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venerdì 17 marzo 2017

Il viaggio come arte di perdere tempo

Per me, viaggiare è fermarsi. Fare una pausa oziosa tra la tappa appena raggiunta e quella successiva.

Ma che regalo, è concedersi tempo, tanto tempo, per godersi l'ultimo libro che ci propone Ediciclo con la sua collana Piccola filosofia di viaggio. Ho ancora nel cuore l'emozione di altri titoli - per dire, La voce delle case abbandonate di Mario Ferraguti oppure La vocazione di perdersi di Franco Michieli - ma ora ho fatto in modo che a lungo mi tenesse compagnia L'arte di perdere tempo di Patrick Manoukian.

E' un libro che parla di viaggio senza parlare di mete e itinerari, ma di pause e di imprevisti. E io l'ho letto come Manoukian viaggia: perdendo tempo, che in realtà spesso è un modo di guadagnarlo; fermandomi e lasciando vagare il pensiero; incontrando altri pensieri che non avevo messo in conto.

Dev'essere un tipo particolare, Manoukian, viaggiatore a oltranza, giornalista free lance, autore di romanzi polizieschi e libri per ragazzi, figlio della generazione che negli anni Sessanta faceva l'autostop e fuggiva da molte cose.
A 20 anni, mentre lavorava come lavapiatti in un ristorante di Long Island, sentì parlare di un concerto che doveva tenersi in una certa Woodstock. Per raggiungerla fece 4 mila chilometri fino a San Francisco, solo per capire che Woodstock non era sulla West Coast, ma piuttosto vicino ai luoghi da cui era partito. Un chirurgo lo fece salire in macchina, gli diede ospitalità per la notte, poi insieme alla famiglia partì a sua volta e per qualche giorno gli lasciò casa e auto.

Quelli erano i tempi e Manoukian iniziò a capire che nei viaggi, davvero, non conta dove arrivi, ma come ci arrivi. Conta cosa c'è in mezzo.

Il viaggio è movimento, ma il viaggio vive dei momenti in cui ci si ferma. Sembra un paradosso, ma non vale così anche per la musica? Ci vogliono i silenzi, perché le note si facciano musica.

Il fatto è che siamo sempre portati a considerare il viaggio come qualcosa che succede nello spazio. Invece è in primo luogo qualcosa fatto di tempo: del resto non siamo anche noi soprattutto tempo?

Allora provate a sostituire il tempo allo spazio. Vedrete quante cose cambiano: il viaggio diventa ritmo, diventa dondolio di altalena tra la voglia di partire e quella di fermarsi, diventa sofà su cui è bello abbandonarsi per guardare il mondo.

Forse sotto sotto anch'io già la pensavo così. Avevo bisogno delle parole giuste - quelle di Manoukian - per crederci davvero.







martedì 6 marzo 2012

Quanta letteratura con gli Americani a Firenze

Ci sono mostre di pittura che sono assai di più di una successione di opere, che ci raccontano un'epoca, una storia, un ambiente di cultura. Mostre che, per quanto mi riguarda, diventano parole, libri, suggestioni, pagine già lette o che forse un giorno leggerò.

Americani a Firenze, inaugurata nei giorni scorsi a Firenze è senz'altro una di queste. Per me, soprattutto per me che non sono un esperto di pittura, assai di più di un'occasione per ammirare i quadri di John Singer Sargent e di altri artisti assai meno conosciuti.

E' come se attraverso quei quadri si potesse sfogliare un libro - splendidamente illustrato, questo sì - che racconta la storia di quanti, a cavallo tra Ottocento e Novecento, lasciarono il Nuovo Mondo inseguendo sogni e ispirazioni nel Vecchio Continente. A Parigi, Londra, Roma, certo. Ma anche a Firenze, soprattutto a Firenze, culla del Rinascimento, esplosione di libertà e possibilità che ben si confaceva all'America dell'ottimismo.

E c'era Henry James che scriveva Il carteggio Aspern in una villa incastonata nella collina di Bellosguardo e ambientava a Firenze un pezzo importante delle vicende di Isabel Archer, la giovane americana di Ritratto di Signora. C'era Edith Wharton che alloggiava in un hotel fiorentino e non si stancava mai di frequentare i ricevimenti della buona società. C'era Edward Morgan Forster, che a dire il vero era inglese, ma che con Camera con vista rappresenterà più di ogni altro questo mondo di anglo-americani fiorentinizzati...

Quante pagine, quante storie che raccontano i quadri di Americani a Firenze. La luce mediterranea dei giardini all'italiana - rose, limoni, sempreverdi, statue baciate dal sole - diventerà presto la luce atlantica di Long Island e delle case del New England.

Ma è come se quel ponte tra la mia città e quell'altro continente - il Nuovo Mondo - da allora sia rimasto sempre aperto. Con la forza della cultura a medicare e compensare altre ferite.

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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...