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lunedì 9 marzo 2020

Riflettori accesi sui perdenti di talento

Vi hanno detto che è bene vincere le battaglie?
Io vi assicuro che è anche bene soccombere, 
che le battaglie sono perdute nello stesso spirito in cui vengono vinte....

Sono versi di Walt Whitman, tratti da Il canto di me stesso, e sono perfetti come epigrafe di questo libro affascinante e strampalato, buono per tutti i curiosi e gli affamati di storie. Paul Collins lo avevo già incontrato in un altro libro, in cui raccontava la sua esperienza da Hay-on-Wye, la città dei libri del Galles: e avevo capito già da quelle pagine che era un collezionista di singolari traiettorie umane oltre che un ottimo affabulatore.

Lo ritrovo ora con La follia di Banvard (uscito sempre per Adelphi), libro di qualche anno fa ma che aveva destato la mia diffidenza di lettore, per un titolo che un po' ostico è senz'altro. 

Non avevo capito che era un libro sulla sconfitta, anzi sugli sconfitti. Meglio sugli sconfitti di genio e talento: gente che meritava, gente che a volte ce l'ha anche fatta, o quasi fatta, solo che è mancato quell'istante, quel dettaglio, quell'ultima tessera del mosaico. Gente che per un momento ha assaporato il successo prima di una caduta ancora più rovinosa. Gente, a volte, che è arrivata troppo presto all'appuntamento con gli eventi e le circostanze.

Non l'avevo capito ma appena ci sono arrivato in queste pagine mi nsono immerso. E fino alla fine non l'ho mollato più.

mercoledì 11 febbraio 2015

Se il titolo del libro fa la differenza



"Sinceramente - mi disse un editor - non credo che molti americani vorrebbero farsi vedere in giro con un libro con su scritto PERDENTI". Agli editori europei, invece, il titolo piace. E da questo siete liberi di dedurre ciò che volete sugli europei.

E in effetti questa è una bella cartina tornasole delle differenze tra le due culture, americana ed europea. Però con queste righe Paul Collins - autore di Al paese dei libri - intende parlarci dei titoli. Che sembrano niente e possono essere tutto. Che decretano il successo di un'opera o la condannano all'anonimato. Che sono sempre e comunque uno dei compiti più improbi e delicati per chi è chiamato a pubblicare qualcosa.

Il giornalista lo sa bene, tanto che quasi sempre prima si spreme le meningi per il titolo e solo dopo, in genere, scrive il relativo articolo. Figurarsi un editore o un direttore di collana.

Scrive Paul Collins:

Ogni titolo è un compromesso. Non può essere troppo astruso, altrimenti in libreria nessuno capirà cos'è. Ma non può neanche essere troppo ovvio, perché se no ci sarà di sicuro un precedente, specialmente se si è gli ultimi arrivati nella storia della letteratura.

Sostiene Collins che a forza di citazioni hanno spolpato perfino Shakespeare, lasciando solo congiunzioni e articoli. Sostiene Collins che il campione mondiale dei titoli è Tibor Fisher - autore tra l'altro di Non leggete questo libro se siete stupidi - e che lui se lo immagina come uno che sbraita alle conferenze urlando "E ringraziate che è il mio romanzo!". Sostiene Collins che si inizia con il titolo, ma bisogna preoccuparsi anche di quello che c'è dopo:

Certi libri vivono il loro momento di gloria nel frontespizio: dopo si va a scendere.

E io concordo.

sabato 22 dicembre 2012

I libri sono le cantine della civiltà

Scelgo queste, tra le tante che meriterebbero. Parole da dedicare a tutti coloro che ancora si ostinano a entrare in libreria, ad accumulare pile di libri che un giorno, forse, leggeranno, a recriminare per il posto sugli scaffali che non c'è più, e con questo basta, d'ora in avanti solo se... tranne poi fare di nuovo capolino in libreria e sorridere, perché aveva ragione Oscar Wilde, si può resistere a tutto, ma non alle tentazioni.

Parole a questa magnifica tentazione:
 
Se sei cresciuto in campagna ti sarai accordo che le fattorie vanno e vengono, ma il segno che lasciano le cantine non si cancella. 

C'è qualcosa di eterno in quelle fondamenta scavate a mano nella terra. 

I libri sono le cantine della civiltà: quando una cultura si sgretola, i libri sopravvivono in virtù della loro semplice, ottusa robustezza. 

Noi guardiamo quel cumulo di pagine e ci meravigliamo: che lettori dovevano essere!

(Paul Collins, Al paese dei libri, Adelphi)


sabato 2 luglio 2011

Consoliamoci, i libri sono la nostra cantina

Se sei cresciuto in campagna ti sarai accordo che le fattorie vanno e vengono, ma il segno che lasciano le cantine non si cancella. C'è qualcosa di eterno in quelle fondamenta scavate a mano nella terra. I libri sono le cantine della civiltà: quando una cultura si sgretola, i libri sopravvivono in virtù della loro semplice, ottua robustezza. Noi guardiamo quel cumulo di pagine e ci meravigliamo: che lettori dovevano essere!

( Paul Collins, Al paese dei libri, Adelphi)

Dedicato a tutti coloro che ancora si ostinano a entrare in libreria, ad accumulare pile di libri che un giorno, forse, leggeranno, a recriminare per il posto sugli scaffali che non c'è più, e con questo basta, d'ora in avanti solo se... tranne poi fare di nuovo capolino in libreria e sorridere, perché aveva ragione Oscar Wilde, si può resistere a tutto, ma non alle tentazioni. A questa magnifica tentazione.

martedì 28 giugno 2011

Il paese che riempì di libri i suoi fienili

Hay-on-Wye è proprio il paese dei libri: si è guadagnata questo nome perchè conta mille e cinquecento abitanti, cinque chiese, quattro negozi di alimentari, due giornalai, un ufficio postale... e quaranta librerie....
Il totale dei libri chiusi nelle botteghe o stipati negli ex fienili ammonterà a qualche milione; migliaia di volumi per ogni uomo, donna, bambino e cane...

Potete leggerla anche come la storia di uno scrittore bibliofilo che, folgorato dalla scoperta di Hay-on-Wye, fa di tutto per trasferirsi in questo paesino del Galles, insieme alla famiglia. E potete anche leggerlo, se proprio volete, come un divertente e divertito confronto tra la vita in America e quella nella cara vecchia isola britannica.

Fate voi, ma Al paese dei libri di Paul Collins (Adelphi) è in primo luogo un atto d'amore per i libri. E poi, è ovvio, anche per questo paese - Hay-on-Wye - che ha saputo conquistarsi meritata fama proprio per avere scelto i libri.

Perchè davvero, non era scritto nel suo destino. Qui si era sempre vissuto di formaggi e uova vendute al mercato e poco altro. Poi a un tale Richard Booth venne in mente di iniziare a comprare i libri che in America nessuno leggeva e nessuno comprava. Non costavano quasi niente - sarebbero stati spediti al macero - ci potevano stare le spese di spedizione nei container che attraversavano l'Atlantico.

All'inizio il signor Booth suscitò l'ilarità generale, ma negli anni il cinema, la caserma dei pompieri, i fienili e le fabbrichette cominciarono a riempirsi i libri. E così la racconta Collins:


Oggi è più facile trovare i classici americani nella campagna gallese che negli Stati Uniti. Ogni anno tanti appassionati come me vanno in pellegrinaggio a Hay; è una massa di libri così grande da aver sviluppato un campo gravitazionale, e siamo entrati nella sua orbita

Capite? Pensare che c'è ancora chi asserisce che solo autostrade, outlet e McDrive possano consegnare al futuro le nostre cittadine... Dal Galles, con furore, la rivincita del libro.


domenica 12 giugno 2011

Un libro è almeno un rigo del tuo necrologio

Detto nel modo più banale: le persone se ne vanno, i libri rimangono. Anche se di loro pare persa ogni traccia. Anche se sono condannati ad ammuffire nel fondo di un magazzino o a impolverarsi nel più dimenticato degli scaffali di una biblioteca.

Questo è almeno quello che in genere ci piace credere.

Paul Collins scrive così, nel libro in cui racconta del suo soggiorno a Hay-on-Wye, il paesino del Galles che da qualche anno ha costruito la sua fortuna sui libri usati che gli arrivano dagli Stati Uniti (Nel paese dei libri, Adelphi)


Il fatto curioso, se si ha scritto un libro, anche se caduto nel dimenticatoio, è che ci sopravviverà

Anche contro la volontà dello stesso autore, naturalmente, perché ci deve essere una qualche legge di Murphy che regola anche questa materia. Per tanti scrittori che cercano di consegnarsi all'eternità, senza riuscirci, non sono mancati coloro che hanno provato - inutilmente - a fare sparire una loro opera.

Nathalien Hawthorne, per esempio, che tentò in tutti i modi di cancellare dalla faccia della terra il suo primo romanzo, facendosi restituire anche le copie regalate agli amici per poi bruciarle. Missione fallita.

Conclude Collins - e chissà se può essere di qualche conforto:

Quando pubblichi un libro, sai in anticipo almeno una riga del tuo necrologio

sabato 11 giugno 2011

Se il titolo del libro è tutto o quasi

"Sinceramente - mi disse un editor - non credo che molti americani vorrebbero farsi vedere in giro con un libro con su scritto PERDENTI"
Agli editori europei, invece, il titolo piace. E da questo siete liberi di dedurre ciò che volete sugli europei

E in effetti questa è una bella cartina tornasole delle differenze tra le due culture, americana ed europea. Però con queste righe Paul Collins - autore di Al paese dei libri - intende parlarci dei titoli. Che sembrano niente e possono essere tutto. Che decretano il successo di un'opera o la condannano all'anonimato. Che sono sempre e comunque uno dei compiti più improbi e delicati per chi è chiamato a pubblicare qualcosa.

Il giornalista lo sa bene, tanto che quasi sempre prima si spreme le meningi per il titolo e solo dopo, in genere, scrive il relativo articolo. Figurarsi un editore o un direttore di collana.

Scrive Paul Collins:

Ogni titolo è un compromesso. Non può essere troppo astruso, altrimenti in libreria nessuno capirà cos'è. Ma non può neanche essere troppo ovvio, perché se no ci sarà di sicuro un precedente, specialmente se si è gli ultimi arrivati nella storia della letteratura

Sostiene Collins che a forza di citazioni hanno spolpato perfino Shakespeare, lasciando solo congiunzioni e articoli. Sostiene Collins che il campione mondiale dei titoli è Tibor Fisher - autore tra l'altro di Non leggete questo libro se siete stupidi - e che lui se lo immagina come uno che sbraita alle conferenze urlando "E ringraziate che è il mio romanzo!". Sostiene Collins che si inizia con il titolo, ma bisogna preoccuparsi anche di quello che c'è dopo:

Certi libri vivono il loro momento di gloria nel frontespizio: dopo si va a scendere

E io concordo.

sabato 17 aprile 2010

Nel Galles, in quel villaggio dei libri


Qualcuno di voi ha mai sentito parlare di Hay-on-Wye?

Io finora no, però mi sono bastate poche righe per aprire il rubinetto dell'invidia. Ovvero: perché mi si destasse il sogno, più o meno destinato a rimanere tale, che anche da noi possa spuntare da qualche parte una Hay-on-Wye nostrana. Di più: non solo una, svariate Hay-on-Wye.

E dunque, Hay-on-Wye è un villaggio gallese di quelli che l'anonimato sembra un destino, la monotonia una condizione pressochè permantente. Uno di quei posti, immagino, dove non ci si dovrebbe fermare, se non per una pinta al pub e il pieno di benzina, per poi tirare subito dritto.

Però guardate questi due numeri: 1.500 abitanti, 40 librerie, quasi tutte con scaffali pieni zeppi di libri di seconda mano o fuori catalogo. Grosso modo una libreria ogni 40 abitanti. In Italia ci sono cittadine di 50 o 60 mila abitanti che di librerie fanno fatica ad averne una.

Da qualche parte ho letto che non è una tradizione antica, di quelle che fanno sì che un posto possa qualificarsi come la città del cuoio oppure dei coltelli. Pare che tutto sia cominciato nel 1961, quando un tale Richard Booth decise di aprire una libreria nella vecchia stazione dei vigili del fuoco. La cosa funzionò e piacque. Già agli inizi degli anni Settanta questa era diventata la "città dei libri".

Così è riuscita a innescare un turismo dei libri dai numeri impressionanti. Perché c'è anche questa cifra da considerare: mezzo milione di "biblioturisti" che ogni anno, soprattutto nei fine settimana, prendono di assalto le librerie di Hay. Molto di più di un festival o di una rassegna con cui per una settimana si prova ad accendere i riflettori sul mondo del libro. Non c'è nemmeno bisogno di autori, presentazioni, eventi vari. Questi gallesi riescono a mandare avanti il loro villaggio con i libri usati... Volumi venduti a 50 penny, anche.

C'è uno scrittore americano, Paul Collins (l'autore di La follia di Banvard), che in questo paese ha deciso di viverci. Su D di Repubblica ho letto che ci ha scritto anche un libro - Al paese dei libri, appunto - che Adelphi farà uscire tra qualche settimana.

Io ad Hay-on-Wye spero di andarci, una volta all'altra. Intanto proverò ad accontentarmi del libro di Paul Collins.

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