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venerdì 29 novembre 2019

Se ti ritrovi compagno di cella del boia nazista

Se ben ricordo - dissi, inserendomi in quel tranquillo flusso di parole - a quel tempo, sui territori di Leopoli e di Ternopil' esistevano degli agglomerati di ebrei raccolti in ghetti e cammpi di lavoro. Se ne è mai occupato personalmente?

Stroop storse la faccia e parve lievemente agitato ma, quando ripetei la domanda, rispose affermativamente.

Giornata di pioggia, giornata uggiosa. Su Repubblica ho appena finito di leggere delle indagini su un tentativo di costituzione di un partito neonazista in Italia. Non riesco a togliere gli occhi dall'intervista a uno dei protagonisti, madre di famiglia e impiegata in uno studio contabile, che pare ci tenga a proclamarsi sergente di Hitler. Per lo meno non grida all'equivoco. Ad Auschwitz - pontifica - c'erano piscina, teatro, cinema. Non è andata come la raccontano.

Giornata uggiosa, giornata di brutti pensieri. Per levarmi di torno questa intervista sono finito dentro un libro che è stato dimenticato troppo alla svelta. Conversazioni con il boia di Kazimiers Moczarski (Bollati Boringhieri). Non fatevi depistare dal titolo e tanto meno dal nome dell'autore: è una lettura appassionante. Strano che, a quanto almeno mi risulta, non ci abbiano tirato fuori un film. 

E' anche una storia incredibilmente vera. Durante la guerra Moczarski ha combattuto i nazisti, solo che l'ha fatto militando in formazioni non comuniste. Una volta sconfitto Hitler la storia in Polonia ha girato velocemente e anche lui è diventato un nemico. Il tribunale socialista lo ha condannato a morte e ora attende il suo destino. Ignoro se per caso o per una qualche singolare volontà si trova a dividere la cella con un criminale nazista: Jurgen Stroop, organizzatore dello sterminio di 550 mila ebrei galiziani e di 71 mila prigionieri del ghetto di Varsavia.

 Vincendo il suo disgusto troverà il modo di farlo parlare. In seguito, liberato e riabilitato, dedicherà la sua vita a scrivere questo libro, che è assai di più di una potente testimonianza. 

Leggerlo mi ha lasciato scosso e sbigottito non meno del processo ad Eichmann nelle parole di Hannah Arendt. Non so se tirare in ballo la banalità del male, concetto per certi versi scivoloso. So che attraverso queste pagine nel male mi sono addentrato. E non appartiene al passato se si ritrova ancora persino nella testa di un'impiegata.

lunedì 8 ottobre 2018

L'odore dell'Adriatico e i quattro gol al Brasile

Semplicemente, esistono stagioni nella vita dell'uomo, e nella vita degli imperi e dei reami, quando la cosa migliore è tirarsi da parte, scomparire in qualche luogo oppure passare a un'assenza totale e ottusa.


Anche l'insolita comitiva che compare all'inizio del libro, in marcia verso una sconosciuta località balcanica, sembra rispondere a questa esigenza. Scomparire per cercare pace, per scansare il peggio. Del resto cosa può fare un padre con un figlio condannato da una malattia senza speranza? Tanto più che il mondo intero sembra barcollare sul ciglio del precipizio, in quel giugno del 1938. 

Forse la risposta, se esiste, si potrà trovare solo puntando al sud: verso il mare e poi verso un improbabile hotel nell'entroterra, mentre a Parigi stanno per cominciare i Mondiali di calcio.

Non conoscevo Miljenko Jergović, scrittore di Sarajevo che verrebbe da definire di culto, malgrado in Italia sia ancora poco conosciuto e finora pressoché introvabile. Meno male che ci ha pensato Bottega Errante, editore friulano bravoa splancarci diverse finestre sulla letteratura balcanica, con un libro, Radio Wilimowski, allo steso tempo intenso e spiazzante.

Wilimowski, anzi, Ernest Wilimowski è una leggenda del calcio polacco, perché a Parigi riuscì a segnare quattro gol al Brasile -e mai nessuno è arrivato a tanto in una gara ufficiale. Polacco, ma anche tedesco: uomo della Slesia, per l'esattezza, prima che i successivi eventi recidano legami e identità, sospingendo per una volta per tutte a un'appartenenza piuttosto che all'altra. 

E chissà che cosa succederà di questo padre - un professore in pensione di Cracovia - chissà quanto tempo ancora resterà da vivere a suo figlio David. 

Nel frattempo c'è questa partita che pare ancora più vera ascoltata alla radio che seguita con la batteria di telecamere di oggio. C'è la magia delle parole dello speaker e c'è la sensazione di un'impresa irripetibile. E dopo, dopo c'è anche la sconfitta, come quasi sempre capita: ma intanto si può ancopra sognare, in questo angolo sperduto di mondo. E respirare gli odori dell'Adriatico, abbandonarsi al vento.  


 

lunedì 2 aprile 2018

Ma voi che ne sapete della Polonia?

Come quella sera con i miei amici, al pub di sempre, innumerevoli birre e disquisizioni a non finire. 

Ma voi che ne sapete della Polonia? 

Domanda che vai a sapere perché mi era transitata per la testa. Solo che una volta data in pasto all’allegra combriccola provocò gran dibattito. E chi rammentò Chopin più un paio di scrittori, chi buttò lì la vodka, chi tirò fuori il colpo di stato di un generale con gli occhiali come fondi di bottiglia. Chi si contentò di Auschwitz o del Papa di Cracovia – troppo facile così. 

Certo c’era anche il cinema, con pellicole non solo per incalliti cinefili. E quella squadra che nei mitici Mondiali del 1974 aveva incantato il mondo, tra l’altro facendo fuori una modesta Italia: una formazione dai nomi impossibili che un paio di noi, incredibile, sapevano ancora recitare come una sorta di mantra. E poi le polacchine. Non intese come fanciulle, ma come comode scarpe un tempo in gran voga, ora non so: e vai a capire perché si chiamino così e cosa c’entrino con la Polonia, io non ci sono riuscito.

Ecco, non molto di più. E ora che la Polonia la sto attraversando a bordo di questo pullman, quella stessa domanda me la rigiro in bocca.

Per me, non per altri: ma cosa so io della Polonia?

(da Paolo Ciampi, Che ne sai della Polonia, Fusta editore 2018)

lunedì 17 ottobre 2016

Se la memoria è un canarino nella miniera

Mi perdo. Mi smarrisco a Katowice, eppure questa è la città dove sono nato e in cui ho trascorso la mia infanzia...

Ecco, sono questi i primi passi. E forse bisogna davvero smarrirsi per riannodare i fili. Bisogna davvero divagare con la testa e con i piedi per scoprire e riscoprire. Per rimanere in qualche modo fedeli al proprio passato e allo stesso tempo per guardare meglio avanti, grazie a quel passato. Soprattutto se è un passato doloroso e ingombrante quale può essere quello di una famiglia ebrea nella Polonia del Novecento.

Dopo aver tante volte apprezzato Wlodek Goldkorn sulle pagine dell'Espresso, ora incontro la sua storia in Il bambino nella neve (Feltrinelli), libro importante, profondo, coinvolgente. Libro di viaggio e più precisamente di ritorno, nella sua Polonia. Libro per ricordare ciò che è stato, libro sui destini di una famiglia, ma anche di un paese intero e di un popolo che di quel paese è stato parte importante.

E c'è la Polonia di prima della Shoah, con un mondo ebraico che non era solo quello dei villaggi, reso così diverso dalla nostalgia e dal rimpianto, ora che non c'è più. C'è la Polonia dell'occupazione nazista, di Auschwitz che è il cimitero di famiglia - Una preghiera? Non c'è niente di sacro ad Auschwitz - e dei campi di sterminio quali Treblinka e Majdanek di cui si parla molto meno perché sopravvissuti non ce ne sono stati. C'è la Polonia della rivolta del ghetto e di Marek Edelman, che per Wlodek è stato complicato maestro di vita. Ma c'è anche la Polonia che c'è stata dopo, quella sotto il socialismo, costruita sulle macerie della guerra contro i nazisti, eppure investita da spaventose ondate di antisemitismo: fino al pogrom e poi alla cacciata di tanti ebrei - Avevo quindici anni e diventai uno straniero in patria, un nemico interno, una quinta colonna. Straniero due volte, in un paese dove un mondo era già scomparso.

Da Katowice a Firenze, è stato lungo il viaggio di Wlodek: ancora più lungo, se non si misura con i chilometri, ma con le lacerazioni dell'anima, i disorientamenti della cultura, il lavorio delle emozioni.

Ma in questo viaggio - e questo è un grande libro di viaggio, nello spazio e nel tempo, non un diario o un memoir - c'è modo per crescere, per capire, per allargare lo sguardo, perfino per trovare le parole giuste. Per far sì che la memoria serva davvero al nostro presente.

Si dice che una volta si portavano nelle miniere i canarini, uccelli sensibili ai gas. I canarini avvertivano i minatori quando la catastrofe era imminente. Ecco, per me la memoria significa essere un canarino nella miniera, dare l'allarme quando sento l'acre odore del razzismo.

Non per vendetta, non per vivere con le spalle voltate indietro. Ma per il nostro sentirsi uomini oggi. 

giovedì 6 ottobre 2016

In Polonia, per vedere se di là è meglio

Due sono i modi di stare al mondo: da pellegrini o da viandanti. I primi hanno un traguardo sicuro. I viandanti invece perdono quasi subito la strada maestra.

Francesco M. Cataluccio certamente appartiene alla seconda categoria. E' viandante che smarrisce la strada maestra ma proprio per questo può percorrere le molteplici strade che solcano una terra. Si perde, ma proprio per questo scopre ciò che non era in programma, incontra e accoglie, spinge lo sguardo sempre oltre, dietro l'angolo, all'incrocio. Non si sa dove finirà per arrivare, ma intanto è in cammino.

I fratelli si ricevono in sorte, gli amici invece si scelgono. Questo vale anche per le città, afferma all'inizio di Vado a vedere se di là è meglio, libro meraviglioso pubblicato per Sellerio, in cui racconta la vita trascorsa tra la Polonia e l'Europa Centrale.

Lo afferma all'inizio, quasi a voler riassumere il senso di un viaggio che è scoperta, rivelazione. Lui che nasce e studia a Firenze ma che in un gelido febbraio del 1977 approda a Varsavia, sentendosi subito come un topo nel formaggio. Ma come, Varsavia? Quella città distrutta dalla guerra e intristita dal socialismo reale, dove solo la vodka pare possa strapparti al freddo e alla noia?

Si, proprio Varsavia. Come un trampolino da cui tuffarsi per immergersi in un mondo, che certo non è il mondo a cui guarda la quasi totalità dei suoi coetanei.

Ma c'è letteratura - tanta - c'è arte, c'è storia. Ci sono incontri con personaggi straordinari, alcuni presenti in carne ossa, altri da incontrare nelle loro pagine, da amare, magari da tradurre in italiano, come Witold Gombrowicz e Bruno Schulz. Ci sono poeti, giornalisti, sognatori, viaggiatori sempre pronti alla scommessa, che è la scommessa che dà il titolo al libro.

Ed eccolo questo libro, che mette insieme luoghi abitati e geografie letterarie, architetture e aneddoti, vicino e lontano. Non ci crederete, ma a me ha trasmesso le stesse emozioni di lontane letture di Claudio Magris e Angelo Maria Ripellino. E come con loro ho viaggiato nei luoghi, nel tempo, attraverso le parole.

martedì 26 aprile 2016

Questa è l'Europa, fosse comuni sotto i campi di grano

Sono le fosse comuni in cui furono gettati i corpi degli ammazzati. Sono le paludi, i fiumi, le doline adoperate come discarica dei morti senza nome. Sono i boschi e i campi che ancora oggi conservano segreti che troppi hanno trovato conveniente lasciare tali.

Paesaggi contaminati, li chiama Martin Pollack, giornalista e scrittore tedesco che il problema della memoria e dell'oblio se l'è ritrovato in casa, figlio e nipote di nazisti convinti e senza pentimento - e dev'essere insopportabile sapere che tra i tuoi famigliari c'è anche il comandante di una squadra di sterminio in Europa orientale.

Paesaggi contaminati è anche il titolo del libro che ora l'editore Keller propone al lettore italiano. Libro intenso, a metà tra il saggio e il reportage, che colpisce duro a ogni pagina, consegnandoci a un orrore smisurato. Dolore, ingiustizia, colpa. Ma anche memoria e pietas. Perché questa è l'Europa, un immenso cimitero senza croci, una distesa di fosse comuni.

Sì, questa è l'Europa, tra i Balcani e l'Ucraina, la Polonia e l'Austria: una terrificante successione di luoghi dove l'uomo ha praticato lo sterminio di massa e si è liberato dei cadaveri come si farebbe con le carcasse degli animali, infliggendo l'estremo oltraggio.

Questi luoghi sono oggi luoghi diversi. Anche se la terra ha coperto tutto. Anche se l'erba è ricresciuta e gli alberi hanno messo radici. Almeno la loro percezione è cambiata, lo si capisce nei silenzi e nelle parole sommesse, imbarazzate, di chi abita nei dintorni.

Poi è vero, bisogna vedere. Bisogna voler vedere. Perché non è facile accettare che anche il bel Danubio blu sia una grande fossa comune. E che le patate e le cipolle crescano su ciò che rimane di quei poveri corpi.

Quando paesaggi idilliaci celano oscuri segreti, recita la copertina. E questa davvero è l'Europa. Non l'Europa del Medioevo, ma ciò che ci ha lasciato l'Europa del Novecento. 
 

lunedì 3 agosto 2015

Il viaggio del grande Kapu a casa sua

Ho inseguito le sue parole, i suoi sguardi sul mondo, fino nel cuore dell'Africa, fino nei villaggi più sperduti delle Ande, ma non lo avevo mai incontrato sulla sua terra: sarà che per un reporter irrequieto, un giornalista viaggiatore come lui, è davvero difficile immaginarsi casa e radici. Certo più facile pensare ai luoghi cui è arrivato che a un luogo da cui è partito.

E invece, eccolo il mondo di Ryszard Kapuscinski, nato a Pinsk, in quella che un tempo era Polonia e che oggi, dopo i rovesci della storia, è Bielorussia: un mondo di campagne remote, piccole cittadine di provincia, villaggi sempre uguali a se stessi. Contadini, zatterieri, soldati di leva, giovani decisi a tentare la sorte nella grande città. Questo è ciò che si legge in Giungla polacca (Feltrinelli).

Il mondo dell'infanzia e dell'adolescenza di Kapuscinski, prima che diventasse il Kapuscinski che conosciamo. Racconti più che reportage, opere di un uomo all'inizio della sua straordinara parabola umana e professionale, forse ancora alla ricerca della sua strada.

Però incredibile, proprio questo sembra uno dei viaggi che più hanno portato lontano il grande Kapu. In un mondo davvero distante, un mondo che poi ha dovuto fare i conti con la guerra e lo stalinismo. Un mondo che non c'è più.

venerdì 31 luglio 2015

Padri e figli nella saga della famiglia Karnowski

I Karnowski della Grande Polonia erano noti per il loro carattere testardo e provocatore, ma allo stesso stimati per la vasta erudizione e l'intelligenza penetrante. 

Ecco, comincia così, con il passo del grande classico, senza la presunzione di volerlo essere a tutti i costi. Comincia con un colpo d'occhio che guarda lontano e annuncia la saga famigliare. Comincia con la sicurezza del narratore che sa dominare lo spazio e il tempo e le vicende che nello spazio e nel tempo si distendono.

E parola su parola, pagina dietro pagina, ecco La famiglia Karnowski di Israel Joshua Singer, romanzo che mi lascia dietro una bella scia di interrogativi - come devono fare tutti i grandi romanzi - ma uno su tutti: come è possibile che questo libro, uscito nel 1943, sia rimasto in un cono d'ombra per così tanto tempo?

Il tempo, che non sempre è spietato, sta finalmente risarcendo chi ha avuto il solo torto di essere il fratello di uno straordinario scrittore, universalmente conosciuto. Buon per l'Adelphi, la casa editrice che ce lo ha riproposto, e buon per tutti noi.

E allora, se non l'avete ancora fatto, leggete la Famiglia Moskat di Isaac Singer e poi passate alla Famiglia Karnowski di Israel Joshua (o viceversa). Le stesse radici, più o meno anche lo stesso arco temporale, ma anche due pezzi diversi dello stesso mosaico. Nel primo caso il mondo ebraico dell'Europa Orientale cancellato dalla Shoah. Nel secondo, quel mondo che si mette in cammino verso l'occidente, che si fa altro, che almeno in parte trova scampo.

La saga dei Karnowski comincia con Daniel, che lascia il suo villaggio nell'Est e sceglie Berlino:  Si era sentito attratto - scrive Israel Joshua -  dal paese al di là della frontiera, da cui veniva tutto ciò ciò che era buono, illuminato, razionale. E figurarsi, chi avrebbe mai potuto pensare che proprio da quel paese sarebbero piombate un giorno la morte e la devastazione?

Ci sarà anche chi da Berlino riuscirà ad arrivare in America. E l'America sarà allo stesso madre e matrigna, terra di accoglienza e di straniamento. Ma con tutto questo la Famiglia Karnowski non è, non è solo, un romanzo sull'esilio e la persecuzione dei giovani con gli stivali (mai una volta ai nazisti si concede di essere chiamati tali).

Per esempio, è un anche un libro, anzi un capolavoro, sul tempo che passa e sulle generazioni che si succedono, con i propri diritti e i propri torti. Sulle scelte che separano. Sui figli che voltano la schiena ai padri e sui padri che non riconoscono più i figli. E sulle radici che, prima o poi, si lasciano ritrovare. Sugli affetti che non muoiono una volta per tutte.

Sulle persone che gli anni e le circostanze ci fanno riscoprire uguali dopo che testardamente ci eravamo pretesi diversi.

Bello, coinvolgente, commovente.





domenica 7 giugno 2015

La pianura dove si levano ancora le ombre della guerra

Sono le terre che a differenza degli uomini non hanno dimenticato, mescolate come sono alle ossa e segnate da troppe agonie. Sono le ombre di chi ha perso la vita e ancora non ha trovato riposo. Sono i confini che la storia ha fatto e disfatto, crimine dopo crimine, tragedia dopo tragedia, senza che una voce sia riuscita a levarsi netta sopra le altre: ma perché tutto questo?

Si può partire da un sacrario di caduti in guerra in cui mancano gli altri morti, quelli che non si capisce perché abbiano combattuto dall'altra parte. Oppure dalla foto di un nonno che non si è mai conosciuto, se non per i ricordi trasmessi di bocca in bocca, e la cui parabola di vita non si allinea a ciò che ci hanno insegnato i manuali a scuola.

E' così che si può partire per un viaggio che è insieme nel tempo e nello spazio, in ciò che ci appartiene di più intimo e nelle enormi distese della pianura che a Oriente si allarga verso l'Asia. Un viaggio che ha il profumo della malinconia  ma anche della cosa ben fatta, secondo giustizia.

Vorrei saper adoperare le mie migliori parole per Come cavalli che dormono in piedi di Paolo Rumiz (Feltrinelli), perché sarebbero comunque meritate per quello che ritengo un grande libro sulla guerra e un grande libro di viaggio.

E c'è Trieste, la città di mare che aveva tutto un impero dietro e che ora ha perso anche i treni in grado di collegarla convenientemente con città con cui ha condiviso la storia. Ci sono i triestini che nella Grande Guerra hanno combattuto di là, al servizio di Vienna e del suo imperatore, per ritrovarsi poi senza niente in mano, sudditi di un altro paese che li ha presi come traditori e che, se morti,  non ha accolto le loro spoglie. E ci sono le molte storie di questi soldati per cui la guerra non fu il Carso o il Monte Grappa, ma il fronte orientale battuto dai cosacchi e da altri rovesci della storia.

Sono queste storie che Rumiz va a inseguire, in uno splendido viaggio in quella che allora era la Galizia (regione che oggi non sapremmo collocare nella carta geografica, parte di quel mito che è l'impero asburgico), tra la Polonia e Ucraina. Tra conti tra regolare con il passato e un presente che tutto sembra piuttosto che un allievo che ha inteso la lezione. 

Interrogativi di ieri e di oggi. Boschi e colline che ancora esigono i nostri passi. E la voce che si fa poesia, canto notturno, invocazione, sogno. Da leggere, assolutamente. 

domenica 6 aprile 2014

Le domanda che Rumiz si faceva sul grande Kapu

Diavolo di un uomo, pensai mentre ci avviavamo al check-in, dove starà la sua forza?

Come avrà fatto, quella specie di curato di campagna, a tornare con i taccuini pieni di storie?

Sul volo da Zurigo a Milano mi accorsi che ringraziava le hostess per ogni nonnulla. "La nostra professione dipende dagli altri", sorrideva quasi per scusarsi della sua gentilezza. "Se non hai rispetto per gli altri, ti si chiudono tutte le porte". 

Era euforico, non mostrava di avere più di diecimila ore di volo alle spalle. Non criticava nessuno, neanche le persone più detestabili. In Polonia girava voce che di fronte alla domanda: "Cosa pensa di Hitler?" avesse risposto con un memorabile: "Non era una brava persona"

(Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli)

mercoledì 26 febbraio 2014

Il comandante di Auschwitz e il suo lavoro ben fatto

Non sarà un capolavoro, però è un libro che ti prende per mano, per accompagnarti attraverso l'orrore più indicibile della storia che abbiamo alle spalle, fino al ciglio dell'estrema miseria e dell'estrema grandezza dell'uomo, là dove sembra di scorgere una possibilità di risposta a ciò che in effetti è resterà sempre mistero, doloroso mistero.

E' questo che succede leggendo Il comandante di Auschwitz di Thomas Harding (Newton Compton), libro che racconta la vita in parallelo del criminale nazista Rudolph Hoss e dell'ebreo tedesco che, con la divisa dell'esercito inglese, alla fine della guerra riuscì a catturarlo.

Storia appassionante, coinvolgente, anche quella del cacciatore di nazisti. Ma come distogliere lo sguardo dal comandante di Auschwitz, dall'abisso senza fondo di un uomo che si è reso responsabile della morte di milioni di altri uomini, senza fare una piega, con la convinzione del lavoro fatto e fatto bene?

Rudolph Hoss, che voleva fare il missionario e finì per arruolarsi nelle SS. Che sognava una fattoria in campagna e volle un orto e un giardino per la sua casa con vista sui forni crematori. Che la sera tornava a casa dalla routine del massacro e leggeva fiabe ai bambini.

Rudolph Hoss, che con le sue confessioni dopo la cattura fornì prove decisive per inchiodare altri criminali nazisti, prima di essere impiccato in Polonia, in quello stesso lager di cui era stato comandante e boia.

Raccontò molto di sé, Rudolph Hoss, ma nessuna parola che possa davvero illuminare ciò che davvero lo ha fatto diventare ciò che è stato.

martedì 19 marzo 2013

Il poeta del ghetto di Varsavia, che leggeva ai morti

Sfoglio e riordino le mie poesie scritte per coloro che non ci sono più. Le ho lette un tempo, a persone vive, calde, e credevo che saremmo sopravvissuti, speravo nella fine, nel domani, nella vendetta, nella gioia e nella ricostruzione.
Leggete.
E' la nostra storia.
E' ciò che leggevo ai morti.

Che brivido, leggere Cosa leggevo ai morti, libro esile per pagine immenso per contenuti che contiene poesie e prose di Wladyslaw Szlengel, uno di quei poeti dal nome impronunciabile che hanno fatto grande la letteratura di Polonia. Con una particolarità che è una stretta al cuore: la voce di Szlengel arriva dal ghetto di Varsavia, è poesia scritta e letta nei giorni dell'orrore nazista, per uomini e donne che probabilmente non vedranno il domani.

Poesia di un poeta che non arriverà alla liberazione, che sarà tra i sommersi. Poesia di un poeta che vede sparire uno a uno i suoi lettori. Poesia di un poeta che sa che finirà così, come fa a non aspettarselo, ma che in ogni caso non rinuncia ai suoi versi, anzi, a maggior ragione: e non perché conti su una gloria postuma, sul lettore del domani, ma perchè è proprio il lettore di oggi che conta.

Il lettore del ghetto. Il lettore che condivide la sua stessa sorte. Il lettore che forse nella parola troverà se non un senso, se non una speranza, il grido estremo della vita.

martedì 1 novembre 2011

Incredibile, le mucche sono mucche

Incredibile, capitare dalle parti della Polonia dei nostri tempi e scoprire lo stesso stupore verso la vita di un monaco buddista nel Giappone di secoli fa. Eppure succede così, con Wislawa Szymborska, poetessa che in genere non ama parlare di sè, ma che questa cosa dello stupore in qualche modo l'ha anche spiegata:


Il mondo, qualunque cosa noi ne pensiamo, spaventati dalla sua immensità e dalla nostra impotenza di fronte a esso, amareggiati dalla sua indifferenza... qualunque cosa noi pensiamo dei suoi spazi attraversati dalle radiazioni delle stelle.... - questo mondo è stupefacente

Due paesi - Il Giappone e la Polonia - due mondi e due lingue a me completamente ignote. Ma così come mi ricorderò sempre dello stupore del monaco giapponese di fronte alla rana che si getta nello stagno, mi rimarrà impressa la meraviglia di Wislawa di fronte ai miracoli della vita ordinaria. Uno su tutti:

Un miracolo alla buona:
le mucche sono mucche.

Perché tutto in realtà è miracolo:

Un miracolo, basta guardarsi intorno:
il mondo onnipresente.

Un miracolo supplementare, come ogni cosa:
l'inimmaginabile
è immaginabile.

sabato 30 aprile 2011

Quel bambino che giocava a tennis a Varsavia


Ero un bambino di città fino alla punta dei capelli e in città, in mezzo a una foresta di palazzi, ritrovavo i luoghi di magici, quei posti segreti che fanno battere più forte il cuore, così come un bambino di campagna li trova nel buio di un bosco

C'è il mondo prima che il mondo cambiasse, in questo libro. C'è tutta la vita che era così perchè arrivava da lontano passo dopo passo, senza che si potesse immaginare che tutto sarebbe stato cancellato come un segno sulla lavagna.

Via Nowolipie di Jòsef Hen, un titolo davvero scoperto per caso, se ben ricordo navigando senza meta sull'infinito mare di Internet. Ordinato senza nessuna aspettativa, e sì che la Giuntina è una di quelle case editrici da cui è sempre lecito aspettarsi belle sorprese.

Via Nowolipie, cioé gli ebrei dell'Europa orientale prima di Hitler e dello sterminio, prima dello tsunami che avrebbe spazzato via una storia di secoli e secoli. Un libro di vita vera, un mondo popolato di voci e mestieri. Storie, feste e funerali, piatti serviti a tavola, giorni segnati sul calendario.

Solo che non è l'ennesimo libro dedicato allo shetl, al piccolo villaggio ebraico piantato nelle grandi distese rurali dell'Europa che bussa alle porte dell'Asia. Qui siamo a Varsavia, nella grande città, nella capitale di una Polonia ancora non dilaniata dagli appetiti di russi e tedeschi.

Ed è un mondo raccontato con gli occhi di un bambino. Una via, un quartiere, la scuola. Ricordi in prima persona, in un impasto di emozioni a mezza strada, più o meno, tra I ragazzi della Via Pal e Il Giardino dei Finzi Contini - fosse solo per quelle ultime partite a tennis prima della guerra e di ogni altra cosa.

venerdì 1 aprile 2011

Inviato speciale in compagnia di Erodoto

Ryszard Kapuscinski, si sa, è stato un grande giornalista, un grande reporter, ma anche molto di più, perché ci ha insegnato il viaggio come stupore, come modo per perdere le proprie certezze confrontandole con quelle altrui.

La sua è la storia incredibile di un uomo nato in una sperduta cittadina della Bielorussa, che per le combinazioni della vita diventa l’unico corrispondente in Africa dell’agenzia di stato polacca. E comincia così uno straordinario cammino di libertà e scoperta.

Una volta provò a definirsi non giornalista, ma traduttore: traduttore non da una lingua all’altra ma da una cultura all’altra.

Diceva che ogni suo libro era un atto di riconoscenza per un destino che gli aveva permesso di vedere, sentire, toccare con mano tante cose.

Dopo Ebano, qualche tempo fa mi è capitato di riprendere in mano In viaggio con Erodoto, un altro libro di questo grande "giornalista viaggiatore" che è insieme una finestra sul mondo, una lezione di etica, una dichiarazione di amore per la varietà delle storie e delle culture, un dialogo con se stesso. Ma anche un confronto con il compagno di viaggio che ha accompagnato il nostro fin da quando, giovane senza arte nè parte cresciuto nella grigia Polonia socialista, ha avvertito impellente la necessità di guardare cosa c'era oltre la frontiera: Erodoto, appunto.

Già, perché questo antico greco non fu solo e semplicemente uno storico, fu l'uomo che non si accontentò di quanto gli dicevano altri, che piuttosto volle andare a vedere e toccare con mano.

Erodoto, primo reporter della storia. Erodoto al fianco di Kapuscinski e di quanti, ancora oggi, sono consapevoli che "se non si va, non si vede".

venerdì 4 febbraio 2011

Sorpresa, c'era l'amore nel ghetto di varsavia

Hendusia avrebbe potuto uscire, salvarsi, sopravvivere. Ma non voleva che i bambini avessero paura, che piangessero. E rimase con loro, pur sapendo che cosa sarebbe accaduto. Per senso del dovere o per amore dei bambini? All'epoca era la stessa cosa

Il ricordo di Marek Edelman è un fascio di luce rapido, nervoso, incostante. Indugia per un attimo, poi si sposta per frugare altrove, perché non c'è tempo per tutti i volti, le storie, i dolori, le vite inghiottite. Si sposta e quanto c'è dietro ritorna nell'oscurità, per rimanerci fino a che qualcuno non arriverà su quella pagina, non si soffermerà su quel nome.


Marek Edelman non è uno scrittore, non lo hai mai voluto essere. Marek Edelman è stato uno dei comandanti dell'insurrezione del ghetto di Varsavia, orgoglio estremo e disperato degli ebrei che presero alla sprovvista la più micidiale delle macchine di sterminio.

Marek Edelman è uno che ha visto andare alla morte qualcosa come 500 mila uomini e donne e bambini, e che poi, dopo che tutto questo era finito, non se n'è più voluto andare dalla Polonia svuotata della sua civiltà ebraica (e ancora contaminata dall'antisemitismo), perchè ne doveva presidiare le tombe abbandonate.

Era anche un uomo che per tutta la lunga vita che gli è rimasta ha saputo coltivare la memoria senza pretendere di parlare a nome delle vittime:

Non ho diritto di parlare a nome loro, perché non so se morivano nell'odio oppure perdonando i loro carnefici. E nessuno ormai lo potrà sapere. Ma ho il dovere di vegliare affinché il ricordo di loro non scompaia.

Ed era anche un uomo che si voltava indietro per guardare meglio anche al presente, ad altre guerre, ad altri crimini dell'umanità, ad altre ingiustizie.

In tutto questo a me piace ricordare anche Marek Edelman uomo schivo che ha saputo comunque donarci parole preziose. Come queste, racchiuse in C'era l'amore nel ghetto (Sellerio), un libretto che non so bene come definire, tutto fuorché una cronaca, un diario, un romanzo.

Se proprio proprio direi che anche questa è in qualche modo letteratura di viaggio, perché anche la memoria può rappresentare un viaggio. Un viaggio nell'inferno del ghetto. Ma non solo nell'inferno, perché come il viaggiatore è tale se è capace di guardare l'umanità che abita (e abitare è verbo diverso da popolare) le terre che attraversa, così lo sguardo di Marek Edelman ci porta testimonianza di umanità, prima ancora che di crudeltà.

Grazie a lui ho capito che è si fa un torto a semplificare, generalizzare, ridurre. Che non ci si può accontentare solo del termine di vittime per le vite che fiorivano nel ghetto.

C'era l'amore nel ghetto, appunto. Anche nel ghetto si sognava, si sperava, si faceva politica, si scriveva, ci si innamorava. Ed è proprio per tutto questo che l'orrore dello sterminio fa ancora più orrore.

venerdì 14 gennaio 2011

Dal suono della campana ai tre pescatori

Vi ricordate Per chi suona la campana? - non il libro di Ernest Hemingway e relativo film -  ma la poesia inglese di John Donne, grande poeta del Seicento inglese, che a quel libro e a quel film dà il titolo. La straordinaria poesia che comincia con Nessun uomo è un'isola per finire con uno dei più grandi richiami alla responsabilità? E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te. Ecco, oggi questo stesso straordinario richiamo lo ho ritrovato in una pagina della poetessa polacca Wislawa Szzymborska. Dall'Inghilterra alla Polonia, tre secoli più tardi. Lo stesso rigore, lo stesso senso di appartenenza a tutti, la stessa impossibilità della solitudine.

Dei pescatori tirarono fuori dagli abissi una bottiglia.
Dentro c'era un pezzo di carta, con scritte queste parole: "Aiutatemi! sono qui. L'oceano mi ha gettato su un'isola deserta. Sto sulla sponda e aspetto aiuto. Fate presto. Sono qui!".
"Non c'è data. Sicuramente ormai è troppo tardi. La bottiglia può aver galleggiato in mare per molto tempo" disse il primo pescatore.
"E non c'è indicazione del luogo. Non si sa neanche quale oceano sia" disse il secondo pescatore.
"Non è né troppo tardi né troppo lontano. L'isola  Qui è ovunque" disse il terzo pescatore.
Seguì una sensazione di disagio, calò il silenzio. E' quel che accade con le verità universali.

giovedì 6 gennaio 2011

Quando anche le mucche sono mucche

Incredibile, capitare dalle parti della Polonia dei nostri tempi e scoprire lo stesso stupore verso la vita di un monaco buddista nel Giappone di secoli fa. Eppure succede così, con Wislawa Szymborska, poetessa che in genere non ama parlare di sè, ma che questa cosa dello stupore in qualche modo l'ha anche spiegata:


Il mondo, qualunque cosa noi ne pensiamo, spaventati dalla sua immensità e dalla nostra impotenza di fronte a esso, amareggiati dalla sua indifferenza... qualunque cosa noi pensiamo dei suoi spazi attraversati dalle radiazioni delle stelle.... - questo mondo è stupefacente

Due paesi - Il Giappone e la Polonia - due mondi e due lingue a me completamente ignote. Ma così come mi ricorderò sempre dello stupore del monaco giapponese di fronte alla rana che si getta nello stagno, mi rimarrà impressa la meraviglia di Wislawa di fronte ai miracoli della vita ordinaria. Uno su tutti:

Un miracolo alla buona:
le mucche sono mucche.

Perché tutto in realtà è miracolo:

Un miracolo, basta guardarsi intorno:
il mondo onnipresente.

Un miracolo supplementare, come ogni cosa:
l'inimmaginabile
è immaginabile.

venerdì 25 giugno 2010

Cosa si prova a varcare una frontiera


Estate, tempo di viaggi (per chi se li potrà permettere), tempo di confini varcati. Confini non più come separazione, ma come passaggio e possibilità, come porta per un altrove. E quasi sempre la testa guarda a quell'altrove, solo a quello.

Però quanto è importante proprio quel momento in cui portandoci dietro il nostro bagaglio di cose ed emozioni ci spingiamo avanti per attraversare.

Per tutti coloro che avranno modo di vivere questa esperienza, per quanti potranno viverla solo sui libri, valgano le parole del grande Ryszard Kapuscinski, giovane giornalista che sta per abbandonare per la prima volta la Polonia per cominciare la sua straordinaria avventura:


Mi chiedevo cosa si provasse nel varcare una frontiera. Che cosa si sentiva? Che cosa si pensava? Doveva essere un momento straordinariamente emozionante. Cosa c’era dall’altra parte? Senza dubbio qualcosa di diverso. Ma diverso in che senso? Che aspetto aveva? A che cosa somigliava? Forse non somigliava a niente di ciò che conoscevo e per ciò stesso era inconcepibile, inimmaginabile. In fin dei conti il mio massimo desiderio, quello che più mi tentava e mi attraeva era di per sé estremamente modesto: la pura e semplice azione di varcare la frontiera

venerdì 12 marzo 2010

Kapuscinski e la sottile frontiera della verità


Ecco, dopo Bruce Chatwin è toccata anche a lui, a Ryszard Kapuscinski, al grande giornalista che non solo ci ha raccontato il mondo, ha fatto anche molto di più, perché ci ha insegnato il viaggio come stupore, come immedesimazione, come rivelazione in cui si perdono le proprie certezze per confrontarle con quelle altrui.

Appena un uomo così muore scatta subito il processo di beatificazione, poi le orazioni funebri terminano, il ricordo sbiadisce, altri nomi e altre pagine pretendono l'attenzione. E finisce che c'è sempre qualcuno che si alza in piedi per segnalare magagne, difetti, torti. Il mostro sacro non è più poi tanto sacro.

Insomma, ora succede anche con Kapuscinski, colpito (ma non affondato) da una robusta biografia uscita in Polonia e che già fa discutere in giro per il mondo. Dateci oggi la nostra polemica quotidiana. E questa è bella grossa.

I termini della questione sono bene illustrati su Repubblica di oggi, in una bella pagina di Timothy Garton Ash, ma stringi stringi l'accusa è sempre quella: quanto ha inventato, quanto ha messo di suo Kapuscinski nei suoi libri? Abbiamo preso i suoi reportage come oro colato, come verità che parla attraverso la penna di un grande giornalista: e se invece dovessimo iniziare a spostarli negli scaffali della fiction?

Non ho ancora elementi per entrare nella questione. Però mi chiedo, c'è un mondo (e c'è una storia) che può essere raccontato da un autore senza che "ci metta del suo"? La realtà non è sempre realtà colta attraverso uno sguardo? Dov'è il confine tra fiction e non fiction?

Da queste domande potete capire già come la penso. La frontiera della verità è sottile e tendo a collocare in un altro paese, un paese che non mi appartiene, solo le falsificazioni consapevoli, le menzogne nude e crude, le strumentalizzazioni.

E ci sarebbe da discutere in tutto questo. Però lo confesso, l'istinto sarebbe quello di andare oltre, di dirla con le stesse parole di Lawrence Weschler, uno scrittore americano citato oggi su Repubblica: "Cosa importa in che scaffale riponiamo Il Negus e Shah in Shah: fiction o non fiction? Saranno sempre libri meravigliosi"

E poi ricordare il sorriso di Kapuscinski, quel sorriso che nemmeno l'autore della biografia, peraltro suo amico, ha saputo e voluto cancellare: quel sorriso caldo, disarmante.

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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...