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sabato 30 giugno 2018

Il mio Jack: c'è ancora strada?

Eppure funziona sempre così con Jack. Non lo trovi mai dove lo cerchi. Non ti risponde mai come ti aspetteresti. 

Forse è anche per questo che uno scrittore così intrinsecamente americano, inimmaginabile in un altro paese, ha saputo conquistare generazioni di giovani europei -  soprattutto italiani, francesi e tedeschi – con una presa ininterrotta anche quando negli Stati Uniti la sua parabola era in declino. 


Forse anche per questo ha saputo parlare alla generazione che nella politica ha coltivato le sue speranze di cambiamento, malgrado le sue stesse convinzioni. Parlando anche alla generazione successiva, quella che sulle macerie di quelle speranze se n’è andata per il mondo, poco importa se in Tibet, in Patagonia o in Nicaragua. 


 E oggi? Ora che è considerato uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, i ragazzi di vent’anni possono ancora riconoscersi in Jack Kerouac? 


Che poi è una domanda assai meno scomoda rispetto all’altra: ovvero quanto possa riconoscermi ancora io, alla mia età. 


(da Jack Kerouac. The man on the road, Edizioni Clichy)

giovedì 15 marzo 2018

Dall'Irlanda a Ventotene, storia grande in una piccola isola

 Come aveva fatto una storia così grande a essere passata da un'isola tanto piccola?

A volte succede proprio così con le grandi storie, approdano su un'isola di scogli e distanze, sembrano abbandonarsi al vento e al ricordo, languiscono dietro mura e sbarre, si alimentano solo di nostalgia: e non per questo sono meno grandi, anche se appartengono a uomini i cui nomi non sono scolpiti sui monumenti.

Passa per Ventotene, l'isola dei confinati sotto il fascismo, la grande storia che ci racconta Michele Marziani in La figlia del partigiano O' Connor (Clichy), splendido libro di un autore che non mi ha mai deluso: e chi mi conosce sa di alcuni titoli - per esempio Umberto Dei. Biografia non autorizzata di una bicicletta o Nel nome di Marco - che spesso mi capita di suggerire.

Storia che approda a Ventotene, ma che in realtà passa, non si ferma. Mette insieme il mare e le valli delle nostre Alpi, Dublino e Barcellona. Cuce altre storie, compone il presente e  il passato, lasciando un margine persino al futuro, serpeggia attraverso i giorni di una vita per richiamare vicende corali e snodi del nostro Novecento.

Libro di viaggio, a suo modo: libro che attraversa il tempo e lo spazio. Insegue i passi di Pablita O' Connor, la figlia dell'irlandese, la figlia del partigiano, che raggiunti i 65 anni, decide di guardare oltre la valle piccola e stretta, tra il Monte Rosa e il lago d'Orta, dove ha sempre vissuto.

Partire, sapendo che partire è prima di tutto sciogliere qualcosa dentro. Partire, ma dove, se non dietro l'ombra del padre?

Ma lei di lontano conosceva soltanto la storia di quel suo papà che era stato al confino sull'isola.

Lui, l'uomo dell'isola di smeraldo, l'uomo di un paese che per noi è solo case col tetto di paglia, violini e pinte di birra scura. La Guerra di Spagna, la Resistenza in Val d'Ossola. Dalla parte giusta, perchè una parte giusta c'era, da dire e ridire in tempi dove pare ogni cosa sia come i gatti di notte, tutti bigi.

C'è anche questo in questo libro di sorprese, rivelazioni, riconoscimenti. In questa storia grande che passa per un'isola e abbraccia il mondo.

lunedì 28 novembre 2016

Se uno come Samuel Beckett alleva api a Parigi

C'è qualcosa di inquietante nel frequentare Beckett e nel constatare che è una persona normale.

Ci sono molto modi di leggere e considerare L'apicoltura secondo Samuel Beckett dello scrittore francese Martin Page (Edizioni Clichy), libro di poche pagine e concentrato di umori,spunti, emozioni: romanzo imperniato sul consueto pretesto del manoscritto ritrovato, finto diario con grandi  iniezioni di verità, divertimento letterario, vagabondaggio per Parigi, riflessione sulla fama che la scrittura può dare, riflettore acceso sugli ultimi anni di vita del grande scrittore irlandese.

Insomma, c'è un giovane studente che per qualche tempo viene assunto da Beckett per aiutarlo a sistemare i suoi documenti. Ed è questo giovane - ancora sul ciglio di una vita da costruire dopo la laurea - che racconta lo straordinario tempo trascorso in compagnia dell'autore di Aspettando Godot. Il quale è assai diverso da come ce lo aspettiamo: divertente, bizzoso, irriverente, più desideroso di sfornare dolci che di parlare di letteratura, scrupoloso nell'allevare api capaci di produrre miele a volontà nel centro di Parigi (Questo lo aveva spinto a guardare Parigi con occhi diversi e ad accorgersi che c'erano fiori e piante dappertutto).

Si sorride, si riflette, ci si abbandona, tra le pagine di questo libro. Come quando Beckett e il suo assistente si lanciano negli acquisti di oggetti improbabili da affidare agli archivi dello scrittore, a futura memoria (Bisogna prendere gli archivi come una finzione costruita da uno scrittore e non come la verità. E cosa ci dice questa finzione? Questo è il vero compito dei ricercatori). O come quando in un carcere svedese i detenuti mettono in scena Aspettando Godot, con notevoli conseguenze.

Già si sorride, si riflette, ci si abbandona tra le pagine di questo libro. E io lo consiglio fortemente.

martedì 23 dicembre 2014

Attraversando l'Atlantico con Woody Guthrie

Ero intrappolato tra due leggende. Mi sentivo come una fetta di salame in un panino eroico. "Fantastico! Andiamo!" dissi.

Ecco, più o meno comincia così, per l'italo-americano Jim Longhi, figlio di pugliesi approdati a New York una manciata di anni prima, uomo che vivrà una vita da film - da film alla Frank Capra o alla Billy Wilder - lui che attraverso svariati lavori improbabili - pugile, guardia del corpo, commerciante di calze - arriverà a laurearsi in legge alla Columbia University, a dedicarsi alla politica e alla scrittura, a farsi amico personaggi come Frank Sinatra e Arthur Miller, a fallire per pochi voti l'elezione al Congresso.

Però non è di tutto questo che parla Woody, Cisco e me, libro sorprendente e accattivante che ci propone Clichy. Qualche indizio piuttosto ce lo offre il sottotitolo, Tre uomini in mare. Niente a che vedere, però, con altri titoli che suonano più o meno allo stesso modo e che ci conducono dalle parti di Jerome K. Jerome e dell'umorismo inglese.

No davvero, perché Woody è Woody Guthrie, la leggenda del folk americano, l'uomo che ha fatto della sua chitarra un'arma potente contro il fascismo e che con le sue canzoni indica una strada ai lavoratori americani, dignità e sindacato, lotta e futuro. Quanto a Cisco, beh, si chiama Cisco Houston e nonostante il nome da Fratelli Marx è musicista anche lui, compagno di Woody in concerti, scorribande e immagino anche interminabili notti di alcool e chiacchiere.

Jim si ritrova al loro fianco quasi per caso, mentre cincischia tra un'esitazione e un timore nella fila per arruolarsi volontari nella Marina mercantile che sta sfidando Hitler. Che non è un compito di comodo, retrovia da imboscati: perché quelle navi che attraversano l'Atlantico, cariche di rifornimenti (soprattutto munizioni) sono essenziali per combattere i nazisti in Europa. Lo sanno anche i nazisti che con i loro sommergibili in quella primavera del 1943 hanno già affondato 700 di quelle navi e ucciso 6 mila marinai americani.

E dunque ci sono molti libri in questo libro: c'è la storia di un'avventura di guerra e la storia di Woody  e dei suoi due amici; ci sono alcune canzoni che sono entrate nella leggenda e c'è quell'immigrazione italiana che non ha niente a che vedere con le storie di mafia, ma semmai con l'orgoglio per la propria cultura; c'è l'antifascismo in terra d'America e c'è anche un ritorno in Italia, insieme allo sbarco degli Alleati, che ci consente uno sguardo diverso da molti altri. E certo, c'è anche un'America che sta dalla parte giusta, quella che sa regalare coraggio e speranza.

L'America che in fondo abbiamo scoperto di amare in tanti libri e film e che ora, inaspettatamente, ho ritrovato in queste pagine.

martedì 12 agosto 2014

L'atto d'amore degli accaniti lettori di Marcel Proust

Andrè Gide ne rifiutò la pubblicazione per poi mangiarsi le mani, tanto da ammettere nero su bianco che quello era stato "uno dei rimpianti, dei rimorsi più cocenti" di tutta una vita. Succede anche con i capolavori. Dopo molti rifiuti Marcel Proust fu costretto a pubblicare a proprie spese Dalla parte di Swann, il primo dei volumi della Recherche. E pensare che a un secolo di distanza godono ancora di buona salute i lettori di Proust.

In genere non coltivano la loro passione nel segreto della stanza. Sarà che non esitano a fare outing. Si riconoscono e si lasciano andare al gioco delle citazioni e delle predilezioni. Così dalle parole di Proust discendono altre parole: scambiate in un circolo di lettura ospitato da una libreria come depositate nelle pagine di una rivista.

In questo contesto il più bell'omaggio per il centenario - non solo un omaggio in effetti - è il volumetto Dalla parte di Marcel uscito per le Edizioni Clichy con cui si raccolgono pensieri, articoli, interviste, disegni su Proust e la Recherche, pubblicati in questi anni sulla rivista Cultura Commestibile: redazione che, evidentemente, è anche un covo di accaniti proustiani, pervicacemente convinti che la Recherche sia il "libro che ha cambiato il modo di scrivere, forse anche di pensare".

E' una miniera di sorprese, questo libriccino. Io mi limito a riportare un consiglio, sottratto alla Guida essenziale per il buon proustiano:

La Recherche è l'opera più laicamente sacra dell'umanità e come tale va letta e riletta costantemente anche una sola pagina al giorno.

Buona lettura.

venerdì 11 luglio 2014

Il grande Raymond e le forbici dell'editor

"Tu credi di raccontare una cosa. In realtà, ne racconti dieci nello stesso tempo. Deve essere l'alcool".
"E se fosse quello che descrivo? Gli effetti dell'alcool?"
"Tu hai qualcosa da dire, ma troppe parole per dirlo. E a quel punto arrivo io".

Dedicato a tutti coloro che nella propria libreria hanno riservato un posto particolare a Raymond Carver - come del resto il sottoscritto. Ma non sono a loro, perchè in realtà Forbici di Stéphane Michaka (Edizioni Clichy) non può non catturare tutti coloro che nei libri cercano i segreti degli stessi libri.

Gli strani percorsi della creatività, la scrittura come inferno e paradiso, i meccanismi del successo editoriale, le inesauribili complicazioni del rapporto tra le opere e la vita... tutto questo e anche altro ho ritrovato in questo libro sorprendente che gira intorno al grande Raymond e delle persone che molto hanno contato nei suoi pochi anni.

Sono uno scrittore. Cioè, spero di diventarlo. 

E' questo il demone che agita la vita di Raymond, unica certezza tra molti incubi e fiumi di alcool. Lo ha deciso a soli 15 anni: sarà Hemingway, o nient'altro. E sarà nient'altro, sembra. Chi potrà mai scommettere su di lui? Il sogno americano e i suoi cocci, quasi una sentenza senza appello.

Poi c'è quell'editor che decide di pubblicarlo. Ma sono davvero suoi i suoi racconti? Suoi o dell'editor che a forza di tagli lo imporrà per quello che è e non è mai stato, il maestro del minimalismo?

E ci sono anche le due donne della vita, c'è la maledizione del bere, c'è la maledizione della malattia quando il peggio sembra ormai alle spalle, quando una nuova vita si spalanca...

Da leggere, questo libro singolare, spiazzante. Che raccomando anche per i quattro racconti che intervallano la narrazione, o piuttosto si intrecciano alla narrazione, in un vertiginoso gioco di corrispondenze tra la vita e la scrittura. Racconti così squisitamente carveriani, del resto....

venerdì 6 dicembre 2013

Acquistare libri, almeno sotto Natale

Non sono un fanatico dei regali a Natale, soprattutto dei regali perché si deve, ma se i regali si vogliono e si possono fare allora quasi sempre sono preceduti da una scelta di acquisto. E mi piace pensare che questa scelta possa essere meditata e consapevole. Vale per il commercio equo e solidale, vale per le griffe dell'abbigliamento che hanno firmato accordi di tracciabilità (che non si servono cioé di ditte a basso prezzo e a diritti zero, come quella del rogo di domenica a Prato). Vale a mio parere anche per la cultura.

E se dico: a Natale provate a regalare libri, credo che anche questa possa essere una scelta consapevole.

Azzardo qualcosa di più, magari esagerando: può essere persino un atto di resistenza, in un paese dove si legge sempre meno, dove se si legge spesso non si compra (l'altro giorno un mio amico armeggiava per la prima volta con un'Ipad e la prima domanda è stata su come scaricare libri senza pagare), dove l'idea che la cultura non sia impresa e lavoro, che può essere sopportata solo se gratis, sta facendo chiudere librerie ed editori a ripetizione.

Proviamo ad acquistare libri per Natale e dico di più: aggiungiamo scellta a scelta. Non l'acquisto al supermercato, ma piuttosto alla piccola libreria indipendente, che è presenza viva in un quartiere o in una cittadina; non il bestseller, ma il libro proposto con coraggio e intelligenza da un editore che, con pochi mezzi, porta avanti un suo cammino di qualità (e senza confondersi con altri sedicenti editori).

A Firenze e in Toscana, vedo che si stanno moltiplicando le proposte. Ecco le prime (di queste e di altre parlerò anche nei prossimi giorni).

Toscanalibri.it - realtà importante per la promozione dell'editoria toscana, che porta anche al Salone di Torino - propone tutto il suo catalogo di editori toscani al 30 per cento di sconto (per questa offerta bisogna inviare  una mail a amministrazione@sienalibri.it oppure andare sul sito


Edizioni Clichy festeggia il suo primo compleanno sabato 7 dicembre (dalle ore 18), nella sua sede di via Pietrapiana,  proponendo i suoi libri al chilo (stesso prezzo di un chilo di castagne).

Anche Romano editore propone il 30% di scontro da qui a Natale e libri a peso - in fondo è anche una provocazione - per domenica 15, tutta la giornata presso la sua sede di via Dosio 79, nel quartiere 4.

Magari è un buon modo per augurarsi un buon 2014, dopo un 2013 annus horribilis. 

giovedì 28 novembre 2013

Quando il giovane inglese investì Hitler

Giuro, poi non ne parlo più, ma il primo dei 101 incontri di One on One di Craig Brown (edizioni Clichy) è troppo bello perché non ne parli.

Monaco, Germania 1931. John Scott-Ellis è un gentiluomo inglese di nemmeno 20 anni che ha frequentato Eton con scarso rendimento e che in seguito si farà conoscere soprattutto nel mondo delle corse dei cavalli. Ignoro perché ora stia girando per Monaco alla guida di una Fiat.

Hitler non è ancora arrivato al potere, però bisogna essere ciechi per capire cosa potrà fare, se gli sarà permesso. Intanto la marea del consenso cresce a vista d'occhio. Il  Mein Kampf  ha già venduto oltre 50 mila copie. Quel giorno è appena uscito dalla sede del partito di cui è il leader indiscusso. Attraversa la strada dimenticandosi di guardare a sinistra.

Sebbene stessi andando pianissimo, un uomo è sceso dal marciapiede e mi si è praticamente buttato sotto la macchina, ricorderà più tardi John, con parole che più o meno devono essere di molti investitori.

L'uomo con i baffetti ne esce bene. Si rialza, saluta, se ne va. Suppongo che tu non sappia chi era quell'uomo. Le parole del suo compagno di viaggio frulleranno per molto tempo nella testa del giovane. Anche tanti anni più tardi, quando avrà modo di dire:

Per qualche secondo, ho stretto il destino dell'Europa in queste mie maldestre mani. Era solo un po' scosso, ma se in quell'incidente l'avessi ucciso, avrei cambiato la storia del mondo.

Chissà, se con la macchina non fosse andato tanto piano....

mercoledì 27 novembre 2013

Se ogni incontro vale esattamente 1001 parole

Ho parlato già altre volte di One on One di Craig Brown (edizioni Clichy), uno dei libri che più mi hanno colpito in questi ultimi mesi, sarà che a me piacciono particolarmente le pagine che stimolano la fantasia tramite la prova provata che non c'è niente di più fantasioso della realtà.

 L'ho fatto inseguendo alcuni dei 101 incontri straordinari che l'autore mette in fila, in uno spettacolare girotondo dove l'inizio è la fine, la fine è l'inizio e a regnare sovrana in ogni caso è solo la casualità: a volte leggera nel suo manifestarsi, quasi sempre assai più pesa nelle conseguenze che da essa discendono.

Artisti, intellettuali, statisti, dittatori, filantropi.... non fosse per la penna di Craig Brown, che non cerca certo il discorso alto e conclusivo, potrebbe passare per una grottesca danza della vanità. Ma non è questo il senso del libro che piuttosto si muove sulla spinta dell'imprevidibilità dei caratteri umani e delle strane reazioni, non solo chimiche, provocate dalle loro relazioni.

Ce n'è da riflettere, anche così. Ma poi la cosa più bella si scopre solo in fondo. Si può essere anche maledettamente seri nel gioco. E Craig Brown il gioco l'ha scelto difficile e l'ha onorato fino in fondo. Non solo 101 incontri, ma 1001 parole - contate -  per ognuno di essi. Il che fa di One on One un libro esattamente di 101.101 parole. Craig Brown si premura di ricordare che anche i ringraziamenti, le citazioni in prefazione, la bibliografia sono di 101 parole: le cose quando si fanno si fanno bene.

Non so se sia più il sudore che gli è costato o il divertimento che si è procurato: comunque tanto di cappello. 

mercoledì 13 novembre 2013

La donna cieca che vide nel cuore di Mark Twain

E dunque c'è Mark Twain, che è un autore di successo, letto e acclamato, un uomo che si è fatto conoscere e amare per la sua penna capace di distrarre e divertire. E c'è Helen Keller, una donna a cui la vita sembra aver sottratto tutto, sorda e cieca com'è fin da piccola. Voi su quali spalle carichereste il fardello del dolore?

Meglio non dare niente per scontato.  Da One on One di Craig Brown (edizioni Clichy) traggo la storia di un altro incontro straordinario. Stormfield, in Connecticut, febbraio 1909. Mark Twain ed Helen Keller si incontrano.

Mark Twain, secondo copione, recita la parte del buontempone. Fa gli onori di casa, offre té e toast imburrati, la accompagna nella sala da biliardo. E non è facile accorgersene, ma Helen riesce a percepire la tristezza che lo affligge. Sarà che il dolore rende riconoscibile il dolore. Sarà che Helen, nella lotta di una vita intera che un giorno sarà raccontata nel film di Arthur Penn, Anna dei miracoli, ha saputo rendere più ampia e ospitale la sua stessa vita.

E' lei l'unica a capire che Mark Twain è un uomo che nella vinta ha anche perso molto. Prima di tutto una moglie e una figlia, portate via dalla malattia.

A Mark Twain viene voglia di confessarsi: Mi sento molto solo, a volte, quando sto seduto davanti al fuoco dopo che i miei amici se ne sono andati. I pensieri seguono le tracce del passato. Ripenso a Livy e Susy e mi sembra di annaspare nelle oscure pieghe di un sogno confuso....

Non si sarebbero più rivisti. Mark muore l'anno successivo. Non so se portandosi il ricordo di quella donna cieca, che aveva visto più lontana di tutti nel suo cuore.  

martedì 22 ottobre 2013

Come andò l'ultimo incontro tra Stalin e Gorkij

Pare che ci fosse un buon rapporto tra Maksim Gorkij, il grande scrittore della rivoluzione, e Josif Stalin, il quale ci teneva a passare per un amante dei libri (apprezzava particolarmente Zola e Cechov, a parziale dimostrazione che non sempre la buona letteratura rende l'uomo migliore).

In vita non mancarono certo omaggi e riconoscimenti, ma Stalin lo andò a trovare anche negli ultimi giorni della sua malattia, nel giugno 1936. Come andò, lo apprendo in One on One di Craig Brown (Edizioni Clichy), raccomandabilissima raccolta di incontri sorprendenti. I dottori non fecero avvicinare al capezzale del moribondo nemmeno il grande Padre del socialismo. Che si dovette accontentare, obtorto collo, di far pervenire un biglietto.

I dottori non ci hanno permesso di entrare. Ci siamo arresi. Ciao da tutti noi, un abbraccio.

Possibile che uno come Stalin possa scrivere una riga così?

A ogni modo tornò nei suoi panni dopo la morte di Gorkij. I dottori vennero accusati di omicidio, uno fu giustiziato, l'altro condannato a 25 anni di carcere. Molto molto tempo più tardi quest'ultimo accusò Stalin di avere ucciso Gorkij, nel timore che lo scrittore raccontasse al mondo qualcosa delle purghe e dei processi farsa.

Dieci anni dopo la morte di Stalin fu proprio questo che raccontò anche la vedova del grande scrittore della rivoluzione che, evidentemente, non aveva smesso di divorare i suoi uomini di lettere.

sabato 19 ottobre 2013

Raymond Chandler, quando si impelagava con le trame

Ho ottime idee per un sacco di libri, ma il travaglio necessario a dar loro una trama mi sconcerta... Gran parte degli scrittori pensa a un trama piena di situazioni intriganti, dopodiché procede inserendo i personaggi.

Con me la trama, se così si può chiamare, è un qualcosa di organico. Cresce da sola, e spesso cresce troppo.

Mi trovo sempre impelagato in scene che non voglio abbandonare ma che non c'entrano niente con la storia. Ecco quindi che i miei abbozzi di intreccio finiscono invariabilmente per essere un tentativo disperato di giustificare una montagna di materiale che, almeno per me, ha preso vita e insiste per restare vivo.

(Raymond Chandler, tratto da Craig Brown,One on One, Edizioni Clichy)

martedì 15 ottobre 2013

Quando Proust e Joyce confessarono di non essersi letti

Pare che almeno una volta i due mostri sacri della letteratura del Novecento - Marcel Proust e James Joyce - si siano incontrati. Accadde a Parigi, all'Hotel Majestic, il 19 maggio 1922. Dai due non c'era da aspettarsi molto, visto l'allergia di Proust alle uscite in società e la riluttanza di Joyce alle buone maniere.

Niente mi diverte meno di ciò che, vent'anni fa, veniva chiamnato esclusivo, affermava Proust. Non riesco a trovare il mio posto nell'ordine sociale se non come vagabondo, proclamava Joyce.

E l'incontro? Se possiamo prestare fede a un terzo scrittore, Ford Madox Ford, è così che andò:

Proust: Come dico, monsieur, in Dalla parte di Swann, che senza dubbio avrete...
Joyce: No, monsieur.
(pausa)
Joyce: Come il signor Bloom dice nel mio Ulisse, che voi, monsieur, avrete senza dubbio letto....
Proust: A die il vero, no, monsieur.
(pausa)

E per ulteriori informazioni, sul contesto e sull'epilogo, c'è un libro che vi raccomando davvero, un regalo di 101 incontri straordinari: One on One di Craig Brown (edizioni Clichy). Consigliato, davvero. 

martedì 30 luglio 2013

Parole e silenzi nei luoghi di Marguerite Duras

Potrei parlare per ore di questa casa, del giardino. Conosco tutto, so dove sono le vecchie porte, tutto, i muri dello stagno, tutte le piante, il posto di tutte le piante, conosco anche il posto delle piante selvatiche, tutto.

Buono per quanti almeno una volta si sono imbattuti in una pagina di Marguerite Duras e si sono fatti catturati dalla sua scrittura, dalle sue storie che scavano fino in fondo e danno parola a ciò che di solito di parola è privo. Buono anche per quanti la Duras non l'hanno mai amata - non è un autore che si lascia conquistare facilmente, nonostante i successi editoriali di altri anni - e che tuttavia ora hanno la possibilità di esplorare il mondo segreto di una grande del Novecento.

Non so bene come definire I miei luoghi, ora pubblicato da Clichy. Un libro-intervista certo, con la Duras che, conversando con Michelle Porte, racconta i luoghi della sua vita, dalla giungla del Vietnam alla casa affacciata sulla sabbia e le maree della Normandia. Eppure non è solo questo. O meglio il gioco delle domande e delle risposte si fa molto altro: racconto intimo, parola evocativa, silenzio che sembra impregnare i luoghi stessi della Duras e farsi più eloquente di molti discorsi.

Un libro sul filo della memoria, della nostalgia, del ricordo che si fa strada e chiede cittadinanza al presente. Un libro anche da toccare, sfogliare, vedere, perché parla pure attraverso le sue pagine bianche e le tante fotografie.

mercoledì 17 luglio 2013

Marguerite Duras e quel plurale scappato

Ho scritto una cosa ultimamente, parlavo dell'umidità del parco, del parco grondante d'acqua. E poi ho riletto il testo, e ho visto che avevo messo dei plurali.

Avevo scritto: le umidità del parco.

Mentre avevo pensato l'umidità del parco.

Proprio così, ho lasciato il plurale. Era un inconveniente della mano. 

Ma era così più giusto, nella molteplicità del parco, delle specie di parco, parlare delle umidità, c'era l'umidità della terra, l'umidità degli alberi, dei frutti, dell'acqua, dell'aria, ecc, era un plurale.

(da Marguerite Duras, I miei luoghi, Edizioni Clichy)

sabato 29 giugno 2013

Beato Napoleone, che aveva previsto tutto


Sto per confidarvi una cosa che non ho ancora detto a nessuno.

Non ho mai avuto un piano preciso, sono sempre stato guidato dalle circostanze, ho sempre saputo approfittarne, le ho sempre dominate, le ho sempre padroneggiate: non mi è mai accaduto niente che non avessi previsto e voluto e sono il solo a non essere sorpreso di ciò che ho fatto nel passato.

Ugualmente prevedo il mio avvenire e ugualmente arriverò là dove mi sono riproposto di andare.

Quando il mio grande carro politico è lanciato occorre che passi.

Peggio per chi si trova sulla mia strada!

(Napoleone Bonaparte, in La Conversazione di Jean d'Ormesson, Edizioni Clichy)

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...