Una piccola isola di parole nel grande oceano della rete per condividere libri e mondi
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mercoledì 15 luglio 2020
Tre uomini lungo il fiume (per non parlar di Molly)
mercoledì 25 marzo 2020
Veglia per raccontare un padre e un confine
Era finalmente tornato a Itaca, toccandone le "sacre sponde". E Itaca lo aveva riconosciuto. Quando la guardia al confine gli chiese cosa avesse da dichiarare rispose: "solo un ramo di foglie rosse, per tenere accesa la memoria nei giorni che verranno". Era ora di tornare a casa.
Itaca non è solo un'isola, Itaca è dove abbiamo la casa degli affetti e dei ricordi, Itaca sono le radici che proviamo a trattenere, malgrado le vicende della vita, l'irrequietezza dentro, i movimenti e le separazioni cui siamo costretti. E questa Itaca, l'Itaca degli affetti, dei ricordi, delle radici, c'è senz'altro ne La veglia di Ljuba di Angelo Floramo (Bottega Errante Editore).
Di Angelo non mi stanco mai di consigliare vivamente Balkan Circus oppure L'osteria dei passi perduti, con le sue vicende di vita nomade per l'immenso Oriente europeo, racconti di varia umanità minore e perduta. Qui però è alle prese con il suo primo romanzo, anche se l'etichetta è generica, nel caso andrebbe completata con altre, dire per esempio che questo è anche un memoir familiare, una vicenda di confine, una storia con e senza la esse maiuscola.
Comunque sia il compito che si è caricato sulle spalle è il più arduo di tutti, il meno invidiabile: raccontare la vita del padre e in questo modo regolare anche diversi conti, in primo luogo con se stesso. Cura, presumo, per amnesie, silenzi, rimpianti, sensi di colpa più o meno vaghi.
E così ecco questa storia che si dipana attraverso i tormenti del Novecento: il figlio di un ferroviere socialista che dalla Sicilia viene sbattuto al confino dove l'Italia è già confine, al Nord-Est. Il Carso e il Friuli, la guerra, la lotta partigiana, la vita che ricomincia, che deve ricominciare, un nuovo confine tra Italia e Jugoslavia che è muro, laddove dovrebbe essere cerniera, ponte... E tutto ciò che vale davvero, da difendere con le unghie: le radici, appunto, Ljuba, i libri....
Quante cose dentro queste pagine. Quante cose che la penna di Angelo ci restituisce nitide, luminose, vere e allo stesso tempo incantate, come immagino possa esserlo una mattina di primavera sul Carso.
Itaca non è solo un'isola, Itaca è dove abbiamo la casa degli affetti e dei ricordi, Itaca sono le radici che proviamo a trattenere, malgrado le vicende della vita, l'irrequietezza dentro, i movimenti e le separazioni cui siamo costretti. E questa Itaca, l'Itaca degli affetti, dei ricordi, delle radici, c'è senz'altro ne La veglia di Ljuba di Angelo Floramo (Bottega Errante Editore).
Di Angelo non mi stanco mai di consigliare vivamente Balkan Circus oppure L'osteria dei passi perduti, con le sue vicende di vita nomade per l'immenso Oriente europeo, racconti di varia umanità minore e perduta. Qui però è alle prese con il suo primo romanzo, anche se l'etichetta è generica, nel caso andrebbe completata con altre, dire per esempio che questo è anche un memoir familiare, una vicenda di confine, una storia con e senza la esse maiuscola.
Comunque sia il compito che si è caricato sulle spalle è il più arduo di tutti, il meno invidiabile: raccontare la vita del padre e in questo modo regolare anche diversi conti, in primo luogo con se stesso. Cura, presumo, per amnesie, silenzi, rimpianti, sensi di colpa più o meno vaghi.
E così ecco questa storia che si dipana attraverso i tormenti del Novecento: il figlio di un ferroviere socialista che dalla Sicilia viene sbattuto al confino dove l'Italia è già confine, al Nord-Est. Il Carso e il Friuli, la guerra, la lotta partigiana, la vita che ricomincia, che deve ricominciare, un nuovo confine tra Italia e Jugoslavia che è muro, laddove dovrebbe essere cerniera, ponte... E tutto ciò che vale davvero, da difendere con le unghie: le radici, appunto, Ljuba, i libri....
Quante cose dentro queste pagine. Quante cose che la penna di Angelo ci restituisce nitide, luminose, vere e allo stesso tempo incantate, come immagino possa esserlo una mattina di primavera sul Carso.
lunedì 9 ottobre 2017
Storie e cammini accesi nell'osteria dei passi perduti
Adoro l'inverno fangoso e brumoso. Perché chiama alla mensa. Invita a godere del tempo al riparo dal freddo, mentre fuori infuria la tempesta...

La tempesta, tra l'altro, a volte può anche non essere meteorologica, può essere delle cose che si abbattono sulla vita. E allora davvero bisogna fare come Orazio, il poeta, che chiedeva alla sua Leuconoe di gettare senza risparmio la legna sul fuoco e di mescere altro vino, tanto vai a sapere del domani.
Camini accesi, bicchieri generosi e con loro buoni sapori. Più parole, a tenere compagnia. Le parole di chi ti accoglie fradicio di pioggia e di vento, le parole di chi con te intende condividere bevute e storie.
E quante storie ci sono dentro L'osteria dei passi perduti (Bottega Errante Edizioni) di Angelo Floramo, scrittore friulano che ebbi modo già di conoscere qualche anno fa, con il bellissimo Balkan Circus (Ediciclo) libro di peregrinazioni e incontri per le distese del mondo slavo.
E quante terre ci sono anche qui, a mescolarsi oltre la porta di un'osteria, in sere di libagioni e chiacchiere, riposo e piacere del viandanti. Ci sono terre e c'è soprattutto questa terra del Friuli, naturale incrocio di popoli, terrazza con vista su altri mondi.
Posti dove ti accomodi e c'è un piatto di salumi o di formaggi a darti il benvenuto e vino fresco di cantina per sciogliere la lingua: così che venga facile raccontare di zingari e partigiani, poeti dimenticati e osti scorbutici. E ci sono nomi che sono come tronchi che i fiumi portano con sè, ci sono miti che non smettono di parlare al cuore, come quello degli Argonauti. Ci sono sere felici, in cui il male di vivere è ben rintuzzato, la solitudine messa via come un abitro al cambio di stagione.
Memorie e geografie, odori di buono e palati forti, per quattordici storie da godersi tutte, fino ai ringraziamenti, da leggere anche loro, un inno agli osti e ai viandanti, agli zingari e agli avventori affratellati nel vino.
E anche agli amici, certo, agli amici con cui sedersi e brindare e conversare: né tanti né pochi, il giusto. Perché è vero:
D'altronde di quanti amici ha bisogno un uomo libero? Non uno di più delle sedie che circondano il tavolo della sua cucina.

La tempesta, tra l'altro, a volte può anche non essere meteorologica, può essere delle cose che si abbattono sulla vita. E allora davvero bisogna fare come Orazio, il poeta, che chiedeva alla sua Leuconoe di gettare senza risparmio la legna sul fuoco e di mescere altro vino, tanto vai a sapere del domani.
Camini accesi, bicchieri generosi e con loro buoni sapori. Più parole, a tenere compagnia. Le parole di chi ti accoglie fradicio di pioggia e di vento, le parole di chi con te intende condividere bevute e storie.
E quante storie ci sono dentro L'osteria dei passi perduti (Bottega Errante Edizioni) di Angelo Floramo, scrittore friulano che ebbi modo già di conoscere qualche anno fa, con il bellissimo Balkan Circus (Ediciclo) libro di peregrinazioni e incontri per le distese del mondo slavo.
E quante terre ci sono anche qui, a mescolarsi oltre la porta di un'osteria, in sere di libagioni e chiacchiere, riposo e piacere del viandanti. Ci sono terre e c'è soprattutto questa terra del Friuli, naturale incrocio di popoli, terrazza con vista su altri mondi.
Posti dove ti accomodi e c'è un piatto di salumi o di formaggi a darti il benvenuto e vino fresco di cantina per sciogliere la lingua: così che venga facile raccontare di zingari e partigiani, poeti dimenticati e osti scorbutici. E ci sono nomi che sono come tronchi che i fiumi portano con sè, ci sono miti che non smettono di parlare al cuore, come quello degli Argonauti. Ci sono sere felici, in cui il male di vivere è ben rintuzzato, la solitudine messa via come un abitro al cambio di stagione.
Memorie e geografie, odori di buono e palati forti, per quattordici storie da godersi tutte, fino ai ringraziamenti, da leggere anche loro, un inno agli osti e ai viandanti, agli zingari e agli avventori affratellati nel vino.
E anche agli amici, certo, agli amici con cui sedersi e brindare e conversare: né tanti né pochi, il giusto. Perché è vero:
D'altronde di quanti amici ha bisogno un uomo libero? Non uno di più delle sedie che circondano il tavolo della sua cucina.
lunedì 7 settembre 2015
Oltre i confini di Oriente con Balkan Circus
Beh, per me è questo che devono essere i libri di viaggio, mica un itinerario, una meta tracciata su una mappa, una successione di tappe, piuttosto un caleidoscopio di emozioni, un groviglio di storie da provare a dipanare. Proprio così, come in questo Balkan Circus di Angelo Floramo (Ediciclo).
Libro che ti prende alla sprovvista, libro che come tutti i buoni libri non riesce facile definire. Cosa c'è dentro? Racconti? Reportage? Ricordi? Sfuggono a ogni classificazione, le pagine di Floramo, ed è bene così, perché l'unica cosa di cui abbiamo davvero bisogno è quello di lasciarsi andare, liberi da ogni impaccio.
Prima di tutto ci sono i Balcani, in questo libro, ma i Balcani come condizione dello spirito piuttosto che come luogo da rintracciare sulla carta. Un mondo matto fatto di disperata bellezza che non posso fare a meno di amare, dice Floramo, e non ci si può far nulla, ci sono altrove che ti catturano così e non ti mollano, nonostante tutto il veleno che quella bellezza può celare.
Ma non ci sono mica solo i Balcani. Perché i Balcani sono già l'Est.... quell'Est sterminato, che per chi appartiene alla terra di confine di Floramo - all'incirca la stessa di un Claudio Magris o di un Paolo Rumiz - non può essere che inquietudine e seduzione perenne. Confine da varcare, in ogni caso.
L'Est, che richiama e a cui è difficile sottrarsi. L'Oriente che non finisce più. Il mondo slavo, che si spinge fino al Pacifico e che prima o poi bisognerà imparare a conoscere. E le pianure battute dal vento, le frontiere che a ogni giro della storia si sono sgretolate e spostate, il crogiolo dei popoli, delle lingue, delle ambizioni e delle sconfitte. Le pianure gelate, le betulle e il volo dei corvi, le terrificanti bevute di vodka. E i brindisi, perché in queste terre che hanno bevuto troppo sangue, è in compagnia che si beve e si beve sempre per qualcosa. Fosse anche il bicchiere della staffa.
Annusa il pane, e sentirai la terra. Poi mangia veloce una fetta di grasso, per ricordarti che non passiamo invano. E butta giù tutto il bicchiere, fino in fondo. Quello che resta, saranno le lacrime.
Libro che ti prende alla sprovvista, libro che come tutti i buoni libri non riesce facile definire. Cosa c'è dentro? Racconti? Reportage? Ricordi? Sfuggono a ogni classificazione, le pagine di Floramo, ed è bene così, perché l'unica cosa di cui abbiamo davvero bisogno è quello di lasciarsi andare, liberi da ogni impaccio.Prima di tutto ci sono i Balcani, in questo libro, ma i Balcani come condizione dello spirito piuttosto che come luogo da rintracciare sulla carta. Un mondo matto fatto di disperata bellezza che non posso fare a meno di amare, dice Floramo, e non ci si può far nulla, ci sono altrove che ti catturano così e non ti mollano, nonostante tutto il veleno che quella bellezza può celare.
Ma non ci sono mica solo i Balcani. Perché i Balcani sono già l'Est.... quell'Est sterminato, che per chi appartiene alla terra di confine di Floramo - all'incirca la stessa di un Claudio Magris o di un Paolo Rumiz - non può essere che inquietudine e seduzione perenne. Confine da varcare, in ogni caso.
L'Est, che richiama e a cui è difficile sottrarsi. L'Oriente che non finisce più. Il mondo slavo, che si spinge fino al Pacifico e che prima o poi bisognerà imparare a conoscere. E le pianure battute dal vento, le frontiere che a ogni giro della storia si sono sgretolate e spostate, il crogiolo dei popoli, delle lingue, delle ambizioni e delle sconfitte. Le pianure gelate, le betulle e il volo dei corvi, le terrificanti bevute di vodka. E i brindisi, perché in queste terre che hanno bevuto troppo sangue, è in compagnia che si beve e si beve sempre per qualcosa. Fosse anche il bicchiere della staffa.
Annusa il pane, e sentirai la terra. Poi mangia veloce una fetta di grasso, per ricordarti che non passiamo invano. E butta giù tutto il bicchiere, fino in fondo. Quello che resta, saranno le lacrime.
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