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venerdì 9 gennaio 2015

Il sogno è questa terra che si fa grano

Mi considero un poeta religioso e politico, una categoria pericolosa: quegli uomini che, se individuano un obiettivo, fanno un gran casino e coinvolgono tutti quelli che avvicinano per raggiungere il sogno.

Che straordinaria figura che ci racconta Massimo Orlandi in La terra è la mia preghiera (Emi), storia di Gino Girolomoni, padre del biologico in Italia. Confesso: non ne avevo mai sentito parlare, nè avevo mai sentito parlare della storia del suo marchio, conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. Meglio così, se questo ora mi ha permesso di tuffarmi in queste pagine, con il piacere della sorpresa, direi quasi della rivelazione. Merito di Massimo Orlandi, che va oltre la tradizionale biografia, per raccontare una vita "dal di dentro", scavando tra emozioni e vocazioni. E merito ovviamente di Gino Girolomoni, personaggio a tutto tondo, capace di parlare ai cuori e di toccare molte corde diverse.

Perché qui non c'è solo il padre di un diverso modo di fare agricoltura, il fondatore della prima cooperativa del biologico, il precursore di scelte che oggi ci è facile fare anche tra gli scaffali di un supermercato. Qui c'è l'uomo che ha deciso di diventare contadino, in anni in cui solo la parola era una sorta di insulto, che ha scelto di tornare alla terra quando tutti ne scappavano. C'è il mistico che nella natura ha intuito significati riposti, l'archeologo che in Terra Santa ha cercato la verità della Bibbia. C'è l'intellettuale presumibilmente allergico a questa parola, e che pure a me pare che a questa parola restituisca significato pieno, lui che ha restituito a nuova vita un monastero abbandonato, facendone luogo di silenzio, ma anche di incontro, frequentato da personaggi come Guido Ceronetti, Sergio Quinzio, Massimo Cacciari, Alex Langer.

E c'è il sognatore, soprattutto il sognatore. Perché questo di Massimo Orlandi è in effetti un libro su un sogno.

Un libro che ci si insegna che ai sogni non solo è possibile, ma anche necessario dare gambe, per metterli in cammino nella realtà dei giorni. Sogni come le zolle di terra da cui spunta il nuovo grano. 

venerdì 18 luglio 2014

Che tempo farà oggi? E domani?

Che tempo farà oggi? E domani?

Fino a qualche anno fa non mi preoccupavo molto di domande così. La meteorologia era questione da colonnelli dell'aeronautica o da anziani signori, piuttosto annoiati. Era la mappa dell'Italia prima del telegiornale, cioè prima delle notizie che davvero contavano. Era l'appuntamento con previsioni che non sempre ci azzeccavano e soprattutto non avevano niente a che vedere con ciò che avrei potuto fare o non fare. Indifferenti a gesti quali riciclare la carta, abbassare un termosifone, lasciare l'auto sotto casa.

Non è che ora mi appassionino, le previsioni del tempo. Le lascio volentieri agli inglesi che, così segnalano curiose statistiche, se le coccolano come il loro primo argomento di conversazione. Però è un pezzo che i miei pensieri girano intorno a questa storia dell'effetto farfalla.

Oggi è facile che questo concetto desti la tipica insofferenza riservata alle espressioni inflazionate. Però oltre l'uso e l'abuso, c'è la solidità della scienza. In fondo è di questo che parlava già il matematico inglese Alan Turing, uno degli uomini che dobbiamo ringraziare se oggi il computer è uno strumento di uso domestico come la moka per il caffè.

Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l'uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza.

Così diceva il grande Alan Turing, a cui fece seguito un altro matematico, Edward Lorenz, un nome legato alla teoria del caos:

Un meteorologo fece notare che, se le teorie erano corrette, un battito delle ali di un gabbiano sarebbe stato sufficiente ad alterare il corso del clima per sempre.

Era il 1963: a battere le ali era ancora un gabbiano, e non una farfalla; quel movimento leggero come un fremito non era stato collegato a varie tipologie di disastro, dal tornado in Texas al terremoto a Tokio. Però il concetto c'era già tutto. Sono contento che sia arrivato fino a me.

Insomma, oggi sono convinto che dalle cause più lievi si possano scatenare effetti giganteschi. E che più cause apparentemente lievi abbiano maggiori possibilità di scatenare effetti giganteschi. Gesti impalpabili, passi che in apparenza non lasciano orme. E sull'altro piatto della bilancia mica solo disastri. Anche doni di vita, possibilità di salvezza.

(in Paolo Ciampi-Massimo Orlandi, Semi di cambiamento, edizioni Romena)

mercoledì 2 luglio 2014

La bellezza non è una qualità delle cose stesse

Lo diceva Fëdor Dostoevskij, lo scrittore russo che con i suoi capolavori ha illuminato con sciabolate di luce le profondità dell'anima: si può vivere senza la scienza, si può vivere senza pane, solo senza la bellezza non si potrebbe più vivere, perché non ci sarebbe più nulla da fare al mondo.

È vero: tutti in un modo o nell'altro, cerchiamo la bellezza. La cerchiamo anche se non ne siamo consapevoli.

Allo stesso modo respiriamo, senza interrogarci su quello che stiamo facendo, senza riflettere su quanta sia necessaria e complessa questa azione.

Tutti cerchiamo la bellezza, solo che ognuno di noi abbiamo modi diversi di intenderla. Succede con ciò che più richiama la nostra umanità: l'amore, la  compassione, la giustizia. Provate a cercare definizioni buone per tutti.

Così è con la bellezza: la cerchiamo, solo che abbiamo modi diversi per intenderla. E forse è proprio questo, il bello della bellezza.

Non è una qualità delle cose stesse: essa esiste soltanto nella mente che le contempla ed ogni mente percepisce una diversa bellezza.

Sono le uniche parole che conosco di David Hume, il grande filosofo dell'illuminismo inglese: e mi piacciono.

Non so come definirla davvero, la bellezza. Però so che è nel mio sguardo, nella mia capacità di stupirmi e di rinnovare questo stupore.

(da Paolo Ciampi e Massimo Orlandi, Semi di cambiamento, Romena edizioni)

mercoledì 16 ottobre 2013

Simona Atzori: le parole danno forma al corpo

Il calabrone non potrebbe volare, secondo le leggi della fisica aerodinamica, ma lui non lo sa. Così vola. Vola comunque. Non vola "nonostante" il suo limite, perché non lo conosce, non ha inventato qualche sofisticato meccanismo per superarlo. Vola "con" il suo limite. Vola così com'è. A istinto.

Così scrive Simona Atzori nel suo Cosa ti manca per essere felice? (Mondadori), il libro che racconta la sua straordinaria storia di donna che, nata senza braccia, ha rifiutato fin da bambina di essere rinchiusa nei recinti della disabilità riuscendo a diventare ballerina e pittrice di assoluto valore.

Qualche giorno fa ho avuto la fortuna di intervistarla, insieme a Massimo Orlandi, in un incontro in Casentino organizzato dalla Fondazione Baracchi e per prepararmi ho letto questo libro, con qualche diffidenza iniziale, a dire il vero, temendo un'inflazione di retorica buonista, per così dire.

Mi sbagliavo: qui le emozioni ci sono, in concentrazione vicino ai limiti di legge, ma senza adulterazione, senza trucchi. Qui c'è una vita intera che si porge senza infingimenti e ostentazioni, cercando semplicemente di farsi largo fino ai nostri cuori. 

Fino ai nostri cuori, ma anche oltre la giungla delle parole. Perché sono le parole che quasi sempre ti fregano, le parole sono la gomma che cancella la strada davanti a te, che vorresti e potresti percorrere.

Una parola su tutte Simona detesta, sempre che possa detestare qualcosa a questo mondo: la parola disabilità. Perché identificarsi con questa parola? Le parole - dice Simona - danno forma al corpo. 

E fosse solo per questo pensiero - e per il dubbio che instilla - questo è un libro che vale. 

lunedì 7 giugno 2010

Alice e la meraviglia del mondo


(L'intero testo lo trovate nel terzo volume di Le parole e il silenzio, curato dal sottoscritto e da Massimo Orlandi, per conto della Fondazione Baracchi, in uscita nei prossimi giorni in libreria)

Mi sa che di lei ci vengono in mente più i disegni animati di Walt Disney che le pagine dell'uomo che l'ha creata, quel Lewis Carroll che poi era nientemeno che un logico e un matematico britannico, insomma, un uomo di studi rigorosi piuttosto che di fantasie al galoppo.

Capita con gli scrittori, però la cosa conta fino a un certo punto, perché Alice è uno di quei personaggi che vivono di vita propria. Un giorno nascono dalla penna o dalla matita di qualche artista e non si fermano su quel foglio, prendono e se ne vanno in giro per il pianeta, come una leggenda che rimbalza di bocca in bocca e a ogni passaggio si alimenta di idee fresche, di emozioni calde calde.

Alice, anzi, per dirla tutta: Alice nel Paese delle Meraviglie.

Alice quella giornata di primavera in cui incontra il Coniglio Bianco che corre e borbotta fra sé e sé “E' tardi, è tardi”. Alice che lo insegue e cade nella sua tana e di lì in un altro mondo, dove tutto è al contrario di come dovrebbe essere, dove niente torna e ogni cosa sembra fatta apposta per alimentare lo stupore e sfidare l'incredulità.

Alice che non scappa ma si addentra ben bene in questo paese di Cappellai matti e di Stregatti, meraviglia dopo meraviglia. Alice che alla fine viene processata e condannata e sta per essere decapitata, solo che un istante prima si sveglia e allora si capisce che è stato solo un sogno: e questa è senz'altro la parte che a tutti piace meno.

Quante cose che ci insegna Alice: per esempio la curiosità per questo nostro mondo di ombre e di luci, di presenze e di apparenze, per questo nostro mondo che di tanto in tanto dobbiamo andare a scoprire, magari inseguendo il Coniglio di turno; per esempio il fatto che a volte bisogna anche credere a ciò che si vede, perché non si può ogni volta dubitare di tutto.

Troppo facile pensare sempre che il Paese delle Meraviglie non esiste e così tenersi il proprio paese.

giovedì 8 aprile 2010

Le Parole e il Silenzio tornano in Casentino


Il silenzio, perché solo il silenzio ci può aiutare a cogliere parole non superflue; ma anche le parole, almeno le parole che scavano e lasciano qualche impronta, perché sono esse a riportarci agli stupori del silenzio: là dove un incontro che si conclude, un arrivederci, un ritorno a casa non è detto rappresentino solo una conclusione, piuttosto suggeriscono un nuovo pensiero, una possibile lettura, magari un seme di una futura discussione.

Così scrivevo tre anni fa assieme all'amico Massimo Orlandi (leggete il suo Invisibile agli occhi, bellissimo), per presentare il primo ciclo di Le parole e il silenzio, gli incontri promossi dalla Fondazione Baracchi nei luoghi più suggestivi di una delle più belle valli toscane, il Casentino (una valle, appunto, che sembra fatta apposta per i silenzi e per le parole condivise).

In questi anni grazie a Le Parole e al Silenzio (e ovviamente grazie alla generosità e all'entusiasmo della Fondazione) abbiamo avuto modo di conoscere e condividere parole importanti con ospiti come Lella Costa, Maurizio Maggiani, Erri De Luca, Tito Barbini, solo per ricordare i primi che mi vengono in mente. Abbiamo parlato a lungo di Tiziano Terzani e dei suoi insegnamenti per la pace e per trovare la salute anche nella malattia. La manifestazione è cresciuta, di anno in anno, e ora è di nuovo ai nastri di partenza, per la quarta edizione.

L'anno scorso il filo comune a tutti gli incontri fu l'ascolto, quest'anno è un'altra azione solo apparentemente umile, lo sguardo, con la consapevolezza che ogni nuovo sguardo è in realtà un nuovo modo di guardare il mondo.

Si inizia il prossimo sabato con lo sguardo che passa attraverso lo schermo del computer e la rivoluzione digitale. Il prossimo mese si continua con lo sguardo della creatività, insieme a un autore che non ha bisogno di presentazione come Andrea De Carlo
Sono contento di poter dare una mano a Le parole e il silenzo anche quest'anno. Sono contento di potere parlare ora non di conferenze o dibattiti come tanti altri, ma di incontri che, al di là dei numeri, ricordano l'atmosfera di antichi convivi.

(sul sito della fondazione trovate il programma completo).

sabato 22 agosto 2009

Ciò che è invisibile agli occhi


"Di solito siete voi che accompagnate me, che non vedo, nel mondo del visibile.
Per una volta vorrei portarvi nel mio mondo, il mondo di ciò che non si vede con gli occhi"


Proprio vero, bisogna avventurarsi in sentieri meno battuti per accogliere il dono della sorpresa. Bisogna forzarsi a ciò che non è scontato, che non va di moda, che non corre sulla bocca di tutti per poter arrivare in fondo e dire: sono contento per come ho speso il mio tempo.

Io sono contento di aver letto da cima a fondo Invisibile agli occhi, un piccolo grande libro scritto a quattro mani da Massimo Orlandi e Wolfgang Fasser e proposto dalle edizioni della Fraternità di Romena, così contento che quasi quasi tra un po' ci ritornerò anche sopra, ne sfoglierò di nuovo le pagine, cercherò righe che con previdenza ho sottolineato per inciderle più profondamente nella mia quotidianità di lettore, a volte annoiato, a volte distratto.

Sono contento perchè questo non è un libro come tanti altri. Questo è un libro che con umiltà ti consegna vita vera, anzi, ti porta dentro la vita. Questa vita: con le sue sofferenze ma ancora più con quel suo straordinario oceano di possibilità che quasi mai riusciamo davvero a scrutare, tanto meno a concepire.

Tanta vita, ma anche due vite che si incontrano. Quella di Massimo Orlandi, giornalista e scrittore che sa bene che le parole sono un dono che non si deve scialare; e quella di Wolfgang Fasser, fisioterapista e musicoterapeuta cui una malattia genetica ha sottratto molto presto l'uso degli occhi.

Vi siete mai chiesto come la prendereste, se vi capitasse lo stesso?Io sì, molte volte, forse troppe: è una delle eventualità della vita su cui mi succede spesso di misurare quanto si può perdere davvero. E se penso a questo e poi scivolo con lo sguardo sugli scaffali della mia libreria... ecco basta questo perché mi assalgano i brividi.

E allora: questo libro ci porta dentro i giorni di Wolfgang per insegnarci che c'è molto da vedere anche se non hai più occhi per vedere.

Vi ricordate le parole del Piccolo Principe?
"Non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi..."
Citazione molto citata, in effetti, usata fino all'abuso... Una di quelle cose belle da dire, ma che poi rimangono lì, stucchevoli come un dolce di marzapane.

E invece questo libro ci accompagna in ciò che autentico. Così come autentico è il cammino su qusta terra di Wolfgang, non vedente che sa muoversi da solo nelle terre più difficili d'Africa, che sa vedere con le mani e aiutare con la musica, che può accompagnarci nei misteri di una foresta per dimostrarci che in fondo siamo noi che non riusciamo a vedere bene...

Un libro di suoni, odori, emozioni, parole senza effetti speciali. Un libro che commuove perchè non intende commuovere. Un libro che fa bene perchè ti aiuta a gettare il cuore oltre ogni ostacolo... un libro su un altro viaggio.

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