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mercoledì 30 ottobre 2013

Se riscrivere un classico non è sacrilegio

Sacrilegio o lavoro sacrosanto perché i classici non smettano di parlarci? Intrigante il dibattito che in queste settimane è stato alimentato da più parti - anche con il servizio di apertura del Venerdì di Repubblica - a proposito della riscrittura dei classici in una lingua più vicina ai nostri tempi, la nostra lingua.
Cosa che diversi editori hanno cominciato a fare, anche con operazioni decisamente ambiziose, basta pensare al Decamerone affidato da Rcs ad Aldo Busi.

Il dilemma non è da poco. Difendere con rigore il testo originale, condannandolo però nei confini della riserva indiana dei pochi specialisti? O permettere che sia liberamente reinterpretato, consegnandolo a una più vasta platea di lettori ma con il rischio di tradirlo?

Ovviamente il dilemma esiste anche perché gli aut-aut in fondo ci piacciono e che pure ci semplificano la vita. Non capisco perché le due cose non possano coesistere, anche nella stessa edizione.

Ma se proprio, sono convinto che anche alle grandi opere debba essere permesso di mettersi in movimento. Di cambiare, come cambia incessantemente la nostra lingua. La penso insomma come Lara Crinò, sul Venerdì:

Dare ai classici nuova vita, nella consapevolezza che un classico, come diceva Calvino, non è solo "il libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire", ma anche quello capace di sopportare trasformazioni, riscritture.

Magari sfuggendo così alla maledizione dei 24 solo 24 lettori. E conquistandone di altri, anche fuori dei recinti dell'obbligo scolastico. 

lunedì 23 maggio 2011

Se un trasloco dà il senso dei libri che contano

Chi, come me, ha cambiato qualche decina di residenze, riallineato infinite volte Bukowsky e Busi, ricomprato almeno tre volte gli stessi trenta libri, ha infine accettato l'idea che perdere è conservare quello che conta

E' una  bella frase che ho letto l'altro giorno su Repubblica, in una pagina di Gabriele Romagnali sulle librerie degli scrittori. Mi ha fatto venire in mente che il rapporto con i propri libri non è necessariamente quello dell'accumulo. A volte quello che conta non è aggiungere ma sottrarre.

Ben vengano insomma anche i traslochi, se non si tratta solo di inscatolare tutti i libri e portarseli via. Se si tratta di scegliere. Di sacrificare qualche titolo perché ce ne sono altri di più cari, addirittura di insostituibili.

Ben venga, perché è come quella domanda sull'isola deserta. Se vi capitasse di far naufragio e avete solo cinque, o dieci, o venti libri da portare con voi, quali vi portereste? E giù a stilare la propria personalissima graduatoria.

Solo che un trasloco può rendere decisamente concreto ciò che altrimenti è accademia. Assegnare valore. Rimettere in discussione.

Ben venga, e per quanto le apparenze dicano il contrario, è anche un punto di vantaggio su tutti gli adoratori dei libri virtuali.

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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...