è per tutto questo, in effetti, che Re Artù è Re Artù. Almeno per me: l’uomo – o l’ombra – per cui mi sono messo in viaggio». 

Un viaggio tra Galles e Cornovaglia inseguendo l’ombra di Re Artù, mito tra i più grandi e affascinanti della nostra civiltà, lungo sentieri a picco sul mare, castelli di fantasmi, antiche battaglie, isole smarrite nelle nebbie, montagne abitate da giganti. Tra i cavalieri della Tavola Rotonda e l’eterna ricerca del Santo Graal, si riannodano i fili di vicende che parlano ai nostri giorni: perché Artù, in fondo, non è altro che l’idea di un sovrano capace di garantire pace e giustizia. Anche per questo è un mito che non muore. 

Lo si ritrova nelle miniere abbandonate, nei pub di campagna, nei campi da rugby, in abbazie che ricordano San Galgano nella sua Toscana. E soprattutto nelle parole dei grandi della letteratura, da Thomas Malory a Mark Twain, da Chrétien de Troyes a Dylan Thomas.

 Fino a una città dei libri – Hay-on-Wye – che alimenta le leggende e di per se stessa è già una leggenda.

sabato 23 marzo 2019

Firenze, il mio viaggio più lontano

È una delle città più fotografate, raccontate, celebrate al mondo, eppure ci sono ancora tanti modi di raccontarla. 

Dipende dall’attenzione che le si dedica, dalle storie che si è pronti ad ascoltare, dalle strade in cui è ancora bello perdersi, fuori dai pochi metri quadrati dove si concentrano i turisti. 

La Firenze di un fiorentino come me, un viaggio lento e inquieto, per un altrove di sogni, misteri, sorprese, più di tante destinazioni. 

Forse il viaggio più lontano che ho fatto, anche se comincia fuori della porta di casa, passa per il pub di quartiere e si conclude nell’osteria degli amici di sempre: da mattina a sera in un incessante smarrirsi e ritrovarsi.

sabato 30 giugno 2018

Il mio Jack: c'è ancora strada?

Eppure funziona sempre così con Jack. Non lo trovi mai dove lo cerchi. Non ti risponde mai come ti aspetteresti. 

Forse è anche per questo che uno scrittore così intrinsecamente americano, inimmaginabile in un altro paese, ha saputo conquistare generazioni di giovani europei -  soprattutto italiani, francesi e tedeschi – con una presa ininterrotta anche quando negli Stati Uniti la sua parabola era in declino. 


Forse anche per questo ha saputo parlare alla generazione che nella politica ha coltivato le sue speranze di cambiamento, malgrado le sue stesse convinzioni. Parlando anche alla generazione successiva, quella che sulle macerie di quelle speranze se n’è andata per il mondo, poco importa se in Tibet, in Patagonia o in Nicaragua. 


 E oggi? Ora che è considerato uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, i ragazzi di vent’anni possono ancora riconoscersi in Jack Kerouac? 


Che poi è una domanda assai meno scomoda rispetto all’altra: ovvero quanto possa riconoscermi ancora io, alla mia età. 


(da Jack Kerouac. The man on the road, Edizioni Clichy)

venerdì 27 aprile 2018

Sognando sulle carte geografiche

“Le mappe sono un modo di organizzare la sorpresa”, scriveva Bruce Chatwin.

Ci sono i mappamondi su cui ancora oggi i bambini sognano e ci sono i sogni che le mappe dei sentieri alimentano in ogni camminatore, non importa di quale età.

Ci sono gli antichi atlanti di un mondo che attendeva di essere scoperto e ci sono le carte che ancora oggi accompagnano il viaggiatore, nell’epoca dei Gps e e di Google Earth.

Malgrado le tecnologie digitali e una geografia di cui si vorrebbe fare a meno continuano a sedurre, emozionare, narrare.

Le mappe sono la nostra isola del tesoro, e in esse è ancora possibile ritrovare noi stessi e i nostri viaggi.


Paolo Ciampi - Il sogno delle mappe - collana Piccola Filosofia di Viaggio (Ediciclo)

lunedì 2 aprile 2018

Ma voi che ne sapete della Polonia?

Come quella sera con i miei amici, al pub di sempre, innumerevoli birre e disquisizioni a non finire. 

Ma voi che ne sapete della Polonia? 

Domanda che vai a sapere perché mi era transitata per la testa. Solo che una volta data in pasto all’allegra combriccola provocò gran dibattito. E chi rammentò Chopin più un paio di scrittori, chi buttò lì la vodka, chi tirò fuori il colpo di stato di un generale con gli occhiali come fondi di bottiglia. Chi si contentò di Auschwitz o del Papa di Cracovia – troppo facile così. 

Certo c’era anche il cinema, con pellicole non solo per incalliti cinefili. E quella squadra che nei mitici Mondiali del 1974 aveva incantato il mondo, tra l’altro facendo fuori una modesta Italia: una formazione dai nomi impossibili che un paio di noi, incredibile, sapevano ancora recitare come una sorta di mantra. E poi le polacchine. Non intese come fanciulle, ma come comode scarpe un tempo in gran voga, ora non so: e vai a capire perché si chiamino così e cosa c’entrino con la Polonia, io non ci sono riuscito.

Ecco, non molto di più. E ora che la Polonia la sto attraversando a bordo di questo pullman, quella stessa domanda me la rigiro in bocca.

Per me, non per altri: ma cosa so io della Polonia?

(da Paolo Ciampi, Che ne sai della Polonia, Fusta editore 2018)

lunedì 12 febbraio 2018

Storia di un ladro, storia di tutti noi

Il silenzio di una persona che non c’è più. Di un padre che si è portato via persino i ricordi della figlia. Questo silenzio. Il silenzio di un uomo che era anche altro. Qualunque cosa abbia combinato.
E, qualunque cosa abbia combinato, comincia a riguardarmi questo silenzio.



 Mi ha riguardato così tanto, quel silenzio, che qualche anno fa è finito per diventare un libro. Uscì per una piccola e coraggiosa casa editrice che oggi non c'è più - la Romano editore - e le copie in distribuzione sparirono quasi subito. Ritorna oggi in libreria grazia a un editore di qualità come Betti, dentro una collana - Strade bianche - che spero molti di voi possano incontrare e aqpprezzare. Sono contento che ci siano editori così e sono contento - ovviamente - di ritrovare in questo modo un mio libro.

 Il babbo era un ladro - questo è il titolo -  recupera una storia della Firenze del dopoguerra, peròmi sembra più attuale oggi che qualche anno fa. Ruota intorno alle vicende di Cicoria, al secolo Ubaldo Cecchi, all'epoca additato come il pericolo pubblico numero uno, in realtà il capo di una “banda del buco”: in effetti assai più efficace nei suoi colpi di quella del film di Mario Monicelli, I soliti ignoti.

Oggi non entrerebbe nemmeno nella graduatoria dei criminali più pericolosi, anche perché non ha mai sparso una goccia di sangue, allora fu il protagonista di una gigantesca caccia all’uomo, un guardie e ladri che finì con la sua cattura (anzi con più di una cattura perché, secondo copione, non mancarono le evasioni) e poi con il suo “seppellimento” in carcere – alle Murate, a Porto Azzurro e in altri temibili carceri.

In realtà più che una storia di malavita, è la storia degli affetti spezzati intorno a un uomo che in carcere provò anche a riscattarsi anche attraverso la scrittura e l’arte (dipingeva, nemmeno male, componeva e rappresentava commediole). Il tutto raccontato attraverso la storia della figlia, persona vissuta nell’assenza di un padre che non riuscirà più a incontrare…

Mi sembra che raccontare la storia di Cicoria sia come affermare che non ci si può arrestare alla superficie, che non basta affidarsi alle sentenze, che bisogna maneggiare con cautela giudizi che si tramutano spesso in pregiudizi. La vita di un uomo è sempre più ampia, complessa, contraddittoria. Ci si può trovare molto, ci può sorprendere. Anche in bene.

Ce n'abbiamo bisogno, in tempi cupi, in cui l'altro minimo ci fa paura.  E inve
ce, non sarà che nella storia di un ladro c'è la storia di tutti noi?



venerdì 1 luglio 2016

L'Olanda, i pittori e i libri che sono strada davanti a te

Le parole che gettano ponti, che creano possibilità di condivisione, che talvolta si fanno scrittura e addirittura libro. E che nei libri vivono e rivivono ogni volta che potranno incontrare un lettore.

Non solo lettere – magari d'amore – come nel quadro gemello di Gabriel Metsu, quello con la destinataria della lettera scritta dal giovin signore, seduta in una stanza inondata di luce, mentre una cameriera tira la tenda di una finestra che si spalanca su un mare agitato – restino fuori le vicissitudini della vita e i turbamenti dello spirito.  

Ma libri, uomini e donne assorti nella lettura di libri.

Per esempio la Vecchia signora che legge di Gerrit Dou. Se si segue lo sguardo dell'anziana sembra di poter riconoscere le lettere della pagina della Bibbia, nitide come le screpolature della mano che avvicinano il volume al volto.  

Gerrit Dou era stato apprendista di Rembrandt e si fece conoscere per la minuzia delle sue opere. E allora perché non ricordare, di Rembrandt, la sua Sacra famiglia di notte


Però tra tutti a me colpisce soprattutto la Donna che legge di Pieter Janssens Elinga, pittore di cui si ignora quasi tutto ma che si presume sia stato anche musicista. Sarà per questo che le sue scene di vita quotidiane paiono dotate di una particolare armonia.

Non è una signora, a essere colta dal pittore, mentre legge. Ma una servetta, una di quelle presenze taciturne nelle case dei benestanti, che in altri quadri vediamo versare il latte o lavare i panni. È seduta, girata di spalle. Immersa in un libro che si presume non sia una dotta dissertazione sull'astronomia o la teologia, piuttosto un romanzo cavalleresco. Uno dei best seller dell'epoca, insomma. Peccato che non ci fosse ancora qualcosa di simile a un bell'Harry Potter. In ogni caso la lettura l'ha rapita alle faccende domestiche. Si capisce che la padrona è via e che lei, la servetta, sta approfittando della sua assenza. Che dire della fruttiera appoggiata sulla sedia? E soprattutto delle pantofole abbandonate in mezzo alla stanza?

Chissà se di tutto questo dovrà rendere conto, al ritorno della padrona. Però, come mollare il libro ora, sul più bello?


Non sono solo riparo alle tempeste del mondo, le parole scritte. Possono essere anche altro, insubordinazione, atto di giustizia, presenza che invoca i suoi diritti. 

Possono essere strada che chiede solo di essere imboccata e percorsa, poi si vedrà. Come noi ora. Dai, Ernesto. Partiamo. 

(da  L'Olanda è un fiore, Ediciclo editore)

domenica 24 gennaio 2016

Giornata della Memoria 2016: io ricordo Anna


A guardare bene, la differenza è tutta qui: in un strada che viene attraversata nel momento sbagliato. Perché tutto inizia qui, tutto si conclude qui: esattamente in questi pochi metri che separano un marciapiede dall’altro.

Ora che mi sono inoltrato per un ben pezzo, nella storia di questa famiglia, ci penso e ripenso più volte: e ogni volta è un lampo imprevisto, un’esplosione di emozioni che arriva così, non ricercata, non annunciata.
 

Quasi sempre mi succede appena sortito di casa.
 

Il rumore del portone che si richiude dietro di me e poi i primi passi nel reticolo di vie del mio quartiere, giusto per quelle due o tre commissioni da fare. Che so, l’edicola per il giornale, il punto scommesse per la schedina della domenica, il forno dove mi servo da una vita per il pane e la schiacciata…  
 

Talvolta, non a caso, questo pensiero mi precipita addosso un istante prima di attraversare una strada, fermo a un semaforo in attesa dell’avanti oppure di fronte alle strisce pedonali di un incrocio pericoloso, dove a nessuno salta per la testa di lasciarti passare.
 

Sì, succede soprattutto una frazione di secondo dopo che il passo si è  staccato dal marciapiede per abbassarsi poi sull’asfalto, quasi a sottolineare che non esiste movimento, anche banale, anche impercettibile, che non sia gravido di conseguenze. 
 

E non posso farci niente, quel lampo di pensiero mi lascia lì, obbligato a un riflesso senza volontà, quasi a un tic nervoso.
 

Piegare la testa, scrutare le punte dei piedi, studiare le scarpe pesanti come blocchi di cemento. Fermarsi. Esitare. Restare ancora fermo.
 

Più o meno come quando stai per tuffarti nelle acque di una piscina, con il presentimento del gelo che ti aspetta. E c’è quell’istante, quel preciso unico istante che precede l’altro in cui ti stacchi dal bordo, quando non potrai più farci niente. Un istante che non è nemmeno il tempo di uno schiocco di dita, che non dura abbastanza per contenere un gesto o una nuova determinazione. Sufficiente al massimo per un inutile pentimento.
 

Ecco, un istante così. Uno spartiacque, come il sipario che scende tra il primo e il secondo atto. Un istante irrimediabile.
 

Come quell’istante di un giorno del 1943 in cui Anna decide di attraversare la strada. 

(da Paolo Ciampi, Una famiglia, Giuntina 2010)

sabato 2 gennaio 2016

L'Inghilterra coast to coast in compagnia di Adriano

Non so quanti conoscono il Vallo di Adriano. Quanti ne hanno già sentito parlare e quanti l'hanno preso in considerazione come una possibile meta di viaggio. 

Credo pochi, ma credo anche che saranno sempre di più in futuro. Merito non della nostra scuola, certo, ma piuttosto degli inglesi. Che ne hanno fatto uno dei grandi itinerari europei per chi intende muoversi a piedi o in bicicletta.
 

Dal Mare del Nord al Mare di Irlanda, un coast to coast ancora piuttosto originale, con distanze che non spaventano nemmeno un pantofolaio come me.
 

Se non ci credete, date un occhio alla cartina. È come se all'alba del mondo un gigante avesse provato a strozzare l'Inghilterra. Non c'è riuscito, ma il collo è rimasto così.
 

Però in un viaggio come questo non ci sono da mettere in conto solo i chilometri. Anche gli anni vogliono la loro parte.
 

E ve l'ho già detto, sono qui per questo. Voglio inoltrarmi nella storia, non solo nella campagna inglese. 

Passo dopo passo, visto che le insidie non mancano: il tempo, lo so, a volte è una palude che inghiotte vita e risputa ombre.
 

Starò attento, con il mio bagaglio fatto più di domande che di indumenti. Accetterò a cuor leggero tutta la lentezza che è nell'ordine delle cose.
 

E per non smarrirmi ho scelto con attenzione la compagnia. Avrò Adriano al mio fianco, l'uomo dal quale discende tutto questo, dalle pietre del Muro giù giù fino alla gente che arranca per queste colline. 
Fino a queste pagine, anche.
 

Un imperatore romano per compagno, non è da tutti. Però me lo merito, con tutto il tempo che ho fantasticato su di lui. Sui segni che ha lasciato in questo mondo e su tutto ciò che di lui è semplicemente svanito. 

(da Paolo Ciampi, La strada delle legioni, Mursia)

lunedì 28 dicembre 2015

Guardare la neve da una casa, questa è l'Olanda

Questa pianura con tutte le gradazioni del verde. Queste file di salici piegati sull'acqua e dietro, belli dritti, i pioppi. Questi paesini in lontananza, di cui si intravede solo la punta del campanile e poco più. E le mucche ovunque. E la vela di un'imbarcazione che procede lungo un canale, solo che il canale, nascosto dietro l'argine, non si vede: perché perfino nei Paesi Bassi, evidentemente, non tutto si lascia scorgere, malgrado l'orizzonte spalancato. 

 Chissà come sarà, di inverno: saltare giù dal letto, schiudere le imposte, scoprire lo spettacolo del manto di neve intatto. Non sono sicuro, a dire il vero, che da queste parti abbiamo imposte, considerata la fame di luce nei lunghi mesi invernali. Però rende l'idea: il primo vero movimento dopo il risveglio, per accogliere la luce e la quiete. Un giorno di sole dopo la tempesta. La neve che copre tutto e che è leggerezza, riposo. Il bianco che abbaglia.  


È l'inverno che ho visto in molte opere fiamminghe e che da sempre è stata la mia idea di inverno, nonostante abiti in una città dove anni interi vanno in archivio senza nemmeno un fiocco. Da me la neve è quasi sempre solo un annuncio, un disagio, una poltiglia di fango.

Però per me è questo l'inverno. Una finestra che si apre al mattino e lo sguardo che spazia. Ovviamente anche il fumo che sale dal camino, promessa di tepore e di pasti caldi. 


La finestra e il camino. La mia idea di inverno che si porta, indissolubile, l'idea della casa: necessariamente ospitale.


(da Paolo Ciampi, L'Olanda è un fiore, Ediciclo)

domenica 25 ottobre 2015

Coast to coast nella campagna inglese

Non so quanti conoscono il Vallo di Adriano. Quanti ne hanno già sentito parlare e quanti l'hanno preso in considerazione come una possibile meta di viaggio.

Credo pochi, ma credo anche che saranno sempre di più in futuro. Merito non della nostra scuola, certo, ma piuttosto degli inglesi. Che ne hanno fatto uno dei grandi itinerari europei per chi intende muoversi a piedi o in bicicletta.
 

Dal Mare del Nord al Mare di Irlanda, un coast to coast ancora piuttosto originale, con distanze che non spaventano nemmeno un pantofolaio come me.
 

Se non ci credete, date un occhio alla cartina. È come se all'alba del mondo un gigante avesse provato a strozzare l'Inghilterra. Non c'è riuscito, ma il collo è rimasto così.
 

Però in un viaggio come questo non ci sono da mettere in conto solo i chilometri. Anche gli anni vogliono la loro parte.
 

E ve l'ho già detto, sono qui per questo. Voglio inoltrarmi nella storia, non solo nella campagna inglese. 

Passo dopo passo, visto che le insidie non mancano: il tempo, lo so, a volte è una palude che inghiotte vita e risputa ombre.
 

Starò attento, con il mio bagaglio fatto più di domande che di indumenti. Accetterò a cuor leggero tutta la lentezza che è nell'ordine delle cose.
 

E per non smarrirmi ho scelto con attenzione la compagnia. Avrò Adriano al mio fianco, l'uomo dal quale discende tutto questo, dalle pietre del Muro giù giù fino alla gente che arranca per queste colline. 
Fino a queste pagine, anche.
 

Un imperatore romano per compagno, non è da tutti. Però me lo merito, con tutto il tempo che ho fantasticato su di lui. Sui segni che ha lasciato in questo mondo e su tutto ciò che di lui è semplicemente svanito.

(da Paolo Ciampi, La strada delle legioni, Mursia)

domenica 18 ottobre 2015

Presto mi ritrovai a cantare nei giorni di festa

Presto mi ritrovai a cantare nei giorni di festa, alle fiere, nei mercati. 


Si faceva crocchio intorno a me, tra sensali di bestie, calzolai, scalpellini, trattori affacciati sull’uscio della loro osteria, venditori ambulanti venuti dal piano per l’occasione, le spalle piegate da un grosso corbello ricolmo di mercerie e terraglie.

Bastava che mi alzassi piedi, che cominciassi con lo schiarirmi la gola, e intorno si faceva silenzio. 

Pure gli sciagurati che si giocavano i denari a carte nelle mescite di vino, pure i perditempo tutti presi dalle bocce o dalla ruzzola, si fermavano.

Chi aveva l’urgenza di concludere un affare si compiaceva di mettersi un po’ discosto e di abbassare la voce. Perfino chi più in là faceva la giornata tirando carri e diligenze per la salita si voltava e col rimirarmi prendeva fiato.

Ci tiravo poco di guadagno, a volte una fetta di cacio su un foglio giallo e un fiasco a calare in una botteguccia, a volte nemmeno quello. Però di quanto veniva in tasca non mi importava.

Cantavo, cantavo cose che mi venivano così, ignote perfino alle mie orecchie, oppure cose che avevo imparato da bambina, cose che i vecchi ci insegnano quassù da noi. 

Perché poi nemmeno Beatrice improvvisava tutto. Questo lo diceva la gente, ma così non era. 

Avevo invece fermi e pronti in memoria canzoni e rispetti quanti ce ne vogliono, strambotti, lettere d’amore in rima e un bel po’ di leggende, di quelle che i cantastorie portano in giro. 

Mi bastava raffazzonare quei versi uditi e ricantati le cento volte, e quando m’invogliava ne componevo per somiglianza: e vi riuscivo a meraviglia. 

Cantavo la lotta di San Michele con il drago e le peripezie di San Pellegrino, figlio di Romano, re di Scozia, cantavo tutta la storia del Nuovo Testamento e un bel pezzo del Vecchio. 

La mia vena, davvero, pareva non esaurirsi mai.

E prima ancora che della gente era mio lo stupore di che mi sentivo l’anima occupata.

(da Paolo Ciampi, Beatrice, il canto dell'Appennino che conquistò la capitale, Sarnus) 

sabato 19 settembre 2015

In cammino, io sono qui e ho il mio tempo

Sono partito di buon mattino, il passo leggero, riposato. Sto bene. Mi aspetta Corbridge, antica città romana sulla strada che porta a ovest, fino a Carlisle. 

Oggi né l'orologio né la distanza impongono i loro consueti diktat. E nemmeno le condizioni meteorologiche, benché il sole di ieri sia solo un ricordo. Si respira una singolare sensazione di libertà, che forse ha a che vedere proprio con la scelta del movimento lento, che conta solo sulle proprie forze.

Camminando faccio giustizia. E tanti saluti agli spot delle automobili.

Avete presente? Modelli nuovi fiammanti che scivolano lungo nastri di asfalto come palle di biliardo. Suv che manca poco si librano in aria. Navigatore satellitare e corsa libera, potenza e relax, tanto mai che ci sia nessuno davanti e nemmeno dietro, mai che capiti un ingorgo, una buca, una strada interrotta, un clacson che proclama la sopraggiunta crisi isterica.

Sono ovunque, ce li infliggono ovunque. Ma io sono qui e ho il mio tempo. Non gli appartengo più, al tempo. Sarà che posso prescindere dai miei anni, dalla mia epoca. Non più automobilista. Semmai pellegrino, a modo mio. Senza cercare un santuario, senza puntare a un'indulgenza.

Pellegrino: parola di altri secoli. Pellegrino cioè peregrino, dal latino per agros, per i campi – in qualche modo i romani lo zampino lo lasciano sempre, se non altro con le etimologie.

Per i campi, cioè fuori dalle città. Che significa anche fuori dal tempo delle città. È questo, il pellegrinaggio.

Tempo fuori dell'ordinario, tempo stralciato per ritrovare se stessi o ascoltare altre voci, che non siano il rombo dei motori, il brusio della folla.

(da Paolo Ciampi, La strada delle legioni, Mursia)  

mercoledì 19 agosto 2015

Passo passo, lungo il Vallo di Adriano

Non so quanti conoscono il Vallo di Adriano. Quanti ne hanno già sentito parlare e quanti l'hanno preso in considerazione come una possibile meta di viaggio.

Credo pochi, ma credo anche che saranno sempre di più in futuro. Merito non della nostra scuola, certo, ma piuttosto degli inglesi. Che ne hanno fatto uno dei grandi itinerari europei per chi intende muoversi a piedi o in bicicletta.
 

Dal Mare del Nord al Mare di Irlanda, un coast to coast ancora piuttosto originale, con distanze che non spaventano nemmeno un pantofolaio come me.
 

Se non ci credete, date un occhio alla cartina. È come se all'alba del mondo un gigante avesse provato a strozzare l'Inghilterra. Non c'è riuscito, ma il collo è rimasto così.
 

Però in un viaggio come questo non ci sono da mettere in conto solo i chilometri. Anche gli anni vogliono la loro parte.
 

E ve l'ho già detto, sono qui per questo. Voglio inoltrarmi nella storia, non solo nella campagna inglese. 

Passo dopo passo, visto che le insidie non mancano: il tempo, lo so, a volte è una palude che inghiotte vita e risputa ombre.
 

Starò attento, con il mio bagaglio fatto più di domande che di indumenti. Accetterò a cuor leggero tutta la lentezza che è nell'ordine delle cose.
 

E per non smarrirmi ho scelto con attenzione la compagnia. Avrò Adriano al mio fianco, l'uomo dal quale discende tutto questo, dalle pietre del Muro giù giù fino alla gente che arranca per queste colline. 
Fino a queste pagine, anche.
 

Un imperatore romano per compagno, non è da tutti. Però me lo merito, con tutto il tempo che ho fantasticato su di lui. Sui segni che ha lasciato in questo mondo e su tutto ciò che di lui è semplicemente svanito.

(da Paolo Ciampi, La strada delle legioni, Mursia)

domenica 16 agosto 2015

In una domenica così il viaggio prosegue

È una domenica così, con i pensieri che vanno molto più distanti dei miei passi, che non si decidono a farmi uscire fuori di casa. 

Sarà per questo cielo metallico che invita a restarmene dove sono, per questa nuvolaglia come il mio umore. Non che il grigio debba per forza essere il colore del dolore, della perdita, della rassegnazione. 

A me richiama anche altre cose, il grigio, per esempio una casa come rifugio, la nostalgia come possibilità e i pensieri, i pensieri appunto, almeno i pensieri che sanno districarsi dalla matassa dei sentimenti e raggiungere i luoghi a cui appartengono.  

E dunque, tornare a calpestare i campi di battaglia della Grande Guerra,  respirare di nuovo l'aria dei posti che furono abitati da Ugo. Verso i quali mi trasporta il tappeto volante dell'immaginazione. 

Levandomi il terreno sotto i piedi solo per aiutarmi a planare su ciò che è stato.

Ha funzionato ancora una volta, il tappeto volante. In una domenica così il viaggio prosegue. 

(Paolo Ciampi, Nel libro, figlio, tu vivrai, Sarnus)

venerdì 14 agosto 2015

Amsterdam era un brivido di libertà

Era un brivido di libertà, Amsterdam, un sogno che aveva qualcosa a che vedere con altri sogni persi per strada. Anche un risarcimento, in un certo senso. 

Per ottenerlo erano sufficienti un treno nella notte, poche cose infilate in uno zaino e qualche lira in tasca – in tempi in cui l'euro non c'era e un viaggio era tale anche perché toccava cambiare valuta. 

Solo questo ed era un altro mondo che si spalancava. 

Chissà cosa aveva per la testa quel ragazzo che ero io. Chissà su quale futuro almanaccava. Oggi ad Amsterdam, domani in Tibet, o in Nicaragua, o forse anche in Patagonia. E sul serio, cosa avrei scelto nella vita? Il teatro d'avanguardia a New York o una capanna affacciata sul mare dei Tropici? 

Almeno almeno mi aspettava un appartamentino a Kreuzberg, il più  multietnico dei quartieri di Berlino. In ogni caso lontano. Oltre l'orizzonte su cui si allungava lo sguardo di ogni giorno. 

Via dal mio quartiere. Via dall'università da rievocare solo per le chiacchiere in corridoio e qualche morso di apprensione sul futuro, giustappunto. Via dalle cose che si poteva ragionevolmente pretendere dal sottoscritto. Lontano, lontano. 

E Amsterdam, è evidente, sarebbe stato un buon trampolino per staccarsi dalle cose come erano, verso le cose che mi attendevano.

(Paolo Ciampi, L'Olanda è un fiore, Ediciclo)

sabato 18 luglio 2015

Il superfluo che scivola via col cammino

Non so cosa c'entri con questo viaggio. Non so, ma credo che valga lo stesso per i viaggi, meglio, per la smania di catalogarli con grande profluvio di preposizioni, aggettivi e sostantivi.



Il viaggio è sempre verso qualcosa, implica sempre una distanza. È vicino o lontano. Pare non contare per se stesso ma per la sua destinazione, regione, paese o continente che sia. 

Non so cosa c'entri, ma ora che mi sto dirigendo verso Walltown Crags avverto che molte delle cose che finora ho considerato dei viaggi appartengono al superfluo. Possono cadere a ogni passo, come foglie di autunno al primo stormire. 

Walltown Crags, balcone sul tempo, sui tempi, fuori dal tempo. Posto buono per sciogliersi dai pensieri e abbandonarsi a ogni congettura. Per riposare la mente e lasciarla andare, come un pattinatore che scivola sul ghiaccio con leggerezza. 

Perché a volte capita, è in superficie che si scopre il senso della profondità.




(da Paolo Ciampi, La strada delle legioni, Mursia)

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