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martedì 30 settembre 2014

Un racconto di viaggi è sempre una storia di incontri

E gli altri?

Per introdurre questo tema bisognerebbe precisare all'inglese: "last, but not least"... Insomma, la curiosità del viaggiatore e poi del narratore è una dote individuale, ma la storia che possiamo raccontare non sarà mai frutto solo del nostro lavoro.

"Senza l'aiuto degli altri non si può scrivere un reportage" diceva Ryszard Kapuscinski. Il reporter è solo "l'estensore finale", l'ultimo anello di una catena composta da moltissimi individui che ci offrono spunti, storie, riflessioni.

Un racconto di viaggio è sempre una storia di incontri. Non dimentichiamolo.

(Paolo Ciampi in Parole in viaggio di Alessandro Agostinelli, Tito Barbini, Paolo Ciampi, Romano editore)

lunedì 15 settembre 2014

Sul viaggio che è sempre ritorno

Mi pare che fosse in uno dei romanzi di Novalis, il grande romantico tedesco, che ci si rivolgeva ai viandanti con questa domanda: "Dove siete diretti?". E la risposta, inequivocabile, era questa: "Sempre verso casa".

Il viaggio in fondo è sempre un ritorno, perlomeno un ritorno a se stesso. Questo è anche il tema di fondo del mio viaggio più difficile e forse del mio libro più complesso, "Le rughe di Cortona". Un viaggio verso casa.

Un viaggio, aggiungo, in cui sono andato davvero a fondo. E lo so che per i pessimisti al fondo non c'è mai davvero fondo, ma io insisto a non annoverarmi tra di essi. Per me toccando il fondo non resta altro che putare i piedi e darsi la spinta per risalire.

In definitiva il senso del viaggio è stato proprio questo: chiudere un cerchio; smarrire il sentiero e poi ritrovarlo.

Arrivando comunque nel vivo delle mie questioni irrisolte.

(Tito Barbini, in Le parole in viaggio di Alessandro Agostinelli, Tito Barbini, Paolo Ciampi, Romano editore)

giovedì 11 settembre 2014

In viaggio con il rumore e il silenzio


Il mondo dei viaggiatori potrebbe essere diviso in queste due categorie: silenzio e rumore.

Ci sono luoghi del pianeta dove il rumore imperversa e luoghi che abbndano di slienzio.

E mi piace pensare che organizziamo i nostri viaggi sulla base di una miscela di questi due elementi, ogni volta che abbiamo bisogno più dell'uno o dell'altro.

(Alessandro Agostinelli, da Parole in viaggio di Alessandro Agostinelli, Tito Barbini, Paolo Ciampi, Romano editore)

lunedì 7 luglio 2014

Buone parole per raccontare buoni viaggi


È stato al termine di un'intensa giornata di docenza alla Scuola di narrazioni “Arturo Bandini”, qualche tempo fa. Avevo appena salutato le persone con cui avevo trascorso otto ore di confronto su molte esperienze e molte parole. Il tempo era volato via e anch'io me ne tornavo a casa con qualcosa in più di quando, quella mattina, mi ero presentato in aula. Prima di andarmene lo sguardo mi era caduto su alcuni fogli: gli appunti che mi ero preparato per l'occasione.

Non che li avessi seguiti passo passo. Anzi, tutto sommato li avevo trascurati, affidandomi agli interessi e agli umori di chi avevo davanti. Però erano stati utili – se non altro perché mi avevano aiutato a mettere a fuoco alcune idee sulla scrittura legata al movimento nel tempo e nello spazio. Ora li avevo abbandonati sul tavolo, come una cartella stampa dopo che si è scritto un articolo o come il biglietto di uno spettacolo appena concluso. Peccato, però. Forse, lavorandoci sopra, a qualcosa potevano ancora servire.

È stato in quel momento che mi sono venute in mente alcune persone che con me condividono la passione per il viaggio e soprattutto per la scrittura di viaggio. Buoni viaggiatori – senz'altro in questo migliori di me – in confidenza con la parola che si mette in cammino per raccontare quella fondamentale esperienza dell'uomo che è, appunto, il viaggio. Amici che scrivono, che leggono molto, che raccontano. Amici che, quando non sono in viaggio, spesso e volentieri sono impegnati in presentazioni, incontri, lezioni. Figurarsi se anche loro non avevano qualcosa, anzi, molto da condividere. Perchè non assem
blare le nostre esperienze, i nostri sguardi, i nostri consigli, per costruire insieme una piccola guida per la scrittura di viaggio?

L'idea è piaciuta ed ecco che n'è venuto fuori: questa piccola guida che vi proponiamo con la convinzione che in realtà si tratti dell'inizio di un percorso. Di un viaggio di parole – diciamo così – che intendiamo fare insieme – insieme anche a voi – per riflettere sul significato, sulle possibilità e anche sulle tecniche della scrittura.

Si parte da qui, con questa nostra squadra e con questo titolo nella collana Fuorirotta della Romano editore che contiamo diventi occasione per incontri, lezioni, seminari, chiacchierate in luoghi accoglienti e partecipati. E chissà che grazie a questo lavoro, fatto anche di proposte, approfondimenti, stimoli, perfino critiche, altre edizioni di questa guida e altri strumenti non possano vedere presto la luce.

Noi siamo qui. Pronti a questo viaggio. 

(Paolo Ciampi, con Alessandro Agostinelli e Tito Barbini, Parole in viaggio, Romano editore)

sabato 10 maggio 2014

Il babbo di Bruna e quel silenzio che mi riguarda

 

Se non lo aggiunge lei, magari lo dirò io: certo che è anche altro, chi scrive poesie.
Lo so, perché la poesia è sempre stata piena di delinquenti. Francois Villon condannato all'impiccagione e graziato. Christopher Marlowe, spia dal coltello facile. Arthur Rimbaud mercante di schiavi. Potrei metterne in fila diversi altri. Attaccabrighe, ladri, tossici e ruffiani. Bari e falsari. Sicari e collaborazionisti della peggiore specie.
Meno male che il tempo in genere è galantuomo. Se non perdona, dimentica. Dimentica e va avanti. Si porta dietro solo ciò che serve. Cancella sentenze e magari si intasca la bellezza di un verso.
Certo che è anche altro, chi scrive poesie. Però a me non piace nemmeno questa parola: delinquente. Anche per il peggiore dei peggiori. Figurarsi per chi scrive poesie.
Un altro pensiero batte le ali come una farfalla. Provo a inseguirlo con il retino dell'attenzione. Il silenzio. Non è mio e di Bruna, il silenzio. Non è di questa città. C'è un altro silenzio, che ora si è fatto largo tra noi.
Il silenzio di una persona che non c'è più. Di un padre che si è portato via persino i ricordi della figlia.
Questo silenzio. Il silenzio di uomo che era anche altro. Qualunque cosa abbia combinato.
E qualunque cosa abbia combinato, comincia a riguardarmi, questo silenzio. 

(Paolo Ciampi, Il babbo era un ladro, Romano editore)
 

venerdì 6 dicembre 2013

Acquistare libri, almeno sotto Natale

Non sono un fanatico dei regali a Natale, soprattutto dei regali perché si deve, ma se i regali si vogliono e si possono fare allora quasi sempre sono preceduti da una scelta di acquisto. E mi piace pensare che questa scelta possa essere meditata e consapevole. Vale per il commercio equo e solidale, vale per le griffe dell'abbigliamento che hanno firmato accordi di tracciabilità (che non si servono cioé di ditte a basso prezzo e a diritti zero, come quella del rogo di domenica a Prato). Vale a mio parere anche per la cultura.

E se dico: a Natale provate a regalare libri, credo che anche questa possa essere una scelta consapevole.

Azzardo qualcosa di più, magari esagerando: può essere persino un atto di resistenza, in un paese dove si legge sempre meno, dove se si legge spesso non si compra (l'altro giorno un mio amico armeggiava per la prima volta con un'Ipad e la prima domanda è stata su come scaricare libri senza pagare), dove l'idea che la cultura non sia impresa e lavoro, che può essere sopportata solo se gratis, sta facendo chiudere librerie ed editori a ripetizione.

Proviamo ad acquistare libri per Natale e dico di più: aggiungiamo scellta a scelta. Non l'acquisto al supermercato, ma piuttosto alla piccola libreria indipendente, che è presenza viva in un quartiere o in una cittadina; non il bestseller, ma il libro proposto con coraggio e intelligenza da un editore che, con pochi mezzi, porta avanti un suo cammino di qualità (e senza confondersi con altri sedicenti editori).

A Firenze e in Toscana, vedo che si stanno moltiplicando le proposte. Ecco le prime (di queste e di altre parlerò anche nei prossimi giorni).

Toscanalibri.it - realtà importante per la promozione dell'editoria toscana, che porta anche al Salone di Torino - propone tutto il suo catalogo di editori toscani al 30 per cento di sconto (per questa offerta bisogna inviare  una mail a amministrazione@sienalibri.it oppure andare sul sito


Edizioni Clichy festeggia il suo primo compleanno sabato 7 dicembre (dalle ore 18), nella sua sede di via Pietrapiana,  proponendo i suoi libri al chilo (stesso prezzo di un chilo di castagne).

Anche Romano editore propone il 30% di scontro da qui a Natale e libri a peso - in fondo è anche una provocazione - per domenica 15, tutta la giornata presso la sua sede di via Dosio 79, nel quartiere 4.

Magari è un buon modo per augurarsi un buon 2014, dopo un 2013 annus horribilis. 

sabato 9 novembre 2013

Applausi per una gavetta, un'umile gavetta

Gente che per decenni si è rassegnata alle sue ferite. Gente che non vuole vedere il mare o che non mangia il pesce – e neanche si rammenta più perché. Gente che un giorno si è sentita chiamare da un posto di cui nemmeno aveva mai sentito parlare.

 Gente che non si era mai vista prima, ma che si è riconosciuta all'istante, seduta intorno a un tavolo per la cena, una pizza al circolo offerta dal Comune, prima dell'incontro. Gente che poi ha applaudito a quell'immagine sullo schermo, pensate, una gavetta, un'umile gavetta

Quel giorno la gavetta di Dino Menicacci avrebbe meritato il posto di onore, nella sala del consiglio comunale. È stata brava a rammentare ciò che gli uomini si sono sforzati di dimenticare.

Ed è grazie a lei per cui oggi sono qui anch'io. Per quella gavetta e per quell'incontro.

Perché è così che è andata. Un giorno la storia della gavetta ha bussato alla mia porta e non mi ha più abbandonato.

E io sono entrato in punta di piedi dentro questa storia e non mi sono sentito un intruso.

E l'Oria lo sento anche mio, ora. E per questo sono grato a quella gavetta, per questo sono grato a Dino Menicacci. 

 (da Paolo Ciampi, La gavetta in fondo al mare, Romano editore)

martedì 29 ottobre 2013

Come nel Far West: il pericolo pubblico numero uno

In più qualche vecchia foto, anch'essa con i segni del tempo: i contorni che hanno perso il nitore, il bianco e nero ingrigito, le screpolature che solcano i volti e le fisionomie, inevitabili malgrado tutta la cura con cui sono state custodite. Allo stesso modo delle foto conservate negli album dei vostri nonni. Quelle che ogni tanto saltano fuori dai bauli in soffitta o dalle pagine di un libro dove sono rimaste per mezzo secolo. E che capita di trovare anche ai mercatini delle pulci, nelle scatole da scarpe dove una volta si raccoglievano le cartoline postali.

Mi intriga il mistero delle vite fermate in un'inquadratura. Soprattutto ai tempi in cui la fotografia era una posa, un'occasione speciale, una cerimonia da abito buono. Mica come oggi, con gli scatti a ripetizione degli apparecchi digitali o dei cellulari, che è un po' la pesca a strascico delle immagini.
 

Ora punta il dito, Bruna. Quindi me la porge, indice e pollice a stringere con delicatezza l'angolo: è questa la fotografia che vuole mostrarmi. Quasi facesse le presentazioni. E in un certo senso è così: lo vedo per la prima volta.
 

È lui, il babbo di Bruna: Ubaldo Cecchi.
 

Il delinquente di cui nel frattempo ho appreso qualcos'altro.
 

Ubaldo Cecchi: il grande ricercato, nella Firenze del dopoguerra. Colui che poliziotti e cronisti ebbero gioco facile a indicare come il pericolo pubblico numero uno.
 

Proprio così si diceva allora. Allo stesso modo che nel Far West di Tex Willer. 
Il pericolo pubblico numero uno.
 

Ubaldo Cecchi, il delinquente.
 

Distinto com'è, con quel sorriso da maschio latino, quell'espressione di chi la sa lunga, non si direbbe.

(da Paolo Ciampi, Il babbo era un ladro, Romano editore)

mercoledì 25 settembre 2013

Tra Fellini e Charlie Chaplin, ai tempi del circo

Sapete, stamattina lo sguardo mi è cascato su un libriccino che raccontava  la storia del Gratta, al secolo Evaristo Caroli. Del Gratta e del suo piccolo circo fatto di niente che per i fiorentini era sinonimo di spensieratezza. 

Erano gli stessi anni in cui Cicoria era in circolazione. Il Gratta faceva il clown e introduceva i vari numeri sotto il tendone che d'inverno prendeva posto in via Pietrapiana, dove in seguito saranno costruiti gli uffici postali. Non c'era la televisione e un'arena improvvisata poteva regalare il giorno più bello della vita, qualcosa di simile a un sogno.

 Quante risate con il Gratta, sotto quel tendone, quanti amori sbocciati in quelle serate in cui finalmente non c'era da avere paura della guerra. Quanti bambini capaci di toccare il cielo con il dito.

E io mi immagino questa scena, mi immagino il babbo che questa volta c'è e che ha deciso di regalare un'emozione speciale ai suoi bambini. A tutti e tre, insieme. Me li vedo sbucare sotto il tendone, la meraviglia negli occhi e magari una nuvola di zucchero filato a testa, perché se è festa lo sia in tutto e per tutto. 

E suvvia inizia lo spettacolo. Gli acrobati, il lancio dei coltelli, le enormi scarpe da pagliaccio. La torre umana e la piramide dei bicchieri. Il trapezio, con quei corpi morbidi che si librano in aria. La mimica facciale, i giochi di parole. La ragazza che si contorce come un'anaconda, mantenendo in perfetto equilibrio un bicchiere sulla fronte e uno sul mento. E lo sguardo del babbo che si fa particolarmente attento, non per le contorsioni, ma per le gambe, perché in quale altro posto in Italia si può vedere una bella ragazza così, con le calze a rete.

Che giorno è quello: e sono tutti e tre insieme.

Così li vorrei vedere. E vorrei che fossero queste le immagini che nell'avvenire si porteranno dietro. Allo stesso modo dei film muti di Charlie Chaplin, che non ci si stanca di rivedere.

Se mi scuoto, certo, svaniscono queste immagini, fatte dello stesso tessuto del sogno. Però arrivato a questo punto penso che tra il sogno e il ricordo non ci sia poi tutta quella differenza. Entrambi sono impalpabili ed evanescenti. Entrambi durano solo nella misura in cui ci ostiniamo a trattenerli.

E vale per il sogno quello che per il ricordo affermava Khalil Gibran, un grande poeta le cui parole sanno di mare e di lontananza:

Il ricordo è un modo di incontrarsi. 

(Paolo Ciampi, da Il babbo era un ladro, Romano editore)

lunedì 23 settembre 2013

Il ritorno a casa di Tito Barbini

Per quanto un albero possa diventare alto, le sue foglie, cadendo, ritorneranno sempre alle radici. Tra le infinite citazioni sul senso e sul sentimento del viaggio, è con questo antico proverbio cinese per la testa che ho terminato la lettura di Le rughe di Cortona, l'ultimo libro di Tito Barbini (Romano editore).

Come capita spesso con la saggezza orientale, le parole sono semplici ma ciò a cui fanno riferimento è senz'altro più complesso. Siamo noi, quell'albero. Siamo noi quelle foglie che ritornano alle radici.

Semmai è quel “per quanto un albero possa diventare alto” che mi convince meno. Non “per quanto”, ma “proprio perché”: questo è come la vedo io. Proprio perché si cresce, proprio perchè con le nostre foglie si tocca il cielo, è ovvio, naturale, necessario tornare alle radici.

È esattamente quello che penso a proposito di Tito Barbini, scrittore e viaggiatore, o viaggiatore e scrittore, nell'ordine che si preferisce, ma anche persona che da lungo tempo ho avuto la fortuna di conoscere. È un albero cresciuto alto, Tito. Un albero che ha saputo liberarsi da ciò che lo appesantiva e lo piegava.

A un certo punto della vita Tito ha smarrito la strada – ed era una strada chiaramente segnata, apparentemente obbligata. A posteriori è stata la sua fortuna. È da allora che si è messo davvero in cammino: con i viaggi – che lo hanno portato verso le mete più remote e affascinanti – e con le parole – che certo sono un altro modo di viaggiare.

Per tutto questo oggi può tornare alle radici. Può cioè vivere l'esperienza più importante per il viaggiatore: il ritorno.

Non è affatto scontato, anche se è un pezzo che Tito ripete, a beneficio di tutti noi, che il viaggio è vero viaggio solo se implica il ritorno. Altrimenti è fuga, esperienza legittima, a volte necessaria, ma che non è il viaggio. Oppure è partenza fittizia, che non chiama in causa ciò che siamo e che possiamo diventare: turismo di molti chilometri e poca sostanza.

Non credo sia un caso che la letteratura – almeno la nostra letteratura – diventa davvero tale con una storia di un viaggio, l'Odissea. Un viaggio, prima ancora che una guerra. E non è un caso che questo viaggio sia in realtà un lungo, faticoso, contrastato ritorno.

E lo so che è un paragone ingombrante, ma con queste pagine Tito si è seduto accanto a me come un Ulisse con cui posso condividere parole e storie. E Cortona – straordinaria città che più volte ho avuto modo di visitare – ha progressivamente perso i suoi contorni per sfumare nel mito e diventare un'Itaca di Toscana.

Dopo averci accompagnato nelle estreme propaggini della Terra del Fuoco, sulle vette dell'Himalaya o alle sorgenti del Mekong, Tito ci ha fatto il regalo più bello: il ritorno a casa.

Il regalo più complesso, anche, perché penso che per uno scrittore di viaggi non ci sia niente di più difficile che raccontare il ritorno.

Vero che Tito è uno scrittore di viaggi molto particolare, che rifugge il diario, il resoconto, la narrazione lineare nel tempo e nello spazio. In particolare, con Antartide. Perdersi e ritrovarsi alla fine del mondo, il grande vuoto artico e il silenzio dei ghiacci avevano permesso di scavare impietosamente dentro e di amputare tutto ciò che alla vita non è davvero essenziale.

Ed ecco, mi sembra che Le rughe di Cortona possano riallacciarsi solo a quel libro, tra quanti ne ha pubblicati Tito in questi anni. Come se sulle mappe della vita avesse saputo tracciare una rotta diretta tra l'Antartide e Cortona. Anche questo un viaggio per sottrazione, per rarefazione. Ma solo per ritrovare l'origine, il porto sicuro, ciò che ha permesso tutto ciò che è venuto dopo.

E come non è diario il viaggio, non è autobiografia ciò che è stato. È assai di più, il lavoro della memoria – e non a caso Tito afferma all'inizio: la memoria è tutto ciò che siamo.

Diceva William Wordsworth: Il bambino è padre dell'uomo adulto.  Si comincia così e il resto è viaggio – l'albero che cresce – il resto è ritorno e memoria – le radici.

martedì 3 settembre 2013

Le fotografie del "pericolo pubblico numero uno"

In più qualche vecchia foto, anch'essa con i segni del tempo: i contorni che hanno perso il nitore, il bianco e nero ingrigito, le screpolature che solcano i volti e le fisionomie, inevitabili malgrado tutta la cura con cui sono state custodite. Allo stesso modo delle foto conservate negli album dei vostri nonni. Quelle che ogni tanto saltano fuori dai bauli in soffitta o dalle pagine di un libro dove sono rimaste per mezzo secolo. E che capita di trovare anche ai mercatini delle pulci, nelle scatole da scarpe dove una volta si raccoglievano le cartoline postali.

Mi intriga il mistero delle vite fermate in un'inquadratura. Soprattutto ai tempi in cui la fotografia era una posa, un'occasione speciale, una cerimonia da abito buono. Mica come oggi, con gli scatti a ripetizione degli apparecchi digitali o dei cellulari, che è un po' la pesca a strascico delle immagini.
 

Ora punta il dito, Bruna. Quindi me la porge, indice e pollice a stringere con delicatezza l'angolo: è questa la fotografia che vuole mostrarmi. Quasi facesse le presentazioni. E in un certo senso è così: lo vedo per la prima volta.
 

È lui, il babbo di Bruna: Ubaldo Cecchi.
 

Il delinquente di cui nel frattempo ho appreso qualcos'altro.
 

Ubaldo Cecchi: il grande ricercato, nella Firenze del dopoguerra. Colui che poliziotti e cronisti ebbero gioco facile a indicare come il pericolo pubblico numero uno.
 

Proprio così si diceva allora. Allo stesso modo che nel Far West di Tex Willer. 
Il pericolo pubblico numero uno.
 

Ubaldo Cecchi, il delinquente.
 

Distinto com'è, con quel sorriso da maschio latino, quell'espressione di chi la sa lunga, non si direbbe.

(da Paolo Ciampi, Il babbo era un ladro, Romano editore)

mercoledì 14 agosto 2013

La giornalista che voleva cambiare il mondo

Le astrazioni la lasciano indifferente, le speculazioni la irritano. Da buon inglese ama stare con i piedi per terra, ama la concretezza della vita, le idee che hanno gambe per camminare. Ama una praticità da non confondere con un eccesso di attenzione per i propri interessi.

In effetti non sarà mai una pensatrice sistematica, capace di fare ordine, di andare al fondo delle cose. L’intuito conterà sempre qualcosa più della potenza analitica.
 

Poco importa se questo la renderà terribilmente dispersiva, farfalla che vola di argomento in argomento, attratta anche da un solo gesto, purché vi sia impressa l’umanità.
 

No, non è fatta per la filosofia, se questa vuol dire tagliarsi fuori dal mondo, sigillarsi tra tomi polverosi, smarrirsi in trattati.
 

Piuttosto il giornalismo, il giornalismo come lo intende lei: possibilità di porsi al servizio di una causa, di sciogliere l’irrequietezza di giovane studentessa in significati più ampi, di dare un senso alla vita immergendosi nel grande fiume della Storia.
 

E non se la vuole davvero far sfuggire, questa possibilità.
 

Libererà parole e sentimenti per un mondo che non c’è giorno e non c’è notte che non desideri più giusto.

(da Paolo Ciampi, Miss Uragano, Romano editore)

lunedì 29 luglio 2013

Mai tanti morti, nel nostro mare. Mai tanto silenzio

Io tutto questo l'ho saputo solo l'altro giorno: e mi chiedo perché.
 

Io che non volto le spalle, io che, se posso, conto i morti.
Io che ho divorato i libri sulle battaglie per cielo e per mare, sui maledetti ultimi ponti, sui sergenti nella neve, sui morti che camminavano, prima di diventare fumo nei camini.
Io che quegli anni me li sento ancora addosso e sono perfino facile a commuovermi. Oggi anche di più di quando ero ragazzino, sarà che il tempo biologico aiuta a trattenere ciò che il tempo della storia di solito si lascia scappare.
 

Non lo sapevo. Non ne sapevo niente.
Mai sentito parlare dell'Oria. Il piroscafo Oria.  L'altro giorno, la prima volta che me ne hanno parlato, non ho capito. Ho pensato a un lapsus. Forse ho addirittura sorriso all'ignoranza.
 

Ah, il Doria. Certo che ne ho sentito parlare. L'Andrea Doria.... la più grande e più veloce nave da passeggeri della flotta italiana. La più moderna e la più sicura: cosa che si diceva anche del Titanic, sarà pure che non porti male. L'Andrea Doria, certo. Successe in quell'anno in cui successe di tutto, il 1956. Quando ancora per trattarsi bene l'oceano si attraversava con le navi, non con gli aerei.
E perché poi piroscafo? Era un transatlantico. Un bel transatlantico. 
L'Andrea Doria che affondò davanti alle coste degli Stati Uniti: 46 passeggeri morti, ripeto, 46. Con tutto il rispetto.
 

Non sapevo dell'Oria, dei suoi 4 mila e più ragazzi morti così, per non avere voluto combattere con Hitler e Mussolini.
Come me, quanti non hanno saputo, quanti non sanno. 
 

venerdì 12 luglio 2013

Comincia a riguardarmi, questo silenzio


Un altro pensiero batte le ali come una farfalla. 

Provo a inseguirlo con il retino dell'attenzione. Il silenzio. Non è mio e di Bruna, il silenzio. Non è di questa città. C'è un altro silenzio, che ora si è fatto largo tra noi.

Il silenzio di una persona che non c'è più. Di un padre che si è portato via persino i ricordi della figlia.

Questo silenzio. Il silenzio di un uomo che era anche altro. Qualunque cosa abbia combinato.

E qualunque cosa abbia combinato, comincia a riguardarmi, questo silenzio.

(Paolo Ciampi, Il babbo era un ladro, Romano editore)

mercoledì 3 luglio 2013

La gavetta in fondo al mare e i 4 mila dell'Oria

In 4 mila e più sono morti quel giorno.
Questa è la storia. Questo è quanto è successo. Il 12 febbraio del 1944.
Mare tremendo, mare di morte.
E quel campo di battaglia giù in fondo. Quel cimitero di guerra che non avrà croci, ma solo le coordinate che valgono per uno scoglio o una boa.
Latitudine 37° 39' nord, longitudine 23° 59' est.
Qui, dove le acque si sono richiuse sui corpi. Qui, dove la tomba è la profondità del mare. Qui, dove le onde per giorni, per settimane, restituiranno una parte dei corpi rubati.
Mare tremendo, mare di morte.
Allo stesso modo di una spiaggia di inverno, i tronchi e i rottami dopo una libecciata. 

(Paolo Ciampi, La gavetta in fondo al mare, Romano editore)

venerdì 21 giugno 2013

La satira è il sale che impedisce la corruzione

Cominciamo, allora. Magari con le parole di un altro grande intellettuale,  Carlo Cattaneo, che parlando di satira ne coniò una bellissima definizione - l'unica che in effetti troverete in questo libro.

La satira, affermò, è un esame di coscienza dell’intera società. Un esame che se non ci fosse bisognerebbe inventare, e non solo perché il buon umore fa bene alla salute, come si dice. La satira è anche il sale che impedisce la corruzione. E dov'è che essa ha campo libero? Cattaneo non aveva dubbi:

L’audacia della Satira è uno dei segnali della superiorità mentale di una nazione... La possente Inghilterra è la patria della caricatura; ogni giorno una legione di giornali si fa specchio inesorabile della vita pubblica e privata...

L'Inghilterra, appunto, la civile, democratica, invidiabile Inghilterra. Ma che dire di Firenze?


Firenze cercava di non essere da meno. E già, proprio così rideva Firenze…


(da Paolo Ciampi, Così rideva Firenze, Romano editore)

domenica 28 aprile 2013

E' così che vanno le cose nel mondo

È così che vanno le cose nel mondo che non è quello dei polizieschi. 

A volte ti danni per scovare non dico un indizio, ma uno straccio di pista che valga la pena, sputi sangue e non arraffi nemmeno l’aria. 

Altre volte sonnecchi pigro come il più pigro dei gatti, le braccia dietro la nuca e gli occhi socchiusi giusto per le nuvole lontano, ed ecco che piomba a terra il frutto maturo, ciaf!, come la pera di Newton, o era una mela?, ed ecco qua…

(da Paolo Ciampi, Di diverso parere, Romano editore)

martedì 12 febbraio 2013

La satira, il sale che impedisce la corruzione

Cominciamo, allora. Magari con le parole di un altro grande intellettuale,  Carlo Cattaneo, che parlando di satira ne coniò una bellissima definizione - l'unica che in effetti troverete in questo libro.

La satira, affermò, è un "esame di coscienza dell’intera società". Un esame che se non ci fosse bisognerebbe inventare, e non solo perché il buon umore fa bene alla salute, come si dice. La satira è anche il "sale che impedisce la corruzione". E dov'è che essa ha campo libero? Cattaneo non aveva dubbi:

"L’audacia della Satira è uno dei segnali della superiorità mentale di una nazione... La possente Inghilterra è la patria della caricatura; ogni giorno una legione di giornali si fa specchio inesorabile della vita pubblica e privata...".

L'Inghilterra, appunto, la civile, democratica, invidiabile Inghilterra. Ma che dire di Firenze?
Firenze cercava di non essere da meno. E già, proprio così rideva Firenze…


(da Paolo Ciampi, Così rideva Firenze, Romano editore)

lunedì 3 dicembre 2012

Miss Uragano, la donna che non rimpiange nulla

Il tempo si è portato via tutto, gli amici, i maestri, gli eroi, le battaglie, le passioni, tutto. Tutto. Però questa malinconia è dolce. 

In questo deserto c’è ancora lei, donna che è nata libera e che libera morirà, donna sempre diversa e sempre uguale a se stessa.
 

Donna in pace con se stessa, che non rimpiange nulla. 
 

Sorride, e per una volta non può trattenere un pizzico di orgoglio. Ha sempre avuto il coraggio di dire quello che pensa. E quante ne ha dette, quante persone avrebbero voluto ritrovarsi in altri panni, davanti a lei.
 

Lei: Miss Uragano.

Il buio ora le fa meno paura. C’è luce, là in fondo.
 

L’Italia l’ha delusa e avvilita, ma lo sa, lo sente, che c’è sempre possibilità di riscatto, che l’Italia può 
cambiare. Che qualsiasi società può cambiare.
 

L’educazione servirà. La dignità servirà. La responsabilità servirà. Non c’è riforma che non potrà essere fatta.
 

In fondo basta mettere il dito nella piaga perché la piaga cominci a guarire.

(da Paolo Ciampi, Miss Uragano, Romano editore. Dal libro è stata tratta la lettura scenica che sarà proposta a Firenze il 14 dicembre, alle ore 21, presso Tempio Battista di via dei Benci, protagonista Anna Montinari)






sabato 1 dicembre 2012

Ma cosa hai voluto dirmi con Van Dine?

E poi? Poi sono ancora qui, a sciuparmi gli occhi su queste righe e le righe quasi ballano sullo schermo e scappano di qua e di là, mentre i pensieri vanno a zonzo e afferrali se puoi.

Sono ancora qui e mi illudo che girando il senso di una frase magari balzerà fuori una qualche verità, allo stesso modo della vanga del contadino che nei racconti dei nonni rivoltava la terra e riportava il tesoro alla luce.

Il colpevole, sostiene Van Dine, deve aver avuto una parte importante nella storia. Non è un delinquente di professione, altrimenti che gusto c’è. Non può nemmeno essere un servitore, troppo banale.

L’assassino è sempre uno di cui non si dovrebbe mai sospettare.

E poi, complici, va bene, però il cattivo è uno solo. Niente società segrete, niente associazioni a delinquere.

Dimenticavo, il delitto non accade per un caso. E non è mai, ma proprio mai, un suicidio. Bella scoperta, per Walter.

Sono ancora qui e non ho più voglia di rompermi il capo. Se una soluzione c’è, sempre che ci sia, non ce la faccio a estrarla da questa accozzaglia di frasi che mi suonano come chiacchiere.

Io piuttosto salterei all’ultima pagina dove ogni cruciverba è riprodotto con tutte le sue belle paroline e ogni indovinello ha la sua risposta e ogni rebus la sua chiave. Ci salterei a piè pari con tanti saluti ai miei neuroni e alla loro figuraccia.

Ma insomma, Walter, accidenti a te. Cosa hai voluto dirmi con Van Dine?

Che l’assassino non è il maggiordomo?

Intendevi prendermi un’altra volta per i fondelli?

Regola numero quindici dell’esimio Van Dine:
 
La soluzione del problema deve essere sempre evidente, ammesso che vi sia un lettore sufficientemente astuto per vederla subito

Ma vai a fare in culo, Van Dine…

Evidente è solo che ce ne ho fin sopra i capelli. Evidente è che tempo cinque secondi abbuierò il computer e spalancherò il freezer per l’unica cena che non reclami il mio daffare, sofficini pomodoro e mozzarella più bastoncini del capitano Findus.

In culo a tutti gli investigatori gran gourmet e alle loro ricette in giallo.

(da Paolo Ciampi, Di diverso parere, Romano editore)

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...