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giovedì 3 settembre 2015

Il piccolo grande mondo perso di Luigi Meneghello

"Questo giorno qui lo voglio di nuovo domani", dissi. La Ernestina disse sorridendo che anche domani sarebbe stato un bel giorno. M'insospettii e dissi freddamente:
"Io voglio che torni questo giorno qui".
"Questo giorno qui ormai è passato", disse la Ernestina, "domani ne viene un altro".
Mi rivoltai come un forsennato, intravedevo che c'era di mezzo una specie di regola intollerabile...

Ma chi lo direbbe mai che questo libro ha così tanta storia dietro, anzi, che è venuto fuori lo stesso anno che sono venuto io al mondo - tanto per confessare che non sono più un ragazzino?

Era un'altra Italia, allora. Ed era un'altra Italia quella che l'Italia di allora stava rapidamente seppellendo. Le lucciole non erano ancora sparite, per dirla con Pasolini, e per fortuna non sarebbero sparite. Però era l'epoca in cui le autostrade cominciavano ad allungarsi da un angolo all'altro dell'Italia e la felicità era una Fiat più un frigorifero a casa. Iniziava l'epoca della televisione, i dialetti sparivano. Soprattutto era cominciata la grande fuga dalle campagne, mica solo per una questione economica. la città era la città: e fare il contadino era qualcosa di cui vergognarsi.

Ecco, erano questi gli anni. Ed ecco che spunta fuori un libro come Libera nos a malo di Luigi Meneghello, autore vicentino che avrebbe trascorso molta della sua vita in Inghilterra, facendone una seconda patria, ma che già allora aveva fame di radici.

Un libro così, a sorpresa. Che racconta di un piccolo paese tra gli anni Trenta e il dopoguerra, con gli occhi sognanti di un bambino ma anche di un adulto che vuole tenersi stretto il bambino che era. Che impasta il suo italiano di dialetto. Che rifugge alle sperimentazioni ardite di tanta letteratura per raccontare che cosa eravamo e che cosa abbiamo perso. Che fa di un piccolo paese - il Malo del titolo - un microcosmo di storie e possibilità. Che usa la farina del distacco ironico - e a volte anche di un irresistibile umorismo - ma poi inforna tutto con l'ingrediente della malinconia.

Ciò che eravamo. Ciò che abbiamo perso. Ciò che forse ora ci viene più facile rimpiangere. 

giovedì 28 novembre 2013

Quando il giovane inglese investì Hitler

Giuro, poi non ne parlo più, ma il primo dei 101 incontri di One on One di Craig Brown (edizioni Clichy) è troppo bello perché non ne parli.

Monaco, Germania 1931. John Scott-Ellis è un gentiluomo inglese di nemmeno 20 anni che ha frequentato Eton con scarso rendimento e che in seguito si farà conoscere soprattutto nel mondo delle corse dei cavalli. Ignoro perché ora stia girando per Monaco alla guida di una Fiat.

Hitler non è ancora arrivato al potere, però bisogna essere ciechi per capire cosa potrà fare, se gli sarà permesso. Intanto la marea del consenso cresce a vista d'occhio. Il  Mein Kampf  ha già venduto oltre 50 mila copie. Quel giorno è appena uscito dalla sede del partito di cui è il leader indiscusso. Attraversa la strada dimenticandosi di guardare a sinistra.

Sebbene stessi andando pianissimo, un uomo è sceso dal marciapiede e mi si è praticamente buttato sotto la macchina, ricorderà più tardi John, con parole che più o meno devono essere di molti investitori.

L'uomo con i baffetti ne esce bene. Si rialza, saluta, se ne va. Suppongo che tu non sappia chi era quell'uomo. Le parole del suo compagno di viaggio frulleranno per molto tempo nella testa del giovane. Anche tanti anni più tardi, quando avrà modo di dire:

Per qualche secondo, ho stretto il destino dell'Europa in queste mie maldestre mani. Era solo un po' scosso, ma se in quell'incidente l'avessi ucciso, avrei cambiato la storia del mondo.

Chissà, se con la macchina non fosse andato tanto piano....

giovedì 22 dicembre 2011

Quel bambino con naso piantato in un atlante

Un viaggio non ha bisogno di motivi. Non ci mette molto a dimostrare che si giustifica da solo. Pensate di andare a fare un viaggio, ma subito è il viaggio che vi fa o vi sfa.

Non conoscevo La polvere del mondo di Nicolas Bouvier, che in Italia ha pubblicato Diabasis solo qualche anno fa, ma che in Francia è ormai da molto tempo un caposaldo della letteratura di viaggio, storia del primo viaggio in Oriente dell'autore, anno 1953 e dici poco, un viaggio da Ginevra a Samarcanda a bordo di una vecchia Fiat Topolino.

Non lo conoscevo e debbo il primo incontro a un gran bel saggio di Luigi Marfè sulla fine dei viaggi e i resoconti dell'altrove nella letteratura contemporanea di cui prima o poi dovrò parlare.

Intanto un pugno di citazioni di Bouvier mi bastano e avanzano, perché dicono già molto di quello che è, dovrebbe essere il viaggio.

Viaggio che, guardate un po', non è accumulazione, ma sottrazione, alleggerimento, esperienza in cui si dovrebbe diventare riflesso, eco, corrente d'aria.

E viaggiatore che c'è prima del viaggio, di ogni viaggio:


E' la contemplazione silenziosa degli atlanti, su un tappeto, a pancia in giù, tra i dieci e i tredici anni, che dà la voglia di piantar tutto.

E per quanto mi riguarda, non è che ho viaggiato molto, o forse sì. Ma in definitiva sono sempre quell'adolescente disteso su un atlante, il naso dentro a una pagina del mondo.

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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...