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lunedì 1 agosto 2016

Quando partivano per rubare l'erba

Partivano. La gente di queste parti è sempre partita. Da questa borgata, da questa valle. Non per salire sulle creste, per vedere un orizzonte nuovo o per conoscere posti diversi. No. Partivano perché ci sono terre dove vivere è un lusso che non ci si può concedere sempre. Non tutto l'anno. E allora si va, finché ci sono posti dove andare.

Partivano, i pastori delle montagne del Piemonte. Partivano in albe gelide, con le ruote dei carri che scavavano solchi sulla ghiaia e i cani che correvano in qua e là per radunare le greggi. Partivano, per "rubare l'erba" dove l'erba c'era. Partivano, e non smettevano di partire, la loro vita era tutta una partenza, una partenza e un ritorno, d'estate verso gli alpeggi, di inverno verso i loro paesi.

Un altro mondo, non troppi  anni fa, eppure un'epoca fa. Il mondo prima della motorizzazione di massa, della televisione, di Internet. Il mondo che Marco Aime, antropologo, si ricorda bene, perché era il mondo della sua infanzia, delle sue radici famigliari.

Ci torna da adulto, da studioso, in quei posti. Ci torna, mescolando l'emozione dei suoi ricordi alle ultime testimonianze di ciò che è irrimediabilmente scomparso. Ci torna e accoglie volentieri la sua perplessità:

Ora mi sembra persino strano essere qui, a fare l'antropologo. Di solito un antropologo si occupa di cose lontane, va a ficcare il naso nelle case di gente straniera, diversa da lui.... 

Credo che sia proprio questa perplessità, con tutte le domande che ne discendono, a fare di Rubare l'erba (Ponte alle Grazie), un libro raro, con la sua bellezza impastata di malinconia.  

venerdì 31 maggio 2013

L'India alla Tiziano Terzani di Guido Gozzano

Dopo tutto la poesia è la cosa meno necessaria di questo mondo, scriveva Guido Gozzano.

E sarà anche, io so solo che con i suoi versi teneri e malinconici questo ragazzo piemontese ci ha fatto un dono straordinario, che è bene tenersi stretto.

E' dai tempi del liceo, quando l'antologia di italiano mi ha fatto planare verso questo poeta crepuscolare, che mi tengo stretto il suo mondo di care piccole cose, tanto decenti quanto di gusto discutibile, come i soprammobili nel salotto buono di una vecchia zia. Invece non avevo ancora letto le lettere che scrisse non da uno borghesissimo studio del Piemonte fin di secolo (intendendo l'Ottocento) ma niente di meno che dall'India. Sarà che da uno come lui nemmeno mi immaginavo che un giorno potesse partire e andare così lontano.
 
Eppure è proprio così, Gozzano in India arriva nel 1911, non come uno scrittore in cerca di materiali per un suo libro, ma come un giovane avvocato torinese malato di tubercolosi, in cerca chissà di che cosa, forse di un'aria migliore, forse di un'altra vita. Di una guarigione comunque, che chissà, forse ha meno a che vedere con i suoi polmoni che con le inquietudini della vita.

Qualcosa che alla lontana sa di Tiziano Terzani, insomma.

C'è chi ha scritto che Guido Gozzano è il viaggiatore che vede e racconta quasi soltanto se stesso, ma in ogni caso sono belle le sue lettere dall'India, prima pubblicate sul quotidiano La Stampa e poi raccolte nel volume Verso la cuna del mondo (oggi riedite da Edt).

Belle anche se ho fatto fatica a riconoscere nel poeta dei salotti borghesi l'uomo che parla di Bombay metropoli ospitale oppure di Goa, peraltro, all'Emilio Salgari, già visitata con la fantasia, cento volte con la matita, durante le interminaboli lezioni di matematica. 

Poi però ho scovato queste righe: e ho ritrovato davvero Guido Gozzano.


mercoledì 3 ottobre 2012

Se un bambino scrive dei suoi eroi

Dalla Spagna dove nell'estate 1982 la nazionale azzurra mise in riga Argentina, Brasile e Germania conquistando la Coppa del Mondo all'Italia devastata dalla occupazione nazifascista. Dal Piemonte dei vigneti e delle colline all'Unione Sovietica di Breznev, quando il comunismo ancora era un'idea e una speranza per qualcuno.

Quante cose, in La stilografica di Piazza del Cavallo di Alberto Guasco (Mauro Pagliai editore), che unisce mondi e anni che sembrano appartenere a pianeti diversi, non fosse che a unirli c'è proprio la parola, anzi, le parole di un bambino di sei anni, a cui la maestra, come tema per le vacanze, ha chiesto di raccontare un eroe.

E chi sono gli eroi, per un bambino, magari per un bambino cresciuto, che molti anni più tardi si trova ancora a scrivere quel tema? Forse anche Paolo Rossi, con i suoi gol da leggenda. O forse il nonno, militare e partigiano durante la seconda guerra mondiale. O forse il padre, che appunto, da neolaureato, fu catapultato in Unione Sovietica.

La parola come ponte. Il filo della memoria. E per fermare l'una e l'altra qualcosa che rimane e passa di generazione in generazione: quella stilografica con l'inchiostro verde che il nonno, durante la guerra, adoperò per scrivere le sue lettere d'amore.

Può passare inosservata, una stilografica. Può perfino essere persa. Ma che bello che ci sia ancora.

E qualcosa del genere vale anche per questo libro, per questa voce originale che è bene non passi inosservata.




Nell'estate del 1982, nei giorni del trionfo azzurro ai mondiali di Spagna, un bambino di prima elementare si trova a fare i conti con il tema assegnato per le vacanze: deve cercare, tra i propri familiari, un "eroe" di cui raccontare le avventure. Ascolterà i racconti del nonno, militare e partigiano durante la seconda guerra mondiale, e quelli del padre, neolaureato catapultato nell'Unione Sovietica di Breznev alla fine degli anni Sessanta. Il risultato è un racconto in forma circolare sul filo della memoria: una lunga lettera, piena di ricordi e pervasa da una sottile ironia, che il protagonista consegnerà alla maestra delle elementari soltanto trent'anni dopo.

martedì 26 giugno 2012

Meglio Zelig di chi è troppo sicuro di sé

Ricordate Zelig, il personaggio di quel film capolavoro di Woody Allen?

Gad Lerner, nel suo Tu sei un bastardo. Contro l'abuso delle identità (Feltrinelli), parte proprio da lui, dalla sua irresistibile propensione alla metamorfosi, dalla sua smania di indossare i panni (e non solo i panni) degli altri per farsi accettare dagli altri.

Ci faceva sorridere Zelig, all'inizio degli anni Ottanta. Ma ora, a ripensarci, è quasi inevitabile un crampo di malinconia, dopo trent'anni di identità forti, di identità presuntuose, arroccate, indispettite, che nel mondo ne hanno combinate di tutti i colori. Pulizie etniche, fondamentalismi religiosi, muri per escludere l'altro: la nostra nuova guerra dei Trent'anni.

E dunque, sono contento di aver letto, anche se in ritardo, questo libro di Gad Lerner, un uomo che un po' Zelig nella vita lo è stato, a lungo reso apolide dalle correnti della Storia ma non immune, come tutti, alla tentazione di voler piantare le radici anche lui, magari in una bella campagna del Piemonte (tranne poi ricordare che gli uomini mica sono vegetali: se mettessero radici, morirebbero).

Non poteva che essere lui - uomo che riconosce come sapore di casa sia l'hummous mediorientale che il Gefiltefisch mitteleuropeo - a scrivere questo libro che è una bella boccata di ossigeno, quanto a tolleranza. Anzi, di più: quanto a capacità di mettere liberamente in gioco la propria identità, arricchendosi delle identità altrui.

Perché poi c'è una cosa comune a tutti coloro che in questi anni hanno praticato l'abuso di identità:

Di questi tempi le identità collettive, per maledizione storica generalizzata, si fondano tutte sulla ricerca di un qualsivoglia passato anziché sull'aspirazione a un futuro.

E di un futuro invece abbiamo proprio bisogno.  

sabato 12 maggio 2012

Come l'acciuga sfamò la gente di montagna

Orengo era un poeta e forse anche per questo era affascinato dall'idea che a portare sale e acciughe nelle vallate piemontesi fossero stati quei saraceni che prima del Mille scorrazzavano tra queste borgate.


La storia del sale è anche storia di contrabbando. E forse è vero che il commercio delle acciughe sia nato per contrabbandare il sale. Il sale era tassato dalla Repubblica di Genova e così la gente riempiva metà barili di sale e poi li copriva con le acciughe, che non pagavano dazio.


Chissà, forse è andata davvero così, o forse no, ma sta di fatto che l'acciuga si è sciolta nella "bagna cauda", ha imparato a fare da ancella al peperone, si è sposata con il bagnetto al verde. 

L'acciuga è diventata "piemontese", ha perso quel suo essere di mare e poco a poco ha imparato a sfamare bocche di montagna poco avvezze al gusto di pesce.


(Marco Aime, Rubare l'erba, Ponte alle Grazie)

lunedì 7 maggio 2012

Quel mondo di gente che rubava l'erba

Partivano. La gente di queste parti è sempre partita. Da questa borgata, da questa valle. Non per salire sulle creste, per vedere un orizzonte nuovo o per conoscere posti diversi . No. Partivano perché ci sono terre dove vivere è un lusso che non ci si può concedere sempre. Non tutto l'anno. E allora si va, finché ci sono posti dove andare.

Partivano, i pastori delle montagne del Piemonte. Partivano in albe gelide, con le ruote dei carri che scavavano solchi sulla ghiaia e i cani che correvano in qua e là per radunare le greggi. Partivano, per "rubare l'erba" dove l'erba c'era. Partivano, e non smettevano di partire, la loro vita era tutta una partenza, una partenza e un ritorno, d'estate verso gli alpeggi, di inverno verso i loro paesi.

Un altro mondo, non troppi  anni fa, eppure un'epoca fa. Il mondo prima della motorizzazione di massa, della televisione, di Internet. Il mondo che Marco Aime, antropologo, si ricorda bene, perché era il mondo della sua infanzia, delle sue radici famigliari.

Ci torna da adulto, da studioso, in quei posti. Ci torna, mescolando l'emozione dei suoi ricordi alle ultime testimonianze di ciò che è irrimediabilmente scomparso. Ci torna e accoglie volentieri la sua perplessità:

Ora mi sembra persino strano essere qui, a fare l'antropologo. Di solito un antropologo si occupa di cose lontane, va a ficcare il naso nelle case di gente straniera, diversa da lui.... 

Credo che sia proprio questa perplessità, con tutte le domande che ne discendono, a fare di Rubare l'erba (Ponte alle Grazie), un libro raro, con la sua bellezza impastata di malinconia.  

sabato 7 maggio 2011

C'è civiltà nella civiltà della forchetta

Gli uomini hanno passato per millenni la massima parte del loro tempo nell'intento di procurarsi il cibo e di confezionarlo, ma ciò non è bastato a nobilitare il tema, né a renderlo importante. Mangiare, in fondo, non è arte, non è letteratura e neppure scienza. Come si può studiare una funzione così comune, così necessaria?

Così si chiede Giovanni Rebora nelle prime pagine di La civiltà della forchetta. Storie di cibi e di cucina (Laterza), e non so se sono completamente d'accordo con lui, perché credo proprio che mangiare sia anche arte, anche letteratura, anche scienza, sicuramente anche storia, la nostra storia.


Ed è nella storia che questo libro ci accompagna. Magari per piegarci che nei secoli i mercanti non si sono scambiati solo merci e denaro, ma anche modi di cucinare. Per inseguire la diffusione del riso in Europa - senza dimenticare che se ancora oggi abbiamo risaie in Lombardia e in Piemonte lo dobbiamo agli arabi di Spagna. Per raccontarci come gli olandesi riuscivano a vendere i loro formaggi anche ai nemici con cui erano in guerra. E che per secoli c'è stato anche il caviale del Po, mica solo del Mar Nero.

Curiosità e discorsi seri, che magari si vorrebbe anche approfondire. Ma il libro è soprattutto un atto di restituzione di dignità verso tutto quello che ci sembra troppo umile, troppo quotidiano, per concedergli attenzione.

Ps: a proposito della forchetta del titolo. Pare proprio che non si cominciò a usarla per una questione di buone maniere, ma solo perché si era cominciato a mangiare la pasta, e provateci voi, a mani nude.

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